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Milano – Targa commemorativa dove nacque Carlo Emilio Gadda

A Milano, per chi sa guardare, si può incontrare la targa commemorativa per ricordare il luogo in cui nacque il grande scrittore Carlo Emilio Gadda.  L’autore de “L’Adalgisa”, de “Quer pasticciaccio brutto de via Merulana” e de “La cognizione del dolore”, nacque a un tiro di schioppo dalla casa di Alessandro Manzoni, che egli amava profondamente. Come riporta Pietro Citati nella prefazione de “Quer pasticciaccio”, sembra che Gadda avesse letto “I promessi sposi” per ben dieci volte, tra i nove e i sedici anni. Lo stesso Citati, allora giovane letterato, frequentò Gadda, nella sua casa di Roma, negli ultimi anni della sua vita. Negli ultimi tempi, Gadda amava che gli si leggesse “I promessi sposi”. Molto malato, bloccato ormai a letto, Citati e altre due persone si alternavano al suo capezzale per leggergli il suo amato libro. E quella fu anche l’ultima volta in cui lo si vide ridere, il giorno prima che ci lasciasse: “Allora pensai che la letteratura è davvero una cosa bellissima, se conserva la vita come la vita non riesce a conservarsi, e se fa ridere di gioia in punto di morte”, come scrive Pietro Citati.  

 

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Massimo Centini – Il linguaggio esoterico di Hieronymus Bosch

Il Trittico delle delizie tra iconologia e mistero

Cosa sapete del Trittico delle delizie? L’avete mai visto? Se sì, cosa ne pensate? Ebbene, l’opera si trova al Museo del Prado di Madrid ed è uno dei quadri più indecifrabili ed enigmatici dell’intera storia dell’arte europea. In questo lavoro, Massimo Centini, antropologo culturale e autore di numerosi lavori, soprattutto incentrati sulla religione, storia ed esoterismo, cerca di svelare l’enigma di questo dipinto e del perché Hieronymus Bosch l’abbia fatto. Il dipinto, chiamato Il Trittico delle delizie (indicato da Centini dipinto tra il 1503-1504), è diviso in tre parti e misura 220 cm per 195. Il dipinto è considerato una delle maggiori opere del periodo maturo dell’artista.

Nipote, figlio e fratello di pittori, Bosch iniziò l’apprendistato fin dalla più tenera età nella bottega di famiglia. Nacque in Olanda, nella regione del Brabante, nel 1453. Dopo la morte del padre, avvenuta nel 1478, Bosch continuò il suo lavoro, dipingendo le pale incompiute del padre. Prima del 1480 si sposò con una donna benestante che gli portò una cospicua dote matrimoniale. Bisogna considerare, per inquadrare bene il periodo storico, che Bosch operò nell’epoca in cui uscì il Malleus maleficarum – scritto da due domenicani tedeschi, Jakob Sprenger e Heinrich Institor – che presto divenne la bibbia degli inquisitori contro le streghe. Bosch prima di arrivare a dipingere il Trittico dipinse opere  come La nave dei folli (1494, ispirato dall’omonimo libro satirico di Sebastian Brant), Estrazione della pietra della follia (1494, qui Bosch sembra volesse ironizzare sulla scienza medica del suo tempo) e il Prestigiatore (1502). Nel 1503-1504, ma sulla data esatta esistono delle discordanza tra gli studiosi, Bosch dipinse il Trittico. ED9E4AC3-FBB1-4D8E-87B9-C60D31F2016E

