Domenico De Masi – Il lavoro nel XXI secolo

Con le sue 800 pagine è sicuramente un libro impegnativo da leggere, ma nel contempo è anche un libro molto importante per capire cosa è stato, cos’è oggi e cosa sarà domani il lavoro. E’ un libro che racchiude tanti altri libri; insomma è una piccola biblioteca tascabile con un’immensa bibliografia, che è sempre utile conoscere per ampliare le proprie letture.

Il lavoro in molti settori sta scomparendo, sempre più sostituito dalle macchine e dai robot. Questo non riguarda più solo i lavori in fabbrica e quelli manuali in genere, ma anche i lavori intellettuali  e ben pagati stanno subendo una forte contrazione. Di conseguenza la disoccupazione aumenta e aumenterà sempre di più. In poche parole, come scrive Domenico De Masi, siamo tutti in esubero. Quindi, come uscirne?

La sua proposta è quella dell’ozio creativo, inteso come lo intendevano gli antichi greci all’epoca di Platone e Aristotele e la riduzione dell’orario di lavoro, come già sta avvenendo in Germania (dove lavorano il 20% in meno e producono il 20% in più). Non più schiavi delle macchine e degli orari fissi uniformati e uguali per tutti, non più alla mercé di prepotenti padroni e manager, non più assillati da orari di lavoro sfiancanti e da debiti spesso inutili contratti per soddisfare la nostra brama di cose (come il neoliberismo imperante ci inculca ogni santo giorno), ma collaborazione, solidarietà, apporto emotivo nelle relazioni lavorative e non (comportamento spesso disprezzato dagli uomini e relegato alle donne), convivialità e creatività. Insomma un paradigma totalmente opposto al verbo neoliberista basato sulla competitività e sul trionfo e il disprezzo di un individuo a discapito di un altro. Anche la Terra a causa di questa folle rincorsa al denaro e al consumismo senza freni sta per implodere.

Le disuguaglianze aumentano sempre di più e i salari continuano ad assottigliarsi a favore di pochi miliardari sempre più ricchi e tronfi. I grandi gruppi dell’informatica e i colossi della tecnologia e del commercio come Apple, Facebook (e Instagram), Amazon ecc., evadono miliardi di dollari sottraendo risorse agli Stati, e quindi alla collettività, e arricchendo pochi finanzieri e azionisti. L’uso dei robot è ormai prassi negli stabilimenti di Amazon, che ne usa circa quindicimila, e di molte altre aziende. Leggendo il libro, solo per fare un esempio, si scopre che tredici dipendenti di Instagram gestiscono tredici milioni di utenti.

È chiaro che i politici dovranno trovare una soluzione a una tale sperequazione se non vogliamo che ci siano in un breve futuro, non troppo lontano (basti pensare alla Francia), rivolte cruente e ribellioni pericolose e fuori controllo. E questo non solo dovrebbero capirlo i politici e gli Stati, che ormai sono in mano della finanza e dello spread, ma soprattutto chi controlla l’alta finanza, le multinazionali e i miliardari, prima che sia troppo tardi. Anche a loro gioverebbe un cambiamento se non sono così miopi e prepotenti da non rendersene conto. L’hybris a lungo andare ha sempre portato disastri e ribellioni catastrofiche.

De Masi, Domenico, Il lavoro nel XXI secolo, Torino, Einaudi, 2018, pp. 819.

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Antonio Padellaro – Il gesto di Almirante e Berlinguer

Alla fine degli Settanta il fascista e segretario dell’MSI Giorgio Almirante e il comunista e segretario del PCI Enrico Berlinguer s’incontrarono per almeno quattro volte (forse sei), segretamente, per scambiarsi informazioni riservate riguardo al terrorismo, che evidentemente solo loro conoscevano. Erano gli anni del terrorismo nero e rosso, del rapimento e l’uccisione di Aldo Moro, dei servizi segreti deviati, delle collusioni fra stragi, politica e servizi segreti italiani ed esteri, di depistaggi sulle stragi, di silenzi colpevoli, di omissioni e di insabbiamenti interessati. Ancora oggi, di quegli anni, non conosciamo tutta la verità.

Il libro in realtà non dice niente su quegli incontri, anche perché gli unici a sapere qualcosa erano i due diretti interessati, visto che gli incontri in questione avvenivano solo tra Almirante e Berlinguer (con gli accompagnatori fuori dalla porta), ma dice molte cose di quegli anni duri e agitati. Quindi è il contesto che viene raccontato, anche quello familiare dello stesso Antonio Padellaro. È un libro in cui confluiscono le vicende dei due personaggi in questione e la vita familiare dell’autore. Fascismo e antifascismo si mescolano e spesso non si capisce bene dove si trovi il limite che demarca ed esclude il fascista cattivo dal comunista buono. C’è da riflettere pensando alla caccia alle streghe di questi giorni al Salone del Libro di Torino, in cui alcuni guardiani della rivoluzione, di memoria iraniana, cercano di escludere tutti coloro che non si genuflettano al pensiero unico di una parte politica. Almeno ai tempi di Almirante e Berlinguer esisteva un certo rispetto tra le opposte barricate, quel rispetto che nasce da chi ha combattuto sul campo e non solo a parole.

Padellaro, Antonio, Il gesto di Almirante e Berlinguer, Roma, PaperFIRST, 2019, pp. 89.

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Leonardo Palmisano – Ascia Nera. La brutale intelligenza della mafia nigeriana

In questo libro Leonardo Palmisano entra nei meandri della tratta delle schiave sessuali, portate a migliaia ogni anno in Europa, e dei rapporti che la mafia nigeriana, chiamata Ascia Nera, ha ormai instaurato a tutti i livelli con le mafie internazionali, come quelle italiane, messicane, russe e di altri Paesi.

Ma quando è nata la mafia nigeriana? E in quale ambiente si è sviluppata?

La mafia nigeriana è nata all’Università di Benin City, nello stato di Edo, nel Sud della Nigeria, il 7/7/1977, all’interno di una confraternita universitaria chiamata Black Axe, appunto Ascia Nera. È chiamata anche Neo Black Movement (NBM) e nel suo simbolo è rappresentata un’ascia che spezza le catene dalle mani di uno schiavo. Tra i loro maggiori punti di riferimento vi è il movimento rivoluzionario nero delle Black Panther, da cui hanno ripreso la difesa dell’Uomo Nero dai soprusi dei bianchi. La loro difesa si può definire un po’ speciale, in quanto si basa su una protezione dietro il pagamento di una tantum, comunemente chiamata racket. Hanno una struttura piramidale, divisa in strati, molto simile al sistema ndranghetista calabrese. Questi strati confluiscono in una cupola come in Cosa Nostra. Al livello più piccolo hanno la Zone, che può anche situarsi al di fuori della Nigeria. Una Zone può essere grande quanto la Francia o l’Italia e deve sempre mantenere un rapporto diretto con i capi in Nigeria. I suoi aderenti vengono reclutati tra gli studenti universitari, da un lato, e dalle periferie più povere, dall’altro. Gli uni sono la mente e gli altri il braccio armato e violento, pronto a violentare, torturare e uccidere.

