Victor Gaiduk – Čechov inedito e segreto

In questo pregevole e documentato libro, Viktor Gaiduk scava nella vita di Anton Pavlovič Čechov e trova i nessi tra la sua opera e la sua reale vita vissuta, dalla nativa Taganrog, nel Sud della Russia, dove il medico-scrittore è vissuto durante la giovinezza, con un padre autoritario e violento, fino a Mosca e alle varie dacie in cui si è spostato nel corso della sua breve esistenza. I paralleli tra la sua vita e la sua opera, come risulta dal libro, sono molti e di varia natura. Come si sa, Čechov ha vissuto intense esperienze amorose e brucianti delusioni umane, come quando, per fare un esempio tra i più pesanti, il fratello Aleksandr si fidanzò, una volta persa la compagna per cancro, con la sua fidanzata Natalie (o ex fidanzata, rimane un po’ oscuro questo passaggio: infatti il fratello gli scrive dandogli la notizia del fidanzamento e del sul prossimo matrimonio con la laconica domanda: comunque è la tua ex fidanzata, non è vero?). Queste esperienze ebbero delle ripercussioni anche nelle sua produzione letteraria e di teatro, come l’autore del libro descrive in dettaglio in alcuni passi. IMG_0739

Durante tutta la sua vita, Čechov fu più volte accusato di non prendere posizione, di non esprimere un giudizio chiaro sulle vicende umane, di essere, in poche parole, un semplice spettatore della vita osservata, senza condannare o esaltare i comportamenti degli uomini e delle donne descritti. Il primo tra essi fu Lev Tolstoj, di cui tra l’altro fu amico. Ma in realtà questa accusa non fu del tutto giusta. Nel libro L’Isola di Sachalin Čechov descrive crudamente, rimanendone lui stesso sconvolto, quello che vide, le violenze, le pene corporali ai detenuti, la mancanza di umanità e di solidarietà tra gli esseri umani nelle colonie penali zariste. Questo libro ebbe il merito di scuotere le coscienze di molte persone e diede il là all’abolizione delle pene corporali ai detenuti nelle colonie penali russe.

Gaiduk alla conclusione del libro cita Giorgio La Pira. La Pira disse che l’umanità intera è capace di solidarizzare con il dolore altrui, ma che in uomini come Čechov esiste anche la capacità di partecipare alla gioia altrui e, testualmente, “ne sono capaci forse solo gli angeli”. 

Gaiduk, Viktor, Čechov inedito e segreto, Milano, La Vita Felice, 2018, pp. 149.

 

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Gianluca Marletta – La guerra del Tempio

In questo breve ma conciso libro viene spiegato, fin dalle sue origini storiche, religiose e politiche, il confitto mediorientale che contrappone gli ebrei agli arabi. Gianluca Marletta inizia il saggio dall’Antico Testamento e dalle interpretazioni che gli antichi e i contemporanei ebrei ne hanno fatto e ne fanno tutt’oggi. Il saggio prosegue descrivendo i rapporti conflittuali che gli ebrei ebbero con gli antichi romani, fino a portare alla distruzione del secondo Tempio e di Gerusalemme nel 70 d.C., l’impatto che il Cristianesimo ha avuto nel cattolicesimo e nel modo in cui quest’ultimi hanno giudicato gli ebrei, l’influenza della diaspora nella religione e cultura ebraica, la nascita dei vari falsi messia ebraici in Europa e infine la nascita dello Stato ebraico moderno. Marletta non tralascia le relazioni strettissime tra gli evangelici americani – influenzati dal Sionismo cristiano sviluppatosi nell’Inghilterra protestante già a partire dalla fine del XVI secolo – e gli ebrei di oggi. I protestanti, molto più legati all’Antico Testamento, vedevano e vedono nella religione ebraica un’alleata per accelerare la venuta del Messia, che può avvenire solo con il rafforzamento dello Stato ebraico, e con la conseguente distruzione degli arabi musulmani, e con la forte volontà di molti ebrei di ricostruire il terzo Tempio (da alcuni religiosi vista come una propria e vera eresia, perché solo Dio può ricostruire il Tempio), sul Monte del Tempio o Spianata delle Moschee a Gerusalemme, in cui si trovano le moschee di Al-Aqsa e la cupola della Roccia. IMG_0840

Gli ebrei religiosi aspettano ancora il Messia che venga a liberarli dai loro nemici e venga a restaurare il predominio del popolo ebraico, mentre i cristiani, sia protestanti che cattolici, aspettano la seconda venuta del Messia e la guerra di Armageddon tra le forze del bene e del male, ma prima dovrà comparire l’Anticristo. Per alcuni teologi e studiosi il Messia aspettato dagli ebrei non è altro che l’Anticristo, in quanto gli ebrei non hanno riconosciuto Gesù e quindi, in quanto abbandonati da Dio, sono il popolo della perdizione e da loro probabilmente uscirà l’Anticristo (dalla tribù di Dan).

