Sādeq Hedāyat – La civetta cieca

Quale fuoco bruciava e quale pazzia si fece strada nell’animo di questo persiano che amava l’oppio e il vino? Leggendo questo libro mi sono subito venuti in mente i libri Sylvie di Gérard de Nerval e I canti di Maldoror di Lautrémont. Le somiglianze non finiscono qui. Hedāyat è infatti morto suicida (1951) a Parigi proprio come Nerval quasi cento anni prima, così come Lautrémont fu trovato morto in una camera d’albergo nella Parigi assediata dai prussiani nel 1870. Quindi il filo conduttore tra questi autori potrebbe essere la morte, cercata più volte in vita, frequentata abbondantemente nei loro scritti e infine trovata per propria mano o per il fato che non cade mai a caso. Il disprezzo che Hedāyat ha per la marmaglia, per la massa indistinta e ignorante, è totale come è totale la sua solitudine ovunque lui fosse: a Teheran, a Parigi o in India. Fuori posto eppure costretto a vivere in un mondo in cui non si riconosceva e nel quale non voleva riconoscersi.

Non parlerò del romanzo, bellissimo, allucinato, trasposto in un’altra èra e luogo, in un tempo indefinito in cui le azioni si ripetono e si cancellano a vicenda, in cui l’assente e presente si intrecciano fino a scomparire e comparire d’improvviso, come una fioca lucina notturna intravista da lontano e subito celata alla vista.

Purtroppo in italiano si trova ben poco di questo autore e così mi auguro che qualche editore si muova e si decida di tradurre tutta la sua opera, purtroppo già scarna di per sé, perché è un autore che merita assolutamente di essere letto e conosciuto.

Hedāyat, Sādeq, La civetta cieca, Milano, SE, 1993, pp. 110.

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Fabrizio Cassinelli – L’Iran svelato

L’invenzione dello Stato canaglia. Il Nemico perfetto e le fake news della guerra del petrolio. 

Questo è un libro importante e completo sul mondo iraniano, sulle sanzioni ingiuste imposte contro l’Iran, sulla disinformazione mediatica pilotata in Occidente, con particolare attenzione alla situazione disastrosa dell’Italia, sulla strana alleanza tra Usa, Israele e Arabia Saudita e complessivamente sulla situazione geopolitica del Medio Oriente. L’autore, avendo una formazione antropologica, dà anche uno spaccato esauriente sulle fratture all’interno della società iraniana e sull’evoluzione che l’Iran ha avuto e sta avendo in questi anni. L’Iran, difatti, al di là delle caricature occidentali e dell’estrema ignoranza che noi dimostriamo verso questo Paese, è moderno, seppur con alcune restrizioni ancora imposte dai religiosi al potere, dove quasi tutti sono connessi ai social network occidentali, dove le donne rappresentano più del 40% degli iscritti all’Università (e per questo si sta creando una frattura tra le donne scolarizzate e gli uomini meno istruiti) e occupano il 65-70% circa dei quadri dirigenziali, dove la capitale Teheran ha quasi dieci milioni di abitanti e in cui vi risiedono forse alcuni milioni di ricchi; ma è anche un libro sulla proverbiale ospitalità iraniana, sulle famiglie religiose e devote che ancora rappresentano la maggioranza, sulle persone laiche e occidentalizzate, soprattutto della medio-alta borghesia, che chiedono un cambiamento politico, sui danni delle sanzioni assurde e unilaterali decise dagli Usa che colpiscono milioni di cittadini delle classi medio-basse, delle angherie che i cittadini iraniani sono costretti a subire in Occidente (come, per esempio, la difficoltà ad avere visti di studio e lavoro, controlli parossistici sugli aerei e navi iraniani, impossibilità di trasferire denaro all’estero ai propri congiunti, ecc.). Insomma, c’è abbastanza materiale per vergognarsi delle sanzioni che anche l’Italia avvalla ed ha approvato, danneggiando in maniera autolesionista la propria economia e colpendo un Paese di cui siamo da molti decenni amico.

