Henrik Stangerup – L’uomo che voleva essere colpevole

Un mondo utopico può trasformarsi in distopico? Una società nella quale non esiste più il concetto di colpa, e nella quale le parole vengono modificate e alterate in funzione del potere e di un’ideologia unica e metafisica a cui tutti, come automi, devono ubbidire senza il diritto di criticarla, può essere considerata una società migliore?

Il protagonista del libro Torben, scrittore, non può essere incolpato della morte della moglie, che lui ha ucciso con le sue stesse mani, perché il concetto di colpa non esiste più, è stato eliminato dal linguaggio ufficiale. Sono stati gli eventi, le condizioni psico-sociali, a portarlo all’esasperazione e quindi all’omicidio. Non basta ed è inutile che Torben cerchi in tutti i modi di farsi riconoscere come un assassino, come un violento e un reietto, no, per loro egli è semplicemente un uomo senza macchia e per confortare la loro tesi sono pronti a mentire e a modificare la dinamica degli eventi. Questa società utopica-distopica si trova in Danimarca, si trova in quella Scandinavia in cui tutto funziona e nella quale le differenze, di qualsiasi tipo, sono state annullate, rendendo le persone tutte uguali e con le stesse motivazioni e pensieri. Tutto sembra armonioso e la stessa lingua, purificata dai termini sgradevoli, abbraccia l’eufemismo come prova certa di progresso e giustizia. L’individuo è schiacciato e il libero arbitrio distrutto: come può esserci la scelta individuale se il concetto di colpa è stato abolito? Se qualsiasi cosa tu faccia verrà sempre giustificato e minimizzato, fino a sparire? Se l’individuo è diventato semplicemente un numero che ripete le stesse identiche azioni di altre milioni di persone?

L’individuo è morto, schiacciato e assorbito dalla massa uniforme e automatizzata. Come scrive Anthony Burgess nella postfazione, Torben vuole semplicemente essere un uomo.

 

Stangerup, Henrik, L’uomo che voleva essere colpevole, Milano, Iperborea, 2017, pp.176.

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Pier Luigi Vercesi – Fiume. L’avventura che cambiò l’Italia

Oggi ricorre il Centenario dell’impresa di Fiume da parte di Gabriele D’Annunzio. Questo libro dà una succinta ed esauriente descrizione di ciò che l’impresa di Fiume fu nel suo complesso. Fu una vera e propria avventura, che culminò nella avanzatissima e utopica, per i tempi e forse anche per oggi, Carta del Carnaro.

 

D’Annunzio a Fiume

 

Il Vate a Fiume è andatoIMG_8625

E dietro una banda s’è portato.

Conquista, pensa, e dice:

per il mar bisogna andare,

e la Dalmazia conquistare.

Fiume è una baraonda,

quasi esplode tra l’onda.

Democratici, soldati,

poeti e reazionari,

Tutti assieme a tramare.

Repubblica! Urlano i legionari.

No, Reggenza, risponde il Poeta:

è più facile da sopportare.

 

Vercesi, Pier Luigi, Fiume. L’avventura che cambiò l’Italia, Vicenza, Neri Pozza, 2017, pp. 158.

 

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Placido scorre il Naviglio

Placido scorre il Naviglio,

quasi a sfidare il dinamico e vitale impulso di Milano.

La sua flemma contrasta con il veloce scorrere del tempo che qui si comprime,

accorciando le giornate meneghine.

Qui abitava la Merini, dove ogni mattina si specchiava e nel popolare e malfamato

quartiere

non c’era anima viva di turista,

ma forse solo di contrabbandiere.

Questi erano i Navigli,

oggi persi nel lusso dei caffè e dei tavoli apparecchiati lungo le sue sponde,

pronti a divorare il malcapitato forestiero

in cerca di pace e refrigerio.

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Hannah Arendt – La lingua materna

Hannah Arendt non si sentiva una filosofa, ma una teorica studiosa di politica. Invece  credo, come Günter Gaus che la intervistava in televisione, che lei fu una grande filosofa e studiosa di politica. La banalità del male e soprattutto Le origini del totalitarismo (oltre a Vita activa, ecc.) sono opere, seppur scomode a qualcuno per il contenuto, di una grande studiosa e filosofa.