Concludo dicendo che quasi sempre nei libri di geopolitica e di storia viene trascurata l’influenza escatologica nei rapporti tra gli ebrei e gli arabi. Viene messo l’accento sui rapporti economici, energetici, etnici e religiosi, che pur sono molto importanti, ma si trascurano gli aspetti teleologici ed escatologici della religione ebraica e degli evangelici soprattutto americani. Ecco, Gianluca Marletta in questo libro indaga proprio questi aspetti. Alla fine del saggio le idee sulla questione Mediorientale e sulle cause del caos odierno sono molto più chiare e comprensibili.

Marletta, Gianluca, La guerra del Tempio. Escatologia e storia del conflitto mediorientale, San Demetrio Corone (CS), Irfan Edizioni, 2018, pp.132. 

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Guido Santulli – Il mare d’Italia

In questa Italia disfattista, decadente e quasi priva di speranza, è ancora possibile trovare libri come questo. Il libro di Guido Santulli è un inno d’amore verso l’Italia, quell’Italia che fu prima forgiata dalla grandezza della Roma imperiale e poi dall’ecumenismo della Roma dei papi, per poi passare attraverso le Repubbliche marinare e la riunificazione con Garibaldi e Cavour. È un libro in controtendenza rispetto alla vulgata dominante e denigratoria, della maggior parte degli intellettuali italiani, verso il popolo italiano e il suo passato. Qui l’Italia non si denigra, ma si esalta nelle sue componenti. Il Giano Bifronte, dio prettamente romano e italico, nell’ottica dell’autore rappresenta quella peculiarità tutta italiana che ha fatto grande il nostro Paese nel mondo. Un’Italia civilizzatrice e portatrice di un messaggio universale, Paese guida in Europa, con Roma al centro del pensiero politico e religioso dei grandi poeti e dotti che che hanno reso l’Italia grande, a partire da Ovidio, Cicerone, Dante Alighieri, Francesco Petrarca, Machiavelli e fino ad arrivare a Gabriele D’Annunzio, Giuseppe Mazzini e Giovanni Pascoli.

Alla fine il viaggio di Santulli, partito in barca a vela da Pescara, è arrivato fino a Fiume, approdo ideale per ricordare l’Impresa di Fiume di D’Annunzio e dei suoi legionari e degli italiani dalmati e istriani dimenticati dall’Italia. Fiume come specchio dell’indolenza dell’Italia odierna, incapace di difendere i propri interessi all’estero, la Libia è di fronte ai nostri occhi, rispetto ai legionari partiti da tutta l’Italia per difendere l’italianità di Fiume e di quelle terre, prima romane, e poi veneziane, un secolo fa.

 

Santulli, Guido, Il mare d’Italia. Piccolo elogio di un popolo di navigatori e avventurieri, s.l., Passaggio al Bosco, 2018, pp. 90.

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Ettore Lo Gatto – Il mito di Pietroburgo

Ettore Lo Gatto è stato un grande studioso della cultura russa. Egli ha scritto molti libri sul teatro, letteratura e storia russa. Questo libro in particolare tratta del mito di San Pietroburgo in Russia e in Europa, ma Lo Gatto non si limita a parlare solo di questa città, perché la sua indagine parte da lontano, comprendendo il mito della Mosca terza Roma ai tempi di Ivan IV il Terribile (XVI secolo). Il mito affievolitesi già da molto tempo all’epoca di Pietro I, verrà sostituito con l’apertura all’Occidente e con la famosa Pietroburgo finestra sull’Europa, con cui Francesco Algarotti descrisse la funzione di Pietroburgo nella società russa. fullsizeoutput_2695

In conclusione posso dire che il libro, oltre ad essere molto approfondito e ben documentato, è scritto molto bene, cosa piuttosto rara tra gli storici italiani dell’epoca.

