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Sergio del Molino – La Spagna vuota

Leggere questo libro è stata un’immersione in scoperte e sorprese continue, perché in Italia non ci sono molti libri sulla situazione politica, sociale e demografica della Spagna. Bisogna riconoscere che si pubblica poca letteratura e pochi saggi su questo Paese in Italia. Negli ultimi anni si è parlato molto della questione catalana e negli anni scorsi il terrorismo basco era al centro dell’attenzione mediatica. Quando la Spagna è al centro dell’attenzione è quasi sempre per motivi di secessionismo più o meno violento da parte di regioni con forti identità storiche e linguistiche. La nostra attenzione è quasi sempre rivolta alla Germania, alla Francia e alla Gran Bretagna, per quanto riguarda l’Europa. La Spagna è relegata ai margini del nostro interesse politico ed economico. Se ne parla, certamente, ma quando andiamo a visitarla, per turismo. Ecco, questo saggio che è una via di mezzo tra antropologia e storia, tra demografia e geografia, tra letteratura e poesia, colma questo vuoto. È un libro notevole per la mole di informazioni, per la profondità di sguardo e la capacità di raccontare dei fatti, anche dolorosi, come le iniziative prese sotto la dittatura di Franco, senza mai scadere in un linguaggio farcito di odio e rivendicazioni arrabbiate, ma con la consapevolezza che raccontare dei fatti implica mettere insieme una serie di azioni che varie generazioni di uomini hanno aiutato a modellare e incidere.

Tra le molte cose, quella che mi ha colpito di più, è il collegamento diretto che l’autore fa tra l’ideologia del movimento carlista, nato nella prima metà dell’Ottocento, a seguito degli intrighi di corte scaturiti quando il re Ferdinando VII di Borbone fece regina sua figlia Isabella a discapito del fratello minore Carlos, che sarebbe stato il pretendente secondo la Lex Salica, e i movimenti secessionisti nati nei Paesi Baschi e in Catalogna alla fine dell’Ottocento. Cosa c’entravano degli ultraconservatori, difensori del cattolicesimo, anti illuministi, che disprezzavano le città e il liberalismo con la nascita del secessionismo moderno? Semplicemente questo, e qui c’è il fulcro del libro a mio avviso, il disprezzo dei cittadini spagnoli delle grandi città come Madrid, Barcellona e Bilbao, verso i provinciali, verso i paesi dell’entroterra, poveri e abitati da ignoranti e bifolchi, isolati e malati cronici, che nonostante tutto, seppur attenuato, perdura ancora oggi. Il movimento carlista difendeva invece la vita contadina, la religiosità delle persone semplici e per avvicinarsi ad essi, già alla fine dell’Ottocento, iniziò a stampare dei giornali nelle varie lingue locali e i preti presero a dire messa nelle stesse lingue, per farsi capire dalle persone che non parlavano il castigliano. Così, secondo l’autore, ha preso piede il nazionalismo in Spagna (per nazionalismo in Spagna s’intende il secessionismo catalano, basco e galiziano). La cosa interessante è il perdurare dell’ideologia carlista in Spagna durante tutto il Novecento, infatti ha avuto un forte ruolo nell’appoggiare Franco durante la guerra civile spagnola e anche dopo la sua presa del potere ne ha influenzato le scelte e le politiche. Ancora oggi il movimento carlista non è del tutto scomparso e rende la Spagna da questo punto di vista un unicum nel continente europeo.

