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Aleksandr Blok – Taccuini

In ogni opera d’arte (anche in una breve poesia) c’è più non-arte che arte. L’arte è simile al radio (quantità infinitesimali). È capace di rendere radioattiva qualsiasi cosa: la materia più pesante, la più rozza, la più naturale: le idee, le tendenze, le “esperienze”, i sentimenti, la vita quotidiana. Proprio ciò che è vivo e di conseguenza rozzo si presta a ricevere radiazioni, ciò che è morto invece non si può illuminare.

Aleksandr Blok

 

Il presente libro raccoglie parte dei taccuini che Aleksandr Blok, grande poeta e scrittore, tenne nel periodo che va dal 1901 al 1920. Bisogna subito dire che molte parti dei taccuini sono stati epurati nell’edizione sovietica del 1965, edizione da cui si rifà il presente lavoro. A sua volta i curatori del presente lavoro hanno eliminato parti delle note di Blok non ritenute necessarie alla comprensione e alla leggibilità del testo. Di conseguenza i Taccuini non rappresentano le intere note dell’autore, ma solo una parte, indirizzata e circoscritta. Mi sembrava doveroso fare questo breve preambolo. Andiamo al contenuto. 2C100546-7FE7-4A79-83E0-106EFCF58A4F

Nelle note riportate nel libro Blok cita molto spesso il suo grande e tormentato amore per Ljubov’ Dmitrievna Mendeleeva, figlia dell’inventore della tavola periodica Dmitrij Mendeleev. Conosciuta nella tenuta dei Mendeleev qualche anno prima, la sposò nel 1903, quando Blok aveva solo 23 anni e la Mendeleeva 22. È un amore burrascoso e costellato da tradimenti che nessuno dei due, a quanto pare, si risparmiò. A un certo punto sua moglie mise al mondo un figlio frutto di un’altra relazione, ma sopravvisse solo pochi giorni. Nonostante ciò il loro matrimonio durò l’intera e breve esistenza di Blok, fino al 1921 (morì a soli 41 anni). Comunque questo genere di rapporti tra marito e moglie fu piuttosto diffuso nell’intelligencija russa di quel periodo. Basti pensare ad Aleksandr Herzen, a Sergej Esenin, a Vladimir Majakovskij, ecc. Vite tormentate, creative e quasi sempre brevi.

Le note sono costellate di piccoli episodi quotidiani, di piccole e grandi ansie per il lavoro, i soldi, le donne incontrate, le critiche agli altri poeti e intellettuali della sua cerchia a San Pietroburgo, gli attacchi subiti sulle riviste di cultura, ai rapporti con la madre, isterica, oltre alla già citata Ljubov’. Non mancano le descrizioni dei vari viaggi che Blok fece in Italia, Germania, Francia e Spagna. Dalle sue parole non traspare un grande entusiasmo, ma piuttosto noia, insofferenza, e talora aperto disprezzo. L’aspetto depressivo delle note risalta in tutta la sua forza e ripetitività, ma qui e là, per chi sa vedere, si scorgono delle vere e proprie perle di poesia, delle metafore meravigliose, delle frasi illuminanti e fulminanti, delle profonde intuizioni sulla vita, sulla religione, sulla politica, sull’arte e la poesia. Solo per questo vale leggere il libro, stando ben attenti a scorgere e trovare queste perle disseminate tra i righi e talvolta dietro le stesse parole.

Concludo questa breve recensione parlando dell’esperienza che Blok ebbe nel maggio 1917, dopo la rivoluzione borghese del febbraio, nella quale venne nominato redattore capo dei verbali della Commissione straordinaria d’inchiesta sui crimini dei ministri e funzionari zaristi. Ebbe modo di interrogare molti ex funzionari, spie, agenti dei servizi segreti e politici collusi con il passato sistema zarista. Vide una società in disfacimento crollare, persone una volta potenti tremare di fronte agli interrogatori, ex spie balbettare parole senza senso, politici allontanare da sé qualsiasi responsabilità: uomini diventati relitti, ombre di quello che furono in poche settimane, se non addirittura giorni. E Blok di fronte a tutto quello sfacelo si ripeteva continuamente ricorda che non si deve giudicare nessuno. L’uomo è quell’essere presuntuoso e pieno di sé nei momenti di gloria, ma debole e fragile nei momenti bui. Aguzzino e vittima nello stesso tempo: di sé stesso, dei suoi tempi, della sua cultura.