Il libro contiene la conversazione televisiva rilasciata dalla Arendt a Günter Gaus nel 1964 e il suo intervento nella conferenza Concern with Politics in Recent European Philosophical Thought del 1954. I temi trattati dalla filosofa vanno dal nichilismo moderno europeo, in cui alcuni filosofi vedono le difficoltà del mondo attuale, alla rivoluzione, vista da alcuni come paragonabile alla vita eterna e di conseguenza chi la fa viene salvato; al disgusto verso l’esistenza, che può scomparire quando l’individuo, attraverso il proprio impegno, decida di divenire quello che sceglie di essere, all’emancipazione femminile, in cui la Arendt, andando contro corrente rispetto ai suoi tempi e ai nostri, diceva:

ho sempre pensato che esistano delle attività determinate che non si addicono alle donne, che non vanno bene per loro […] Che una donna dia degli ordini non mi sembra una cosa opportuna. Le donne devono evitare di trovarsi in tale posizione, se vogliono mantenere le loro qualità femminili. 

Degli intellettuali amici degli anni Trenta, al tempo della presa del potere da parte di Adolf Hitler, vivida restava in lei il ricordo della facilità con cui si allinearono al nuovo regime:

io vivevo in un ‘milieu’ di intellettuali, ma conoscevo anche altre persone, e potevo constatare che tra gli intellettuali allinearsi era la regola, mentre non avveniva in altri ambienti. E non l’ho mai dimenticato […] Mai più mi farò toccare dalle storie degli intellettuali! 

Il resto leggetelo voi.

 

Arendt, Hannah, La lingua materna, Udine-Milano, Mimesis, 2019, pp. 112.

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La Russia e l’Artico (o forse tra poco il Mar Glaciale Artico)

Nell’Artico, negli ultimi anni, a seguito dell’effetto serra e del surriscaldamento del pianeta (il pack si è ridotto dagli oltre 8 milioni di km quadrati del 1970 agli appena 3,4 milioni del 2012 e si prevede che tra non molto tempo il mare sarà completamente sgombro dai ghiacci), Putin sta rafforzando la presenza russa, dove già nel periodo sovietico era massiccia. Forte di 6000 km di coste nel Mar Glaciale Artico, e dalla mancanza di ghiacci degli ultimi anni, la Russia vuole farne un Mare Nostrum del Nord. Si stima che vi sia il 40% delle riserve combustibili fossili del mondo nell’area dell’Artico1; inoltre, dato da non sottovalutare, vi è un enorme deposito di proteine, sotto forma di banchi di pesce, ancora da sfruttare. Le intenzioni russe sull’Artico si sono viste platealmente nel 2007 con l’installazione, tramite un sommergibile telecomandato, di una bandiera di titanio sul fondo del mare nel punto esatto in cui converge il Polo Nord2. La Russia intende inoltre rivendicare la continuità della piattaforma continentale russa fino al Polo Nord, in cui sembra che vi sia il più grande giacimento di petrolio dell’Artico3. Se questo principio fosse confermato, la Russia non si limiterebbe allo sfruttamento economico esclusivo entro le proprie 200 miglia nautiche, come prevede il diritto del mare, ma si assicurerebbe dal punto di vista geopolitico l’80% delle riserve fossili artiche, inglobando un’area di 1,2 milioni di km quadrati in più4. Si aspetta, su tutta la questione Polo Nord, il pronunciamento dell’Onu che dovrebbe avvenire tra il 2023 e il 20255.

 

Gli Stati Uniti sembrano essere molto in ritardo rispetto alla questione Artico e alla spartizione delle sue risorse. Difatti posseggono solo tre (di cui due fuori uso) rompighiaccio nucleari, contro i quaranta russi, di cui dieci a propulsione nucleare, i sette della Finlandia e della Svezia6ciascuno, i sei del Canada, i quattro della Danimarca e i tre della Cina (con quattro in costruzione)7. L’ammiraglio Paul Zukunft, a capo della Guardia costiera della Marina militare americana, ha esposto a chiare lettere al presidente Trump che gli Stati Uniti hanno la necessità assoluta di costruire in breve tempo almeno quattro rompighiaccio nucleari in grado di combattere8. Nel frattempo, nonostante questo ritardo, gli Usa hanno dislocato 330 marines in Norvegia, 1200 in Polonia e altri 1200 nei Paesi Baltici. Anche la Germania è presente in Lituania con 500 soldati e 30 tanks9.