L’Italia e l’Europa nel suo complesso hanno perso molte commesse economiche che sono andate direttamente a finire in Cina e India. Difatti soprattutto questi due Paesi stanno approfittando delle sanzioni occidentali a guida americana per rafforzare il loro legame energetico e politico con l’Iran, ben disposti a sostituirsi agli europei in campo industriale ed energetico. Hanno bisogno di energia, di molta energia per fare crescere e sostenere la propria economia e non hanno nessuna intenzione di fermarsi di fronte alle sanzioni americane contro i propri interessi. Gli Usa dall’altro lato non hanno più il peso economico e militare per ordinare a questi Paesi cosa fare. Lo scenario mondiale è cambiato e l’alleanza tra la Cina, la Russia e l’Iran è lì a dimostrarlo. Gli americani possono ancora farlo in questa Europa debole e divisa, in cui ogni Stato guarda al proprio tornaconto personale senza avere una vera strategia comune da adottare e da contrapporre allo strapotere economico e militare degli Stati Uniti. Ci vogliono ancora colonia e noi non facciamo nulla per dissuaderli. Il fine ultimo degli Usa è quello di venderci il loro petrolio e gas sostituendo la Russia come primo fornitore europeo e facendo fuori l’altro rivale in Medio Oriente, cioè l’Iran. Insomma le sanzioni contro l’Iran sembrano una grossa montatura americana, spinti anche dai falchi israeliani, per ridimensionare la potenza energetica iraniana e per sostituirsi a essa, e alle altre potenze energetiche mondiali, come nuovo venditore di energia a livello globale. Gli Usa difatti sono diventati, grazie alla nuova tecnologia estrattiva del fracking, il primo Paese al mondo come produttore di petrolio e gas, davanti alla Russia, all’Arabia Saudita e all’Iran (ma l’Iran è davanti all’Arabia Saudita per quanto riguarda il gas). L’Iran è il terzo Paese a livello mondiale per riserve di petrolio (il primo Paese è il Venezuela e forse si capisce il perché è sotto la lente di ingrandimento americana e di conseguenza sotto i riflettori mediatici). Gli Usa hanno il disperato bisogno di vendere all’estero il surplus di gas e petrolio e di recuperare il denaro investito e speculare sul prezzo, visto che le leggi interne americane non permettono ai privati di farlo. Ma hanno il problema che il gas russo è molto più economico, perché è trasportato tramite gasdotti e la sua estrazione non è così onerosa come avviene negli Usa con le nuove tecnologie (senza parlare del problema dell’inquinamento che produce il fracking). Inoltre il trasporto del gas americano dovrebbe disporre gli scali europei di rigassificatori per permettere di riconvertire il gas liquefatto per il trasporto nelle navi cisterna in quello gassoso. Tutto il processo è molto lungo e molto più costoso rispetto al gas russo e al petrolio iraniano (che tra l’altro è considerato il migliore al mondo). Bisognerà capire quali pressioni gli americani intendano attuare sugli europei per convincerli ad abbandonare i vecchi e più economici fornitori con il nuovo e più costoso partner: cioè loro stessi.

Per concludere voglio parlare di Israele e di ciò che scrive Cassinelli al riguardo. Israele è l’unica potenza nucleare del Medio Oriente e si calcola che possegga dalle 80 alle 200 e forse più testate nucleari. Le bombe sono state costruite nel centro nucleare di Dimona dalla fine degli anni Sessanta, con l’aiuto di scienziati francesi e americani. Lo Stato di Israele a tutt’oggi non aderisce al Trattato di non proliferazione (TNP) a cui invece l’Iran aderisce da cinquant’anni, cioè dall’anno in cui fu istituito. Il presidente Benjamin Netanyahu non perde occasione per accusare l’Iran di voler distruggere Israele e della necessità di fermare ad ogni costo il presunto piano nucleare iraniano. L’Iran continua ad arricchire l’uranio, ma al solo scopo civile e non militare e non esiste legge al mondo che proibisca l’arricchimento per scopi pacifici. In realtà lo scopo vero è quello di indebolire l’Iran, anche alleandosi con il vecchio nemico dell’Arabia Saudita, per rafforzare il proprio ruolo nell’area mediorientale.

In definitiva le sanzioni stanno sì colpendo l’Iran dal punto di vista economico, soprattutto le persone del ceto medio- basso stanno pagando il prezzo maggiore, ma non lo stanno distruggendo. L’Iran per molti Paesi asiatici e africani è un simbolo di resistenza contro l’arrogante e prepotente Occidente, è un Paese che ha un forte ascendente culturale e storico in tutta quella regione che va dalle ex repubbliche sovietiche centro-asiatiche all’Afganistan, con cui divide storia e in taluni casi origini linguistiche. La guerra vinta in Siria contro l’Isis insieme alla Russia, ma l’Iran è il Paese che ha pagato il prezzo più alto per quanto riguarda le perdite umane e l’investimento economico, sta a dimostrare, e questo è forse il motivo per cui non è ancora stato attaccato da Israele, dall’Arabia Saudita e dagli Usa, che il suo esercito è forte e motivato, i suoi armamenti di ultima generazione comprati dai russi molto efficaci e addirittura superiori agli armamenti americani, come i sistemi antiaerei S-300 e S-350 (tra l’altro appena acquistati dalla Turchia, nonostante faccia parte della NATO, con forte rincrescimento americano). Insomma, le sanzioni si stanno dimostrando inefficaci e ormai superate nel nuovo ordine mondiale multipolare in cui viviamo. Forse gli Usa non se ne sono ancora accorti o forse lo sanno ma non lo vogliono accettare.