Quindi la dualità e contrapposizione tra città e campagna, presente in tutti gli Stati europei, in Spagna assume un contorno molto più marcato e divisorio e affonda le sue radici all’epoca della reconquista contro gli arabi. Nella meseta madrilena, in Castiglia, si possono percorrere anche cinquanta chilometri senza incontrare un paese, in un ambiente brullo e spopolato. La Spagna interna muore lentamente e il problema non è di certo recente. Fin dall’Ottocento le masse di contadini si spostano dalle campagne alle grandi città, soprattutto Madrid e Barcellona, e dopo il 1950 il problema si fa più pressante e drammatico. Interi villaggi si spopolano e in altri restano solo anziani e persone troppo povere per spostarsi. Il Grande Trauma ha coinvolto e coinvolge milioni di spagnoli sradicati dalle loro terre d’origine e immersi in una realtà da cui spesso si sentivano respinti, andando a gonfiare a dismisura le periferie di Madrid e Barcellona. Nella Spagna vuota, cioè in quella macro regione che Molina individua nelle regioni (comarche) di Extremadura, Castiglia-La Mancia, Aragona e Castiglia-Leon, si possono contare paesi con tre soli abitanti e altri completamenti spopolati. Un deserto nel cuore della Spagna. I soldi dell’Unione Europea hanno in parte migliorato la situazione di alcune realtà, soprattutto di quelle realtà legate al turismo, ma il documentario del 1932 di Luis Buñuel, chiamato Tierra sin pan (Las Hurdes), è ancora lì a testimoniare l’estrema povertà e l’isolamento dei villaggi interni di un’epoca ancora viva e non del tutto superata. Non siamo ancora in grado di dire se la Spagna vincerà la lunga battaglia contro la tierra sin pan, ma sicuramente, almeno in alcuni comuni e con alcune persone battagliere, ci stanno provando.

 

Molino, Sergio del, La Spagna vuota, Palermo, Sellerio, 2019, pp. 393.

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Una nota sul turismo in Italia

Dal 1950 ad oggi il turismo internazionale è aumentato di 40 volte, passando da 25 milioni a circa 1 miliardo di turisti. L’Italia nello stesso lasso di tempo è riuscita a passare dal primo al quinto posto. Se da una parte abbiamo in parte preservato le nostre coste, diversamente dalla Spagna che ha completamente cementificato tutta la costa mediterranea, dall’altra abbiamo perso terreno verso le Nazioni così dette emergenti. Forse sarebbe l’ora di finirla di presentarci con 20 delegazioni diverse, quante sono le regioni italiane, negli incontri ufficiali con i pari delle Nazioni straniere. La Francia si presenta con un’unica delegazione, compatta e attenta agli interessi del sistema nazionale e non per niente è la prima Nazione al mondo per turismo (80 milioni di turisti stranieri contro i 40 dell’Italia…). Nel frattempo Cristoforo Colombo è diventato spagnolo, Marco Polo croato e chissà, domani forse scopriremo che Pirandello era greco e Leonardo da Vinci francese.

Caro governo, se ci sei batti un colpo, come scrisse una volta un giornalista in un periodo storico più buio di questo

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Pietro Giannone – Michele Dell’Aquila

Il pensatore, il perseguitato, l’esule

Il professore universitario e autore del libro su Giannone Michele Dell’Aquila, ripercorre la storia di Giannone riprendendo in modo cospicuo la Vita, la sua autobiografia, in parte scritta in carcere. La vita di Pietro Giannone fu, a un certo, avventurosa e in continuo movimento: si spostò da Vienna a Venezia, passando per Padova e Ginevra, fino allo sconfinamento piemontese. Purtroppo il passaggio nel Regno dei Savoia gli fu fatale; qui, infatti, fu fatto prigioniero e vi restò fino alla morte.

Pietro Giannone nacque a Ischitella, nel Gargano, nel 1676 e morì prigioniero dei Savoia nel 1748, dopo una detenzione lunga 12 anni. Si trasferì prestissimo a Napoli dove compì tutti i suoi studi. Fu avvocato, storico ed erudito di grandissimo valore. Scrisse molte opere, tra cui l’importante Triregno e, la molto apprezzata e letta allora in Europa, Storia civile del Regno di Napoli. Proprio quest’ultimo libro, di cui parlerò più avanti, gli creò moltissimi problemi con il papato e i regnanti soggetti ad esso. Vivendo a Napoli ebbe modo di assistere ai grandi stravolgimenti dell’epoca non solo da un punto di vista culturale e filosofico, dove Napoli si apriva per la prima volta alle correnti di idee e pensieri più in voga in Europa (a partire da Cartesio e Gassendi), ma vide contemporaneamente il crollo del dominio spagnolo nel Sud: potenza sostituita dalla casa d’Austria, in realtà per meno di tre decenni (ma nella sua formazione importantissimi), passando infine ai Borboni. Quindi si formò in un periodo di grandi cambiamenti geopolitici e filosofici.