Fin da subito i nigeriani si sono specializzati nella tratta di esseri umani, in particolar modo di donne da destinare al mercato del sesso. Il libro è pieno di racconti di povere donne e ragazze rapite dai loro villaggi e costrette a prostituirsi, sia in Nigeria che in Europa. Il fenomeno è ormai presente da anni anche in Italia e in maniera lampante per strada e all’interno dei campi in cui vivono gli immigrati proveniente dal centro Africa. I rapporti tra i trafficanti di esseri umani libici e i nigeriani si sono fatti in questi anni più stretti e lucrosi. Le ragazze nigeriane spesso e sovente vengono stuprate non solo dai loro aguzzini nigeriani, ma anche dai trafficanti libici ed egiziani, prima di essere imbarcate e mandate nel mercato del sesso italiano ed europeo. Nei Cara (centro di accoglienza per richiedenti asilo) e nei Cas (centro di accoglienza straordinario) italiani la loro odissea non termina, ma prosegue all’interno di essi, dove i nigeriani spesso la fanno da padroni e in cui la prostituzione dilaga, con clienti italiani che in alcuni casi entrano addirittura all’interno per festini e orge in locali adibiti. Il caso della sedicenne romana Desirée Mariottini drogata, stuprata per ore e infine uccisa, rientra nello stesso humus mafioso. Uno degli assassini della ragazza, un ghanese, è stato arrestato in una residenza delle Asce Nere, a cui era legato, al Cara di Borgo Mezzanone, in provincia di Foggia. Senza dimenticare il caso di Pamela Mastropietro, drogata, uccisa e fatta a pezzi da spacciatori nigeriani a Macerata.

Quella nigeriana è una mafia che ha aperto i suoi tentacoli, e come le mafie italiane prima di essa, sta piano piano entrando nel tessuto economico legale per riciclare in tutta tranquillità i proventi della prostituzione, del racket, del commercio di droga, del petrolio trafugato, dei diamanti, delle auto di lusso rubate e smontate e infine delle armi. È un business che frutta milioni di euro ogni anno, al punto che possono permettersi di finanziare le start up che sono sorte a Lagos, nel quartiere di Yaba. Il governo nigeriano è al corrente di tutto ma fa finta di non vedere. Meglio tacere e, se arrivano soldi liquidi e disponibili, lasciare fare. Ascia Nera può vantare tra le sue fila professori universitari, manager, ricercatori ed esperti di informatica. Anche una certa retorica razzista contro i bianchi viene coltivata, soprattutto presso i più poveri e arrabbiati. Appoggiano in toto la dottrina del panafricanismo e il loro volto presentabile è il Neo Black Movement che, nonostante le apparenze, è il portavoce ufficiale della mafia nigeriana. Il governo nigeriano e molte banche europee hanno rapporti ufficiali con l’NBM, riconosciuta come un’associazione legittima, anzi come una Ong in competizione con le Ong occidentali.

Concludo dicendo che il fenomeno della mafia nigeriana, nonostante i crimini efferati e brutali commessi, è stato sottovalutato dai politici italiani e la stessa cosa si può affermare in ambito europeo. Come le nostre mafie e organizzazioni criminali, hanno imparato a muoversi molto bene in ambito finanziario e politico, corrompendo chi di dovere e minacciando i più riottosi e nel contempo non si sono fatti scrupolo di usare le idee panafricaniste per apparire presentabili e giusti agli occhi dell’opinione pubblica. Il loro potere e la loro influenza è in ascesa ed è ora che si faccia qualcosa prima che sia troppo tardi.

 

Palmisano, Leonardo, Ascia Nera. La brutale intelligenza della mafia nigeriana, Roma, Fandango Libri, 2019, pp. 217.

 

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L’ultimo incontro: i toscani, Ungaretti e Apollinaire

Qualche tempo fa vidi una vecchia intervista del poeta Giuseppe Ungaretti in cui parlava del suo ultimo incontro con il poeta francese Guillaume Apollinaire a Parigi, il 9 novembre del 1918, giorno in cui finì la Prima guerra mondiale in Francia. Quello fu anche l’ultimo giorno di vita di Apollinaire. Mi colpì molto il motivo del loro ultimo incontro: Ungaretti corse dall’amico, obbligato a letto e malato di influenza spagnola, per comunicargli che l’Intesa aveva vinto la guerra e per portagli i toscani che Apollinaire amava fumare. Ma non potè dirgli assolutamente niente. Arrivò di corsa nella sua camera, ma Apollinaire era già morto, sfinito dalla malattia e dai postumi della ferita alla testa che subì in trincea.

Allora ho pensato di scrivere alcune frasi sugli ultimi attimi di compagnia tra i due poeti:

Qui è freddo, la camera umida e il letto bucato.
Voglio fumare un toscano e nulla più.
Portami i toscani, per favore, portameli. Non dimenticarli.
Joseph, torna prima che faccia buio, prima che tutto finisca.
Mi è rimasto il Picasso, solo lui. Sopra la mia testa malata mi fa compagnia.
Il sole si spegne, lo vedi? Il crepuscolo ci ruba il giorno e a me la vita.
Lo vedo, ma non lo contemplo. Non vedo ciò che i miei occhi mi dicono di vedere, non sento quello che il mio corpo percepisce.
I toscani sono finalmente nelle mie mani e torno prima che faccia sera, cercando di anticipare le inestricabili tenebre che divorano le lanterne al crepuscolo.
Sono qui i tuoi toscani, sono qui, nelle mie mani.
La gente urla per strada, maledicono l’imperatore tedesco, ma qui, ecco, nelle mie tremanti mani ci sono i tuoi amati toscani.
Chiamali, senti il loro profumo? Lo senti? Ancora gente che urla, la rabbia disumana non trova pace alcuna.
Perché non parli?
Cos’è quel panno nero sopra i tuoi occhi?
Dov’è il tuo viso? La tua bocca ha smesso di parlare e i tuoi occhi profondi non vedo più. Il Picasso, lui solo parla nel silenzio urlante della mia ansia.
Mi guarda come se fossi tu a farlo, mentre io osservo il panno nero e mi chiedo perché abbia corso, perché abbia sgomitato sulla via con persone ubriache di follia. Per cosa, ormai? Apollinaire, amico mio.