Cassinelli, Fabrizio, L’Iran svelato. L’invenzione dello “Stato canaglia”. Il nemico perfetto e le fake news della guerra del petrolio, Roma, Centro di Documentazione Giornalistica, 2019, pp. 447.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Luciano Mecacci – Besprizornye. Bambini randagi nella Russia sovietica (1917-1935)

I besprizornye erano i bambini abbandonati che a frotte vivevano nelle città russe durante e dopo la Rivoluzione di ottobre del 1917. Si calcola che a un certo punto fossero qualcosa come quattro milioni di bambini dai quattro-cinque anni fino ai sedici-diciassette. In questo stupendo e doloroso libro, Luciano Mecacci ricostruisce con dovizia di particolari e tramite una variegata e attenta documentazione, in cui si avvale anche di film girati sui bambini di strada, come Un biglietto di viaggio per la vita di Nikolaj Ekk (1931), La repubblica della Škid di Gennadji Poloka (1966), Kortik di Nikolaj Kalinin (1973), le origini del fenomeno e del perché si sviluppò e non scomparse neanche dopo anni di regime comunista.

I primi besprizornye erano i figli dei contadini ridotti alla fame o rimasti orfani durante la Prima guerra mondiale e in seguito alla Rivoluzione di Ottobre. Molte famiglie abbandonavano i propri figli nelle città o nelle campagne, incapaci ormai di sostentarli. Questi bambini, una volta abbandonati, vagavano per le città e le campagne e infine si riunivano in bande, molto spesso dedicandosi a furti, spaccio di droga, prostituzione, violenze e talvolta omicidi. Erano diventati temibili e pericolosi. Nelle grandi città come Mosca dormivano nei sotterranei, in luoghi insalubri, sporchi, in luoghi di fortuna. Loro stessi erano sempre sporchi e ricoperti di pidocchi, problema che li portava a grattarsi continuamente, procurandosi di sovente delle ferite. Quando andava bene, chiedevano l’elemosina vicino ai tram e alle fermate degli autobus. Alcuni provavano pietà per loro, altri li disprezzavano e molti di essi furono indicati come figli dei kulaki, i contadini cosiddetti ricchi, che secondo la propaganda comunista erano gli affamatori del popolo, parassiti da estirpare dal tessuto della società e ogni mezzo, naturalmente, era lecito e giusto.

Le autorità sovietiche a un certo punto cercarono di arginare il fenomeno, portando questi bambini, che a volte morivano letteralmente in mezzo alla strada, negli orfanotrofi, ma anche qui spesso non avevano di che mangiare e le camere non erano nemmeno riscaldate e inoltre, dopo anni di vita libera e senza restrizioni, erano diventati incapaci di sottostare all’autorità di un adulto. Si annoiavano in quei casermoni e la libertà, violenta e senza pietà della strada, era ciò che spesso sognavano di ritrovare.

Negli anni Trenta, visto che il problema non si risolveva, i besprizornye furono arrestati e uccisi e altri spediti nei GULag a migliaia, in mezzo agli adulti. Nei GULag subirono violenze di tutti i tipi, anche sessuali. Anche Aleksandr Isaevič Solzenicyn parla di loro in Arcipelago Gulag, come riportato da Mecacci. La decisione non risolse il problema e sempre negli anni Trenta, in seguito alla collettivizzazione forzata di milioni di contadini, in molte aree dell’Unione Sovietica, soprattutto in Ucraina e nel Volga, scoppiò una tremenda carestia. Ci furono molti casi di cannibalismo, madri e intere famiglie uccisero e mangiarono i propri figli, i corpi nei cimiteri furono trafugati per essere mangiati. In quella situazione di persone ridotte alla fame e impazzite i bambini furono i più vulnerabili ed esposti a finire uccisi e mangiati. Alcune bande di besprizornye furono arrestate in alcuni distretti con l’accusa di cannibalismo.

Per concludere, il libro di Luciano Mecacci è un unicum nel panorama italiano sul fenomeno dei bambini di strada nella Russia sovietica. È certamente pesante leggere gli orrori e le crudeltà di quegli anni, ma è necessario per ricordare quei bambini e per avere un quadro storico e sociale più completo dell’esperienza comunista in Russia. Purtroppo bisogna constatare che il fenomeno è tornato di attualità nella Russia post-sovietica, anche se non più con i numeri di cento anni fa. Ancora oggi, infatti, il fenomeno non è stato del tutto estirpato.

 

Mecacci, Luciano, Besprizornye. Bambini randagi nella Russia sovietica (1917-1935), Milano, Adelphi, 2019, pp. 267.

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Darren McGarvey – Poverty Safari. Viaggio nella rabbia della mia gente

In questo libro il rapper e opinionista scozzese Darren McGarvey spiega per quale motivo la sinistra, di cui lui fa parte fin dalla più tenera età, deve cambiare strategia se non vuole scomparire del tutto dal dibattito politico e dalle periferie, sempre di più, anche in Scozia e in tutta la Gran Bretagna, spostate a destra.