 

Insomma, non solo l’effetto serra sta surriscaldando l’aria e i mari dell’Artico, ma anche la situazione politica ed economica, dove gli Stati si scontrano per spartirsi le risorse petrolifere e ittiche, comincia ogni giorno di più a farsi incandescente e pericolosa. Tutti i Paesi in campo si armano e si spiano a vicenda in ogni modo possibile. Per la Russia l’Artico rappresenta il presente e potrebbe rappresentare in futuro una rinascita spirituale e geopolitica, per riprendere il pensiero di Alexander Dugin10. Forse in un futuro non troppo lontano, come prospettato da alcuni accademici russi11, il Mar Glaciale Artico si chiamerà Mar Glaciale Russo.

 

 

Note

1Marzio G. Mian, Artico. La battaglia per il Grande Nord, Vicenza, Neri Pozza, 2018, p. 106.

2Ivi, pp. 102-103. È da notare il commento del ministro degli Esteri canadese Peter MacKay, che commentò l’episodio così: “Questo non è il quindicesimo secolo, non funziona più che vai in giro per il mondo, pianti una bandiera e dici ‘è roba mia’”.

3Ibidem.

4Ivi, p. 106. L’Artico è l’area del pianeta che cresce più velocemente, l’11 % all’anno, in un’area abitata solo da quattro milioni di abitanti. Quindi anche per questo motivo il Canada e la Danimarca hanno presentato i propri dossier all’Onu, basati su studi geologici indipendenti. Cfr lo stesso autore a p. 179.

5Ivi, p. 179.

6Magnus Christiansson, “La Svezia ha paura della Russia ma non entra nella Nato”, Limes, La febbre dell’Artico, gennaio 2019, pp. 239-245. L’autore spiega molto bene l’equilibrismo politico che la Svezia, nonostante la crescente paura verso la Russia, deve sostenere nel cosiddetto equilibrio nordico. Da una parte vorrebbe avvicinarsi alla Nato, di cui non fa parte, ma dall’altra non vorrebbe provocare la reazione imprevedibile della Russia.

7Mian, p. 104.

8Ivi, pp. 105-106.

9Ibidem. Cfr. anche In risposta, ma forse anche prima – visto che già nel 2008 il presidente russo Medvedev aveva spostato alcune testate nucleari a Kaliningrad – i militari russi hanno spostato 400 missili nucleari Iskander a medio raggio nella regione di Kaliningrad (enclave russa incuneata tra la Polonia e la Lituania, ex Prussia Orientale. Territorio strappato alla Germania dopo la Seconda guerra mondiale).

10Aleksandr Sergunin, “Le anime artiche della Russia”, Limes, La febbre dell’Artico, gennaio 2019, pp. 123-131.

11Mian, p.119. L’idea è di Nikolaj Pavluk, direttore dell’Istituto nazionale russo di Valutazione dell’Università di Mosca. La tesi è stata sposata anche da altri accademici e dallo stesso Putin.

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Nino Filastò – Storia delle merende infami

In questo libro l’avvocato e scrittore Nino Filastò racconta il suo punto di vista sulla vicenda del mostro di Firenze e dei compagni di merende processati e condannati per aver commesso quattro doppi omicidi; cioè Mario Vanni, di cui Filastò era avvocato, e il reo confesso Giancarlo Lotti. Bisogna subito aggiungere che Pietro Pacciani, nel primo processo che riguardava solo lui, fu prima condannato all’ergastolo in primo grado, nel 1994, e due anni dopo assolto in appello. Sempre nel 1996 la Cassazione annullò il processo di Appello e ne richiese la ripetizione, ma il nuovo Appello non iniziò mai perché nel frattempo Pacciani era deceduto nel 1998. Il processo contro i compagni di merende, a cui l’avvocato Filastò partecipò come difensore di Vanni, iniziò nel 1997 e si concluse l’anno dopo con la condanna all’ergastolo del suo assistito e a 26 anni per Lotti.