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Stelio Fergola – L’inganno antirazzista. Come il progressismo uccide identità e popoli

Questo libro è un interessante e approfondito saggio sull’immigrazione e sulla retorica dell’accoglienza in Italia e in Europa. Nell’editoria libraria di oggi è quasi impossibile trovare un libro che parli di questi temi in controtendenza, dato che sono praticamente tutti impegnati a pubblicare libri che sostengano solo un’idea unica: quella dell’accoglienza a tutti i costi, senza se e senza ma. Essendo un assiduo frequentatore di librerie e un lettore attento, posso dire che questo libro è quasi un unicum nel panorama editoriale. Quindi ho deciso di scrivere una breve recensione su questo libro.

 

In questo libro Stelio Fergola spiega che il centro-sinistra italiano mondialista, con a capo il gruppo Repubblica-Espresso, da molti anni cerca di imporre una visione unica e assoluta sull’immigrazione ripetendo, in modo ossessivo, il solito mantra dei benefici che gli immigrati apporterebbero alla società italiana nel suo complesso. Frasi come gli immigrati ci pagheranno le pensioni, ripetuto di continuo dal presidente dell’INPS Tito Boeri e non solo, gli immigrati fanno i lavori che gli italiani non vogliono più fare, ripetuto dall’intera sinistra e da gran parte dei media (giornali, televisioni, riviste), abbiamo bisogno degli immigrati per rimpiazzare i figli che gli italiani non fanno, detto da molti intellettuali e commentatori televisivi, Roberto Saviano e Fabio Fazio in primis, si sprecano ogni giorno. Viene ripetuto e scritto così spesso che ormai fanno parte del nostro bagaglio lessicale. Fergola, dati alla mano, scrive che mentre è vero che nel presente gli immigrati contribuiscono a pagare le pensioni, invece non è affatto vero che gli immigrati ci pagheranno le pensioni tra venti o trent’anni, perché giustamente anche loro prenderanno la pensione per cui hanno versato i contributi. Quindi quello che si dà viene restituito. Per il sistema pensionistico italiano non ci sarà nessun vantaggio concreto.

Anche per quanto riguarda  il mantra gli immigrati fanno i lavori che gli italiani non vogliono più fare non risulta affatto vero. Perché, come scrive Fergola (e anche Federico Rampini nel suo ultimo libro La notte della sinistra), gli italiani non vogliono più fare alcuni lavori perché sono sottopagati e perché l’afflusso continuo di immigrati abbassa costantemente il costo del lavoro, andando a colpire le classi più vulnerabili e disagiate del popolo italiano. È impossibile per un italiano competere con un immigrato. Di conseguenza questo è un aspetto negativo dell’immigrazione non governata dall’alto, che colpisce gli italiani, sfrutta gli immigrati e arricchisce gli imprenditori.

L’aspetto demografico è un altro grandissimo problema dell’intero Occidente contemporaneo, che l’Europa pensa di risolvere importando milioni di immigrati africani, scrive sempre l’autore nel libro. Questo afflusso continuo rischia di portare alla scomparsa dell’intera civiltà europea così come noi l’abbiamo conosciuta. Già oggi in molti Stati europei, come il Belgio, la Francia, la Gran Bretagna e la Svezia – continua Fergola – la situazione è sfuggita di mano: nei primi tre Paesi citati, la presenza di terroristi islamici è cresciuta moltissimo negli ultimi anni e addirittura prospera grazie alle leggi permissive che in quegli Stati vigono. L’autore descrive i primi tre di questi casi in un capitolo diviso in alcuni paragrafi (uno per ogni Stato) e in un capitolo a parte si concentra sul caso svedese, di cui molto si è parlato a livello mediatico negli ultimi anni. Come sappiamo, la politica della socialdemocrazia svedese, che ha governato il Paese negli ultimi cinquant’anni, ha dato molto risalto alle politiche dell’accoglienza verso gli immigrati di altri Paesi, anche europei, come i finlandesi e i polacchi. Negli ultimi anni però qualcosa si è rotto e l’equilibrio che prima sembrava reggere ora è saltato. Una parte degli immigrati non ha alcuna intenzione di farsi integrare nella società svedese e di conseguenza si autoghettizzano, rifiutandosi addirittura di imparare la lingua della Nazione che li ospita. Negli ultimi anni ci sono stati nelle periferie svedesi disordini e scontri tra bande di immigrati, che hanno portato nel 2010 all’assalto di una centrale della polizia e alla pratica tuttora in voga di incendiare decine di auto parcheggiate. La Svezia, continua Fergola, è il secondo Paese al mondo per percentuali di stupri (53,3 stupri ogni 10mila abitanti) e la percentuale di stupratori stranieri è di 20 a 1 rispetto agli uomini svedesi. Le donne svedesi che cercano di denunciare questa realtà vengono sistematicamente attaccate dalle femministe – sì, proprio da loro – e costrette al silenzio con l’accusa di essere delle razziste.

La stessa cosa avviene negli Usa, spiega Fergola, dove la stragrande maggioranza degli stupratori sono neri, pur essendo solo il 13% circa della popolazione, ma esiste una specie di autocensura nei media americani che impedisce di scriverlo o dirlo, pena la scomunica generale e l’accusa pronta e servita di razzismo. Le femministe americane sono pronte ad accusare l’uomo bianco di ogni nefandezza e di ogni male presente sulla Terra, ma nascondono la testa sotto la sabbia sui crimini commessi da altre razze, come quella nera o ispanica. Non si peritano nemmeno di criticare le canzoni rap, in quanto cantate soprattutto da neri, che sono un coacervo di volgarità e misoginia. La polizia americana è costantemente accusata di essere razzista, problema che sicuramente esiste, ma ci si dimentica di dire che il 67% degli uomini disarmati uccisi non sono neri. Fergola continua esponendo una serie di dati sulla povertà e sul basso livello scolastico in media dei neri rispetto ai bianchi, per spiegare il numero impressionante dei delitti commessi da essi: gli afroamericani commettono il 62% delle rapine, il 57% degli omicidi e il 43% dell’uccisione di esponenti delle forze dell’ordine. Le cifre vanno ancora avanti ma mi fermo qui. Nel libro troverete molte altre statistiche e riflessioni dell’autore sul tema trattato, così come anche sul ruolo delle ONG nel Mediterraneo e delle sue responsabilità nella tratta dei migranti.