Blok, Aleksandr, Taccuini, Milano, SE, 2014, pp. 199.

 

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S. Kozlov, J. Norštejn, F. Yarbusova – Il Riccio nella nebbia

È uscito anche in Italia il libro Il Riccio nella nebbia (Ёжик в тумане), favola moderna basata sul film di animazione del regista Jurij Norštejn e sulla sceneggiatura di Sergej Kozlov, uscito in Unione Sovietica nel 1975. Le bellissime illustrazioni sono di Francesca Yarbusova. In Unione Sovietica questa storia era famosissima e lo è tuttora in Russia. La favola racconta la storia di un Riccio e del suo amico Orso. Nella narrazione s’intersecano le vite di altri animali, come un Cavallo, un Gufo, un Cane, delle Falene e uno strano Qualcuno che salverà il povero Riccio dall’affogare nel fiume. Mentre Riccio e Orso s’incontrano di notte per contare e ammirare le stelle, Gufo, che in realtà ci vede benissimo di notte, è completamente incapace di vedere la bellezza che lo circonda, concentrato, com’è, al mero e sterile appagamento di sé e del proprio ego. Riccio riesce a vedere una stella riflessa in una pozzanghera ed è felice di quella visione, mentre anche Gufo guarda nella stessa pozzanghera ma vede solo la sua immagine riflessa e nient’altro.

Kozlov, Sergej, Norštejn, Jurij, Yarbusova, Francesca, Il Riccio nella nebbia, Milano, Adelphi Edizioni, 2019. 

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Anonimo – Storia della tiara bianca

Come fece la tiara bianca ad arrivare da Roma fino a Novgorod, in Russia, passando da Costantinopoli? Ecco, in questo libro, scritto presumibilmente tra la fine del Quattrocento e l’inizio del Cinquecento, così come viene spiegato nell’introduzione di Alda Giambelluca Kossova, e a cui furono aggiunte delle parti nei decenni successivi, viene narrata l’origine della tiara bianca e la sua importanza per l’ortodossia russa e soprattutto per la città di Novgorod. Dopo Kiev, con cui aveva rivaleggiato per lungo tempo, fu la città più importante della vecchia Rus’ (prima dell’ascesa di Mosca). Infatti Mosca, fino al 1478, anno della conquista di Novgorod, restava ancora poco più di un grosso villaggio, costruito in legno, un borgo di commercianti e cacciatori e non poteva certo vantare l’antica storia della città appena conquistata. La Grande Novgorod, già Repubblica indipendente, privilegio che conserverà anche sotto la dominazione mongola dietro il pagamento di un tributo, era il vero cuore pulsante dell’ortodossia russa, almeno fino alla già citata conquista da parte di Mosca. Comunque qui non ci interessa tanto la storia della città, ma il racconto della tiara bianca. Di cosa si tratta?BA786A92-4627-4DEA-8301-366647B96CAA_1_201_a

Il libro narra la nascita e il viaggio avventuroso che ebbe il prezioso oggetto. La tiara bianca fu donata dall’imperatore Costantino, a seguito di una visione avuta da Dio, al papa Silvestro I, prima che l’imperatore stesso andasse a fondare la nuova città di Costantinopoli. Fu una specie di passaggio di consegne del potere temporale e una conferma dell’approvazione divina verso il papa. Riallacciandosi alla Donatio Constantini, sconfessata da Lorenzo Valla nel 1440, il racconto reinterpreta in chiave russa il privilegio, voluto da Dio, di considerare la città di Novgorod come il nuovo centro spirituale del mondo ortodosso russo. I papi venuti dopo Silvestro I, prosegue il racconto, erano ormai deviati e corrotti, guidati da Satana, e non più degni di possedere la tiara bianca come simbolo di potere e religiosità. I papi cercarono di distruggerla in tutti i modi ma Dio non lo permise e infatti fece approdare la tiara a Costantinopoli, per sottrarla ai deviati latini. Tuttavia anche questa città si fece corrompere dal maligno e venne punita con la conquista agarena (cioè saracena). Quindi Dio volle che l’oggetto tanto prezioso arrivasse a Novgorod, città devota e degna di tanto onore. La città santa nel custodire la tiara bianca lo faceva a nome di tutto il popolo russo, contrapponendosi dal punto di vista delle idee alle mire egemoniche di Mosca. Questa è in estrema sintesi il succo della storia.

