La morte di Galeazzo Maria Sforza

Milano – Basilica di Santo Stefano 

Nebuloso è il ricordo, sul sagrato della Chiesa sangue scorse; il duca stramazzò a terra sotto i colpi di pugnale di un balordo. 

Galeazzo Maria, forte e odiato, oberò di tasse il popolo e per questo pagò con la vita. 

Novello Cesare, straziato, le carni lacerate, intrigo nobile e assassino, individui vicini alla corte che il misfatto pagheranno con la tortura e la morte. 

Prese il potere, alla morte del fratello, Ludovico, usurpando il legittimo erede, costui troppo giovane e debole per ribellarsi all’intrigo. 

Non c’è lapide che tracci l’evento, fagocitato dall’avanzar del cemento, dal tempo, nemico del memento. 

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Bruno Amoroso – Federico Caffè. Le riflessioni della stanza rossa.

Oggi voglio riprendere la lettura di questo libro, scritto da un grande economista come Bruno Amoroso per il suo, e anche per molti altri economisti italiani (uno su tutti: Mario Draghi), maestro. La persona in questione è Federico Caffè, che fu per anni professore di economia all’Università la Sapienza di Roma. Un bel giorno Caffè, come Ettore Majorana prima di lui, sparì dalla circolazione. Di lui non si seppe e non si sa più nulla. Ma nelle prime pagine del libro Amoroso dice di averlo incontrato dopo la sua sparizione. Dove, come, in quale periodo e per quanto tempo non è dato sapere. Nel frattempo anche Amoroso se n’è andato, portato via da un male incurabile a 81 anni. IMG_9443

Federico Caffè fu uno strenuo difensore dello stato sociale e del pensiero di John Maynard Keynes. Fu attento alla vita quotidiana delle persone comuni, comportamento piuttosto raro nell’ambito accademico. Caffè vide già nei primi  anni Ottanta la pericolosa deriva che stava per imboccare l’Italia e l’Europa occidentale verso un liberalismo sfrenato e senza regole. Nel suo insegnamento propugnava ai suoi allievi un’economia fondata sui principi di giustizia e di etica e in cui l’economia fosse guidata dalla politica e non viceversa, come accade oggi. Forse, in questo marasma economico, politico e sociale che stiamo vivendo, parlare di Federico Caffè e del suo lascito sarebbe un bene per gli economisti e soprattutto per la nostra politica, prigioniera di interessi finanziari che nulla hanno a che vedere con il benessere dei cittadini. 

Amoroso, Bruno, Federico Caffè. La riflessioni della stanza rossa, Roma, Castelvecchi, pp. 169.

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A poco più di un mese dal Cinquantenario della strage di piazza Fontana

Ieri ho girato questo video parlando del libro di Francesco Lisanti, L’Italia è su un sentiero di spine. La storia di piazza Fontana nei documenti processuali, di fronte alla Banca Nazionale dell’Agricoltura di Milano. Ho parlato a braccio, riprendendo considerazioni del libro e alcune mie personali.

Qui trovate il video.

 

 

 

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Francesco Lisanti – L’Italia è su un sentiero di spine. La storia di piazza Fontana nei documenti processuali

È appena uscito un libro molto importante sulla strage di piazza Fontana, avvenuta il 12 dicembre 1969 all’interno della Banca Nazionale dell’Agricoltura di Milano. Tra meno di due mesi cadrà il Cinquantenario della strage e nessuno è stato condannato in via definita per questo. Ma andiamo per ordine. IMG_9089

Il libro di Francesco Lisanti si basa interamente, come già indica il suo sottotitolo, sui documenti processuali della strage di piazza Fontana. Lisanti ricostruisce passo passo  la genesi, l’humus politico, le interazioni tra i protagonisti dell’attentato, la geografia politica e territoriale che portarono all’ideazione e alla messa in pratica della strage di Milano. I protagonisti assoluti sono l’avvocato padovano Franco Freda, il libraio trevigiano Giovanni Ventura, lo studente veneto Delfo Zorzi, il medico veneziano Carlo Maria Maggi (capo politico di Ordine Nuovo in Veneto e ideatore della strage di piazza Fontana), il basista milanese Giancarlo Rognoni e altri protagonisti più o meno importanti. I prodromi storici di questo tragico avvenimento ebbero inizio nel 1956 con la creazione del Centro Studi di Ordine Nuovo da parte di Pino Rauti, appena fuoriuscito dall’MSI; e nel 1965 con il convegno all’Hotel Parco dei Principi organizzato dall’Istituto di studi militari Alberto Pollio e significativamente chiamato Convegno sulla guerra rivoluzionaria. Sia Ordine Nuovo sia il convegno all’Hotel Parco dei Principi propugnavano una forte reazione contro il pericolo comunista in Italia e uno spostamento verso l’estrema destra della politica italiana. In questo scenario la cellula veneta di Ordine Nuovo diventò, insieme ad Avanguardia Nazionale a Roma – fondata da Stefano Delle Chiaie – il gruppo più radicale e pronto a passare alle vie di fatto.