 

Nell’appiattimento culturale che viviamo ormai da anni in Italia, Europa e Usa, dove il politically correct spadroneggia e nega qualsiasi confronto o critica al pensiero dominante, credo che questo libro abbia il merito di farci riflettere da un’altra angolatura, non per forza condivisibile, ma importante per avere un confronto aperto e necessario su un problema che riguarda tutti noi, a prescindere dal proprio credo politico o religioso: tutti abbiamo voce in capitolo perché tutti ne siamo coinvolti in prima persona. La deriva che i Paesi occidentali hanno preso negli ultimi anni – in cui vige una forte autocensura, a tutti i livelli, quando i crimini vengono commessi da immigrati o da minoranze, ma si è nello stesso tempo implacabili se gli stessi crimini vengono commessi da autoctoni maschi, che potrebbero essere i nostri padri, fratelli, amici ecc. –  è ormai insostenibile. La verità dei fatti, qualsiasi essa sia, non andrebbe mai nascosta e l’autocensura, quando sconfina nel nascondere alcuni fatti, quando non fanno comodo, e nell’esagerarne altri – basti guardare al movimento me too (guarda caso rivolto solo contro i maschi bianchi, cattivi e stupratori) – quando portano acqua al proprio mulino, è deleteria e distruttiva per tutti.

 

Fergola, Stelio, L’inganno antirazzista. Come il progressismo uccide identità e popoli, s.l., Passaggio al Bosco, 2017, pp. 219.

 

 

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Le origini storiche della geopolitica russa

 L’inizio della diatriba: occidentalisti e slavofili

              Fin dall’inizio dell’Ottocento, in Russia nacque una divisione interna fra gli intellettuali. Da una parte vi erano gli occidentalisti, cappeggiati dal filosofo Pëtr J. Čaadaev e dall’altra gli slavofili, guidati dalle idee del filosofo e letterato Ivan V. Kireeskij. Anche all’interno del movimento decabrista, che nel 1825 cercò di rovesciare lo zar, vi era un gruppo di slavofili chiamati Società degli slavi uniti1. Questa divisione, in seno alla società russa, condizionerà fino ai nostri giorni i rapporti con l’Occidente. Čaadaev pensava che la Russia dovesse seguire le orme dell’Occidente, liberandosi dei retaggi asiatici della propria cultura. Nelle sue Lettere sulla filosofia della storia, pubblicate nel 1836 e di chiara derivazione hegeliana2, propose di proseguire le riforme di Pietro il Grande e di aderire al cattolicesimo. In alcune carte, ritrovate da Geršenzon, molto eloquenti a proposito, possiamo leggere questa quartina:

 

Come è dolce odiare la patria

e con ansia attenderne l’annientamento!

E nella distruzione della patria

Scorgere l’alba della resurrezione universale!3

 

Čaadaev pose delle domande che ancora oggi fanno riflettere i pensatori russi: qual è il rapporto della Russia con la cultura occidentale? Qual è il suo posto nella storia universale? Ha senso il destino della Russia4? La censura russa vietò alcune sue lettere e cercò di screditarlo in tutti i modi, fino a dichiararlo pazzo5, ma lui non si piegò e per risposta pubblicò l’Apologia di un folle. In questo libro spiegò che tutte le disgrazie della Russia derivano dall’aver accolto il cristianesimo dalla miserabile Bisanzio6, invece del vero nucleo della cristianità, cioè della Chiesa di Roma. Quindi la Russia si trovò ai margini della Storia e delle correnti filosofiche e artistiche sviluppatesi in Europa Occidentale.

Le domande e le provocazioni di Čaadaev non caddero nel vuoto, ma anzi provocarono subito un dibattito e una risposta da parte degli slavofili. Quest’ultimi, infatti, assegnarono alla Russia il compito di salvare il mondo cristiano, ovviamente ortodosso, dalla decadenza e dal materialismo occidentale. Si sforzarono, in completa antitesi rispetto a Čaadaev, di recuperare la riflessione teologica e filosofica dell’Oriente Cristiano, esprimendo delle forti critiche verso la borghesia europea7.

Gli slavofili misero in risalto la specificità della storia e della cultura russa, contrapponendola a quella europea. Queste idee furono spiegate bene in Del carattere della civiltà europea e del suo rapporto con la civiltà russa di Ivan Kireevskij, pubblicato nel 1852. Il pensiero di Kireevskij è ben restituito da queste parole di Aldo Ferrari:

 

…il carattere razionalista ed individualista della civiltà europea, (è) determinato a suo giudizio dall’intersecarsi in essa dei principi latini e germanici. Il suo punto di partenza era la critica delle confessioni cristiane occidentali, del cattolicesimo (“unità senza libertà”) e del protestantesimo (“libertà senza unità”). L’armonia di libertà e unità, perdutasi in Occidente, è invece ancora viva nella Chiesa ortodossa, rimasta fedele alla tradizione cristiana dei primi secoli […]8.

 

Insomma, l’Occidente romano-germanico non può in nessun modo portare la fiaccola del cristianesimo, per come i russi l’intendevano. Era troppo corrotto, l’Occidente, troppo individualista ed egoista, preoccupato soprattutto degli aspetti economici per curarsi di quelli spirituali.

 

 L’idea di Eurasia

              Negli anni Venti del Novecento, tra gli studiosi russi espatriati all’estero, nacque il movimento denominato eurasismo. I suoi due massimi esponenti, almeno iniziali, furono il linguista Nikolaj Trubeckoj e il geografo Pëtr Savickij. Tra il 1921 e il 1923 vennero pubblicati tre volumi miscellanei Esodo verso Oriente, Sulla via e La Russia e la latinità,in cui si affermava l’esistenza di una civiltà russa distinta da Europa e Asia e in cui si rivendicava l’appartenenza al cristianesimo ortodosso, oltre a una condanna abbastanza netta contro il comunismo che dominava in Russia9.

Il concetto di Eurasia superò il concetto di Russia europea e Russia asiatica, divisa geograficamente dagli Urali, e mise l’accento sul fatto che lo Stato russo fosse bicontinentale e in tempi passati anche tricontinentale, quando l’Alaska apparteneva alla Russia10. Quindi alla base fu posta la geografia e da qui partirono altre ramificazioni che sfociarono nella geocultura e nella affermazione che la Russia fosse una cultura particolare, contrapposta all’Europa che pretendeva di essere universale. Nel libro L’Europa e l’umanità (Evropa i čelovečestvo) Trubesckoj teorizzò che le civiltà non potessero essere divise tra civiltà superiori e inferiori, ma che bisognasse invece eliminare ogni visione eurocentrica e stabilire dei rapporti di compresenza paritaria tra civiltà diverse11.