Partendo dalla sua esperienza di vita nei sobborghi di Glasgow, nel quartiere di Pollok, tra violenze subite dalla madre alcolizzata e tossicodipendente e dall’ambiente violento e disperato del suo quartiere, McGarvey affresca un quadro lucidissimo e intelligibile delle mancanze di prospettive della politica e della società civile nei quartieri più degradati e poveri della Gran Bretagna. Da qui nasce un moto di rifiuto contro la sinistra, vista sempre più lontana dalle istanze reali dei cittadini poveri e di conseguenza per la destra è facile ottenere consensi e simpatie diffuse. McGarvey, come ha fatto Federico Rampini in Italia, esorta la sinistra a immedesimarsi nelle persone che si lamentano degli immigrati, non bollandoli semplicemente come dei razzisti irrecuperabili, di staccarsi dal politically correct esasperato, che impedisce qualsiasi critica ad alcune comunità, gruppi e impedisce anche una sana autocritica; di avere il coraggio di dire anche verità scomode e di non avere tabù ideologici, come per esempio ammettere che esiste il problema della violenza femminile – come da lui stesso provato sulla sua pelle – della violenza insita in molte coppie lesbo, dell’omofobia e violenza all’interno della comunità nera negli Stati Uniti, delle esagerazioni assurde delle femministe anglosassoni, sia americane che britanniche, sempre pronte ad accusare l’uomo bianco di qualsiasi nefandezza sul pianeta, ma tralasciando e nascondendo tutta la violenza che avviene quotidianamente in altre comunità, che invece vengono sempre difese in quanto minoranze. Tutto ciò esacerba e crea un distacco sempre più grande tra le élite culturali, politiche ed economiche autoreferenziali e la maggior parte delle persone che sono costrette a vivere in quartieri degradati dove quasi sempre finiscono gli immigrati che loro difendono a spada tratta. Insomma, il povero, svantaggiato culturalmente e socialmente, non ha nemmeno il diritto di lamentarsi, perché qualcun altro ha deciso cosa meglio è per lui. E spesso questo qualcun altro è la sinistra assieme ai liberali. Doppiamente beffati. Da qui nasce lo spaesamento e la mancanza di rappresentanza politica.

Chi difende oggi le lamentele dei poveri? Chi parla in vece loro nei media, radio, televisioni, giornali? Se ne parla, certo, ma sempre per bollarli di razzismo, ignoranza, intolleranza, ecc. Questo dice McGarvey – e prima di lui lo disse Pier Paolo Pasolini negli anni Sessanta e Settanta in polemica con gli antifascisti di professione, come Italo Calvino – non può funzionare e sta portando in quasi tutta l’Europa all’arretramento delle sinistre, troppo impegnate a parlare di massimi sistemi ideologici, spesso in una congrega chiusa di professori universitari, e poco dei problemi reali delle persone che invece dovrebbero rappresentare. Ecco spiegato lo scollamento e il disprezzo che la sinistra si sta attirando appresso tra le persone che dovrebbero votarla. Se nei centri città vince la sinistra e nelle periferie la destra c’è qualcosa che non funziona. Quindi McGarvey invita la sinistra a un bagno di umiltà, che non significa riprendere le idee razziste o autoritarie di alcune persone o gruppi solo per questioni elettorali, ma di tendere l’orecchio e ascoltare le lamentele che provengono dal basso, di cercare di capire che alcuni problemi di convivenza sono legittimi e reali, che in una società democratica e aperta le critiche e le polemiche aiutano a crescere e a migliorarsi. Il sale della società democratica è il confronto con idee diverse dalle proprie e nessuno può dire di sapere cosa è giusto per tutti. Nessuno ha in tasca la risoluzione di tutti i problemi della nostra complessa e difficile società.

 

McGarvey, Darren, Poverty Safari. Viaggio nella rabbia della mia gente, s.l., Rizzoli, 2019, pp. 286.

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Il senso dei luoghi

Sono stanco di decantare monumenti e bellezze nobiliari,

ora rivolgo il mio sguardo a decrepite case un tempo abitate e oggi abbandonate. Il senso dei luoghi anche qui trova il suo ristoro e le sue memorie perdute, forse di povera gente, chi mai le racconterà?

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Enrico Mattei – Il complesso di inferiorità

Ce ne fossero oggi di Enrico Mattei in Italia. Un uomo che ha pagato con la vita l’indipendenza energetica dell’Italia contro le 7 sorelle, come lo stesso Mattei ebbe a chiamare il cartello petrolifero di stampo anglo-americano. Osò dove altri volevano demolire, sfidò dove altri volevano abbassare il capo, combatté contro i pregiudizi negativi e anche positivi sugli italiani (“noi siamo degli italiani che non sanno cantare”, come disse una volta a degli stranieri offesi e increduli che volevano costringere il suo gruppo a cantare).