L’anno decisivo fu il 1969. In quell’anno avvenne di tutto. Il clima di tensione stava salendo sempre di più e tutto ciò non lasciava presagire nulla di buono. Ci furono centinaia di piccoli attentati in tutta Italia, la scissione dei socialisti italiani – appoggiata dal presidente della Repubblica Giuseppe Saragat – esponente di destra del partito, la morte violenta a Milano del poliziotto Antonio Annarumma –  durante la manifestazione indetta dall’Unione Comunisti Italiani e dal Movimento Studentesco –, la visita del presidente americano Richard Nixon in Italia (nel febbraio dello stesso anno) e infine lo spaventoso attentato di piazza Fontana, quasi a chiudere il cerchio. Dalle carte processuali possiamo seguire Franco Freda mentre pone le bombe alla Fiera Campionaria e alla Stazione Centrale di Milano, il 25 aprile del 1969, e le bombe sui treni nel luglio-agosto dello stesso anno. Giovanni Ventura nello stesso periodo fa la spola tra il Veneto, Roma e Napoli, indaffarato a prendere contatti e a infiltrarsi negli ambienti di sinistra (la stessa strategia è portata avanti a Roma dal neofascista Mario Merlino). Le bombe del 25 aprile e sui treni di luglio e agosto, che non provocarono vittime, ma solo alcuni feriti, furono il banco di prova di quello che sarebbe avvenuto a dicembre nel capoluogo lombardo. La ricostruzione degli avvenimenti dei giorni a ridosso dell’attentato e degli spostamenti e della fabbricazione delle bombe è terribile. Lisanti segue come fosse un’ombra le trame di Zorzi, Freda, Maggi, Ventura, Rognoni, Marco Pozzan (collaboratore di Freda), i loro incontri, i loro dialoghi, grazie ad alcune intercettazioni telefoniche, i loro acquisti e i loro scritti, soprattutto quelli di Freda. Li possiamo vedere mentre prendono la macchina per organizzare attentati a Trieste, in una scuola per bambini sloveni, in funzione anti slava, mentre acquistano le borse (Freda) che servirono a contenere le bombe di Milano (sì, perché furono due, quella della Banca Commerciale non esplose), mentre fabbricano le bombe in un casolare e infine mentre Delfo Zorzi, e i suoi complici, arrivano a Milano per piazzare le bombe. Il resto è sangue, morti, feriti innocenti, depistaggi del SID (il servizio segreto italiano dell’epoca), arresti di anarchici innocenti come Pietro Valpreda e la morte assurda di Giuseppe Pinelli, precipitato da una finestra della Questura di Milano.

Rifacendosi solo ai documenti processuali si arriva a una verità dei fatti che condanna esplicitamente e senza alcun dubbio tutti questi uomini, come gli ideatori e gli esecutori della strage del 12 dicembre 1969 che costò la vita a 17 persone e in cui ne rimasero ferite 80. Delfo Zorzi vive in Giappone dal 1974 grazie a una borsa di studio (ha studiato lingue orientali all’Università di Napoli), ha sposato una donna giapponese e ha ottenuto la cittadinanza nipponica. Si fa chiamare con il nome giapponese di Roi Hagen ed è diventato un grande imprenditore, con negozi presenti anche a Milano. Giovanni Ventura è morto nel 2010 a Buenos Aires, in Argentina. Franco Freda è il fondatore e proprietario dell’editore Ar e attualmente vive ad Avellino dove da anni gestisce una libreria. Carlo Maria Maggi, capo di Ordine Nuovo in Veneto, è morto nel 2018. Giancarlo Rognoni risulta tuttora vivente. Tutti questi uomini sono stati assolti dalla giustizia italiana dopo svariati processi durati anni, eccetto Freda e Ventura che sono stati dichiarati responsabili della strage, ma non più condannabili perché assolti in precedenza: questo è il responso dell’Appello e della Cassazione dopo la condanna in primo grado di Maggi, Zorzi, Rognoni, Ventura e Freda, dalla Sentenza della Corte di Assise di Milano nel 2001.