 

Этторе Ло Гатто был великим учёным русской культуры. Он написал много книг о русском театре, литературе, истории. Эта книга о мифе Санкт-Петербурга в России и в Европе, о его истории, легенде и поэзии. Книга очень хорошо написана, что очень редко для итальянского историка.

 

Lo Gatto, Ettore, Il mito di Pietroburgo. Storia, leggenda, poesia, Milano, Feltrinelli, 2019, pp. 285.

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Markijan Kamyš – Una passeggiata nella zona

Passereste i vostri fine settimana o addirittura alcune settimane nella zona di Černobyl’ (in ucraino Čornobyl’)? Vi portereste dietro solo un piccolo zaino, con pochissimo cibo e molta vodka? Andreste in pieno inverno, a meno venti gradi sotto zero, a dormire nelle case abbandonate di Prypjat’ o in qualche casolare sperduto della foresta radioattiva? Probabilmente no, ma per Markijan Kamyš questa vita è stata ed è tuttora routine. Lui e gli abitanti del luogo la chiamano la zona, quel lembo di territorio presidiato dai militari e vietato agli umani dopo il disastro alla centrale nucleare di Černobyl’, del 1986. Oggi la zona è un luogo ambito da turisti proveniente da tutto il mondo, da hipster, come li chiama Kamyš nel libro. Giovani ricchi in cerca di avventure forti e accessibili a pochi. Per Kamyš sono più che altro una seccatura, anche se sono una fonte di denaro, visto che l’autore del libro si presta a fare da guida a questi giovani benestanti. Ma la zona non è solo un posto ambito dai ricchi e annoiati turisti: la zona è un luogo nel quale s’incontrano tossici, delinquenti, persone che sfuggono alla vita asfissiante contemporanea, persone del luogo che si sono rifiutate di andare via, di anziani che vogliono morire dove sono nate, di avventurieri e di persone che sfidano se stesse. La zona è per prima cosa una sfida che l’uomo lancia a se stesso. Questa è la zona per Kamyš. È la solitudine della foresta deserta di uomini, ma ripopolata da lupi, cinghiali, volpi, orsi; è la percezione dei suoni uditi nella foresta, dei lupi che ti seguono, delle case radioattive di Prypjat’, ormai spogliate di tutto da cercatori di souvenir, pronti a rivendere i pochi oggetti in qualche mercato. È solitudine e paura, perdizione e morte, isolamento e rinascita, ricerca e attaccamento, fuga e casa.

Ho sentito lontani echi di Jack London, di Francisco Coloane, di Herman Melville (soprattutto del libro Taipi) in questo disperato libro. La fuga si tramuta in stanzialità, in cui trovare una casa e la casa di per sé si trasforma in una fuga.

Kamyš, Markijan, Una passeggiata nella zona, Rovereto, Keller Editore, 2019, pp. 157.

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Carmelo Bene, Gilles Deleuze – Sovrapposizioni

Nel libro edito da Quodlibet si ritrovano un saggio del filosofo francese Gilles Deleuze sul teatro di Carmelo Bene, la risposta di Carmelo Bene a Deleuze, il testo di Riccardo III di Carmelo Bene e infine le foto di Carmelo Bene e dei suoi attori e attrici al Teatro Bonci di Cesena scattate nel dicembre del 1977. Qui voglio concentrarmi quasi esclusivamente sul saggio di Deleuze, che ritengo più illuminante sul lavoro di Bene.

Cosa dice di interessante, a mio avviso, Gilles Deleuze sul teatro di Carmelo Bene? Nel saggio Un manifesto di meno scrive che il suo teatro è un teatro della sottrazione, è un qualcosa che amputa, taglia, sottrae, come fa CB (cioè Carmelo Bene) nell’opera Un Amleto di meno. Nel riprendere Riccardo III Deleuze fa notare che Bene amputa tutto il sistema regale e principesco e lascia intatto solo Riccardo III e le donne. Le donne che hanno rapporti di guerra in proprio, come scrive Deleuze. Lo stesso continua con

Quando sceglie di amputare gli elementi del potere, egli cambia non soltanto la materia teatrale, ma anche la forma del teatro, che cessa d’essere “rappresentazione”, mentre l’attore cessa d’essere attore. Dà libero corso a un’altra materia e a un’altra forma teatrale, che non sarebbero state possibili senza questa sottrazione.