Su questo dipinto è stato scritto di tutto: opera satanica, esoterica, moralizzatrice, perversa, ermetica, altamente simbolica e con riferimenti cristiani, pedagogica, con riferimenti proveniente dall’alchimia, ecc. Spesso, come spiega bene Contini nel libro, si fa una grande confusione quando si parla di esoterismo. Infatti molte persone confondono esoterismo con satanismo, spiritismo e magia. In verità esoterismo significa che c’è un significato più profondo e nascosto nella realtà che ci circonda e questa realtà può essere racchiusa all’interno di un quadro, di un libro o in qualsiasi simbolo usato dagli uomini. Esoterismo è da sempre legato alla religione, ma anche alla quotidianità in cui viviamo. In antico greco esoterikós significa intimo, interno. Quindi nel Trittico, continua Contini, esiste certamente un linguaggio esoterico e questo è evidente dalla scelta degli oggetti ritratti. Per esempio l’utilizzo dei grilli è emblematico a proposito. I grilli, usati fin dall’antichità, indicavano deformazioni fisiche e aspetti mostruosi nei soggetti disegnati e venivano ritratti, molto spesso ma non sempre, con molteplici teste in corpi deformi o minuscoli. Erano un indice di mostruosità. Un altro oggetto usato è l’uovo, che può essere espressione positiva del dominio armonico del corpo, o luogo di rifugio primordiale dimostra la possibilità di racchiudere in un solo involucro, il pensiero e la materia, l’alfa e l’omega, per dirla con le parole di Centini. La fragolaaltro elemento usato da Bosch, indica invece la cupidigia e il peccato (così come la mora e la ciliegia). La civetta rappresenta la morte; i vetri invece sono un chiaro riferimento al mondo dell’alchimia, dove tutto si trasforma e si muta, in un continuo divenire.

Per concludere, perché non voglio svelarvi troppo il contenuto del libro, sull’opera di Bosch permangono molti dubbi e ipotesi, spesso contrastanti tra loro. Forse, ma non c’è nessuna sicurezza in merito, l’artista olandese appartenne a una setta protestante chiamata degli Adamiti, che propugnava una vita sessuale sfrenata, perché solo così, cioè attraverso il peccato, ci si poteva avvicinare a Dio. (Questa setta mi ricorda da vicino quella russa dei Chlysty, di cui faceva parte Grigorij Rasputin). O forse, più semplicemente, fu un’opera che condannava il peccato degli uomini e la loro cupidigia sessuale e la ricerca smodata di piaceri terreni. Se volete saperne di più, leggetevi il libro di Massimo Centini.

Centini, Massimo, Il linguaggio esoterico di Hieronymus Bosch. Il “Trittico delle delizie” tra iconologia e mistero, Catania, Gruppo Editoriale Bonanno, 2014, pp. 128. 

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S. Kozlov, J. Norštejn, F. Yarbusova – Il Riccio nella nebbia

È uscito anche in Italia il libro Il Riccio nella nebbia (Ёжик в тумане), favola moderna basata sul film di animazione del regista Jurij Norštejn e sulla sceneggiatura di Sergej Kozlov, uscito in Unione Sovietica nel 1975. Le bellissime illustrazioni sono di Francesca Yarbusova. In Unione Sovietica questa storia era famosissima e lo è tuttora in Russia. La favola racconta la storia di un Riccio e del suo amico Orso. Nella narrazione s’intersecano le vite di altri animali, come un Cavallo, un Gufo, un Cane, delle Falene e uno strano Qualcuno che salverà il povero Riccio dall’affogare nel fiume. Mentre Riccio e Orso s’incontrano di notte per contare e ammirare le stelle, Gufo, che in realtà ci vede benissimo di notte, è completamente incapace di vedere la bellezza che lo circonda, concentrato, com’è, al mero e sterile appagamento di sé e del proprio ego. Riccio riesce a vedere una stella riflessa in una pozzanghera ed è felice di quella visione, mentre anche Gufo guarda nella stessa pozzanghera ma vede solo la sua immagine riflessa e nient’altro.

Kozlov, Sergej, Norštejn, Jurij, Yarbusova, Francesca, Il Riccio nella nebbia, Milano, Adelphi Edizioni, 2019. 

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Raffaele Nigro, Giuseppe Lupo – Civiltà Appennino