Il libro è un lungo racconto, con molte digressioni di natura filosofica e letteraria, di tutta la vicenda legata ai processi al mostro di Firenze, alle biografie degli imputati e infine alla sua personale tesi su chi potesse essere il vero assassino. Filastò fin dalle prime pagine critica fortemente tutto l’impianto accusatorio e tutte le fantasie nate prima, durante e dopo i vari processi fatti contro il presunto mostro. Il personaggio più attaccato è Michele Giuttari, il quale nel 1995 divenne il nuovo capo della Squadra Mobile di Firenze. Andando per ordine, Filastò si chiede come sia stato possibile che Pacciani abbia avuto una condanna a 14 ergastoli al processo di primo grado (fu escluso solo il primo e doppio omicidio del 1968) nonostante non ci fosse uno straccio di prove; come sia stato possibile che si sia potuto dare credito alle dichiarazione auto accusatorie e accusatorie contro Pacciani e Vanni di Giancarlo Lotti, noto bevitore, disoccupato cronico e considerato lo scemo del paese, soggetto spesso e volentieri a scherzi crudeli e ripetuti; come sia stato possibile considerare Mario Vanni, cerebroleso, ubriacone e di costituzione esile, capace di così siffatti crimini, come l’ultimo doppio omicidio del mostro ai due francesi, nel 1985, in cui il ragazzo francese pur ferito dai proiettili cercò di fuggire, ma fu inseguito e ucciso a coltellate, con una coltellata data con tale violenza da sgozzarlo, a dieci metri circa di distanza dalla tenda in cui la coppia francese sostava. Lo stesso si può dire di Pacciani, che certo non aveva l’altezza necessaria, essendo alto appena un metro e sessanta centimetri, per i riscontri con le tracce delle ginocchia che furono trovate sulla portiera di un’auto, che lasciano pensare a una persona ben più alta. E lo stesso vale per l’omicidio del ragazzo francese che era molto più alto di Pacciani. Quindi sorge spontanea la domanda: come fece a sferrargli una coltellata sul cranio? Certamente Pacciani era più intelligente e scaltro degli altri due imputati e forse può aver visto qualcosa, così come altri guardoni di quell’epoca, durante le sue escursioni notturne. Sembra che facesse il guardone insieme a un ex maresciallo dei carabinieri. Purtroppo qualsiasi cosa lui sapesse o avesse visto se lo è portato nella tomba. È evidente che molte cose non tornano e non potrebbe essere altrimenti.

La tesi che l’avvocato Filastò porta avanti da anni e che nel suo libro esplicita con dovizia di particolari sfuggiti agli inquirenti è che il possibile mostro potesse essere un poliziotto, perché molti indizi fanno pensare che l’assassino fosse al corrente delle indagini in corso  e anche le modalità di avvicinamento alle macchine delle vittime, sempre secondo la tesi di Filastò, fanno pensare che l’assassino si presentasse vestito come un poliziotto. In un caso, infatti, fu trovato il libretto dell’auto sul tappetino anteriore, come se la vittima avesse presentato il documento a qualcuno e in un altro il portafogli presentava un buco di proiettile senza che l’uomo presentasse ferite al gluteo. Anche le lettere minatorie scritte alla procura, come l’ultima in cui l’assassino inserì un pezzetto di seno di Nadine Mauriot – la francese uccisa agli Scopeti nel settembre del 1985 – e la spedì con il macabro contenuto all’ex sostituto procuratore di Firenze Silvia Della Monica, guarda caso all’unica donna che ebbe a che fare con il mostro di Firenze, fanno pensare a una persona molto informata sulle indagini. Seguiva le sue vittime, come probabilmente accadde nel caso di Susanna Cambi e Pia Rontini, telefonava ai (presunti) testimoni, come nel caso dell’indiano, cioè guardone, Enzo Spalletti, forse testimone dell’omicidio nel giugno 1981 di Carmela De Nuccio e Giovanni Foggi. La mattina dopo il duplice omicidio Spalletti disse alla moglie e ad altre persone al bar che c’erano due ragazzi morti in auto, quando ancora la notizia non era stata pubblicata da nessuno, perché ancora non si sapeva nulla dell’accaduto. Per questo motivo fu arrestato. Qualche tempo dopo il mostro telefonò alla moglie e al fratello di Spalletti, mentre quest’ultimo si trovava in carcere accusato di essere l’assassino della coppia, e disse loro di stare tranquilli perché presto sarebbe uscito dal carcere. Sempre nella stessa chiamata disse però gli sta bene un po’ di galera, a quello scemo. Che gli è saltato in mente di dire che aveva saputo dei morti dai giornali, quando i giornali sono usciti con la notizia la mattina dopo? La profezia si rivelò vera, perché poco più di quattro mesi dopo avvenne l’omicidio di Stefano Bandi e Susanna Cambi (22 ottobre 1981) e il presunto assassino venne scarcerato. La cosa incredibile, come riporta Filistò nel libro, è che l’infermiere cattolico Spalletti non venne nemmeno inserito tra i testimoni della difesa per il doppio omicidio del giugno 1981. Ancora oggi Spalletti si rifiuta di parlare del caso e in tutti questi anni non ha dichiarato niente. Lo stesso si può dire dell’altro indiano, Fosco Fabbri, che si trovava con lui quella sera e che in realtà qualcosa disse all’epoca dei fatti. Per esempio dichiarò di essere stato bloccato e criticato una volta, per il suo comportamento di guardone, in piena notte sotto la minaccia di una pistola da un poliziotto. Fatto piuttosto inquietante. Perché questo tema non fu approfondito e la persona non fu convocata e sentita durante i vari processi?