È interessante sottolineare che i vescovi di Novgorod indossavano un copricapo candido, gli unici a farlo in Russia. Quindi, probabilmente, la storia nacque da questo dato di fatto storico. È una storia che vuole dimostrare soprattutto tre cose: la supremazia della religione ortodossa rispetto alla corrotta e deviata religione cattolica; la preminenza religiosa e storica di Novgorod rispetto a Mosca e a qualsiasi altra città russa; e infine la fiera indipendenza della città contro le mire assolutiste di Mosca. Purtroppo questa idea di indipendenza fu pagata a caro prezzo. Infatti nel 1570 Ivan IV il Terribile massacrò una parte della popolazione e il restante fu schiavizzata e resa inerte.

Anonimo, Storia della tiara bianca, Palermo, Sellerio Editore, 2000, pp. 85. 

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Victor Gaiduk – Čechov inedito e segreto

In questo pregevole e documentato libro, Viktor Gaiduk scava nella vita di Anton Pavlovič Čechov e trova i nessi tra la sua opera e la sua reale vita vissuta, dalla nativa Taganrog, nel Sud della Russia, dove il medico-scrittore è vissuto durante la giovinezza, con un padre autoritario e violento, fino a Mosca e alle varie dacie in cui si è spostato nel corso della sua breve esistenza. I paralleli tra la sua vita e la sua opera, come risulta dal libro, sono molti e di varia natura. Come si sa, Čechov ha vissuto intense esperienze amorose e brucianti delusioni umane, come quando, per fare un esempio tra i più pesanti, il fratello Aleksandr si fidanzò, una volta persa la compagna per cancro, con la sua fidanzata Natalie (o ex fidanzata, rimane un po’ oscuro questo passaggio: infatti il fratello gli scrive dandogli la notizia del fidanzamento e del sul prossimo matrimonio con la laconica domanda: comunque è la tua ex fidanzata, non è vero?). Queste esperienze ebbero delle ripercussioni anche nelle sua produzione letteraria e di teatro, come l’autore del libro descrive in dettaglio in alcuni passi. IMG_0739

Durante tutta la sua vita, Čechov fu più volte accusato di non prendere posizione, di non esprimere un giudizio chiaro sulle vicende umane, di essere, in poche parole, un semplice spettatore della vita osservata, senza condannare o esaltare i comportamenti degli uomini e delle donne descritti. Il primo tra essi fu Lev Tolstoj, di cui tra l’altro fu amico. Ma in realtà questa accusa non fu del tutto giusta. Nel libro L’Isola di Sachalin Čechov descrive crudamente, rimanendone lui stesso sconvolto, quello che vide, le violenze, le pene corporali ai detenuti, la mancanza di umanità e di solidarietà tra gli esseri umani nelle colonie penali zariste. Questo libro ebbe il merito di scuotere le coscienze di molte persone e diede il là all’abolizione delle pene corporali ai detenuti nelle colonie penali russe.

Gaiduk alla conclusione del libro cita Giorgio La Pira. La Pira disse che l’umanità intera è capace di solidarizzare con il dolore altrui, ma che in uomini come Čechov esiste anche la capacità di partecipare alla gioia altrui e, testualmente, “ne sono capaci forse solo gli angeli”. 

Gaiduk, Viktor, Čechov inedito e segreto, Milano, La Vita Felice, 2018, pp. 149.

 

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Ettore Lo Gatto – Il mito di Pietroburgo

Ettore Lo Gatto è stato un grande studioso della cultura russa. Egli ha scritto molti libri sul teatro, letteratura e storia russa. Questo libro in particolare tratta del mito di San Pietroburgo in Russia e in Europa, ma Lo Gatto non si limita a parlare solo di questa città, perché la sua indagine parte da lontano, comprendendo il mito della Mosca terza Roma ai tempi di Ivan IV il Terribile (XVI secolo). Il mito affievolitesi già da molto tempo all’epoca di Pietro I, verrà sostituito con l’apertura all’Occidente e con la famosa Pietroburgo finestra sull’Europa, con cui Francesco Algarotti descrisse la funzione di Pietroburgo nella società russa. fullsizeoutput_2695

In conclusione posso dire che il libro, oltre ad essere molto approfondito e ben documentato, è scritto molto bene, cosa piuttosto rara tra gli storici italiani dell’epoca.