Giannone nella Storia civile del Regno di Napoli sferra un duro attacco alla Chiesa e ai baroni meridionali che, con frodi e maneggi oscuri, hanno sempre cercato nel corso della storia (il libro si snoda attraverso diciassette secoli, dall’impero romano fino ai suoi giorni) di sottrarre terre e diritti al legittimo Sovrano. Lui difende le prerogative statuali del Sovrano contro la cupidigia del clero e degli aristocratici. Le usurpazioni di Roma sono secolari – continua Giannone – e la continua corsa delle confraternite religiose nell’accaparrarsi lasciti e donazioni non ne fanno un’istituzione religiosa cristiana, ma un’organizzazione dedita al parassitismo e al potere politico. Anche la pretesa della Chiesa di considerare il Regno di Napoli come un proprio feudo è intollerabile e ingiustificabile da qualsiasi legge regale e laica. Perché Napoli continuava a pagare la Ghinea d’oro a Roma? Per l’investitura del normanno Roberto il Guiscardo avvenuta sette secoli prima? No, per Giannone, solo il re, tramite una costituzione laica, ha il potere e il diritto di governare sulle proprie terre. La Chiesa deve tornare, come i primi cristiani all’epoca di Gesù, ad occuparsi strettamente di religione e spiritualità lasciando gestire la politica e l’economia alle persone preposte per farlo.
Come è immaginabile, Roma non la prende affatto bene e dal 1723, anno di pubblicazione del libro, in poi, la vita di Giannone diviene dura e nomade. A seguito delle pressioni ecclesiastiche contro di lui, è costretto a lasciare Napoli per Vienna, dove cerca di accattivarsi le simpatie dell’imperatore Carlo VI, a cui il libro è dedicato. Dopo alcuni anni passati a Vienna, la sua fama comincia ad espandersi in tutta l’Europa occidentale. Il libro viene letto e apprezzato da filosofi, storici e giuristi europei. In seguito, libro venne ripreso nella costituzione di una moderna teoria laica del potere statuale, non solo al Sud. Ma contro gli arrivano anche tante accuse di plagio e di disonestà intellettuale, non da ultimo dal Manzoni. Dell’Aquila fa comunque notare, come è stato dimostrato da molti studiosi, che all’epoca di Giannone non era consuetudine riportare le fonti prese a prestito e questo da parte di qualsiasi studioso.

Nella sua autobiografia, Vita, nel periodo che va dal 1730 al 1734, Giannone riporta fortissime critiche contro la corruzione della corte asburgica di Vienna. Loschi figuri, in prevalenza spagnoli e catalani, a seguito di forti pressioni sull’imperatore, si arrogavano il diritto di scialacquare importanti risorse dell’impero senza alcun ritegno. Dei veri e propri parassiti. Le prepotenze riscontrate nel Viceregno di Napoli da parte di ecclesiastici e baroni si riproponevano a Vienna con aristocratici provenienti da quasi ogni parte d’Europa. I più voraci, come abbiamo visto, erano i catalani e gli spagnoli a causa del coinvolgimento degli Asburgo nella guerra di Successione spagnola (1701-1711).

Il libro di Dell’Aquila prosegue spiegando brevemente la divisione in tre periodi o regni del Triregno, l’altro importante libro del Giannone. Il Triregno non è mai stato completato dall’autore anche a causa dell’arresto subito e delle condizioni precarie che dovette sopportare nei dodici anni di prigionia. Andiamo per ordine. Il Triregno è un libro fortemente anti clericale, ma non anti religioso. Giannone, qui farò una sintesi brevissima, divide la storia dell’uomo in tre regni: il primo è anteriore alla venuta di Cristo, quindi terreno e quasi interamente pagano (con l’eccezione di Israele); il secondo è realizzato con l’avvento di Gesù e la salvezza per i giusti e i poveri di spirito, di conseguenza spirituale e cristiano; infine il terzo è segnato dal dominio del corrotto regno papale, con i suoi dogmi e la violenza clericale, che Giannone non esita a riportare nel terreno, come il primo regno pagano… Imputa alla Chiesa la totale perdita dei veri valori morali del cristianesimo, a vantaggio della corruzione, della pompa papale e dei dogmi inventati di sana pianta per giustificare il proprio potere temporale.