Lo scopo di questo libro è proprio questo: le sentenze possono anche non condannare gli imputati coinvolti ma le carte sparse in giro per l’Italia e negli archivi dei processi sono invece inequivocabili. I nomi dei responsabili si conoscono, molti sono tuttora viventi e purtroppo ancora impuniti. Ma per favore, non diciamo che la verità non si conosce e come dice Lisanti alla fine del libro (riprendendo le parole di Carlo Arnoldi, presidente dell’Associazione dei familiari di piazza Fontana),

i membri della stessa hanno smesso gli abiti di chi cerca giustizia per indossare quelli di chi racconta cosa è successo quel dannato pomeriggio.

Lisanti, Francesco, L’Italia è su un sentiero di spine. La storia di piazza Fontana nei documenti processuali, Milano, La Vita Felice, 2019, pp. 269.

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È legittima la pluralità di pensiero in Italia?

‪Ieri sono stato in una libreria della Feltrinelli a Milano e tra le novità dei saggi ho visto questi libri: Lilli Gruber, Luciano Canfora, Ezio Mauro, una biografia su Eugenio Scalfari e infine Andrea Scanzi. Tutti autori di sinistra. Tutti libri schierati politicamente e tutti contro un avversario politico ben preciso. Si illudono in questo modo, senza fare nessun tipo di autocritica, di contrastare l’onda “fascista”. Invece, secondo me, ottengono esattamente l’effetto contrario. Dimostrano, a vario titolo e con varie sfumature, il disprezzo che provano per il “popolo”, proprio quello, in quanto si ritengono di sinistra (Canfora è comunista, se non addirittura stalinista), che pretendono di rappresentare e difendere.

È possibile che in un Paese democratico non ci siano pari opportunità anche per idee e libri di centro e di destra? È possibile che ci sia questo schiacciamento culturale verso una sola idea di società? Non è anche questo un tipo di fascismo soft, ma molto più potente in quanto mascherato dalla cultura e appoggiato dai media principali?

Vado alla Feltrinelli da anni (e anche in altre librerie) e devo constatare un decadimento dell’offerta libraria negli ultimi anni, sempre più commerciale e schierata politicamente, a discapito di una pluralità di offerta di alto livello. Qualche mese fa è capitata la stessa cosa con una sfilza di libri tutti a favore dell’Unione Europea. Non c’era un solo libro alla Feltrinelli critico verso le politiche comunitarie. È democratico? I libri non dovrebbero aiutarci a ragionare e a riflettere, magari andando contro le proprie convinzioni? La democrazia non presuppone una pluralità di idee e il confronto quotidiano tra esse? È possibile che gli autori di sinistra si arroghino ancora il diritto di non riconoscere pari dignità alle idee che contrastano con le loro? Non si rendono conto che è proprio questo il motivo per il quale perdono sempre di più il contatto con le persone normali, che poi votano per Matteo Salvini?

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Nathaniel Rich – Perdere la Terra. Una storia recente

Volete sapere come sono andate le cose per quanto riguarda il clima negli Stati Uniti? Volete sapere come mai il presidente democratico Jimmy Carter installò dei pannelli fotovoltaici sul tetto della Casa Bianca, già alla fine degli anni Settanta, e per quale motivo il successivo presidente repubblicano Ronald Reagan li tolse? Volete sapere come la pensavano i colossi del petrolio, come per esempio la Exxon, e i ripensamenti che hanno avuto successivamente?