Per concludere, Filastò inserisce anche il doppio omicidio di Lucca, avvenuto la sera del 21 gennaio del 1984, in cui morirono Paolo Riggio e Graziella Benedetti, tra gli omicidi del mostro. Quindi in totale se ne contano diciotto nell’arco di diciassette anni. Senza contare i quattro omicidi avvenuti nell’agosto del 1993, mentre Pacciani era in carcere sotto l’accusa di essere il mostro, e in cui morirono Francesco Vinci, per un periodo accusato e poi scagionato di essere il mostro di Firenze, il suo pastore-servo Angelo Vargiu e venti giorni dopo fu la volta di Milva Malatesta, prostituta e amante di Vinci, e del suo figlioletto di tre anni. Tutti e quattro uccisi e bruciati all’interno delle proprie auto. Milva Malatesta a sua volta era figlia di Maria Antonietta Sperduto, anch’essa prostituta e amante di Pacciani e Vanni, e di Renato Malatesta, trovato morto suicida nel 1981. Ma sul suicidio di quest’ultimo permangono molti dubbi. E queste morti non furono le uniche. Tante altre donne, soprattutto prostitute, morirono in quegli anni tra Firenze e provincia. Per non parlare del caso di Elisabetta Ciabani. Ella era amica di Susanna Cambi, la povera ragazza massacrata il 23 ottobre 1981. Ciabani venne ritrovata morta il 22 agosto 1982 in un villaggio turistico a Scicli, in Sicilia. Sul suo corpo vennero riscontrate ferite da taglio intorno all’ombelico e un coltello conficcato nella mammella sinistra. Il caso fu chiuso come suicidio. Incredibile. Una cosa che subito salta all’occhio è che tutti gli omicidi sono collegati tra loro, quindi la matrice deve essere la stessa.

 

Questo lo aggiungo io: perché il mostro uccise i due francesi all’interno di una tenda invece che all’interno di un’auto, come precedentemente aveva sempre fatto? Forse era a conoscenza del fatto che la SAM, la Squadra Anti Mostro, nata nel 1984, aveva iniziato a introdurre delle esche con poliziotti al posto delle coppie all’interno di auto blindate? E che dire dell’unico identikit del mostro fatto dopo la morte di Stefano Baldi e Susanna Cambi il 22 ottobre 1981? L’identikit del mostro è molto simile al volto del magistrato Pier Luigi Vigna, che per un certo periodo si occupò del mostro. La ragazza che vide la sera del 22 ottobre una macchina Alfa Romeo GT rossa allontanarsi ad alta velocità dal luogo in cui poi furono ritrovati i corpi delle due vittime, disse che il volto del guidatore era stravolto. Perché non fu fatta una ricerca a tappeto all’ufficio immatricolazioni per controllare chi possedesse una tale auto? Era l’assassino quello visto dalla testimone oppure uno dei tanti guardoni che infestavano la zona e che involontariamente ha assistito agli omicidi e allo scempio del corpo della ragazza? E perché dopo il 1985 il mostro smise di uccidere le coppiette? I quesiti potrebbero continuare ancora a lungo, perché molte sono le domande e i lati oscuri di questa vicenda. Ci furono sicuramente dei depistaggi e a volte si ha l’impressione che si voleva a tutti i costi trovare il mostro da sbattere in prima pagina, senza cercare la verità dei fatti e il vero assassino. Come scrive lo stesso Filastò, Pacciani e compagni si prestarono fin troppo bene a quell’immaginario primitivo e selvaggio, fatto di ignoranza e arretratezza, con cui molte persone sogliono identificare il male per allontanare le proprie paure. Non è possibile immaginare che l’assassino sia uno di noi o sopra di noi, una persona per bene, con una buona posizione sociale e culturale (come le lettere e le telefonate lasciano trasparire), che magari si trovava proprio dalla parte di chi indagava e all’interno degli apparati dello Stato. Come l’avvocato Filastò credo che l’assassino sia ancora da trovare e la sua tesi del poliziotto, anche se penso che sia una persona più in alto, è quella che più si avvicina alla verità.