Il libertinismo intellettuale di Giannone non gli ha certo giovato e i molti nemici, primo fra tutti la Chiesa, l’hanno condannato a morte sicura, perseguitato in vita e denigrato dopo la morte. Questo è un mio piccolo tributo alla sua memoria e al bellissimo, se pur breve, libro del professore Michele Dell’Aquila.

Michele Dell’Aquila, Pietro Giannone, Schena Editore ( 2002)

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Libri

Cartografia di un destino (interviste) – Jorge Luis Borges

Il libro raccoglie due interviste televisive fatte a Borges nel 1976 e 1980, a Madrid, in Spagna. In entrambe le interviste Borges ripercorre il lato biografico della sua vita e gli autori che gli hanno insegnato qualcosa dal punto di vista letterario e poetico. Come si sa, lui preferiva leggere altri autori piuttosto che scrivere. Molto misurato, timido, modesto, Borges nelle due interviste danza da un capo all’altro della letteratura e delle lingue: conosceva oltre all’inglese, appreso grazie alla nonna anglosassone, il tedesco (imparato da solo), il francese e l’inglese antico, chiamato anche sassone antico. Mente lucidissima, frasi mai scontate, pensiero profondo e tagliente gli hanno procurato tante simpatie ma anche tanti nemici. Diceva ciò che pensava, uno dei pochissimi e rari esempi, e questo come ben si sa, procura molte antipatie e inimicizie e forse anche per questo non gli diedero mai il Nobel (cosa di cui lui non si curava affatto).

Ci si stanca mai di leggere Borges, i suoi libri, le sue interviste? No, non ci si stanca mai; ogni frase è un fermarsi a riflettere e ogni pagina è un abisso di sapere che dà le vertigini.

Jorge Luis Borges (a cura di Tommaso Menegazzi), Cartografia di un destino, Mimesis Edizioni (2012)

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Ambiente Economia Politica Società

Crolla l’eolico spagnolo

Nonostante sia ancora il quarto Paese al mondo per potenza eolica installata, la Spagna è scivolata al settimo posto per quanto riguarda gli investimenti negli ultimi anni. A causa della gravissima crisi economica che sta vivendo il Paese il governo ha deciso di tagliare oltre un miliardo di euro di investimenti nel settore. Inoltre ha perso oltre il 40% dei lavoratori del settore costruiti faticosamente negli ultimi 20 anni. Le ditte che costruiscono le pale eoliche oggi esportano il 90% delle pale e solo il 10% soddisfano il mercato interno, mentre in passato le percentuali erano completamente invertite. Questo ultimo dato dà un’idea della profonda crisi che sta vivendo il settore dell’eolico e delle energie rinnovabili in Spagna dopo gli ennesimi tagli da parte dello Stato.

L’articolo della Treccani a nome di Jaen-Marie Rossi:
http://www.treccani.it/magazine/piazza_enciclopedia_magazine/geopolitica/Il_lento_morire_dell_energia_eolica_in_Spagna.html

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Economia Geopolitica Politica