 

Этторе Ло Гатто был великим учёным русской культуры. Он написал много книг о русском театре, литературе, истории. Эта книга о мифе Санкт-Петербурга в России и в Европе, о его истории, легенде и поэзии. Книга очень хорошо написана, что очень редко для итальянского историка.

 

Lo Gatto, Ettore, Il mito di Pietroburgo. Storia, leggenda, poesia, Milano, Feltrinelli, 2019, pp. 285.

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Gianluca Pardelli – Russia sconosciuta: dal grande padre Volga, alla Siberia, la terra che non dorme

Nel mese di marzo ho assistito al Mudec di Milano all’incontro con il giornalista e fotografo Gianluca Pardelli sulla Russia sconosciuta, cioè su quella Russia che difficilmente appare sulle riviste di turismo e in televisione. L’incontro è durato circa un’ora in cui Pardelli ci ha elencato la ricca e variegata diversità di popolazioni all’interno della Russia. Infatti la Russia ha al suo interno 186 nazionalità differenti e popoli di religione musulmana, buddista, animista oltre alla religione maggioritaria cristiana ortodossa. Dal punto di vista amministrativo la Russia ha istituito 15 repubbliche autonome (esclusa la Crimea, che non viene riconosciuta a livello internazionale) che permette ai suoi abitanti di studiare la propria lingua nazionale a scuola, oltre che al russo, di avere una serie di sgravi fiscali e una certa libertà in ambito amministrativo.

Dal racconto del giornalista scopriamo popoli come i Mari, popolo finnico che vive sulle rive del fiume Volga, che ancora oggi pratica l’animismo, unico popolo in Europa a farlo; il popolo dei  Calmucchi, di origine turco-mongola, che professa il buddismo e che si sente religiosamente legato al Tibet (il Dalai Lama si è recato due volte nella loro capitale Êlista); del popolo dei Tartari, di religione musulmana e di nazionalità turca, che vive nel Tartastan e nella cui capitale Kazan convivono moschee islamiche affianco a chiese ortodosse e nei cui mercati si trovano prodotti che si troverebbero in qualsiasi mercato di Bagdad, Istanbul o Teheran. Faccio notare che questi popoli, ma altri ne sono stati citati, vivono nella parte europea della Russia. Nella parte orientale della Russia, nella sconfinata Siberia, vivono tantissimi altri popoli diversi per origine e religione. Pardelli ha anche illustrato la ricchissima fauna della natura russa. Le foto eloquenti delle foche del lago Bajkal, il più grande e profondo del mondo (arriva a 1600 metri di profondità), sono una dimostrazione di questa eccezionalità. In Russia vivono tre specie di foche di acqua dolce dislocate, oltre al già citato lago Bajkal, anche nel lago Lagoda nella Repubblica di Carelia, dove da poco è stato istituito un Parco Nazionale per preservare le foche, ormai in pericolo di estinzione, e altre specie autoctone. È stata citata la Saiga tatarica, un’antilope con una speciale struttura nasale che ricorda una piccola proboscide abbozzata. Anch’essa è a rischio di estinzione e attualmente vive nella Repubblica di Calmucchia, in Kazakistan e in Mongolia.

Concludo questa breve nota con il dire che Gianluca Pardelli, insieme all’associazione Kel 12, organizzano viaggi in Russia, in cui anche egli fa da guida, alla scoperta di città, luoghi e popoli per lo più sconosciuti o poco conosciuti al grande pubblico.

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La Russia e l’Artico (o forse tra poco il Mar Glaciale Artico)