 

Filastò, Nino, Storia delle merende infami, Firenze, Maschietto Editore, 2012 (prima edizione 2005), pp. 493.

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Mulazzo (Lunigiana) – Il piccolo borgo in cui Dante trovò rifugio

In questo piccolo borgo della Lunigiana Dante Alighieri trovò rifugio dall’esilio per qualche tempo, ospite del marchese Franceschino Malaspina. Probabilmente arrivò qui nel 1306 e nel borgo è indicata una casa in cui presumibilmente Dante visse in quel periodo. Nel borgo Dante continuò la stesura della Divina Commedia e dedicò l’VIII canto del Purgatorio al capostipite della famiglia Corrado Malaspina, morto nel 1254, e al nipote Corrado il Giovane, morto nel 1294.

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Sergio del Molino – La Spagna vuota

Leggere questo libro è stata un’immersione in scoperte e sorprese continue, perché in Italia non ci sono molti libri sulla situazione politica, sociale e demografica della Spagna. Bisogna riconoscere che si pubblica poca letteratura e pochi saggi su questo Paese in Italia. Negli ultimi anni si è parlato molto della questione catalana e negli anni scorsi il terrorismo basco era al centro dell’attenzione mediatica. Quando la Spagna è al centro dell’attenzione è quasi sempre per motivi di secessionismo più o meno violento da parte di regioni con forti identità storiche e linguistiche. La nostra attenzione è quasi sempre rivolta alla Germania, alla Francia e alla Gran Bretagna, per quanto riguarda l’Europa. La Spagna è relegata ai margini del nostro interesse politico ed economico. Se ne parla, certamente, ma quando andiamo a visitarla, per turismo. Ecco, questo saggio che è una via di mezzo tra antropologia e storia, tra demografia e geografia, tra letteratura e poesia, colma questo vuoto. È un libro notevole per la mole di informazioni, per la profondità di sguardo e la capacità di raccontare dei fatti, anche dolorosi, come le iniziative prese sotto la dittatura di Franco, senza mai scadere in un linguaggio farcito di odio e rivendicazioni arrabbiate, ma con la consapevolezza che raccontare dei fatti implica mettere insieme una serie di azioni che varie generazioni di uomini hanno aiutato a modellare e incidere.

Tra le molte cose, quella che mi ha colpito di più, è il collegamento diretto che l’autore fa tra l’ideologia del movimento carlista, nato nella prima metà dell’Ottocento, a seguito degli intrighi di corte scaturiti quando il re Ferdinando VII di Borbone fece regina sua figlia Isabella a discapito del fratello minore Carlos, che sarebbe stato il pretendente secondo la Lex Salica, e i movimenti secessionisti nati nei Paesi Baschi e in Catalogna alla fine dell’Ottocento. Cosa c’entravano degli ultraconservatori, difensori del cattolicesimo, anti illuministi, che disprezzavano le città e il liberalismo con la nascita del secessionismo moderno? Semplicemente questo, e qui c’è il fulcro del libro a mio avviso, il disprezzo dei cittadini spagnoli delle grandi città come Madrid, Barcellona e Bilbao, verso i provinciali, verso i paesi dell’entroterra, poveri e abitati da ignoranti e bifolchi, isolati e malati cronici, che nonostante tutto, seppur attenuato, perdura ancora oggi. Il movimento carlista difendeva invece la vita contadina, la religiosità delle persone semplici e per avvicinarsi ad essi, già alla fine dell’Ottocento, iniziò a stampare dei giornali nelle varie lingue locali e i preti presero a dire messa nelle stesse lingue, per farsi capire dalle persone che non parlavano il castigliano. Così, secondo l’autore, ha preso piede il nazionalismo in Spagna (per nazionalismo in Spagna s’intende il secessionismo catalano, basco e galiziano). La cosa interessante è il perdurare dell’ideologia carlista in Spagna durante tutto il Novecento, infatti ha avuto un forte ruolo nell’appoggiare Franco durante la guerra civile spagnola e anche dopo la sua presa del potere ne ha influenzato le scelte e le politiche. Ancora oggi il movimento carlista non è del tutto scomparso e rende la Spagna da questo punto di vista un unicum nel continente europeo.

