Categorie
Ambiente Antropologia Curiosità varie Economia Geopolitica Libri Politica Società Storia

Alessandro Coppola – Apocalypce Town

Raramente s’incontrano libri così interessanti e approfonditi sulla società americana e sulle perversioni sociali che lì si ritrovano. Alessandro Coppola, professore di architettura e pianificazione al Politecnico di Milano, ha scritto questo libro sulla decadenza di quella fascia di territorio e di città che viene oggi chiamata Rust Belt, cioè cintura di ruggine. La fascia della Rust Belt parte da Milwaukee, ad ovest, fino ad arrivare, passando da Detroit, Flint, Buffalo, Baltimore, Cleveland, Youngstown, a Pittsburg, in Pennsylvania. Attraversa gli Stati dei Grandi Laghi nel Nord-Est degli Stati Uniti. Una volta questo territorio e queste città erano il grande motore dell’economia industriale degli Stati Uniti. Qui si produceva acciaio, auto, si estraeva carbone, ferro, calcare, si costruivano grattacieli in stile déco, milioni di immigrati – prima di origine europea, e poi afroamericana (soprattutto dopo la Seconda guerra mondiale) – venivano attratti dal lavoro abbondante e dagli alti stipendi (tanto che gli operai di questi Stati erano i più pagati al mondo). Poi piano piano tutto di spense e svanì come un sogno. Un sogno durato decenni e nato già nel corso dell’Ottocento ed esploso letteralmente nella prima metà del Novecento. Gli operai bianchi arricchiti lentamente si spostavano nel suburbio, andando ad affiancare le classi medie e lasciando libere le vecchie abitazioni alla nuova immigrazione afroamericana. La transizione razziale acuì le differenze e le spaccature in seno alla società; ma nel frattempo le città crebbero ancora e i primi centri commerciali fecero la loro comparsa, insieme alle grandi infrastrutture autostradali, appena terminate, che permisero finalmente a milioni di americani di spostarsi tranquillamente in auto. Questa ricchezza così diffusa e quasi alla portata di tutti lentamente si sgretolò di fronte alla concorrenza nel campo dell’acciaio, da cui traevano la maggior parte dei profitti, da parte di Paesi aggressivi quali la Germania, Giappone e Brasile e nel campo dell’automobile avvenne lo stesso iter, confermando negli anni Settanta il declino industriale, conclamato dalla fuga di migliaia di abitanti dalle città (il caso di Detroit è quello più eclatante). Tensioni razziali, concorrenza industriale, chiusura delle acciaierie e povertà diffusa, spinsero milioni di bianchi ad abbandonare le proprie case, per recarsi negli Stati del Sud, primo fra tutti il Texas e dell’Ovest, la California. Le case abbandonate vennero e vengono tuttora date alle fiamme. Città come Youngstown, Buffalo, Detroit e altre ancora, divennero preda della delinquenza e gli Stati delle rispettive città risposero costruendo carceri in grado di accogliere l’aumento esponenziale dei crimini. img_1835

Il saggio non trascura di descrivere la vita nei ghetti abitati prevalentemente dai neri e delle difficoltà di ogni tipo che devono affrontare per vivere. Per esempio il prezzo delle polizze di assicurazione delle case che si trovano nei ghetti è molto più alto rispetto alle case dei suburbi ricchi della medio-alta borghesia. Questo non è l’unico parametro ad essere più costoso per un abitante del ghetto urbano. Lo stesso vale per il riscaldamento, perché essendo le case molto spesso più vecchie hanno anche una dispersione termica più elevata e quindi un maggiore consumo rispetto a una casa nuova. È paradossale, ma è così. Nello stesso modo nei ghetti mancano i centri commerciali, che si spostano seguendo i ricchi, mancano le scuole, che chiudono in centro spostandosi nei quartieri residenziali in prevalenza bianchi, mancano tutti i servizi essenziali per una vita normale, obbligando le persone del ghetto a spostarsi per chilometri solo per fare la spesa e obbligando i loro figli a frequentare scuole di infima qualità (quelle poche che restano nel ghetto, che a volte si trovano nel centro città). Senza parlare del cibo mangiato nel ghetto, quasi sempre di infima qualità e strapieno di zuccheri e grassi, che comporta un aumento dell’obesità tra gli afroamericani del 38%, contro il 23% dei bianchi. In città come Baltimore e Detroit la percentuale di omicidi è più alta rispetto a qualsiasi altra città degli Stati Uniti.