Nell’Artico, negli ultimi anni, a seguito dell’effetto serra e del surriscaldamento del pianeta (il pack si è ridotto dagli oltre 8 milioni di km quadrati del 1970 agli appena 3,4 milioni del 2012 e si prevede che tra non molto tempo il mare sarà completamente sgombro dai ghiacci), Putin sta rafforzando la presenza russa, dove già nel periodo sovietico era massiccia. Forte di 6000 km di coste nel Mar Glaciale Artico, e dalla mancanza di ghiacci degli ultimi anni, la Russia vuole farne un Mare Nostrum del Nord. Si stima che vi sia il 40% delle riserve combustibili fossili del mondo nell’area dell’Artico1; inoltre, dato da non sottovalutare, vi è un enorme deposito di proteine, sotto forma di banchi di pesce, ancora da sfruttare. Le intenzioni russe sull’Artico si sono viste platealmente nel 2007 con l’installazione, tramite un sommergibile telecomandato, di una bandiera di titanio sul fondo del mare nel punto esatto in cui converge il Polo Nord2. La Russia intende inoltre rivendicare la continuità della piattaforma continentale russa fino al Polo Nord, in cui sembra che vi sia il più grande giacimento di petrolio dell’Artico3. Se questo principio fosse confermato, la Russia non si limiterebbe allo sfruttamento economico esclusivo entro le proprie 200 miglia nautiche, come prevede il diritto del mare, ma si assicurerebbe dal punto di vista geopolitico l’80% delle riserve fossili artiche, inglobando un’area di 1,2 milioni di km quadrati in più4. Si aspetta, su tutta la questione Polo Nord, il pronunciamento dell’Onu che dovrebbe avvenire tra il 2023 e il 20255.

 

Gli Stati Uniti sembrano essere molto in ritardo rispetto alla questione Artico e alla spartizione delle sue risorse. Difatti posseggono solo tre (di cui due fuori uso) rompighiaccio nucleari, contro i quaranta russi, di cui dieci a propulsione nucleare, i sette della Finlandia e della Svezia6ciascuno, i sei del Canada, i quattro della Danimarca e i tre della Cina (con quattro in costruzione)7. L’ammiraglio Paul Zukunft, a capo della Guardia costiera della Marina militare americana, ha esposto a chiare lettere al presidente Trump che gli Stati Uniti hanno la necessità assoluta di costruire in breve tempo almeno quattro rompighiaccio nucleari in grado di combattere8. Nel frattempo, nonostante questo ritardo, gli Usa hanno dislocato 330 marines in Norvegia, 1200 in Polonia e altri 1200 nei Paesi Baltici. Anche la Germania è presente in Lituania con 500 soldati e 30 tanks9.

 

Insomma, non solo l’effetto serra sta surriscaldando l’aria e i mari dell’Artico, ma anche la situazione politica ed economica, dove gli Stati si scontrano per spartirsi le risorse petrolifere e ittiche, comincia ogni giorno di più a farsi incandescente e pericolosa. Tutti i Paesi in campo si armano e si spiano a vicenda in ogni modo possibile. Per la Russia l’Artico rappresenta il presente e potrebbe rappresentare in futuro una rinascita spirituale e geopolitica, per riprendere il pensiero di Alexander Dugin10. Forse in un futuro non troppo lontano, come prospettato da alcuni accademici russi11, il Mar Glaciale Artico si chiamerà Mar Glaciale Russo.

 

 

Note

1Marzio G. Mian, Artico. La battaglia per il Grande Nord, Vicenza, Neri Pozza, 2018, p. 106.

2Ivi, pp. 102-103. È da notare il commento del ministro degli Esteri canadese Peter MacKay, che commentò l’episodio così: “Questo non è il quindicesimo secolo, non funziona più che vai in giro per il mondo, pianti una bandiera e dici ‘è roba mia’”.

3Ibidem.

4Ivi, p. 106. L’Artico è l’area del pianeta che cresce più velocemente, l’11 % all’anno, in un’area abitata solo da quattro milioni di abitanti. Quindi anche per questo motivo il Canada e la Danimarca hanno presentato i propri dossier all’Onu, basati su studi geologici indipendenti. Cfr lo stesso autore a p. 179.

5Ivi, p. 179.

6Magnus Christiansson, “La Svezia ha paura della Russia ma non entra nella Nato”, Limes, La febbre dell’Artico, gennaio 2019, pp. 239-245. L’autore spiega molto bene l’equilibrismo politico che la Svezia, nonostante la crescente paura verso la Russia, deve sostenere nel cosiddetto equilibrio nordico. Da una parte vorrebbe avvicinarsi alla Nato, di cui non fa parte, ma dall’altra non vorrebbe provocare la reazione imprevedibile della Russia.

7Mian, p. 104.

8Ivi, pp. 105-106.