Grecia: morte di una nazione

Chiude la tv di Stato e l’orchestra nazionale dopo 75 anni, il Pil è sceso nei primi sei mesi del 2013 a – 5,6 %, i consumi del – 8,3%, gli investimenti del – 11,4% e la disoccupazione è al 26%. Basterebbero questi dati a dare l’idea di un disastro annunciato, eppure perseguito e portato a termine con estrema maestria. Ogni giorno arriva dalla Grecia qualche notizia catastrofica, inaudita e noi italiani, sempre più vicini al baratro, sappiamo che al peggio non c’è mai fine. Abbiamo la Grecia di fronte a noi, paradigma del crollo di una Nazione. Gli errori del disastro greco, da quello che leggo, sono da attribuire non soltanto alla classe dirigente corrotta e lassista che ha governato il Paese ellenico negli anni precedenti alla crisi, ma anche alla popolazione che ha lasciato correre finché ha beneficiato degli alti stipendi degli statali, delle assunzioni facili, delle mazzette nell’imprenditoria e dove il merito è stato calpestato e annullato a favore del clientelismo. La Grecia ha forse troppi dipendenti pubblici in percentuale alla popolazione (al 7% mentre in Italia è al 5,3%), ma che dire della Svezia che va oltre il 12%? La Grecia ha perso il 20% della ricchezza nazionale negli ultimi quattro anni. Anche l’Italia sta pagando le politiche lassiste e superficiali dei governi precedenti a quello tecnico di Mario Monti. Se avessimo avuto dei governi attenti e giudiziosi, capaci e pragmatici, forse non avremmo avuto bisogno di una specie di gabelliere per riscuotere interessi finanziari dall’Italia per soggetti stranieri. (Mi lascia sbigottito la notizia che Mario Monti sia tornato alla Bocconi conservando il posto di senatore e quindi riscuotendo un compenso di oltre 15 mila euro mensili, mentre le sue percentuali di assenza dal Senato sono arrivate al 92%: dovrebbero almeno sospendergli gli emolumenti).

Stiamo assistendo alla morte di una Nazione, quella greca, e purtroppo la situazione economica italiana non fa ben sperare per il futuro. Lo stesso vale per la Spagna, l’Irlanda, il Portogallo, la stessa Francia e adesso vediamo che anche l’Olanda sta entrando in recessione; senza parlare dei Paesi dell’est a partire dalla Slovenia. La crisi è generalizzata in Europa, regge ancora la Germania, ma che dire degli Usa, del Giappone e del rallentamento dell’economia cinese?

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Economia Filosofia Politica Storia

L'”impero latino” di Alexandre Kojève

Alexandre Kojève –  il grande filosofo russo naturalizzato francese – scrive nel saggio l’Impero latino dei pericoli insiti nella rinascita economica e politica della Germania, a discapito della Francia e delle nazioni latine, come la Spagna e l’Italia. Il saggio lo ha scritto nell’agosto del 1945. E’ inutile dire che ci aveva visto giusto considerando quello che stiamo vivendo in Europa negli ultimi anni. Cosa propone Kojève alle nazioni latine e soprattutto alla Francia? Di unirsi sotto l’egida francese per non rimanere schiacciate sotto la potenza politico-economica tedesca e anglosassone da un lato e dal mondo slavo sovietico dall’altro. In barba quindi a tutti i secessionisti sparsi tra la Spagna, l’Italia e la Francia, Kojève dice che uno Stato per essere forte e rispettato deve farsi impero. La Germania nazista insegna. Infatti, per Kojève, la Germania è crollata perché ha voluto vincere la guerra come Stato-nazione e non come impero. Gli ultimi cinque secoli di guerre e tragedie europee sono nate da questo presupposto, continua il grande hegeliano. La sua analisi storico-filosofica è lucida, illuminante e profetica. La Francia se vuole continuare ad avere un ruolo guida può farlo solo mettendosi alla testa dell’impero latino-cattolico con Italia e Spagna. Bisogna preservare i valori latini e cattolici, se non si è così miopi da rischiare di essere spazzati via dal mondo slavo e protestante (con Germania in testa). Chi avrebbe mai scritto queste cose sulla Germania e sull’avvenire dell’Europa nell’agosto del 1945?

Un saggio che andrebbe letto e riletto soprattutto alla luce degli ultimi pericolosi sviluppi della egemonia politico-economica della Germania in Europa.

Qui trovate l’articolo di Giorgio Agamben sul saggio di Kojève.

Kojève, Alexandre, Il silenzio della Tirannide, Milano, Adelphi, 2004. 

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Libri Società

Contro il tiqui taca – Michele Dalai

Mi sono divertito molto a leggere questo libro contro il gioco del Barcellona e l’enfasi, spesso eccessiva, intorno al club catalano. Le provocazioni sono molte e talvolta tirate un po’ per i capelli, ma a volte condivisibili. Ironico, leggero, provocatorio e divertente, ma ciò che mi ha colpito di più e mi ha toccato il cuore è stata la breve e concisa manifestazione di amore e affetto verso Diego Armando Maradona; nonostante l’autore, come me, sia interista. Non posso evitare di proporlo interamente.