Degli slavofili rifiutarono la fiducia nella slavità, ponendo i russi tra i popoli turanici, cioè tra gli uralo-altaici. Savickij rimarcò che i popoli slavi come i polacchi e i cechi non potessero essere inclusi tra i popoli affini ai russi, nonostante la stessa origine slava, perché culturalmente appartenevano alla cultura europeo-occidentale. Infatti, scrisse: l’originalità storica della Russia non può essere determinata non dico esclusivamente, ma neppure in modo preminente dalla sua appartenenza al mondo slavo12.

Lo storico Georgij Vernadskij, un altro importante esponente della corrente eurasista, sottolineò la diversità etnico culturale tra la vecchia Rus’ di Kiev e l’Eurasia contemporanea:

 

l’Eurasia attuale, da un punto di vista etnico, è una convivenza di varie popolazioni: russa, mongolica, turca, finnica, mancese e molte altre dotate di un ruolo minore. Gli elementi etnici principali dell’Eurasia sono attualmente quello russo, da una parte, e quello mongolo-turco, dall’altra13.

 

Anche l’apporto mongolo sulla cultura russa fu rivalutato e valorizzato. Nei loro scritti, gli eurasisti non parlarono più del giogo tataro-mongolico in termini negativi e il periodo in cui la Russia fu soggiogata all’Orda d’Oro (dalla prima metà del XIII secolo e fino alla fine del XV secolo) venne rivalutato sia dal punto di vista storico che statuale. La Russia fu addirittura additata come erede di Gengis Khan14.

Nel 1929 -nel movimento eurasista- avvenne uno scisma, con la conseguente divisione tra eurasisti di sinistra e eurasisti di destra. Questo si verificò in Francia tra gli espatriati del movimento.

Si può affermare che questo fu l’inizio della fine per il movimento, in quanto esso si sfaldò e non trovò più la sua unità ideologica e culturale di riferimento.

 

Lev Gumilëv e l’eurasismo sovietico

Lev Nikolaevic Gumilëv nacque vicino a Mosca nel 1912, figlio di due poeti, Nikolaj Gumilëv e Anna Achmatova. Durante il periodo staliniano fu più volte internato e visse molti anni nei gulag. Nonostante ciò, riuscì a studiare e nel 1949 ottenne il dottorato in Studi Orientali. Scrisse molti libri incentrati sui rapporti tra la Russia e i popoli asiatici, soprattutto nomadi. Morì nel 1992 a San Pietroburgo.

Con la figura di Gumilëv ritornò in auge l’idea di Eurasia. Riprendendo i lavori di Trubeckoj e di altri eurasisti degli anni Venti, Gumilëv formulò l’idea di una affinità tra russi e popoli turchi in quanto popoli giovani, vitalie passionali15. Quindi questi popoli erano in grado, secondo Gumilëv, di superare la confusione e le trasformazioni storiche grazie al loro impulso creativo. Il suo sguardo rivalutò soprattutto i popoli orientali e nomadi dell’Asia, con cui storicamente i russi entrarono in contatto e arrivò a paragonare la Russia al mitico regno del Prete Gianni, cioè a quel regno ai confini del mondo da cui gli europei speravano di essere aiutati contro l’incombenza del pericolo musulmano16. Anche il giogo mongolo non fu poi così pesante, ma rientrò semplicemente in una normale dialettica di potere. Si chiede Gumilëv, cosa avrebbero fatto gli occidentali se avessero conquistato la Russia? È sotto gli occhi di tutti, prosegue Gumilëv, il trattamento che fu riservato alla Russia all’epoca dei cavalieri teutonici, poi dei polacchi, degli svedesi e infine dei francesi di Napoleone e dei tedeschi di Hitler. La Russia, se vuole sopravvivere, deve mantenere la sua specificità:

 

L’esperienza storica mostra che sinché ogni popolo ha conservato il diritto a restare se stesso, l’Eurasia unita ha resistito agli assalti dell’Europa occidentale, della Cina e dei mussulmani. Purtroppo nel XX secolo abbiamo rinunciato a questa ragionevole e tradizionale politica del nostro paese,iniziando a farci guidare dai principi europei e cercando di rendere tutti uniformi. Ma chi vuole assomigliare ad un altro17?

 

 

Nel 1960 pubblicò Gli Xiongnu (in russo Chunnu. Sredinaja Azija v drevnie vremena), che in Italia, secondo Dario Citati, venne erroneamente tradotto, forse per questioni commerciali, in Gli Unni: Un impero di nomadi antagonisti dell’antica Cina (Einaudi, 1972)18. Il popolo degli Xiongnu difatti non erano gli Unni, ma molto probabilmente i progenitori di quest’ultimi. Gli Unni comparvero nel IV secolo d.C., mentre gli Xiongnu comparvero nelle prime attestazioni cinesi già nel III secolo a.C.19. Si scrive questo perché le popolazioni mongole e turche ebbero un’importanza centrale nel pensiero degli eurasisti sovietici.

In questo libro, Gumilëv descrisse molto bene l’evolversi dei popoli nomadi della steppa, e in particolare degli Xiongnu, nello spazio geografico dell’Eurasia e del loro grande adattamento all’ambiente circostante. Per scrivere questo libro, Gumilëv fece un grande ricorso ai ritrovamenti archeologici, visto che le uniche scarne informazioni poteva ricavarle da testi cinesi, in cui senza troppi giri di parole, i popoli della steppa, venivano definiti barbari20.

Gumilëv cercò di uscire da questa mentalità sinocentrica per dare una visione più equilibrata degli Xiongnu21. Essi costituirono un impero molto vasto a nord della Cina, che comprese all’epoca del sovrano Xiongnu Shanyu Modun (III-II secolo a. C.) l’odierna Mongolia, parti dell’Asia centrale e parti della Russia siberiana22. Questo libro di Gumilëv fu molto importante perché aprì una finestra molto ampia su popoli fino ad allora bistrattati23e permise agli studiosi che vennero dopo di lui di seguire quelle orme ormai ben visibili e conosciute. Lo studioso russo proseguì il suo lavoro sui Popoli della steppa con altri due volumi.