9Ibidem. Cfr. anche In risposta, ma forse anche prima – visto che già nel 2008 il presidente russo Medvedev aveva spostato alcune testate nucleari a Kaliningrad – i militari russi hanno spostato 400 missili nucleari Iskander a medio raggio nella regione di Kaliningrad (enclave russa incuneata tra la Polonia e la Lituania, ex Prussia Orientale. Territorio strappato alla Germania dopo la Seconda guerra mondiale).

10Aleksandr Sergunin, “Le anime artiche della Russia”, Limes, La febbre dell’Artico, gennaio 2019, pp. 123-131.

11Mian, p.119. L’idea è di Nikolaj Pavluk, direttore dell’Istituto nazionale russo di Valutazione dell’Università di Mosca. La tesi è stata sposata anche da altri accademici e dallo stesso Putin.

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Dmitrij Sergeevič Lichačev – La mia Russia

Leggo le memorie di Dmitrij Sergeevič Lichačev, dedicate all’immensa Russia che ora dolorosamente brucia. Di San Pietroburgo si parla, città in cui nacque e visse, di vita privata e ricordi di famiglia, di letteratura, di arte, di teatro, di morte, di vita: nonostante l’orrore dell’ultima guerra mondiale e l’ecatombe di Leningrado (che lui visse in prima persona). E poi della Crimea, del grande Volga (dove sulle sue rive vivono i Mari, popolo di origine finnica che ancora oggi pratica l’animismo*). E infine delle Isole Solovki nelle quali il povero Lichačev fece esperienza del primo GULag sovietico e nel quale vi restò imprigionato per anni. La fatica di cercare questo libro, quasi introvabile, è ampiamente ripagata dalla soddisfazione e dal piacere di conoscere, nonostante la sofferenza e il dolore, descrizioni e sprazzi di vita di un’intera epoca e società, testimonianza importantissima di un grandissimo studioso della cultura medievale russa.

*Questo l’ho aggiunto io.

 

Lichačev, Sergeevič Dmitrij, La mia Russia, Torino, Einaudi, 1999, pp. 405.

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Luciano Mecacci – Besprizornye. Bambini randagi nella Russia sovietica (1917-1935)

I besprizornye erano i bambini abbandonati che a frotte vivevano nelle città russe durante e dopo la Rivoluzione di ottobre del 1917. Si calcola che a un certo punto fossero qualcosa come quattro milioni di bambini dai quattro-cinque anni fino ai sedici-diciassette. In questo stupendo e doloroso libro, Luciano Mecacci ricostruisce con dovizia di particolari e tramite una variegata e attenta documentazione, in cui si avvale anche di film girati sui bambini di strada, come Un biglietto di viaggio per la vita di Nikolaj Ekk (1931), La repubblica della Škid di Gennadji Poloka (1966), Kortik di Nikolaj Kalinin (1973), le origini del fenomeno e del perché si sviluppò e non scomparse neanche dopo anni di regime comunista.

I primi besprizornye erano i figli dei contadini ridotti alla fame o rimasti orfani durante la Prima guerra mondiale e in seguito alla Rivoluzione di Ottobre. Molte famiglie abbandonavano i propri figli nelle città o nelle campagne, incapaci ormai di sostentarli. Questi bambini, una volta abbandonati, vagavano per le città e le campagne e infine si riunivano in bande, molto spesso dedicandosi a furti, spaccio di droga, prostituzione, violenze e talvolta omicidi. Erano diventati temibili e pericolosi. Nelle grandi città come Mosca dormivano nei sotterranei, in luoghi insalubri, sporchi, in luoghi di fortuna. Loro stessi erano sempre sporchi e ricoperti di pidocchi, problema che li portava a grattarsi continuamente, procurandosi di sovente delle ferite. Quando andava bene, chiedevano l’elemosina vicino ai tram e alle fermate degli autobus. Alcuni provavano pietà per loro, altri li disprezzavano e molti di essi furono indicati come figli dei kulaki, i contadini cosiddetti ricchi, che secondo la propaganda comunista erano gli affamatori del popolo, parassiti da estirpare dal tessuto della società e ogni mezzo, naturalmente, era lecito e giusto.