“Di Leo Messi abbiamo detto quel poco o tanto che serve a compilare un j’accuse faceto come il nostro. Su Maradona, su Diego Armando Maradona, sono state scritte pagine meravigliose, sono stati versati fiumi di inchiostro che pure non saranno mai sufficienti a celebrarne  il talento unico e irripetibile. Diego Armando Maradona è stato il più grande calciatore di sempre e non secondo me o secondo la maggior parte degli appassionati del mondo. No, prendiamoci la responsabilità di una sentenza definitiva e diciamolo senza paura. Il più grande di sempre. Quello che ha saputo fare al calcio, per il calcio, è ciò che solo gli atleti assoluti fanno per il proprio sport. Lo completano, lo codificano, lo concludono. Non ci sarà più nessuno come Maradona semplicemente perché il calcio stesso non ha molta ragione di esistere senza di lui. Piantiamola con le bufale su Pelé, Platini, Cruyff, Zidane… Maradona e il pallone hanno danzato insieme come la più bella delle coppie di tangueros e per una volta vale la pena di ringraziare d’esser nato qualche anno fa, in tempo per vederlo dal vivo e tifare disperatamente contro di lui, salvo riempirsi di emozione per ogni tocco, per ogni smaliziata caduta, per ogni passaggio generoso e geniale.

Maradona è stato il più grande di tutti anche per quella monumentale predisposizione a farsi carico dei compagni di squadra e condurli per mano dove solo lui poteva arrivare, aprir loro le porte di paradisi calcistici mai raggiunti. Tutto questo senza allenarsi, senza faticare quanto loro e tuttavia facendosi amare come solo un fratello maggiore può.”

Michele Dalai, Contro il tiqui taca, Mondadori e-book (2013)

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Libri

Il Barça. Tutti i segreti della squadra più forte del mondo – Sandro Modeo

Appassionante disamina della squadra di calcio attualmente più forte al mondo e una delle più grandi di tutti i tempi: il Barcellona. Il calcio totale giocato oggi dal Barça, secondo l’autore, ha i suoi prodromi nel calcio del grande Ajax, anni ’60 e ’70, di Johan Cruijff e Rinus Michels, l’allenatore di quella meravigliosa squadra. L’autore ricostruisce, sapientemente, mettendo ogni tassello al posto giusto, le peculiarità catalane del Barcellona assieme agli insegnamenti appresi dagli olandesi tra gli anni ’70, ’80 e ’90. Lo stesso Michels e Cruijff in anni differenti diventano allenatori del Barcellona: Michels negli anni ’70 -ricordato per avere portato lo stesso Cruijff come giocatore e per la vittoria nella Liga del ’74, dopo 14 anni di digiuno, e per un 5-0 al Real Madrid-; Cruijff, invece, approda al Barcellona come mister nel 1988 ed è l’artefice del Dream Team, la squadra capace di vincere 4 campionati consecutivi e la prima Coppa dei Campioni del Barça (nel 1992 contro la Sampdoria in finale). E’ anche universalmente considerato il padre delle vittorie odierne della squadra, non solo per il tipo di gioco innovativo introdotto ed ereditato dai maestri inglesi e olandesi, ma soprattutto per il cambio di mentalità: non più vittimista verso il Real Madrid (da sempre accusata di essere la squadra di regime, soprattutto sotto la dittatura di Franco) bensì capace di costruire una mentalità vincente e positiva.

Il libro spazia dalla fisica quantistica, a cui è paragonato il Barcellona odierno, alla fisica classica, a cui associa le squadre di José Mourinho. Non solo: spiegazioni sul metabolismo, quello aerobico e anaerobico; movimento dei batteri come metafora degli schemi calcistici; citazioni letterarie (Italo Calvino, Roberto Bolaño, George Orwell ecc.), cinematografiche, artistiche e scientifiche si sprecano in tutto il testo. Davvero notevole!