Nel 1961 a San Donato Milanese disse: “[…] perché la cosa più importante per un paese, e cioè l’indipendenza politica, non ha valore, non ha peso, se non c’è l’indipendenza economica.” Oggi probabilmente sarebbe accusato di “sovranismo”. Questo è il paradosso che viviamo oggi in Italia. Dobbiamo sempre a Enrico Mattei e all’ENI se l’Italia ha tuttora dei rapporti buonissimi con molti Stati arabi e con l’Iran (che non è un Paese arabo, come molti pensano). Infatti fu lui a stabilire la formula dell’associazione al cinquanta per cento con i Paesi produttori di petrolio, mentre le altre compagnie petrolifere anglo-americane davano al massimo il venticinque per cento. Cinquanta per cento nei consigli di amministrazione, nella distribuzione degli incarichi tecnici e naturalmente negli introiti.

Rileggere le sue dichiarazioni e i suoi interventi oggi sono un toccasana rispetto alle piccole baruffe idiote del presente italiano (basti pensare alle polemiche sul fascismo a 74 anni dalla fine del regime). Enrico Mattei aveva una visione a lungo termine, un sogno che non si estinse con la sua morte, ma che prosegue ancora oggi con l’ENI, nonostante gli interventi statali per spezzettarla e demolirla. Visione, esattamente quella che manca oggi alla nostra politica e società. A Bascapè, nel 1962, Enrico Mattei fu ucciso, ma la sua opera e i suoi valori sono ancora vivi e presenti tra noi.

Mattei, Enrico, Il complesso di inferiorità, s.l., Comunità Editrice, 2018, pp. 55.

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Due parole su “Mussolini ha fatto anche cose buone” di Francesco Filippi

Cosa dire di questo libro? È un libro politico e assolutamente di parte che con la Storia, quella seria e documentata, ha poco da spartire. Francesco Filippi dice in sostanza, nel migliore dei casi, che il fascismo e Mussolini non hanno fatto altro che copiare e riprendere cose iniziate da altri, come se questo di per sé fosse un demerito. Ma iniziamo a scandagliare alcuni aspetti del libro in questione.

Le pensioni? Inventate dal governo Crispi nel 1895. Sì, ma Filippi si dimentica di scrivere che il fascismo le ampliò e le estese a tutti, che introdusse gli assegni familiari per ogni figlio che nasceva, che abbassò l’età pensionabile a 60 anni per gli uomini e a 55 per le donne (mentre prima era a 65 anni per entrambi) e che venne istituita la pensione di reversibilità; che fondò le colonie per i bambini e grazie a questo, e alla successiva costruzione di colonie, la riviera romagnola, e non solo, ebbe un grande e rafforzato impulso turistico (basti farsi un giro per la riviera romagnola per constatare le decine di edifici colonici abbandonati del Ventennio).

Filippi poi critica gli assunti all’INFPS (8000 nel 1941), che secondo lo storico furono un bacino di consenso per il regime. Non mi pare che 8000 persone potessero spostare alcunché allora e nonostante tutto nemmeno oggi, visto che tolta la F oggigiorno il sistema previdenziale si chiama INPS e ha la bellezza di 25000 dipendenti (che compongono lo zoccolo duro degli iscritti alla CGIL, tanto per restare in tema di privilegiati e di consenso). Il libro prosegue con il constatare che il diritto di sciopero fu vietato con l’articolo 18 della legge 563 del 3 aprile 1926. In sintesi termina il capitolo scrivendo che l’azione del governo in ambito previdenziale ebbe sempre un intento politico. Mi chiedo: quale altro intento avrebbe dovuto avere? Quale governo, di qualsiasi colore e latitudine, non persegue un intento politico?

Che dire delle bonifiche delle paludi? Anche qui le prime bonifiche iniziarono nel 1878 e proseguirono anche dopo, fino ad arrivare al 1905 e all’approvazione della legislazione speciale per le zone malariche. Quindi, secondo lo storico, anche qui Benito Mussolini non iniziò nulla di propria mano. Per farla breve, Filippi scrive che degli otto milioni di ettari che il fascismo si era imposto di bonificare in realtà ne furono bonificati solo cinquecento mila, poco più del 6%. Insomma, fu un fiasco su tutta la linea. Passando a parlare della malaria lo storico dice che nel 1939 il numero dei malati diminuì fino a toccare 55.000 malati, rispetto ai 222.171 del 1934 e l’effetto positivo fu dovuto, sostanzialmente, alla diminuzione delle zone malariche. Insomma, una contraddizione in termini. Prima scrive che il fascismo bonificò solo il 6% delle terre e poi che il numero dei malati di malaria crollò in seguito alla diminuzione delle terre bonificate. Chi ha letto Canale Mussolini di Antonio Pennacchi sa che fu proprio il fascismo a dare le terre ai contadini veneti ed emiliani, che il regime portò nell’Agro Pontino appena bonificato. Fece quello che la sinistra sempre promise ai contadini. E fu proprio il fascismo a estinguere quasi del tutto la malaria dall’Italia. Lo storico, invece, scrive che la malaria retrocedette grazie alla profilassi. E la profilassi chi la fece? Il governo liberale inglese? O forse quello francese? Passiamo oltre.