Il libro scritto da Raffaele Nigro e Giuseppe Lupo ha uno sguardo antropologico, letterario e geografico sull’Appennino. I due studiosi sono entrambi lucani e mentre Nigro si concentra maggiormente sull’aspetto etnografico e agricolo dell’Appennino, con una particolare attenzione alla Basilicata e Calabria, Lupo, invece, apre squarci di luce sulla geografia e sulla letteratura che hanno contraddistinto questa catena montuosa. Leggendo il libro si scopre, per esempio, che il fenomeno del brigantaggio (o banditismo), storicamente, non ha riguardato solo il Sud, come la storiografia ufficiale continua a ripetere, ma ha toccato anche il Nord, nel caso specifico il Piemonte, durante l’occupazione napoleonica. Si scopre che esistono ancora delle comunità di lingua albanese nel massiccio del Pollino, tra la Basilicata e la Calabria. Queste comunità sono immigrate in Italia tra il XV e il XVI secolo, in fuga dai turchi, e hanno conservato a tutt’oggi la cultura arbëreschë, cioè albanese. Ci sono piccole comunità albanesi, oltre alle regioni già citate più sopra, in Sicilia, Puglia, Abruzzo, Lazio, Molise e in passato addirittura in Emilia Romagna, nel paese Pievetta Bosco Tosca, in provincia di Piacenza (ma cultura ed etnia oggi del tutto scomparse, ne rimane memoria solo negli archivi). E, addirittura, in alcuni borghi del foggiano si parla ancora il franco-provenzale, come nei paesi di Celle di San Vito e Faeto. Purtroppo, devo constatare, il libro dedica solo pochi righi alla comunità franco-provenzale. FC805270-EB02-49BC-B2E1-4C79C215B9DB_1_201_a

L’Appennino è un punto di incontro tra l’Ovest e l’Est, tra il Nord e il Sud, tra dialetti diversi, tra colture agricole millenarie, in cui gli scambi continui di merci e persone non si sono mai fermati. Ma è anche un luogo di fuga, dai nemici arabi e turchi del passato, dal consumismo e dall’inquinamento del presente e forse dalla crisi economica e ambientale del futuro. È una terra inquieta, come scrive Lupo, che attraversa tutta l’Italia da Nord a Sud e taglia in due la penisola tra Ovest ed Est. Non mancano nel libro le citazioni dei narratori dell’Appennino, come Gianni Celati, Sebastiano Vassalli e Franco Cassano. Mi fermo qui. È un piccolo ma grande libro.

 

Nigro, Raffaele, Lupo, Giuseppe, Civiltà Appennino. L’Italia in verticale tra identità e rappresentazioni, Roma, Donzelli Editore, 2020, pp. 140. 

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Victor Gaiduk – Čechov inedito e segreto

In questo pregevole e documentato libro, Viktor Gaiduk scava nella vita di Anton Pavlovič Čechov e trova i nessi tra la sua opera e la sua reale vita vissuta, dalla nativa Taganrog, nel Sud della Russia, dove il medico-scrittore è vissuto durante la giovinezza, con un padre autoritario e violento, fino a Mosca e alle varie dacie in cui si è spostato nel corso della sua breve esistenza. I paralleli tra la sua vita e la sua opera, come risulta dal libro, sono molti e di varia natura. Come si sa, Čechov ha vissuto intense esperienze amorose e brucianti delusioni umane, come quando, per fare un esempio tra i più pesanti, il fratello Aleksandr si fidanzò, una volta persa la compagna per cancro, con la sua fidanzata Natalie (o ex fidanzata, rimane un po’ oscuro questo passaggio: infatti il fratello gli scrive dandogli la notizia del fidanzamento e del sul prossimo matrimonio con la laconica domanda: comunque è la tua ex fidanzata, non è vero?). Queste esperienze ebbero delle ripercussioni anche nelle sua produzione letteraria e di teatro, come l’autore del libro descrive in dettaglio in alcuni passi. IMG_0739

Durante tutta la sua vita, Čechov fu più volte accusato di non prendere posizione, di non esprimere un giudizio chiaro sulle vicende umane, di essere, in poche parole, un semplice spettatore della vita osservata, senza condannare o esaltare i comportamenti degli uomini e delle donne descritti. Il primo tra essi fu Lev Tolstoj, di cui tra l’altro fu amico. Ma in realtà questa accusa non fu del tutto giusta. Nel libro L’Isola di Sachalin Čechov descrive crudamente, rimanendone lui stesso sconvolto, quello che vide, le violenze, le pene corporali ai detenuti, la mancanza di umanità e di solidarietà tra gli esseri umani nelle colonie penali zariste. Questo libro ebbe il merito di scuotere le coscienze di molte persone e diede il là all’abolizione delle pene corporali ai detenuti nelle colonie penali russe.

Gaiduk alla conclusione del libro cita Giorgio La Pira. La Pira disse che l’umanità intera è capace di solidarizzare con il dolore altrui, ma che in uomini come Čechov esiste anche la capacità di partecipare alla gioia altrui e, testualmente, “ne sono capaci forse solo gli angeli”. 

Gaiduk, Viktor, Čechov inedito e segreto, Milano, La Vita Felice, 2018, pp. 149.