Per concludere, perché altrimenti vi svelo tutto il libro e non mi sembra il caso, Coppola prosegue parlando della decostruzione in atto in quelle città. Ossia di ditte specializzate che recuperano tutto ciò che si può da una casa abbandonata prima della demolizione. In questo modo si evita di mandare in discarica, normalmente, fino al 50% dei materiali di demolizione e in taluni casi questa percentuale arriva fino all’87%. Le demolizioni sono necessarie in quei territori perché le case abbandonate sono migliaia e i comuni hanno bisogno di evitare che diventino dei ritrovi per drogati e spacciatori e anche per evitare che vengano incendiate, come spesso succedeva e succede tutt’oggi. È un grande problema di ordine pubblico e di controllo del territorio. Un altro aspetto positivo riportato nel libro è quello della nascita degli orti in città, anche se la città presa a modello è quella di New York.

Lo reputo un libro importante per capire meglio la mentalità americana nel suo complesso, le sue disfunzioni sociali, le sue divisioni interne e il modo di agire dei cittadini. Forse anche la pesante situazione attuale del coronavirus che sembra essere fuori controllo negli Usa, può essere illuminata da questo libro.

 

Coppola, Alessandro, Apocalypse Town. Cronache dalla fine della civiltà urbana, 2012, Roma-Bari, Editori Laterza, pp. 236. 

 

 

Categorie
Libri Politica Società Storia

Le commemorazioni della Vittoria e un libro di Keith Lowe (Il continente selvaggio)

Forse l’umanità farà un passo in avanti quando la smetterà di festeggiare “Il giorno della Vittoria”, “Il giorno della Liberazione” e altre feste collegate ai conflitti armati. Chi ricorda, infatti, gli assassinii, gli stupri, i saccheggi, e le altre violenze connesse con la guerra? Chi ricorda le vittime innocenti, di qualsiasi nazionalità?

Andrebbero ricordate alcune date, ma come giorni di lutto per l’umanità e non come la sopraffazione di un gruppo, o di una Nazione, su un’altra. Le vittorie militari sono sempre collegate al lutto, alla morte, al sacrificio di persone che spesso non erano nemmeno lontanamente collegate con la guerra o con le ideologia che le hanno provocate. La Seconda guerra mondiale, da questo punto di vista, ha toccato l’apice della guerra totale, rivolta soprattutto contro i civili di tutte le nazionalità. I nazisti hanno commesso delle atrocità vergognose, ma come si può chiamare il bombardamento a tappeto di Dresda, di Amburgo, di Berlino e di tante altre città tedesche (e italiane)? E che dire dell’uso fatto dagli alleati delle bombe incendiarie (usate tra l’altro anche in Giappone, dove nella sola città di Tokyo fecero 140.000 vittime, tra morti e feriti) e delle armi chimiche? Qui potete leggere l’articolo che riguarda l’iprite americana scoperta nel porto di Bari durante l’ultima guerra mondiale. E cosa possiamo dire dell’avanzata vittoriosa dell’Armata Rossa nelle terre orientali della Germania, a cui seguirono stupri di massa, torture e massacri indiscriminati? Eppure gli eroi che tornarono vittoriosi dalla guerra furono inghirlandati di fiori, gli stessi soldati che probabilmente stuprarono, uccisero e torturarono. Se quelle donne che applaudivano e ricoprivano di fiori i loro soldati avessero potuto vedere con i loro occhi le azioni sul campo degli stessi, lo avrebbero fatto comunque? Gli avrebbero messo i fiori intorno al collo, se avessero potuto vedere gli stupri commessi contro altre donne, colpevoli solo di appartenere a un’altra nazionalità, con cui il soldato riteneva legittimo vendicarsi? La doppia morale della guerra.