Il libro prosegue parlando di case date agli italiani, del duce della legalità, della presunta guerra vinta contro la mafia, delle donne, dell’economia sotto il fascismo, ecc. Per criticare e inficiare negativamente tutto l’operato di Mussolini Filippi cita spesso il Diario di Galeazzo Ciano, che in una recente biografia chiamata appunto Ciano, lo storico Eugenio Di Rienzo critica fortemente definendolo del tutto inattendibile, in quanto Ciano, in previsione di un probabile crollo del regime, modificò fino all’ultimo il proprio Diario per dare di sé un’immagine pulita e immacolata, falsificando la verità storica e scaricando la responsabilità di tutte le malefatte sul suocero Mussolini. Insomma, il Diario di Ciano è del tutto inattendibile.

La cosa che lascia esterrefatti di questo lavoro è la partigianeria totale che in uno storico serio e preparato, alla ricerca della verità, certo non dovrebbe esserci. Lo posso capire da parte di un politico, ma non di uno storico degno di questo nome. Nel libro non si fa minimamente menzione della fondazione dell’Enciclopedia Treccani (1925), che diede per la prima volta all’Italia un’enciclopedia nazionale. Così come non si menziona l’AGIP (1926), che ripresa nel dopoguerra da Enrico Mattei diventerà l’ENI. È interessante sapere che Mattei, ex partigiano e democristiano, fu mandato a liquidare l’AGIP e lui invece di liquidarla la salvò e rafforzò e per giunta tenne le stesse persone a lavorarci, ben consapevole che erano rimasti dei fascisti. Perché lo fece? Perché Mattei capii che erano persone che amavano l’Italia e che ci tenevano all’onore e al prestigio della propria nazione. Erano persone da cui ripartire per costruire qualcosa di forte e duraturo. Sempre il fascismo ebbe il più grande filosofo italiano del Novecento, cioè Giovanni Gentile e il più grande gruppo di fisici della nostra storia, capeggiati da Enrico Fermi (certo scappò negli USA nel 1938 per mettere al sicuro la moglie di origini ebraiche, in seguito all’approvazione delle leggi razziali). Qui non si vogliono nascondere le nefandezze e i crimini commessi dal regime fascista e da Benito Mussolini, però non si vuole nemmeno mandare al macero ventitré anni della nostra storia bollandola in toto come criminale e ogni azione del governo di quel periodo come sconsiderata e in malafede. Ammettere che il fascismo ha fatto delle cose positive per la nostra nazione non significa essere fascisti o ciechi di fronte ai lati oscuri dello stesso regime, ma significa semplicemente non disperdere e non cancellare ciò che di buono è stato fatto e conservarlo anche per le generazioni contemporanee e future. Qualsiasi azione umana produce effetti negativi e positivi (lo vediamo molto bene oggi con la democrazia) ed è giusto e corretto criticare gli aspetti negativi conservando e ampliando quelli positivi.

Tutto questo parlare di fascismo degli ultimi mesi, con una profusione di testi anti fascisti pubblicati, sembra una grande manovra di distrazione di massa, un falso problema tirato fuori ad arte per non farci ragionare sui problemi enormi e concreti della nostra società. Ed è anche il classico modo con cui gli antifascisti militanti (gli antifascisti fascisti di Pasolini) cercano di denigrare, riducendoli al silenzio, tutti coloro che hanno un’idea diversa dalla loro in fatto di immigrazione, diritti omosessuali, visione della società, ecc.

Per concludere, abbiamo avuto per cinquant’anni in Parlamento gli esponenti diretti del fascismo (cioè l’MSI) eppure questa isteria intellettualoide non c’era. Oggi, che di fascisti in Parlamento non ce n’è nemmeno uno, ci bombardano mediaticamente ogni giorno con il pericolo imminente di una presa del potere da parte di fantomatici fascisti, che vanno ridotti al silenzio con le buone o con le cattive. Ecco, questo per me è vero e proprio fascismo: cioè mettere a tacere chiunque osi contestare la vulgata imposta dall’alto da politici e intellettuali legati a doppio filo con i grandi potentati economici che governano il mondo. Mi sembra che questo libro vada in quella direzione.

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Domenico De Masi – Il lavoro nel XXI secolo

Con le sue 800 pagine è sicuramente un libro impegnativo da leggere, ma nel contempo è anche un libro molto importante per capire cosa è stato, cos’è oggi e cosa sarà domani il lavoro. E’ un libro che racchiude tanti altri libri; insomma è una piccola biblioteca tascabile con un’immensa bibliografia, che è sempre utile conoscere per ampliare le proprie letture.

Il lavoro in molti settori sta scomparendo, sempre più sostituito dalle macchine e dai robot. Questo non riguarda più solo i lavori in fabbrica e quelli manuali in genere, ma anche i lavori intellettuali  e ben pagati stanno subendo una forte contrazione. Di conseguenza la disoccupazione aumenta e aumenterà sempre di più. In poche parole, come scrive Domenico De Masi, siamo tutti in esubero. Quindi, come uscirne?