Qui a noi non interessa spiegare l’intero pensiero di Gumilëv, ma fare intendere che la rivalutazione dei popoli della steppa fu in realtà una rivalutazione della storia e della civiltà russa in chiave anti-occidentale, da un lato, e anti-cinese, dall’altro. E questo ebbe, e ha tuttora, un’importanza geopolitica enorme, perché condiziona in parte ancora oggi la politica estera russa. Il pensiero di Gumilëv fu poi ripreso da Alexander Dugin (di cui parleremo brevemente dopo), dal segretario del Partito Comunista Russo, Gennady Zjuganov24e non da ultimo dallo stesso Vladimir Putin.

 

Il neo-eurasismo: Alexander Dugin

              Aleksandr Gel’evič Dugin, filosofo e politologo, nacque a Mosca nel 1962. Diventò l’esponente più importante della nuova corrente eurasista, denominata neo-eurasismo. All’inizio degli anni Novanta, in cui la Russia viveva un periodo di forte crisi politico-economica e in cui il ricordo della potenza dell’Unione Sovietica era fortissimo, apparvero nuovi partiti politici di opposizione a El’cin e nuove idee geopolitiche. Uno dei partiti di opposizione più importanti fu il Fronte di Salvezza Nazionale, nato nel 1993 e di tendenza nazional-comunista, in cui confluirono idee eurasiste25. Vi aderì anche lo scrittore Aleksandr Prochanov, direttore di Den, un settimanale politico di spalla al partito, nel quale venivano sovente pubblicati scritti dedicati al neo-eurasismo26. Queste idee, pur partendo dalle basi storico-culturali degli eurasisti degli anni Venti-Trenta, vi si discostavano su molti punti. Qui il neo-eurasismo rientrò in un quadro ideologico nel quale ripensare la continuità imperiale della Russia, senza accantonare il periodo comunista e nel contempo aprendosi a nuove idee e ispirazioni provenienti dall’Occidente, soprattutto dalla destra radicale, come il francese Alain de Benoist27. Tra i membri della redazione del settimanale Den vi era proprio Dugin.

Dugin fondò, nel 1992, la rivista Elementy,distaccandosi in modo più marcato dagli eurasisti degli anni Venti-Trenta e riprendendo connotati geopolitici e culturali della geopolitica classica. Scritti di autori come Karl Haushofer, importante geopolitico tedesco, Carl Schmitt, filosofo e studioso di diritto, Ernest Jünger, scrittore ed entomologo e Halford John Mackinder, importante geopolitico inglese, e di altri furono ripresi a piene mani, così come non mancarono apporti della destra radicale europea, come più sopra ricordato28. Le linee guida di Elementy, e del pensiero ideologico che vi sta dietro, furono di forte contrapposizione all’Occidente.

Quest’ultimo, inteso come anglo-americano, è definito incompatibile con la piattaforma euroasiatica che va da Dublino a Vladivostok29 e alla dicotomia tra potenze continentali e marittime (idea ripresa dalla geopolitica classica occidentale) e infine all’inserimento del pensiero esoterico di Julius Evola e René Guénon30.

Dugin, inoltre, pensava che in Russia non potesse esistere un particolarismo etnico, in quanto i russi hanno avuto nel corso della storia apporti etnici ugro-finnici, mongolici e turchi31.

Le idee di Dugin non incontrarono mai una vasta eco tra le masse, ma scatenarono vivaci dibattiti tra gli intellettuali occidentalisti e nazionalisti russi. Le tesi geopolitiche di Dugin, condensate nel libro Le basi della geopolitica. Il futuro geopolitico della Russia, 1997, sembrarono avere un certo ascendente sulle linee guida della politica estera russa32, soprattutto fino al 2008, quando finì il secondo mandato presidenziale di Putin. Il presidente russo, dal canto suo, ebbe più volte modo di citare frasi di Gumilëv, riprendendo il concetto gumiliano di pasionarnost, cioè la capacità di andare avanti contro le avversità accettando il cambiamento33.

Oggi questo concetto lo chiameremmo resilienza.

 

 

Note

 

1Marcello Garzaniti, Gli slavi. Storia, culture e lingue dalle origini ai nostri giorni, Roma, Carocci editore, 2014, pp. 380-381.

 

2Armando Torno, La filosofia in Russia, Milano, Book Time, 2013, pp. 28-29. Torno scrive che fu soprattutto Hegel a incontrare il favore degli intellettuali russi, dopo che i suoi scritti ebbero una certa diffusione in Russia (soprattutto dopo il 1840). Fu tra i prìncipi Vladimir Odoevskij e Nikolaj Stankovič che Hegel trovò maggior favore. Da questo circolo aristocratico le idee di Hegel si estesero ad altri membri del circolo, come Michail Bakunin, fondatore dell’anarchismo, e Ivan Turgenev, l’autore di Padri e figli, romanzo in cui per la prima volta viene usato il termine nichilismo. Quindi, secondo Torno, il primo pensiero autonomo russo fu fondato sul pensiero di Hegel e tra i primi pensatori della nuova corrente vi fu proprio Čaadaev.

3Aldo Ferrari, Il grande Paese, Milano – Udine, Mimesis, 2012, p. 43.

4Ivi, p. 27.

5Torno, ibidem.

6Ferrari, ivi, p. 40.

7Garzaniti, ibidem.

8Aldo Ferrari, La foresta e la steppa, Milano – Udine, Mimesis, 2012, p. 38.

9Dario Citati, La passione dell’Eurasia, Milano – Udine, Mimesis, 2015, pp. 45-46.

10Vittorio Strada, Europe, Venezia, Marsilio, 2014, p. 46.

11ibidem.

12Ivi, p. 48.

13Ivi, p. 49.

14Ibidem.

15Ferrari, Il grande paese, p. 137.

16 Ibidem.

17Ivi, p. 138.

18Citati, ivi, p. 127.

19Ivi, pp.128-129.

20Ivi, p. 129.

21Sempre nel libro di Citati è possibile leggere: “La narrazione gumilëviana costituisce perciò un tentativo dichiarato di controbilanciare quel sinocentrismo che emerge non solo dalle fonti primarie dell’antichità, ma anche da una storiografia moderna che in larga parte aveva fatto propria tale rappresentazione del mondo delle steppe come selvaggio e arretrato”. Pag. 129.

22E’ possibile osservare la grandezza dell’impero sulla cartina posta a pag. 145 dell’opera di Citati, già ripetutamente citata.

23Ivi, pp. 129-130. Riprendendo il pensiero di Sergej Lavrov, secondo Citati gli Xiongnu vengono studiati come gli iniziatori, i fondatori di un tipo specifico di civiltà – il nomadismo centroasiatico – che sarà perpetuata poi dai Kök Türk, dai Mongoli e da altri popoli e gruppi etnici. In questo modo Gumilëv diede dignità e storicità a un popolo fino ad allora disprezzato dalle fonti cinesi.