Se volete soddisfare tutte queste domande, allora leggete questo libro. Non è una storia IMG_9062del cambiamento climatico, ma del modo in cui è stato affrontato negli Usa da scienziati, politici e colossi del petrolio tra il 1979 e il 1989 e di come questo approccio abbia e continui tutt’ora a influenzare il dibattito sui cambiamenti climatici. Scoprirete molte cose interessanti, come per esempio la conoscenza che già avevano negli anni Cinquanta i colossi del petrolio sul surriscaldamento climatico e sui pericoli di un’eccessiva immissione di anidride carbonica e metano in atmosfera. Inizialmente erano sinceramente preoccupati e cercarono di collaborare con i politici e gli scienziati, ma poi, quando capirono che ci avrebbero rimesso una parte degli introiti, cambiarono immediatamente idea e cominciarono a finanziare dei contro studi per affermare che la temperatura stava aumentando indipendentemente dalle azioni degli uomini, o comunque che la responsabilità umana fosse in realtà minima. Da qui si spiegano molte cose e per quale motivo siamo arrivati all’incertezza riguardo al clima. Oggi questo fronte è più forte che mai.

Per restare in Italia, fisici, geofisici e chimici come Franco Prodi, Antonino Zichichi e Franco Battaglia hanno recentemente firmato una petizione (qui), insieme ad altri duecento studiosi, per negare che ci sia in atto un’emergenza climatica. Questi studiosi dicono che sì, la temperatura media mondiale sta leggermente salendo, ma non come veniva indicato dai grafici catastrofisti della maggior parte degli scienziati. Continuano scrivendo che il clima sulla Terra è sempre cambiato e di conseguenza questo piccolo riscaldamento rientra nella normalità del nostro pianeta. L’aspetto che mi lascia esterrefatto dell’appello è la conclusione. Riporto le testuali parole, in grassetto nel testo originale:

In conclusione, posta la cruciale importanza che hanno i combustibili fossili per l’approvvigionamento energetico dell’umanità, suggeriamo che non si aderisca a politiche di riduzione acritica della immissione di anidride carbonica in atmosfera con l’illusoria pretesa di governare il clima.

Penso che il dibattito scientifico debba essere libero e penso che sia giusto che ci siano scienziati che cercano con il loro lavoro di approfondire i fenomeni del nostro pianeta, anche andando contro scorrente se necessario, però qui, come in altri casi simili negli Usa, siamo di fronte a persone molto interessate se non addirittura in piena collaborazione con i produttori di petrolio. Altrimenti mi sembra inspiegabile la conclusione pro combustili fossili con cui si conclude la petizione. Che bisogno c’era di scriverlo così apertamente? E poi, anche se la temperatura media mondiale non aumentasse per cause umane, questi scienziati non si rendono conto che l’aria di molte città, per non dire di intere regioni e Nazioni, è ormai da tempo irrespirabile a causa del nostro modello di sviluppo basato sui combustibili fossili? Non si rendono conto che milioni di persone muoiono e si ammalano ogni anno ai quattro angoli della Terra a causa dell’inquinamento atmosferico? Trovo questa conclusione irresponsabile, ottusa e miope. Questo atteggiamento è l’esatto opposto che mi aspetterei da parte di scienziati seri e responsabili.

Rich, Nathaniel, Perdere la Terra, Una storia recente, Milano, Mondadori, 2019, pp. 176.

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Morte le foglie

Sono morte le foglie

Da tanti calpestate,

Ciechi non si raccoglie

Il ricordo dell’estate. 

Ingialliscono come

Le piante sanno fare,

Ritornano alla terra

Senza velo tremare. 

Odi e amori segreti

Custodiscono con sé,

Armi e nascosti greti 

Coprono sotto di te. 

 

 

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Bernard Lebrun e Michel Lefebvre – Robert Capa. Tracce di una leggenda

fullsizeoutput_1fb6Il libro di Bernard Lebrun e Michel Lefebvre è un libro molto bello e ricchissimo di foto del grande fotografo Robert Capa, a cui il libro è dedicato. Questa opera si potrebbe chiamare una biografia fotografica, perché praticamente su tutte le pagine scritte c’è almeno una fotografia scattata da Capa.