 

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Ettore Lo Gatto – Il mito di Pietroburgo

Ettore Lo Gatto è stato un grande studioso della cultura russa. Egli ha scritto molti libri sul teatro, letteratura e storia russa. Questo libro in particolare tratta del mito di San Pietroburgo in Russia e in Europa, ma Lo Gatto non si limita a parlare solo di questa città, perché la sua indagine parte da lontano, comprendendo il mito della Mosca terza Roma ai tempi di Ivan IV il Terribile (XVI secolo). Il mito affievolitesi già da molto tempo all’epoca di Pietro I, verrà sostituito con l’apertura all’Occidente e con la famosa Pietroburgo finestra sull’Europa, con cui Francesco Algarotti descrisse la funzione di Pietroburgo nella società russa. fullsizeoutput_2695

In conclusione posso dire che il libro, oltre ad essere molto approfondito e ben documentato, è scritto molto bene, cosa piuttosto rara tra gli storici italiani dell’epoca.

 

Этторе Ло Гатто был великим учёным русской культуры. Он написал много книг о русском театре, литературе, истории. Эта книга о мифе Санкт-Петербурга в России и в Европе, о его истории, легенде и поэзии. Книга очень хорошо написана, что очень редко для итальянского историка.

 

Lo Gatto, Ettore, Il mito di Pietroburgo. Storia, leggenda, poesia, Milano, Feltrinelli, 2019, pp. 285.

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La morte di Galeazzo Maria Sforza

Milano – Basilica di Santo Stefano 

Nebuloso è il ricordo, sul sagrato della Chiesa sangue scorse; il duca stramazzò a terra sotto i colpi di pugnale di un balordo. 

Galeazzo Maria, forte e odiato, oberò di tasse il popolo e per questo pagò con la vita. 

Novello Cesare, straziato, le carni lacerate, intrigo nobile e assassino, individui vicini alla corte che il misfatto pagheranno con la tortura e la morte. 

Prese il potere, alla morte del fratello, Ludovico, usurpando il legittimo erede, costui troppo giovane e debole per ribellarsi all’intrigo. 

Non c’è lapide che tracci l’evento, fagocitato dall’avanzar del cemento, dal tempo, nemico del memento. 

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Morte le foglie

Sono morte le foglie

Da tanti calpestate,

Ciechi non si raccoglie

Il ricordo dell’estate. 

Ingialliscono come

Le piante sanno fare,

Ritornano alla terra

Senza velo tremare. 

Odi e amori segreti

Custodiscono con sé,

Armi e nascosti greti 

Coprono sotto di te. 

 

 

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Pier Luigi Vercesi – Fiume. L’avventura che cambiò l’Italia

Oggi ricorre il Centenario dell’impresa di Fiume da parte di Gabriele D’Annunzio. Questo libro dà una succinta ed esauriente descrizione di ciò che l’impresa di Fiume fu nel suo complesso. Fu una vera e propria avventura, che culminò nella avanzatissima e utopica, per i tempi e forse anche per oggi, Carta del Carnaro.

 

D’Annunzio a Fiume

 

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E dietro una banda s’è portato.

Conquista, pensa, e dice:

per il mar bisogna andare,

e la Dalmazia conquistare.

Fiume è una baraonda,

quasi esplode tra l’onda.

Democratici, soldati,

poeti e reazionari,

Tutti assieme a tramare.

Repubblica! Urlano i legionari.

No, Reggenza, risponde il Poeta:

è più facile da sopportare.

 

Vercesi, Pier Luigi, Fiume. L’avventura che cambiò l’Italia, Vicenza, Neri Pozza, 2017, pp. 158.

 

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Placido scorre il Naviglio

Placido scorre il Naviglio,

quasi a sfidare il dinamico e vitale impulso di Milano.

La sua flemma contrasta con il veloce scorrere del tempo che qui si comprime,

accorciando le giornate meneghine.

Qui abitava la Merini, dove ogni mattina si specchiava e nel popolare e malfamato

quartiere

non c’era anima viva di turista,

ma forse solo di contrabbandiere.

Questi erano i Navigli,

oggi persi nel lusso dei caffè e dei tavoli apparecchiati lungo le sue sponde,

pronti a divorare il malcapitato forestiero

in cerca di pace e refrigerio.

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