24Ferrari, Il grande paese, p. 140.

25Ferrari, La foresta e la steppa, p. 271.

26ibidem.

27Ibidem.

28Ibidem.

29Ivi, p. 272. Dugin propone una forte alleanza dell’Eurasia con la Cina, l’India, i Paesi islamici e l’Iran.

30Ibidem. Cfr. anche Giovanni Sessa, “Evola: pensatore della tradizione. Il Barone e la politica”, Milano, la Biblioteca di via Senato,ottobre 2018, p. 26.

31Alan Ingram,“Alexander Dugin: geopolitics and neo-fascism in post-Soviet Russia”, Political Geography, November 2001, p. 1033.

32Ibidem.

33 Sergio Romano, Putin, Milano, Longanesi, 2016, p. 81.

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Federico Rampini – La notte della sinistra. Da dove ripartire

Federico Rampini ha scritto un libro molto acuto e propositivo che non risparmia critiche alla sinistra odierna da cui lui stesso proviene e in cui si è formato.

In questo libro Rampini indica delle proposte concrete alla sinistra italiana per uscire dallo stallo autoreferenziale e supponente in cui si è infilata. Tanto per iniziare di smetterla di indicare chiunque non la pensi come loro come “fascista”, “arretrato”, “persona ignorante da educare”, ecc.: insomma, bisogna scendere dal piedistallo e bisogna farlo il prima possibile e soprattutto bisogna saper parlare con tutti senza un senso di superiorità. Di tornare nelle periferie a parlare con i proletari italiani di oggi, perché ci sono ancora e non sono scomparsi come pensano alcuni, smettendola di occuparsi sempre degli ultimi, cioè degli immigrati, dimenticandosi dei penultimi, cioè degli italiani poveri, che in quanto tali sembrano destinati all’oblio e all’eterno silenzio. Di finirla di leccare i piedi a un personaggio come Emmanuel Macron, un uomo dell’élite francese che molto tempo prima di Matteo Salvini rispediva gli immigrati da dove venivano e che ha sempre fatto gli interessi della Francia, da vero nazionalista, spacciandosi da devoto europeista. Di smetterla di seguire i passi isterici dei democratici americani contro Donald Trump, che si dimenticano disinvoltamente che il primo muro tra il Messico e gli Stati Uniti fu costruito da un certo Bill Clinton e che sempre egli diede il via alla deregulation finanziaria che portò al disastro del 2008. Di finirla di considerare l’immigrazione sempre e comunque positiva, senza rendersi conto delle ricadute negative in termini di riduzione dei salari dei lavoratori italiani costretti a competere con loro e del depauperamento dei Paesi africani di origine, visto che la stragrande maggioranza degli immigrati africani appartengono alla classe medio-alta (per esempio negli ospedali di Londra lavora la metà dei medici del Malawi). Di spiegare agli immigrati che hanno dei doveri da rispettare in Italia e non solo diritti da acquisire. Di tornare a parlare di patria, visto che due padri della sinistra italiana come Giuseppe Mazzini e Giuseppe Garibaldi erano due patrioti, senza vergognarsene e senza lasciare questo campo alla destra. Di smetterla di fare sempre e solo gli interessi dell’Europa contro gli interessi italiani e di uscire da un provincialismo autodistruttivo e autolesionista contro il popolo italiano, facendo a spallate per dimostrare ai tedeschi e ai francesi quanti siamo europeisti e ligi alla barriera del 3% del deficit/Pil, da rispettare ad ogni costo. Insomma, di smetterla di ragionare per massimi sistemi e per idealismo puro guardando invece in faccia la realtà dei fatti. La sinistra deve essere il partito che deve farsi carico di temi quali la sicurezza, la difesa dei confini, l’interesse nazionale, il controllo dell’immigrazione (perché non è vero che non si possa controllare), dell’aiuto ai proletari italiani, difendendo i loro salari contro i grandi patronati e contro l’immigrazione selvaggia che dai tempi di Karl Marx viene sostenuta dagli industriali. La sinistra la smetta di assoldare gli idoli del cinema o del mondo dello spettacolo come Asia Argento, con il radicalismo puritano e ipocrita del “me too”, di vera e propria caccia alle streghe o forse meglio dire agli stregoni, e di tornare ai grandi intellettuali di una volta, come per esempio Pierpaolo Pasolini (che non diceva mai cose scontate e di circostanza e aveva il coraggio di andare contro tendenza).

La sinistra, in conclusione, o si toglie il paraocchi – divenendo più umile e facendosi un bel esame di coscienza – o sarà destinata a vedere la destra primeggiare per molti anni ancora.

Rampini, Federico, La notte della sinistra. Da dove ripartire, Milano, Mondadori, 2019, pp. 165.

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Anatolij Kuznecov – Babij Jar

Ho appena finito di leggere il libro Babij Jar di Anatolij Kuznecov e la sensazione appena percepita è di svuotamento e orrore per quello che gli esseri umani possono fare contro i propri simili. Così ho deciso di scrivere una breve recensione di questo libro.

Kuznecov ripete più volte nel libro che tutto ciò che ha scritto è vero e che nulla è stato inventato. Infatti il sottotitolo interno del libro è Romanzo-documento. Sembra quasi che l’autore avesse la paura di non essere creduto e lo si può capire visto quello che ha vissuto in Unione Sovietica, dove il suo libro fu tagliuzzato dalla censura di regime fino a stravolgerlo completamente, azione che spinse l’autore a prendere la decisione di rifugiarsi in Occidente. Comunque, andiamo per ordine.