Ci sono alcuni libri che descrivono i crimini commessi dagli alleati e dai sovietici e a tale riguardo mi sento di consigliare la lettura di un libro che descrive quello che accadde in Europa dal 1944 al 1949. Il libro si chiama Il continente selvaggio. L’Europa alla fine della Seconda guerra mondiale di Keith Lowe, edito da Laterza. E’ uscito nel 2012 in Gran Bretagna e l’anno scorso in Italia. Un libro terrificante e utile per non dimenticare il tanto sangue versato, aldilà delle vittorie e dei festeggiamenti.

Keith Lowe, Il continente selvaggio. L’Europa alla fine della Seconda guerra mondiale, Laterza (2013) 

 

Categorie
Filosofia Libri

Il mistero del male. Benedetto XVI e la fine dei tempi – Giorgio Agamben

Durante il conferimento della laurea honoris causa in teologia, nel novembre del 2012 a Friburgo (Svizzera), Giorgio Agamben pronuncia la conferenza Mysterium iniquitatis, qui riprodotta in volume da Laterza.

La questione si concentra sulla fine dei tempi descritta nella Seconda lettera ai Tessalocinesi (2 Tess. 2, 1-11) di Paolo. Il passo descrive la fine dei tempi non prima che l’apostasia e l’uomo dell’anomia (l’uomo di assenza di legge) sia rivelato. Colui, il figlio della distruzione, si pone al di sopra di chiunque ed è chiamato dio, e si mette a sedere nel tempio di Dio. Il mistero dell’anomia (mysterium iniquitatis) è già all’opera, ma solo finché colui che agisce da restrizione (trattiene) non sia tolto di mezzo. Allora, sarà rivelato l’empio (il senza legge), l’illegale; e Gesù lo eliminerà con lo spirito e con la manifestazione della sua presenza. La presenza dell’empio è secondo l’operazione di Satana che svierà e ingannerà coloro che non hanno creduto alla verità. Questo, in breve, è il nocciolo della questione.

Chi è l’uomo dell’anomia? Ireneo, teologo e vescovo del II secolo d.C., identificava l’uomo dell’anomia con l’Anticristo; non demonio ma umano al servizio di Satana.

 Chi trattiene, dunque? Agostino, nel libro la Città di Dio, raccoglie due teorie: la prima dice che l’Apostolo si riferisse all’impero romano e pone Nerone come Anticristo, per le sue opere. Alcuni credono che Nerone non sia mai morto e che si svelerà alla fine dei tempi come Anticristo (altri pensano che resusciterà). La seconda teoria segue invece l’ipotesi che Paolo in realtà parlasse degli ipocriti e malvagi all’interno della Chiesa. Quando il popolo dell’Anticristo sarà folla, all’interno della Chiesa, si rivelerà l’ultimo Anticristo. In questa ultima ipotesi viene anche ripresa la lettera dell’evangelista Giovanni. 

Agostino nel porre la seconda teoria è stato influenzato dal teologo Ticonio. Il suo Liber regularum (il più antico trattato di ermeneutica sacra) espone, nella seconda regola, il corpo di Cristo, cioè la Chiesa, diviso in due parti:  fusca sum et decora. Fusca  è la Chiesa nera, composta da malvagi ed empi, che compongono il corpo di Satana; decora, invece, è la parte onesta , espressione dei veri adoratori del Signore. Quindi abbiamo una Chiesa onesta e una malvagia (corpo bipartito). Secondo Ticonio, che ha vissuto nel IV secolo d. C., la stessa Chiesa è responsabile del ritardo della seconda venuta di Cristo (parusia). E, qui, finalmente, arriviamo a Benedetto XVI.

All’età di 30 anni, nel 1956, Joseph Ratzinger, teologo, scrive un articolo dal titolo Considerazioni sul concetto di Chiesa di Ticonio nel Liberum regularum. Il suo lavoro si concentra soprattutto sulla seconda regola, più sopra esposta. Ratzinger non pensa – contrariamente a Sant’Agostino – che ci sia una chiara antitesi tra una città sacra e giusta come Gerusalemme in contrapposizione a una città malvagia e indegna come Babilonia. Lui crede, invece, seguendo il pensiero di Ticonio, che nella stessa Gerusalemme ci sia il male e il bene, in un unico corpo: la Chiesa include in sé Cristo e l’Anticristo, fino al Giudizio universale.