Secondo Deleuze Carmelo Bene appartiene agli autori minori perché si pone fuori da tempo, perché non rappresenta il proprio periodo storico, come invece faceva Wolfang Goethe ai suoi tempi: Goethe era un tutt’uno con il suo periodo. Bene no. Egli è senz’avvenire e senza passato, ha solo un divenire, un mezzo, attraverso cui comunica con altri tempi, altri spazi. 

Il teatro di Bene è in definitiva umile, senza fronzoli per la testa, non si dà arie e non pretende di fare la rivoluzione; non è certo il teatro a cambiare il mondo, scrive sempre Deleuze. A Bene non interessa la rappresentazione dei conflitti, ma la presenza della variazione, come elemento più attivo, più aggressivo. Per Bene i ricchi e i poveri sono la medesima cosa: sono entrambi schiavi e l’artista non è altro che lo schiavo intellettuale. Qui mi sovviene in mente l’accusa rivolta da Julien Benda – nel suo libro La trahison des clercs (Il tradimento dei chierici), scritto nel 1927 – agli intellettuali, ormai venduti alla politica e alla propria nazione, invece che alla verità e allo spirito. Insomma l’intellettuale contemporaneo non è nient’altro che un dominato della classe dominante. Lo stesso si può dire dell’artista, dei ricchi e dei poveri. La schiavitù ci accumuna tutti, nessuno escluso. Non è la storia né tantomeno il fantomatico popolo a farci varcare la frontiera, perché è il popolo che manca, come scrive Deleuze riprendendo la frase di CB.

 

Bene, Carmelo, Gilles, Deleuze, Sovrapposizioni, Macerata, Quodlibet, 2016, pp.126.

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Gianluca Pardelli – Russia sconosciuta: dal grande padre Volga, alla Siberia, la terra che non dorme

Nel mese di marzo ho assistito al Mudec di Milano all’incontro con il giornalista e fotografo Gianluca Pardelli sulla Russia sconosciuta, cioè su quella Russia che difficilmente appare sulle riviste di turismo e in televisione. L’incontro è durato circa un’ora in cui Pardelli ci ha elencato la ricca e variegata diversità di popolazioni all’interno della Russia. Infatti la Russia ha al suo interno 186 nazionalità differenti e popoli di religione musulmana, buddista, animista oltre alla religione maggioritaria cristiana ortodossa. Dal punto di vista amministrativo la Russia ha istituito 15 repubbliche autonome (esclusa la Crimea, che non viene riconosciuta a livello internazionale) che permette ai suoi abitanti di studiare la propria lingua nazionale a scuola, oltre che al russo, di avere una serie di sgravi fiscali e una certa libertà in ambito amministrativo.

Dal racconto del giornalista scopriamo popoli come i Mari, popolo finnico che vive sulle rive del fiume Volga, che ancora oggi pratica l’animismo, unico popolo in Europa a farlo; il popolo dei  Calmucchi, di origine turco-mongola, che professa il buddismo e che si sente religiosamente legato al Tibet (il Dalai Lama si è recato due volte nella loro capitale Êlista); del popolo dei Tartari, di religione musulmana e di nazionalità turca, che vive nel Tartastan e nella cui capitale Kazan convivono moschee islamiche affianco a chiese ortodosse e nei cui mercati si trovano prodotti che si troverebbero in qualsiasi mercato di Bagdad, Istanbul o Teheran. Faccio notare che questi popoli, ma altri ne sono stati citati, vivono nella parte europea della Russia. Nella parte orientale della Russia, nella sconfinata Siberia, vivono tantissimi altri popoli diversi per origine e religione. Pardelli ha anche illustrato la ricchissima fauna della natura russa. Le foto eloquenti delle foche del lago Bajkal, il più grande e profondo del mondo (arriva a 1600 metri di profondità), sono una dimostrazione di questa eccezionalità. In Russia vivono tre specie di foche di acqua dolce dislocate, oltre al già citato lago Bajkal, anche nel lago Lagoda nella Repubblica di Carelia, dove da poco è stato istituito un Parco Nazionale per preservare le foche, ormai in pericolo di estinzione, e altre specie autoctone. È stata citata la Saiga tatarica, un’antilope con una speciale struttura nasale che ricorda una piccola proboscide abbozzata. Anch’essa è a rischio di estinzione e attualmente vive nella Repubblica di Calmucchia, in Kazakistan e in Mongolia.