Nel libro viene raccontata tutta la sua vicenda privata, dalla natia Ungheria alla sua fuga in Germania e poi, dal 1933, con la presa del potere da parte dei nazisti, dalla Germania a Parigi, città in cui Capa si rifugia, e infine da Parigi a New York. Queste due città sono i luoghi in cui Capa è cresciuto come uomo e professionista. A Parigi si è formato e a New York ha ottenuto la sua vera e propria consacrazione e popolarità. Il vero nome di Capa (sembra che abbia scelto il nome Capa in assonanza al cognome del regista italo-americano Frank Capra) era Endre Enree Friedmann e aveva origini ebraiche, da qui si capiscono le sue continue fughe dai governi di destra ed estrema destra sorti prima in Ungheria e poi in Germania. Diventa famoso grazie alle foto scattate nella guerra civile spagnola (1936-1939). Una, in particolare, colpisce l’immaginario collettivo. È la foto che Capa scatta a un miliziano repubblicano mentre viene colpito da una pallottola. La foto è chiamata Il miliziano colpito a morte (Falling Soldier, in inglese) o La morte di un miliziano. Ancora oggi si discute sulla veridicità della foto in questione, perché alcuni studiosi e fotografi pensavano e pensavo che sia in realtà artefatta se non addirittura concordata con il soldato ritratto. A gettare ulteriori ombre sulla foto è il fatto che, nonostante le numerose ricerche condotte, il negativo non è stato a tutt’oggi trovato. Comunque, il fatto che la maggior parte dei detrattori abbiano aspettato la morte di Capa per gettare ombre e dubbi sulla foto non va certo a loro favore. Perché non l’hanno fatto mentre Capa era ancora in vita e quindi poteva difendersi? Tuttavia la maggior parte degli studiosi è oggi concorde nel ritenerla genuina. Andiamo oltre. Sempre nella guerra di Spagna Capa perde la sua compagna di vita e fotografa Gerda Taro, rimasta schiacciata da un carro armato repubblicano. Una perdita molto dura per lui, anche se fin da subito tante altre donne entreranno nella sua vita. Dopo l’esperienza spagnola Capa torna negli Stati Uniti, Paese in cui si era stabilito dal 1937, e di lì a qualche anno decide di seguire la Seconda guerra mondiale, che nel frattempo era scoppiata. Nel 1942 lo troviamo in Nord Africa per la rivista americana Collier’s Weelky e per il giornale inglese The Illustrated. L’anno dopo si trova in Tunisia e segue la campagna del II Corpo d’armata del generale Patton e in seguito, dopo il 1943, seguirà le campagne di Sicilia e d’Italia, diventando amico del generale Theodore Roosevelt Jr., figlio dell’ex presidente. La rivista Life, per la quale ormai Capa lavora, lo manda nel giugno 1944 a documentare lo sbarco in Normandia. Capa è presente il 6 giugno 1944 allo sbarco in Normandia delle truppe anglo-americane, nella spiaggia di Omaha: scatta undici foto che gli americani chiamano le Magnificent Eleven, le “magnifiche undici”. Foto che vengono pubblicate su Life il 19 giugno 1944. Capa segue tutto il fronte della Normandia fino alla liberazione di Parigi, ritornando così nella sua amata città da cui tutto partì.

Dopo la Seconda guerra mondiale Capa inizia a lavorare per il cinema, fotografando le star sul set cinematografico. Nel 1947 segue lo scrittore John Steinbeck in Unione Sovietica, da cui uscirà un libro chiamato A Russian Journal (recentemente pubblicato in Italia da Bompiani, con il titolo di Diario russo). Capa vuole essere presente alla nascita dello Stato di Israele e così nel 1948 lo troviamo a Tel-Aviv. Dopo il 1948, e fino a poco tempo prima della sua morte, Capa si divide tra Parigi e New York, la bella vita, le feste, la moda e le donne. Alla fine, per un caso quasi fortuito, Capa decide di seguire la guerra d’Indocina, dove i francesi combattono una guerra disperata contro i patrioti vietnamiti. Questo è il suo ultimo reportage. Il 25 maggio 1954, a 90 chilometri da Hanoi, Capa decide di scendere dal camion di soldati francesi con cui si accompagnava per scattare delle foto vicino a una risaia. Di colpo si sente un boato. Un suo compagno accorre e trova Capa gravemente ferito. È saltato su una mina. Muove impercettibilmente le labbra e poco dopo spira.

Con lui, dicono in molti, se ne è andato il primo e il più grande fotoreporter di guerra.

Lebrun, Bernard, Lefebvre, Michel, Robert Capa. Tracce di una leggenda, Roma, Contrasto, 2012, pp. 239.