Le autorità sovietiche a un certo punto cercarono di arginare il fenomeno, portando questi bambini, che a volte morivano letteralmente in mezzo alla strada, negli orfanotrofi, ma anche qui spesso non avevano di che mangiare e le camere non erano nemmeno riscaldate e inoltre, dopo anni di vita libera e senza restrizioni, erano diventati incapaci di sottostare all’autorità di un adulto. Si annoiavano in quei casermoni e la libertà, violenta e senza pietà della strada, era ciò che spesso sognavano di ritrovare.

Negli anni Trenta, visto che il problema non si risolveva, i besprizornye furono arrestati e uccisi e altri spediti nei GULag a migliaia, in mezzo agli adulti. Nei GULag subirono violenze di tutti i tipi, anche sessuali. Anche Aleksandr Isaevič Solzenicyn parla di loro in Arcipelago Gulag, come riportato da Mecacci. La decisione non risolse il problema e sempre negli anni Trenta, in seguito alla collettivizzazione forzata di milioni di contadini, in molte aree dell’Unione Sovietica, soprattutto in Ucraina e nel Volga, scoppiò una tremenda carestia. Ci furono molti casi di cannibalismo, madri e intere famiglie uccisero e mangiarono i propri figli, i corpi nei cimiteri furono trafugati per essere mangiati. In quella situazione di persone ridotte alla fame e impazzite i bambini furono i più vulnerabili ed esposti a finire uccisi e mangiati. Alcune bande di besprizornye furono arrestate in alcuni distretti con l’accusa di cannibalismo.

Per concludere, il libro di Luciano Mecacci è un unicum nel panorama italiano sul fenomeno dei bambini di strada nella Russia sovietica. È certamente pesante leggere gli orrori e le crudeltà di quegli anni, ma è necessario per ricordare quei bambini e per avere un quadro storico e sociale più completo dell’esperienza comunista in Russia. Purtroppo bisogna constatare che il fenomeno è tornato di attualità nella Russia post-sovietica, anche se non più con i numeri di cento anni fa. Ancora oggi, infatti, il fenomeno non è stato del tutto estirpato.

 

Mecacci, Luciano, Besprizornye. Bambini randagi nella Russia sovietica (1917-1935), Milano, Adelphi, 2019, pp. 267.

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Anatolij Kuznecov – Babij Jar

Ho appena finito di leggere il libro Babij Jar di Anatolij Kuznecov e la sensazione appena percepita è di svuotamento e orrore per quello che gli esseri umani possono fare contro i propri simili. Così ho deciso di scrivere una breve recensione di questo libro.

Kuznecov ripete più volte nel libro che tutto ciò che ha scritto è vero e che nulla è stato inventato. Infatti il sottotitolo interno del libro è Romanzo-documento. Sembra quasi che l’autore avesse la paura di non essere creduto e lo si può capire visto quello che ha vissuto in Unione Sovietica, dove il suo libro fu tagliuzzato dalla censura di regime fino a stravolgerlo completamente, azione che spinse l’autore a prendere la decisione di rifugiarsi in Occidente. Comunque, andiamo per ordine.

Babij Jar era un burrone che si trovava nelle vicinanze di Kiev, l’odierna capitale dell’Ucraina. Quando i nazisti occuparono l’Ucraina, durante l’Operazione Barbarossa scagliata contro l’Unione Sovietica, fin da subito iniziarono a rastrellare le persone di origine ebraica. Kiev fu occupata e il 29 settembre del 1941 iniziò il primo eccidio di ebrei. Come fossero animali, furono presi, concentrati nel campo di concentramento costruito nell’area del burrone, spogliati di tutto e infine fucilati intorno alle buche scavate in precedenza per seppellirvi gli uccisi. Uomini, donne, bambini, nessuno fu risparmiato dalla furia assassina e criminale dei nazisti occupanti. In questo contesto di violenza, sopraffazione e odio si dipana il libro. Kuznecov non si limita a descrivere la violenza nazista, che all’inizio colpì gli ebrei e i russi e poi gli stessi ucraini, ma con la descrizione minuziosa della propria famiglia, in cui spiccano il nonno, la nonna e la madre, descrive ciò che gli ucraini di quegli anni pensavano della dittatura staliniana e comunista, dei disastri compiuti dalla collettivizzazione forzata dei contadini, del precedente orrore vissuto nelle campagne ucraine, che sfocerà nell’Holodomor, nel quale almeno un milione di persone morì di inedia e stenti. È un libro privato e pubblico e le due sfere si sovrappongono nel descrivere la tragedia di un intero popolo. Non mancano neppure gli aspetti positivi del regime comunista e il primo esempio fu proprio la madre di Kuznecov, che grazie ai comunisti poté studiare e in seguito divenire un’insegnante di inglese. Quindi i contrasti sono dietro l’angolo e il vituperato governo sovietico, percepito come anti ucraino e criminale, dall’altra parte aiutò migliaia di persone, grazie allo studio, a uscire dal degrado e dall’isolamento del mondo contadino, proiettandole verso un’esistenza più dignitosa e soddisfacente. Insomma il mondo non è mai interamente tutto nero o tutto bianco, ma ci sono svariate sfumature di colore.