La sua proposta è quella dell’ozio creativo, inteso come lo intendevano gli antichi greci all’epoca di Platone e Aristotele e la riduzione dell’orario di lavoro, come già sta avvenendo in Germania (dove lavorano il 20% in meno e producono il 20% in più). Non più schiavi delle macchine e degli orari fissi uniformati e uguali per tutti, non più alla mercé di prepotenti padroni e manager, non più assillati da orari di lavoro sfiancanti e da debiti spesso inutili contratti per soddisfare la nostra brama di cose (come il neoliberismo imperante ci inculca ogni santo giorno), ma collaborazione, solidarietà, apporto emotivo nelle relazioni lavorative e non (comportamento spesso disprezzato dagli uomini e relegato alle donne), convivialità e creatività. Insomma un paradigma totalmente opposto al verbo neoliberista basato sulla competitività e sul trionfo e il disprezzo di un individuo a discapito di un altro. Anche la Terra a causa di questa folle rincorsa al denaro e al consumismo senza freni sta per implodere.

Le disuguaglianze aumentano sempre di più e i salari continuano ad assottigliarsi a favore di pochi miliardari sempre più ricchi e tronfi. I grandi gruppi dell’informatica e i colossi della tecnologia e del commercio come Apple, Facebook (e Instagram), Amazon ecc., evadono miliardi di dollari sottraendo risorse agli Stati, e quindi alla collettività, e arricchendo pochi finanzieri e azionisti. L’uso dei robot è ormai prassi negli stabilimenti di Amazon, che ne usa circa quindicimila, e di molte altre aziende. Leggendo il libro, solo per fare un esempio, si scopre che tredici dipendenti di Instagram gestiscono tredici milioni di utenti.

È chiaro che i politici dovranno trovare una soluzione a una tale sperequazione se non vogliamo che ci siano in un breve futuro, non troppo lontano (basti pensare alla Francia), rivolte cruente e ribellioni pericolose e fuori controllo. E questo non solo dovrebbero capirlo i politici e gli Stati, che ormai sono in mano della finanza e dello spread, ma soprattutto chi controlla l’alta finanza, le multinazionali e i miliardari, prima che sia troppo tardi. Anche a loro gioverebbe un cambiamento se non sono così miopi e prepotenti da non rendersene conto. L’hybris a lungo andare ha sempre portato disastri e ribellioni catastrofiche.

De Masi, Domenico, Il lavoro nel XXI secolo, Torino, Einaudi, 2018, pp. 819.

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Antonio Padellaro – Il gesto di Almirante e Berlinguer

Alla fine degli Settanta il fascista e segretario dell’MSI Giorgio Almirante e il comunista e segretario del PCI Enrico Berlinguer s’incontrarono per almeno quattro volte (forse sei), segretamente, per scambiarsi informazioni riservate riguardo al terrorismo, che evidentemente solo loro conoscevano. Erano gli anni del terrorismo nero e rosso, del rapimento e l’uccisione di Aldo Moro, dei servizi segreti deviati, delle collusioni fra stragi, politica e servizi segreti italiani ed esteri, di depistaggi sulle stragi, di silenzi colpevoli, di omissioni e di insabbiamenti interessati. Ancora oggi, di quegli anni, non conosciamo tutta la verità.

Il libro in realtà non dice niente su quegli incontri, anche perché gli unici a sapere qualcosa erano i due diretti interessati, visto che gli incontri in questione avvenivano solo tra Almirante e Berlinguer (con gli accompagnatori fuori dalla porta), ma dice molte cose di quegli anni duri e agitati. Quindi è il contesto che viene raccontato, anche quello familiare dello stesso Antonio Padellaro. È un libro in cui confluiscono le vicende dei due personaggi in questione e la vita familiare dell’autore. Fascismo e antifascismo si mescolano e spesso non si capisce bene dove si trovi il limite che demarca ed esclude il fascista cattivo dal comunista buono. C’è da riflettere pensando alla caccia alle streghe di questi giorni al Salone del Libro di Torino, in cui alcuni guardiani della rivoluzione, di memoria iraniana, cercano di escludere tutti coloro che non si genuflettano al pensiero unico di una parte politica. Almeno ai tempi di Almirante e Berlinguer esisteva un certo rispetto tra le opposte barricate, quel rispetto che nasce da chi ha combattuto sul campo e non solo a parole.

Padellaro, Antonio, Il gesto di Almirante e Berlinguer, Roma, PaperFIRST, 2019, pp. 89.

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Leonardo Palmisano – Ascia Nera. La brutale intelligenza della mafia nigeriana

In questo libro Leonardo Palmisano entra nei meandri della tratta delle schiave sessuali, portate a migliaia ogni anno in Europa, e dei rapporti che la mafia nigeriana, chiamata Ascia Nera, ha ormai instaurato a tutti i livelli con le mafie internazionali, come quelle italiane, messicane, russe e di altri Paesi.

Ma quando è nata la mafia nigeriana? E in quale ambiente si è sviluppata?