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Sergej M. Ejzenštein – Charlie Chaplin

Questo libro riporta tre articoli scritti dal grande regista russo Sergej Ejzenštein su Charlie Chaplin e una breve biografia su Chaplin scritta da Sergio Pomati. Alla fine del libro è riportata l’intera opera filmica di Chaplin e una corposa bibliografia dedicata al regista inglese (pensate che fino al 1955 erano già stati scritti oltre mille libri su di lui).

Fa un certo effetto leggere degli scritti di uno dei più grandi registi di ogni epoca, come Ejzenštein, dedicati a un altro mostro sacro del cinema mondiale di ogni tempo, come Chaplin. Il regista russo ebbe sempre una grande ammirazione per Chaplin, che conobbe di persona quando andò nel 1930 negli Stati Uniti, nel quale avrebbe dovuto girare un film (che poi non si fece). Per sei mesi frequentò la casa di Chaplin a Hollywood ed ebbe modo di conoscerlo e di apprezzarlo in tutti i suoi aspetti. Giocarono a tennis, sport del quale Chaplin aveva una grande passione, passeggiarono per i parchi cittadini, camminarono per strada e fecero svariate crociere con lo yacht. Proprio in quel periodo Chaplin girò Luci della città. 12705522_10207033304049004_2011826281509500610_n

Ejzenštein nel suo articolo Charlie the Kid fa una disamina approfondita del modo di lavorare di Chaplin. Descrive la comicità chapliniana come un procedimento infantile in cui la particolarità di Chaplin è questa: nonostante i suoi capelli bianchi, ha conservato uno “sguardo di bambino” e la capacità di considerare al primo livello il minimo avvenimento. Continuando ad analizzare i film di Chaplin, il regista russo allarga lo sguardo alla politica e non manca di criticare il sistema capitalistico occidentale contrapposto al migliore e più umano sistema sovietico. Certo, non bisogna dimenticare che egli scrisse questi articoli dopo il 1937 e a Mosca in quegli anni governava un certo Stalin. E più avanti scrive non quello che ha capito mi interessa. Mi interessa quello che ha sentito, in che modo lo ha sentito. Come ha guardato e come ha visto, e in quale momento si è calato nell'”ispirazione”. E ancora il segreto dei suoi occhi, del suo sguardo. È in questo la sua grandezza. Vedere gli eventi più terribili con gli occhi di un bambino che ride. L’articolo prosegue con la descrizione di altri aspetti scenici e delle mimiche e sensazioni che gli ispirava l’attore-regista inglese. L’ultimo articolo di Ejzenštein, di poche pagine, riguarda solo un film, Il grande dittatore.

Ho trovato molto interessanti ed esaurienti i due articoli scritti da Sergio Pomati e inseriti nel libro dopo quelli scritti dal regista russo. Il primo riguarda il rapporto tra Chaplin ed Ejzenštein e la loro frequentazione, come sopra ricordato, per sei mesi a Hollywood, e il secondo è incentrato sulla vita tumultuosa di Charlie Chaplin. Sono scritti molto bene, con abbandonati riferimenti biografici e autobiografici di Chaplin. Infine, dopo la Filmografia e Bibliografia trovate uno stupendo corredo fotografico composto da una quarantina di foto in bianco e nero in cui, oltre a Chaplin, sono ritratti tanti altri personaggi famosi con cui egli lavorò o semplicemente incontrò durante la sua lunga vita.

Beh, questo libro è una perla rara.

Ejzenštein, Sergej Michajlovič, Charlie Chaplin, Milano, SE, 2005, pp. 132.

 

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Piero Tony – Io non posso tacere. Confessioni di un giudice di sinistra