I massacri a Babij Jar proseguirono ininterrottamente fino al 1943 inoltrato. Agli ebrei e ai russi, che la propaganda tedesca additava come i veri nemici del popolo ucraino si aggiunsero gli stessi ucraini, nella mattanza di Babij Jar. L’esplosione del centro di Kiev, chiamato Kreščatik, e della Lavra, attentati terroristici in cui morirono migliaia di persone e portate a compimento dai servizi segreti sovietici dell’NKVD, aizzarono gli occupanti tedeschi contro tutta la popolazione sottomessa, senza alcuna distinzione. Gli stessi nazionalisti ucraini, che in un primo momento furono ben felici di fare il lavoro sporco dei nazisti, finirono per fare la tragica fine di tutti gli altri.

Quando i soldati sovietici scacciarono i nazisti dal territorio ucraino, centinaia di migliaia di persone persero la vita in modo atroce e disumano, nei tre anni precedenti, nel burrone di Babij Jar. Nessuno ne conosce il numero esatto. Kuznecov e la sua famiglia si salvarono, ma molti loro amici e vicini no.

Nel dopoguerra gli eccidi di Babij Jar furono volutamente dimenticati dal regime comunista. Nel 1948 in Unione Sovietica iniziò una forte campagna antisemita (so che il termine non è esatto, ma lo uso per capirci) che portò il regime a nascondere o minimizzare i massacri compiuti contro di loro. Non se ne doveva parlare, questi erano gli ordini. Ma in questo caso fecero di più. Dopo il 1957, Nikolaj Podgornyj, capo del Comitato centrale ucraino, decise di colmare di terra l’intero burrone di Babij Jar. Allo scopo fu costruita una diga e lentamente fu pompata della torbida, un miscuglio di acqua e fango, per ricoprire e cancellare ogni traccia del luogo e forse anche del suo ricordo. La torbida fu pompata fino al 1961, quando improvvisamente la diga crollò di schianto, provocando la morte di centinaia di persone che si trovarono ai piedi della diga. Nelle sue vicinanze, infatti, c’erano moltissimi condomini e il deposito dei tram e tutto fu travolto dall’onda gigantesca che si creò con il crollo della diga. Un intero quartiere venne ricoperto dal fango, non dando scampo alle persone rimaste intrappolate a casa o nei mezzi pubblici. Anche qui il numero esatto dei morti è sconosciuto. Questo evento mi ricorda da vicino il nostro Vajont.

Il 29 settembre 1966, nel venticinquesimo anniversario, a Babij Jar si riunirono alcuni intellettuali (tra cui lo scrittore Viktor Nekrasov) e comuni cittadini per ricordare l’inizio dell’eccidio. Si aprì un momento di discussione e alcuni presero la parola, alcuni per ricordare le vittime e altri per parlare di un monumento da costruire. L’evento fu del tutto spontaneo e si svolse in quello che allora rimase di Babij Jar, dopo tutti i tentativi fatti dal potere per cancellare il luogo. Costruirono delle palazzine sopra la diga distrutta e presero la decisione di costruivi anche uno stadio. Alla fine lo stadio non si costruì e rimase un enorme spiazzo infestato dall’erbacce, nel più totale abbandono.

Questo vide e testimoniò nel suo libro Anatolij Kuznecov, almeno fino al 1966, anno in cui terminò il libro. Riuscì a fuggire dall’Unione Sovietica e nel 1970 poté finalmente pubblicare il suo libro senza alcuna censura. Kuznecov morì a Londra nel 1979.

Tutto in questo libro è verità. 


Kuznecov, Anatolij, Babij Jar, Milano, Adelphi, 2019, pp. 454.