La mafia nigeriana è nata all’Università di Benin City, nello stato di Edo, nel Sud della Nigeria, il 7/7/1977, all’interno di una confraternita universitaria chiamata Black Axe, appunto Ascia Nera. È chiamata anche Neo Black Movement (NBM) e nel suo simbolo è rappresentata un’ascia che spezza le catene dalle mani di uno schiavo. Tra i loro maggiori punti di riferimento vi è il movimento rivoluzionario nero delle Black Panther, da cui hanno ripreso la difesa dell’Uomo Nero dai soprusi dei bianchi. La loro difesa si può definire un po’ speciale, in quanto si basa su una protezione dietro il pagamento di una tantum, comunemente chiamata racket. Hanno una struttura piramidale, divisa in strati, molto simile al sistema ndranghetista calabrese. Questi strati confluiscono in una cupola come in Cosa Nostra. Al livello più piccolo hanno la Zone, che può anche situarsi al di fuori della Nigeria. Una Zone può essere grande quanto la Francia o l’Italia e deve sempre mantenere un rapporto diretto con i capi in Nigeria. I suoi aderenti vengono reclutati tra gli studenti universitari, da un lato, e dalle periferie più povere, dall’altro. Gli uni sono la mente e gli altri il braccio armato e violento, pronto a violentare, torturare e uccidere.

Fin da subito i nigeriani si sono specializzati nella tratta di esseri umani, in particolar modo di donne da destinare al mercato del sesso. Il libro è pieno di racconti di povere donne e ragazze rapite dai loro villaggi e costrette a prostituirsi, sia in Nigeria che in Europa. Il fenomeno è ormai presente da anni anche in Italia e in maniera lampante per strada e all’interno dei campi in cui vivono gli immigrati proveniente dal centro Africa. I rapporti tra i trafficanti di esseri umani libici e i nigeriani si sono fatti in questi anni più stretti e lucrosi. Le ragazze nigeriane spesso e sovente vengono stuprate non solo dai loro aguzzini nigeriani, ma anche dai trafficanti libici ed egiziani, prima di essere imbarcate e mandate nel mercato del sesso italiano ed europeo. Nei Cara (centro di accoglienza per richiedenti asilo) e nei Cas (centro di accoglienza straordinario) italiani la loro odissea non termina, ma prosegue all’interno di essi, dove i nigeriani spesso la fanno da padroni e in cui la prostituzione dilaga, con clienti italiani che in alcuni casi entrano addirittura all’interno per festini e orge in locali adibiti. Il caso della sedicenne romana Desirée Mariottini drogata, stuprata per ore e infine uccisa, rientra nello stesso humus mafioso. Uno degli assassini della ragazza, un ghanese, è stato arrestato in una residenza delle Asce Nere, a cui era legato, al Cara di Borgo Mezzanone, in provincia di Foggia. Senza dimenticare il caso di Pamela Mastropietro, drogata, uccisa e fatta a pezzi da spacciatori nigeriani a Macerata.

Quella nigeriana è una mafia che ha aperto i suoi tentacoli, e come le mafie italiane prima di essa, sta piano piano entrando nel tessuto economico legale per riciclare in tutta tranquillità i proventi della prostituzione, del racket, del commercio di droga, del petrolio trafugato, dei diamanti, delle auto di lusso rubate e smontate e infine delle armi. È un business che frutta milioni di euro ogni anno, al punto che possono permettersi di finanziare le start up che sono sorte a Lagos, nel quartiere di Yaba. Il governo nigeriano è al corrente di tutto ma fa finta di non vedere. Meglio tacere e, se arrivano soldi liquidi e disponibili, lasciare fare. Ascia Nera può vantare tra le sue fila professori universitari, manager, ricercatori ed esperti di informatica. Anche una certa retorica razzista contro i bianchi viene coltivata, soprattutto presso i più poveri e arrabbiati. Appoggiano in toto la dottrina del panafricanismo e il loro volto presentabile è il Neo Black Movement che, nonostante le apparenze, è il portavoce ufficiale della mafia nigeriana. Il governo nigeriano e molte banche europee hanno rapporti ufficiali con l’NBM, riconosciuta come un’associazione legittima, anzi come una Ong in competizione con le Ong occidentali.

Concludo dicendo che il fenomeno della mafia nigeriana, nonostante i crimini efferati e brutali commessi, è stato sottovalutato dai politici italiani e la stessa cosa si può affermare in ambito europeo. Come le nostre mafie e organizzazioni criminali, hanno imparato a muoversi molto bene in ambito finanziario e politico, corrompendo chi di dovere e minacciando i più riottosi e nel contempo non si sono fatti scrupolo di usare le idee panafricaniste per apparire presentabili e giusti agli occhi dell’opinione pubblica. Il loro potere e la loro influenza è in ascesa ed è ora che si faccia qualcosa prima che sia troppo tardi.

 

Palmisano, Leonardo, Ascia Nera. La brutale intelligenza della mafia nigeriana, Roma, Fandango Libri, 2019, pp. 217.

 

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