Questo esempio lascia supporre – secondo Agamben – perché Benedetto XVI abbia scelto il 28 febbraio 2013 di dimettersi dal suo ruolo di Papa. Un altro indizio l’abbiamo avuto quando il Papa ha deposto il pallio ricevuto al momento dell’investitura sulla tomba di Celestino V a L’Aquila, il 28 aprile 2009. Infatti – ricorda il filosofo – le due dichiarazioni di abdicazione sono molto simili nella sostanza (nell’appendice sono presenti entrambe le dichiarazioni).

Lascio concludere al filosofo:

Situato nel contesto che gli è proprio, il gran rifiuto di Benedetto XVI è tutt’altro che un rinvio al futuro scisma escatologico: esso ricorda, al contrario, che non è possibile che la Chiesa sopravviva, se rimanda passivamente alla fine dei tempi la soluzione del conflitto che ne dilania il corpo bipartito.

Qualsiasi errore di questa recensione è da addebitarsi solo a me; e mi scuso in anticipo – con il professore e filosofo Giorgio Agamben – di eventuali errori qui proposti.

Giorgio Agamben, Il mistero del male. Benedetto XVI e la fine dei tempi, Laterza, e-book (2013)

Categorie
Libri Politica

Chris Hedges – Il fascino oscuro della guerra

Chris Hedges è stato per anni inviato di guerra per il New York Times nei Balcani, in Medio Oriente e in America Centrale. Oggi insegna giornalismo e scrive libri. Questo libro è un resoconto delle esperienze personali dell’autore nei luoghi di guerra in cui ha operato.

Journalist and author Chris Hedges with a blur...
Journalist and author Chris Hedges with a blurred background. (Photo credit: Wikipedia)

Mentre le persone che vivono lontane dai teatri di guerra la reputano orrenda e spaventosa, chi la vive, invece, soprattutto tra i giornalisti, ne subisce il fascino e l’attrazione. Hedges spiega per quale motivo i giornalisti di guerra preferiscano tornare a vivere quelle emozioni piuttosto che condurre una vita tranquilla in zone pacifiche. Per molti diventa una droga di cui non può fare a meno.

Hedges scrive:

Quando assumiamo la droga della guerra proviamo esattamente ciò che provano i nostri nemici, compresi quei fondamentalisti islamici che definiamo alieni, barbari e incivili. E’ lo stesso narcotico che anch’io ho consumato per anni.

La violenza, la morte, la paura di perdere la vita e l’adrenalina continua diventano dei fortissimi stimolanti. Il giornalista non è più tale, ma trasforma se stesso in un ingranaggio della guerra, esaltato e pronto a tutto, anche a perdere la sua vita. Così, secondo l’autore, vengono spiegate le molte perdite tra i giornalisti di guerra. Anche perché quando tornano sani e salvi dalla prima esperienza di guerra preferiscono essere di nuovo inviati in quegli stessi teatri, magari in un Paese diverso, ma sempre in zone di conflitto. Subentra in molti di loro una specie di delirio di onnipotenza, quasi di immortalità.

Questo libro mi ha fatto venire in mente la storia di Enzo Baldoni, il giornalista freelance ucciso nel 2004 in Iraq. Nonostante avesse una moglie e tre figli e fosse sfuggito in passato alla morte in altri contesti di guerra, volle andare anche in Iraq, nel momento più pericoloso e violento. Purtroppo vi trovò la morte.