Concludo questa breve nota con il dire che Gianluca Pardelli, insieme all’associazione Kel 12, organizzano viaggi in Russia, in cui anche egli fa da guida, alla scoperta di città, luoghi e popoli per lo più sconosciuti o poco conosciuti al grande pubblico.

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Guido Salvini con Andrea Sceresini – La maledizione di piazza Fontana

Posso dire tranquillamente che questo libro è il più completo ed esaustivo tra quelli che ho letto sull’attentato alla Banca dell’Agricoltura di piazza Fontana. È un resoconto che parte dal 1969, anno dell’attentato, ai giorni nostri. Nulla viene lasciato al caso. Il magistrato Guido Salvini parla in prima persona delle indagini che ha portato avanti fin dagli anni Ottanta, dal Tribunale di Milano, e delle persone che ha interrogato e conosciuto in questa lunga e dolorosa vicenda. Tre persone sono particolarmente importanti in questa storia: Gianni Casalini, Carlo Digilio e Martino Siciliano, tre esponenti di Ordine Nuovo in Veneto negli anni Sessanta e Settanta. Casalini, Digilio e Siciliano hanno raccontato al magistrato milanese, nel corso degli anni e a più riprese, le connessioni, gli agganci con il Sid, le cellule ordinoviste venete divise per zone, le responsabilità di personaggi come Franco Freda, Giovanni Ventura, Delfo Zorzi, Carlo Maria Maggi, Giovanni “Ivan” Biondo e altri esponenti più o meno importanti, nell’attentato di piazza Fontana e negli attentati precedenti avvenuti al rettorato dell’Università di Padova, il 15 aprile del 1969, ai danni del rettore Enrico Opocher (responsabile Franco Freda), negli attentati del 25 aprile alla Fiera Campionaria e alla Stazione Centrale di Milano e negli attentati sui treni l’8 e il 9 agosto in tutta Italia. Tutti questi attentati sono stati preparatori a quello più devastante e criminale alla Banca dell’Agricoltura di Milano. In tutti gli altri attentati ci sono stati solo feriti, ma per fortuna nessun morto, mentre a Milano i morti sono stati 17 e i feriti 88. IMG_9655

Nel libro si parla anche degli agganci superiori al gruppo di Ordine Nuovo in Italia e all’estero. Si fa spesso il nome di Pino Rauti, fondatore del Centro Studi Ordine Nuovo nel 1956, soprattutto in connessione alla famosa riunione svoltasi il 18 aprile del 1969 a casa di Ivano Toniolo – probabilmente uno degli esecutori materiali certi della bomba di piazza Fontana – che diede il via alla scia di attentati dinamitardi che di lì a poco sconvolsero soprattutto alcune regioni italiane, con l’apice criminale del 12 dicembre a Milano. Anche il Sid (il servizio segreto italiano di allora) è stato coinvolto negli attentati. Guido Giannettini era l’agente-giornalista che manteneva i rapporti tra gli estremisti neofascisti veneti e il Sid. Così come ci sono state delle connessioni e dei rapporti non con la Cia, come comunemente si pensa, ma molto più probabilmente con il Counter Intelligence Corps (Cic). Alla fine è indubbio che c’è stata una forte e duratura complicità tra politica, servizi segreti ed estremisti di destra che ha portato alla bomba di piazza Fontana.

La seconda parte del libro descrive la guerra tra procure e tra magistrati. Felice Casson è uno dei principali protagonisti in negativo di questa triste e vergognosa vicenda. Ma anche i giudici Francesco Saverio Borrelli e Gerardo D’Ambrosio non fanno di certo una bella figura, stando alle parole di Guido Salvini. Per non parlare di Grazia Pradella. In poche parole, queste persone hanno fatto di tutto per screditare il lavoro di Salvini su piazza Fontana e hanno cercato, a vario titolo, di bloccare il suo lavoro e infine di allontanarlo dal Tribunale di Milano. È una vicenda che lascia l’amaro in bocca, perché le persone che si pensa siano preposte a indagare sui reati e quindi a collaborare tra loro per assicurare i criminali alla giustizia, si perdono invece in diatribe personali e in gelosie e odii esterni e addirittura interni alle stesse procure. Ed è per questo che il libro parla di occasioni perse dagli inquirenti per assicurare i responsabili alla giustizia, di magistrati che hanno fatto male il proprio lavoro, di inammissibili perdite di tempo, di gelosie assurde e di inerzia cronica. I neofascisti veneti hanno ringraziato e ringraziano (quelli ancora vivi) per l’aiuto non richiesto; mentre le famiglie delle vittime e i cittadini italiani non hanno invece ricevuto la giustizia che chiedevano e che si meritavano e si meritano tuttora per tutto il sangue innocente versato.