È proprio di questi giorni la notizia secondo la quale il proiettile ritrovato nel 1992 nell’orto di Pietro Pacciani fu in realtà manipolato. A dirlo è una recente perizia balistica del perito della Procura di Firenze svolta da Paride Minervini. Perché scrivo questo appunto? Perché Piero Tony fu il procuratore generale che nel 1996 chiese l’assoluzione in appello di Pacciani e perché più volte egli parlò della quasi inesistenza di prove contro di lui e parlò, anche recentemente, di una possibile manipolazione della prova del proiettile (rifacendosi alla sentenza di assoluzione del processo). La sua requisitoria durò cinque ore, divise in due udienze. Il procuratore generale Tony ebbe l’ardire, cosa rarissima se non unica in Italia, di dire che Pacciani andava assolto perché le prove a suo carico erano debolissime e che non bisognasse per forza trovare un colpevole per accontentare l’opinione pubblica e le famiglie delle vittime. Insomma, non si può condannare una persona per una sensazione del magistrato (e qui mi vengono in mente le parole del procuratore di Firenze dell’epoca Pier Luigi Vigna, che disse, quando incrociò la storia di Pacciani tra i possibili papabili ad essere il mostro, di avere avuto una scossa). Ci vogliono prove, prove certe e circostanziate, perché nessuno si può permettere di giocare con la vita delle persone, per quanto ripugnanti e riprovevoli possano essere le loro azioni. Un curriculum da criminale non può improvvisamente trasformare un uomo nel mostro di Firenze o in quello di Udine. Per quella requisitoria, il giorno dopo, il procuratore Tony ebbe il plauso di Indro Montanelli sulla prima pagina del Corriere della Sera.

Ho fatto questa introduzione al libro per dare l’idea di chi sia questo magistrato. Un uomo che è andato in pensione due anni prima per scrivere liberamente dei mali che attanagliano la magistratura odierna. Un magistrato con quarantacinque anni di lavoro alle spalle, divise tra Milano, Venezia, Firenze e Prato. Un uomo che ha deciso di dire basta, di dire che avanti così non si può andare. Troppi processi mediatici, troppi magistrati invischiati nella politica attiva, troppi magistrati passati in politica con nonchalance, troppe correnti all’interno della magistratura, troppi processi pilotati e sospetti e infine, in taluni casi, troppa voglia di ribalta mediatica di alcuni magistrati. La magistratura, continua il magistrato Piero Tony, mette bocca su tutto, decide con superficialità su qualsiasi tema, spesso facendosi trasportare dagli umori dell’opinione pubblica, spesso strizzando l’occhio a una parte politica ben precisa, spesso cadendo nella propria autoreferenzialità. E questo succede soprattutto tra i magistrati di sinistra, da cui lui stesso proviene. La magistratura ha svolto e sta svolgendo un ruolo di supplenza rispetto alla politica, a volte confondendosi con essa e altre volte persino scavalcandola. Non ha più limiti né recinti. Tutto le è lecito e quasi nessuno si permette di contestarle questo potere, di cui si è autoarrogata. I politici di sinistra non fanno nulla per cambiare questo paradigma, anzi rinforzano questo potere identificandosi totalmente con esso. Forse, aggiungo io, questa alleanza si è stretta ancor più con l’avvento di Silvio Berlusconi sulla scena politica italiana. I continui attacchi di Berlusconi alla magistratura, che lo stesso Piero Tony riconosce essere stato particolarmente bersagliato,  hanno stretto in una morsa di ferro la sinistra con l’apparato giudiziario. Sorvolo su tutti quei casi di magistrati – che Tony non nomina mai per nome, ma che risulta molto facile individuare – che, tolta la toga, sono entrati in politica, in partiti quasi esclusivamente di sinistra, e in taluni casi hanno fondato dei partiti politici autonomi (i nomi li faccio io: Antonio Di Pietro e Antonio Ingroia). Per non parlare della lentenza snervante e assurda dei processi in Italia, della mancanza di sanzioni per un magistrato che commette un grave errore giudiziario (a cui la magistratura si oppone strenuamente), dello smisurato potere del pm, della contiguità troppo stretta tra lo stesso pm e il giudice che dovrebbe giudicare un imputato; della facilità con cui un magistrato può distruggere, o minare seriamente, la vita e la reputazione di un cittadino con un semplice avviso di garanzia, delle intercettazioni selvagge e fuori tema rispetto all’indagine svolta, le quali vengono poi divulgate e pubblicate sui giornali, soprattutto se la persona è ricca e famosa, della connivenza troppo stretta tra alcuni giornalisti e magistrati, delle carceri italiane sovrappopolate (sono oltre sessantacinquemila i detenuti a fronte di una capacità di ospitarli che non va oltre le quarantamila e di cui un terzo in attesa di giudizio), e così di seguito. Gli argomenti e le critiche che il magistrato Tony fa alla magistratura sono concise e innumerevoli.

 

Tony, Piero, Io non posso tacere. Confessioni di un giudice di sinistra, Torino, Einaudi, 2015, pp. 125.

 

 

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