Concludo con il filosofo inglese David Hume:

 

Quando la nostra patria è in guerra con un altro paese,

noi detestiamo il nemico tacciandolo di crudeltà, perfidia,

ingiustizia e violenza: ma stimiamo sempre noi e i nostri 

alleati come giusti, moderati e generosi. Se il generale

nemico consegue dei successi, difficilmente gli concediamo

natura e carattere di uomo; sarà uno stregone, sarà

in contatto con i demoni; come si è detto di Oliver Cromwell

e del duca di Lussemburgo: è un sanguinario che trae piacere

da stragi e distruzioni. Ma se il successo arride alla nostra

parte, il nostro comandante ha tutte le buone qualità

opposte, ed è un modello di virtù, nonché di coraggio e

di nobile comportamento. Chiamiamo politica la sua perfidia:

la sua crudeltà un male inseparabile dalla guerra. In breve,

per ognuno dei suoi difetti, cerchiamo o di attenuarlo o

di nobilitarlo con il nome di quella virtù che gli è più vicina.

Come è evidente, anche nella nostra vita quotidiana

adoperiamo lo stesso procedimento di pensiero.

David Hume, Trattato sulla natura umana.

Hedges, Chris, Il fascino oscuro della guerra, Bari, Laterza, 2002.

Categorie
Antropologia Curiosità varie Economia Geopolitica Politica Società Storia Viaggi

Valerio Pellizzari – In battaglia, quando l’uva è matura. Quarant’anni di Afganistan

Chiunque volesse addentrarsi nei meandri non sempre chiari e comprensibili dell’Afganistan degli ultimi 40 anni, questo libro fa il caso suo. E’ un reportage storico scritto da un giornalista e scrittore che ha viaggiato come inviato in Afganistan fin dal 1974. E’ uno dei pochi lavori contemporanei che si trovano in libreria sull’Afganistan attuale, con uno sguardo rivolto soprattutto alle popolazioni autoctone: kirghisi, pashtun, dari, hazara, ecc. Pellizzari spiega per quale motivo la guerra intrapresa dagli americani è ormai persa. Il Paese dei coraggiosi non può stimare e rispettare un popolo che usa i droni contro i talebani e i ribelli afgani. Per loro è una forma di debolezza e questo stimola altri afgani ad opporsi contro gli occidentali. Tuttavia il libro non è solo questo. Si descrive l’avventura di un italiano, Tonino De Feo, che nel 1965 decide di trasferirsi in Afganistan: “Scoprì che in quel paese cresceva un’uva dolcissima, ricca di ben cento diverse qualità […]”. Due anni dopo vi impianta una fabbrica per produrre vino. Incontra molte difficoltà con i mullah locali, per la ben nota proibizione di bere alcool nella religione islamica, ma De Feo si impegna a vendere il vino in Pakistan, che in qualche modo rientra in territorio afgano per vie illegali. Dopo varie vicissitudini è costretto a lasciare il Paese nel 1973, dopo la caduta della monarchia e l’instaurazione della Repubblica.

Il libro mi ha aperto gli occhi su un film tratto da un libro Il cacciatore di aquiloni di Khaled Hosseini. Ebbene il film mi era piaciuto molto, ma non avevo riflettuto sulla storia descritta nel film. La scena dei tre ragazzi pashtun che violentano il ragazzino hazara è inconcepibile per quella etnia. I pashtun ne escono fuori malissimo: violentatori e pavidi. Ho scoperto che in Afganistan il film è vietato, per non creare dissidi interni, in un Paese già martoriato dalla guerra e da odi tribali. Khaled Hosseini è un afgano che vive da molti anni negli Stati Uniti, e i suoi libri vengono visti dagli afgani come espressione della cultura occidentale, di un assimilato.

Finendo di leggere il libro non si può rimanere stupiti, e in qualche modo ammirati, dallo spirito di indipendenza e dalla forza di questo popolo. Gli afgani hanno combattuto tre guerre contro gli inglesi, nel XIX secolo, dove questi ultimi ne sono usciti malconci, senza mai arrendersi, senza mai piegare il capo. Tra il 1979-90 i sovietici hanno vissuto il loro dramma afgano, con perdite ingentissime di uomini e una sconfitta politica tout court. Infine gli americani e i loro alleati. Purtroppo le lezioni del passato non sono servite a niente.

Pellizzari, Valerio, In battaglia, quando l’uva è matura. Quarant’anni di Afganistan, Bari, Laterza, 2012.