Un capitolo è dedicato alla Masia, cioè alla cantera del club, dove vengono cresciuti e seguiti fin da bambini le promesse catalane e spagnole, ma anche straniere. Messi, Pique, Xavi, Iniesta, Puyol, Valdés, come Josep Guardiola stesso, sono usciti dalla Masia. E’ una specie di agriturismo con annessi campi di calcio, palestre, sale di svago e bar. All’interno vi risiedono 12 allievi e all’esterno 48. E’ una struttura all’avanguardia che sta facendo scuola. (Mi chiedo: perché l’Inter con il progetto Inter Campus, ormai avviato da anni,  è costretta ogni anno ad acquistare calciatori, a fior di quattrini, esterni alla struttura del club? che fine fanno i giocatori cresciuti nelle giovanili?).

Che dire? Continuiamo a goderci questo grandissimo Barcellona, e per chi ne voglia sapere ancora, si legga questo erudito e magistrale libro.

Sandro Modeo, Il Barça. Tutti i segreti della squadra più forte del mondo, ISBN ebook

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Carlo Maria Cipolla – Conquistadores, pirati, mercatanti

Leggere le considerazioni storico-economiche di Carlo Cipolla è sempre un piacere. In questo libricino, Cipolla ci spiega come l’afflusso incontrollato di argento dalle colonie spagnole del Sud America non restasse in realtà in Europa, ma prendesse la via dell’Oriente.

La Spagna, dopo la conquista delle colonie americane, acquisì, tra il XVI e il XVIII secolo, qualcosa come 81.000 tonnellate di argento. Questo favorì un fortissimo sviluppo del commercio internazionale. Gli inglesi non stettero a guardare: Elisabetta I, regina d’Inghilterra, appoggiò in segreto le scorribande del corsaro Francis Drake a danno delle navi spagnole cariche di oro e argento. In un quinquennio particolarmente infelice 1587-92, gli spagnoli persero il 15 per cento dell’argento destinato a Siviglia, a beneficio dei pirati inglesi. Comunque, una fiumana di argento travolse l’Europa. Gli spagnoli usarono l’argento per coniare il real de a ocho, chiamato anche peso. La moneta si diffuse immediatamente nel resto d’Europa e in Nord Africa.

I cinesi, che non ebbero mai monete d’argento o d’oro ma solo di bronzo, usarono l’argento come merce per pagare le tasse e negli scambi commerciali, di conseguenza veniva pesato. Negli scambi commerciali con gli occidentali i cinesi richiesero continuamente pagamenti con monete d’argento spagnole, i famosi reales de a ocho. Una volta ottenuti i reales non li fecero circolare come monete, ma fusero il metallo per farne lingotti. La Cina, nel corso di tre secoli (1550-1850 circa), si impossessò di enormi quantità di argento.

L’Inghilterra e la Compagnia delle Indie, che ebbero in mano il monopolio delle attività commerciali della madre patria con le colonie, si trovarono, tra il Seicento e il Settecento, con un pauroso deficit commerciale con la Cina. Come pensarono di guadagnare l’argento perduto? Con l’oppio… , grazie al colonnello Watson, che suggerì di introdurre l’oppio in Cina dall’India: nella seconda metà del Settecento, gli inglesi introdussero sempre maggiori quantità di oppio nella società cinese. I tossicodipendenti aumentarono in maniera spaventosa. Già all’inizio dell’Ottocento la bilancia commerciale cinese entrò in deficit rispetto a quella inglese. L’idea criminale funzionò; e gli inglesi con due guerre dell’oppio nel corso del XIX secolo, stabilirono definitivamente la loro potenza economica e militare, umiliando la Cina. L’argento riprese la via dell’Occidente.

Devo ringraziare Carlo Maria Cipolla se sono venuto a conoscenza delle reali motivazioni delle guerre dell’oppio cino-inglesi. Sui libri di storia scolastici, e non solo, nemmeno l’ombra.

Cipolla, Carlo Maria, Conquistadores, pirati, mercatanti (La saga dell’argento spagnuolo), Bologna, Il Mulino, 1996.