Babij Jar era un burrone che si trovava nelle vicinanze di Kiev, l’odierna capitale dell’Ucraina. Quando i nazisti occuparono l’Ucraina, durante l’Operazione Barbarossa scagliata contro l’Unione Sovietica, fin da subito iniziarono a rastrellare le persone di origine ebraica. Kiev fu occupata e il 29 settembre del 1941 iniziò il primo eccidio di ebrei. Come fossero animali, furono presi, concentrati nel campo di concentramento costruito nell’area del burrone, spogliati di tutto e infine fucilati intorno alle buche scavate in precedenza per seppellirvi gli uccisi. Uomini, donne, bambini, nessuno fu risparmiato dalla furia assassina e criminale dei nazisti occupanti. In questo contesto di violenza, sopraffazione e odio si dipana il libro. Kuznecov non si limita a descrivere la violenza nazista, che all’inizio colpì gli ebrei e i russi e poi gli stessi ucraini, ma con la descrizione minuziosa della propria famiglia, in cui spiccano il nonno, la nonna e la madre, descrive ciò che gli ucraini di quegli anni pensavano della dittatura staliniana e comunista, dei disastri compiuti dalla collettivizzazione forzata dei contadini, del precedente orrore vissuto nelle campagne ucraine, che sfocerà nell’Holodomor, nel quale almeno un milione di persone morì di inedia e stenti. È un libro privato e pubblico e le due sfere si sovrappongono nel descrivere la tragedia di un intero popolo. Non mancano neppure gli aspetti positivi del regime comunista e il primo esempio fu proprio la madre di Kuznecov, che grazie ai comunisti poté studiare e in seguito divenire un’insegnante di inglese. Quindi i contrasti sono dietro l’angolo e il vituperato governo sovietico, percepito come anti ucraino e criminale, dall’altra parte aiutò migliaia di persone, grazie allo studio, a uscire dal degrado e dall’isolamento del mondo contadino, proiettandole verso un’esistenza più dignitosa e soddisfacente. Insomma il mondo non è mai interamente tutto nero o tutto bianco, ma ci sono svariate sfumature di colore.

I massacri a Babij Jar proseguirono ininterrottamente fino al 1943 inoltrato. Agli ebrei e ai russi, che la propaganda tedesca additava come i veri nemici del popolo ucraino si aggiunsero gli stessi ucraini, nella mattanza di Babij Jar. L’esplosione del centro di Kiev, chiamato Kreščatik, e della Lavra, attentati terroristici in cui morirono migliaia di persone e portate a compimento dai servizi segreti sovietici dell’NKVD, aizzarono gli occupanti tedeschi contro tutta la popolazione sottomessa, senza alcuna distinzione. Gli stessi nazionalisti ucraini, che in un primo momento furono ben felici di fare il lavoro sporco dei nazisti, finirono per fare la tragica fine di tutti gli altri.

Quando i soldati sovietici scacciarono i nazisti dal territorio ucraino, centinaia di migliaia di persone persero la vita in modo atroce e disumano, nei tre anni precedenti, nel burrone di Babij Jar. Nessuno ne conosce il numero esatto. Kuznecov e la sua famiglia si salvarono, ma molti loro amici e vicini no.

Nel dopoguerra gli eccidi di Babij Jar furono volutamente dimenticati dal regime comunista. Nel 1948 in Unione Sovietica iniziò una forte campagna antisemita (so che il termine non è esatto, ma lo uso per capirci) che portò il regime a nascondere o minimizzare i massacri compiuti contro di loro. Non se ne doveva parlare, questi erano gli ordini. Ma in questo caso fecero di più. Dopo il 1957, Nikolaj Podgornyj, capo del Comitato centrale ucraino, decise di colmare di terra l’intero burrone di Babij Jar. Allo scopo fu costruita una diga e lentamente fu pompata della torbida, un miscuglio di acqua e fango, per ricoprire e cancellare ogni traccia del luogo e forse anche del suo ricordo. La torbida fu pompata fino al 1961, quando improvvisamente la diga crollò di schianto, provocando la morte di centinaia di persone che si trovarono ai piedi della diga. Nelle sue vicinanze, infatti, c’erano moltissimi condomini e il deposito dei tram e tutto fu travolto dall’onda gigantesca che si creò con il crollo della diga. Un intero quartiere venne ricoperto dal fango, non dando scampo alle persone rimaste intrappolate a casa o nei mezzi pubblici. Anche qui il numero esatto dei morti è sconosciuto. Questo evento mi ricorda da vicino il nostro Vajont.

Il 29 settembre 1966, nel venticinquesimo anniversario, a Babij Jar si riunirono alcuni intellettuali (tra cui lo scrittore Viktor Nekrasov) e comuni cittadini per ricordare l’inizio dell’eccidio. Si aprì un momento di discussione e alcuni presero la parola, alcuni per ricordare le vittime e altri per parlare di un monumento da costruire. L’evento fu del tutto spontaneo e si svolse in quello che allora rimase di Babij Jar, dopo tutti i tentativi fatti dal potere per cancellare il luogo. Costruirono delle palazzine sopra la diga distrutta e presero la decisione di costruivi anche uno stadio. Alla fine lo stadio non si costruì e rimase un enorme spiazzo infestato dall’erbacce, nel più totale abbandono.

Questo vide e testimoniò nel suo libro Anatolij Kuznecov, almeno fino al 1966, anno in cui terminò il libro. Riuscì a fuggire dall’Unione Sovietica e nel 1970 poté finalmente pubblicare il suo libro senza alcuna censura. Kuznecov morì a Londra nel 1979.

Tutto in questo libro è verità. 


Kuznecov, Anatolij, Babij Jar, Milano, Adelphi, 2019, pp. 454.

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Dieci marzo

Scompaiono pretese di pace,

In rivolta è il mare

E non trova chi vuole

Consolare.

Tumulto urla il mio cuore

Contro il plumbeo cielo

Che non si riflette

Su questo mare.

La mia anima

Non si specchia,

È scomparsa

Nel tritolo fulgido

Della canea di piazza.

Il nero mare si eclissa

Alla città che lo guardava:

È velato

E non ricorda

Di quando amava.

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Andrej Belyj – Il colombo d’argento

Penso che un libro del genere possano capirlo molto bene i russi, perché a un italiano come me molte cose sfuggono. Ma non mi è sfuggita la diatriba tra occidentalisti e slavofili, il radicalismo dei bolscevichi, lo spirito anarchico di alcuni, forse seguaci di Bakunin, contro lo Stato e le sue rigide regole, il conservatorismo dei monarchici e dei nobili; lo scontro tra atei, da un lato, e religiosi e ferventi devoti, dall’altro, così come tra superstizione e ragione, tra città e campagna, tra lo zemstvo e il resto del mondo.

I sacerdoti della ragione deridono i credenti, retrocessi a barbari barlumi di un mondo che sta scomparendo, e i credenti si rifugiano, nascondendosi dal tepore estivo e dai morsi del freddo invernale, come catecumeni in comunità nascoste, in cui il cristianesimo diventa altro e si fonde con riti ancestrali che nemmeno chi li compie sa di possedere, come retaggio culturale di tempi antichissimi.

  • Eppure tutti questi mondi, all’apparenza inconciliabili e lontani, si intersecano, si confondono, si plasmano a vicenda, in un eterno gioco di attrazione-repulsione che li rafforza e contemporaneamente li indebolisce.
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