Quindi la dualità e contrapposizione tra città e campagna, presente in tutti gli Stati europei, in Spagna assume un contorno molto più marcato e divisorio e affonda le sue radici all’epoca della reconquista contro gli arabi. Nella meseta madrilena, in Castiglia, si possono percorrere anche cinquanta chilometri senza incontrare un paese, in un ambiente brullo e spopolato. La Spagna interna muore lentamente e il problema non è di certo recente. Fin dall’Ottocento le masse di contadini si spostano dalle campagne alle grandi città, soprattutto Madrid e Barcellona, e dopo il 1950 il problema si fa più pressante e drammatico. Interi villaggi si spopolano e in altri restano solo anziani e persone troppo povere per spostarsi. Il Grande Trauma ha coinvolto e coinvolge milioni di spagnoli sradicati dalle loro terre d’origine e immersi in una realtà da cui spesso si sentivano respinti, andando a gonfiare a dismisura le periferie di Madrid e Barcellona. Nella Spagna vuota, cioè in quella macro regione che Molina individua nelle regioni (comarche) di Extremadura, Castiglia-La Mancia, Aragona e Castiglia-Leon, si possono contare paesi con tre soli abitanti e altri completamenti spopolati. Un deserto nel cuore della Spagna. I soldi dell’Unione Europea hanno in parte migliorato la situazione di alcune realtà, soprattutto di quelle realtà legate al turismo, ma il documentario del 1932 di Luis Buñuel, chiamato Tierra sin pan (Las Hurdes), è ancora lì a testimoniare l’estrema povertà e l’isolamento dei villaggi interni di un’epoca ancora viva e non del tutto superata. Non siamo ancora in grado di dire se la Spagna vincerà la lunga battaglia contro la tierra sin pan, ma sicuramente, almeno in alcuni comuni e con alcune persone battagliere, ci stanno provando.

 

Molino, Sergio del, La Spagna vuota, Palermo, Sellerio, 2019, pp. 393.

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Mostafa Mastur – Osso di maiale e mani di lebbroso

Leggete questo romanzo e resterete sorpresi dalle tematiche e dai personaggi descritti nelle storie intrecciate dello scrittore iraniano Mostafa Mastur. Si fa quasi fatica a credere che sia ambientato in Iran, più precisamente a Teheran, Paese che noi siamo abituati a pensare come monolitico, molto religioso, estremista e bigotto. Invece no. L’Iran che risulta da queste pagine è tutt’altro rispetto ai nostri pregiudizi e alla nostra ignoranza. È un Iran fatto di ladri, assassini, di coppie in crisi, di rapporti complessi e difficili tra uomini e donne e di crisi personali. L’alienazione della vita trasuda dall’inchiostro, trascende dalle parole e ci immerge con forza e decisione nei marosi dell’esistenza. Nessuno n’è immune.

 

Mastur, Mostafa, Osso di maiale e mani di lebbroso, Civitavecchia, Ponte33, 2010.

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Dmitrij Sergeevič Lichačev – La mia Russia

Leggo le memorie di Dmitrij Sergeevič Lichačev, dedicate all’immensa Russia che ora dolorosamente brucia. Di San Pietroburgo si parla, città in cui nacque e visse, di vita privata e ricordi di famiglia, di letteratura, di arte, di teatro, di morte, di vita: nonostante l’orrore dell’ultima guerra mondiale e l’ecatombe di Leningrado (che lui visse in prima persona). E poi della Crimea, del grande Volga (dove sulle sue rive vivono i Mari, popolo di origine finnica che ancora oggi pratica l’animismo*). E infine delle Isole Solovki nelle quali il povero Lichačev fece esperienza del primo GULag sovietico e nel quale vi restò imprigionato per anni. La fatica di cercare questo libro, quasi introvabile, è ampiamente ripagata dalla soddisfazione e dal piacere di conoscere, nonostante la sofferenza e il dolore, descrizioni e sprazzi di vita di un’intera epoca e società, testimonianza importantissima di un grandissimo studioso della cultura medievale russa.

*Questo l’ho aggiunto io.

 

Lichačev, Sergeevič Dmitrij, La mia Russia, Torino, Einaudi, 1999, pp. 405.

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