Il quadro è molto complesso e frastagliato, ma le responsabilità e la verità storica sono ormai assodate. Per concludere posso dire che l’aspetto che personalmente mi ha colpito della vicenda di Ordine Nuovo e degli attentati è che molte persone sapevano e sanno tuttora la verità, eppure in pochissimi hanno parlato. Si parla tanto dell’omertà mafiosa in Sicilia eppure nessuno si azzarda a fare altrettanto con l’omertà vergognosa di madri, padri, sorelle, fratelli, figli, amici e conoscenti in Veneto e in parte in Lombardia (soprattutto per quanto riguarda l’organizzazione La Fenice, succursale lombarda di Ordine Nuovo). Leggendo il libro si scopre che i familiari e spesso gli amici anche meno coinvolti sapevano delle responsabilità dei loro congiunti e amici, ma questo non è bastato a smuoverli dal denunciare e forse dal fermare prima gli atti criminali che poi sono stati compiuti. Purtroppo l’omertà non ha confini geografici e di latitudine.

Salvini, Guido; Sceresini, Andrea, La maledizione di piazza Fontana. L’indagine interrotta. I testimoni dimenticati. La guerra tra i magistrati, Milano, Chiarelettere, 2019, pp. 611.

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La morte di Galeazzo Maria Sforza

Milano – Basilica di Santo Stefano 

Nebuloso è il ricordo, sul sagrato della Chiesa sangue scorse; il duca stramazzò a terra sotto i colpi di pugnale di un balordo. 

Galeazzo Maria, forte e odiato, oberò di tasse il popolo e per questo pagò con la vita. 

Novello Cesare, straziato, le carni lacerate, intrigo nobile e assassino, individui vicini alla corte che il misfatto pagheranno con la tortura e la morte. 

Prese il potere, alla morte del fratello, Ludovico, usurpando il legittimo erede, costui troppo giovane e debole per ribellarsi all’intrigo. 

Non c’è lapide che tracci l’evento, fagocitato dall’avanzar del cemento, dal tempo, nemico del memento. 

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Bruno Amoroso – Federico Caffè. Le riflessioni della stanza rossa.

Oggi voglio riprendere la lettura di questo libro, scritto da un grande economista come Bruno Amoroso per il suo, e anche per molti altri economisti italiani (uno su tutti: Mario Draghi), maestro. La persona in questione è Federico Caffè, che fu per anni professore di economia all’Università la Sapienza di Roma. Un bel giorno Caffè, come Ettore Majorana prima di lui, sparì dalla circolazione. Di lui non si seppe e non si sa più nulla. Ma nelle prime pagine del libro Amoroso dice di averlo incontrato dopo la sua sparizione. Dove, come, in quale periodo e per quanto tempo non è dato sapere. Nel frattempo anche Amoroso se n’è andato, portato via da un male incurabile a 81 anni. IMG_9443

Federico Caffè fu uno strenuo difensore dello stato sociale e del pensiero di John Maynard Keynes. Fu attento alla vita quotidiana delle persone comuni, comportamento piuttosto raro nell’ambito accademico. Caffè vide già nei primi  anni Ottanta la pericolosa deriva che stava per imboccare l’Italia e l’Europa occidentale verso un liberalismo sfrenato e senza regole. Nel suo insegnamento propugnava ai suoi allievi un’economia fondata sui principi di giustizia e di etica e in cui l’economia fosse guidata dalla politica e non viceversa, come accade oggi. Forse, in questo marasma economico, politico e sociale che stiamo vivendo, parlare di Federico Caffè e del suo lascito sarebbe un bene per gli economisti e soprattutto per la nostra politica, prigioniera di interessi finanziari che nulla hanno a che vedere con il benessere dei cittadini. 

Amoroso, Bruno, Federico Caffè. La riflessioni della stanza rossa, Roma, Castelvecchi, pp. 169.

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