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Nathaniel Rich – Perdere la Terra. Una storia recente

Volete sapere come sono andate le cose per quanto riguarda il clima negli Stati Uniti? Volete sapere come mai il presidente democratico Jimmy Carter installò dei pannelli fotovoltaici sul tetto della Casa Bianca, già alla fine degli anni Settanta, e per quale motivo il successivo presidente repubblicano Ronald Reagan li tolse? Volete sapere come la pensavano i colossi del petrolio, come per esempio la Exxon, e i ripensamenti che hanno avuto successivamente?

Se volete soddisfare tutte queste domande, allora leggete questo libro. Non è una storia IMG_9062del cambiamento climatico, ma del modo in cui è stato affrontato negli Usa da scienziati, politici e colossi del petrolio tra il 1979 e il 1989 e di come questo approccio abbia e continui tutt’ora a influenzare il dibattito sui cambiamenti climatici. Scoprirete molte cose interessanti, come per esempio la conoscenza che già avevano negli anni Cinquanta i colossi del petrolio sul surriscaldamento climatico e sui pericoli di un’eccessiva immissione di anidride carbonica e metano in atmosfera. Inizialmente erano sinceramente preoccupati e cercarono di collaborare con i politici e gli scienziati, ma poi, quando capirono che ci avrebbero rimesso una parte degli introiti, cambiarono immediatamente idea e cominciarono a finanziare dei contro studi per affermare che la temperatura stava aumentando indipendentemente dalle azioni degli uomini, o comunque che la responsabilità umana fosse in realtà minima. Da qui si spiegano molte cose e per quale motivo siamo arrivati all’incertezza riguardo al clima. Oggi questo fronte è più forte che mai.

Per restare in Italia, fisici, geofisici e chimici come Franco Prodi, Antonino Zichichi e Franco Battaglia hanno recentemente firmato una petizione (qui), insieme ad altri duecento studiosi, per negare che ci sia in atto un’emergenza climatica. Questi studiosi dicono che sì, la temperatura media mondiale sta leggermente salendo, ma non come veniva indicato dai grafici catastrofisti della maggior parte degli scienziati. Continuano scrivendo che il clima sulla Terra è sempre cambiato e di conseguenza questo piccolo riscaldamento rientra nella normalità del nostro pianeta. L’aspetto che mi lascia esterrefatto dell’appello è la conclusione. Riporto le testuali parole, in grassetto nel testo originale:

In conclusione, posta la cruciale importanza che hanno i combustibili fossili per l’approvvigionamento energetico dell’umanità, suggeriamo che non si aderisca a politiche di riduzione acritica della immissione di anidride carbonica in atmosfera con l’illusoria pretesa di governare il clima.

Penso che il dibattito scientifico debba essere libero e penso che sia giusto che ci siano scienziati che cercano con il loro lavoro di approfondire i fenomeni del nostro pianeta, anche andando contro scorrente se necessario, però qui, come in altri casi simili negli Usa, siamo di fronte a persone molto interessate se non addirittura in piena collaborazione con i produttori di petrolio. Altrimenti mi sembra inspiegabile la conclusione pro combustili fossili con cui si conclude la petizione. Che bisogno c’era di scriverlo così apertamente? E poi, anche se la temperatura media mondiale non aumentasse per cause umane, questi scienziati non si rendono conto che l’aria di molte città, per non dire di intere regioni e Nazioni, è ormai da tempo irrespirabile a causa del nostro modello di sviluppo basato sui combustibili fossili? Non si rendono conto che milioni di persone muoiono e si ammalano ogni anno ai quattro angoli della Terra a causa dell’inquinamento atmosferico? Trovo questa conclusione irresponsabile, ottusa e miope. Questo atteggiamento è l’esatto opposto che mi aspetterei da parte di scienziati seri e responsabili.

Rich, Nathaniel, Perdere la Terra, Una storia recente, Milano, Mondadori, 2019, pp. 176.

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La città mineraria di Norilsk – Elena Chernyshova (Internazionale)

Nell’ultimo numero del settimanale Internazionale ho letto un breve ma intenso reportage della città mineraria di Norilsk, nel settentrione più estremo della Siberia centrale. Mi era già capitato di imbattermi nella strana storia di questa città, ma le foto della reporter Chernyshova rendono bene l’idea del luogo estremo in cui è stata costruita Norilsk. E’ abitata da 175 mila abitanti, raggiungibile solo tramite aereo o nave (quando la stagione lo permette), perché non esistono collegamenti di terra con le città più distanti. La città è stata fondata negli anni Venti del secolo scorso dai detenuti del vicino gulag di Norillag. Gli attuali abitanti della città sono discendenti dei prigionieri del gulag e immigrati degli anni Settanta, oltre a immigrati delle ex repubbliche sovietiche. Norilsk è stata costruita grazie alla scoperta di ingenti depositi minerari. Oggi la società Norilsk Nichel gestisce l’intera estrazione di nichel, palladio e platino rendendola, di fatto, leader mondiale del settore. Purtroppo, Norilsk detiene il triste primato di essere tra le prime dieci città più inquinate del mondo e l’intera provincia è imperniata di tonnellate di metalli pesanti vomitati dalle ciminiere delle fabbriche. Questo provoca un’altissima incidenza tumorale nella popolazione che supera di due volte la media nazionale. Inoltre l’aspettava di vita è di dieci anni minore rispetto alla norma. Anche le temperature non sono certo clementi: la temperatura media annuale è di meno gradi celsius e in inverno il Sole non sorge mai. Ansia e problemi psicologici sono molti diffusi.

Il grosso problema della zona rimane il fortissimo inquinamento da metalli pesanti in una zona prima incontaminata.

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Birdwatching in discarica (tratto da Oasis)

Non credevo fosse possibile fare birdwatching in un posto sporco e puzzolente come le discariche, ma dopo avere letto l’articolo di Maurizio Fraissinet (le foto sono di Stanislao Basileo) sull’ultimo numero di Oasis mi sono ricreduto. Ebbene sì, non solo si può fare ma si possono vedere tante specie ornitologiche: dai classici gabbiani, comuni e reali, ai rapaci, nibbi e gheppi. Non mancano corvi imperiali, cornacchie grigie, gazze, naturalmente piccioni e sono stati avvistati aironi, cicogne, ibis sacro, storni, passerotti ecc. Negli ultimi decenni molti volatili hanno imparato a frequentare le discariche dove possono trovare cibo senza alcuno sforzo. Il luogo di per sé non ha nulla di naturale e benefico, neanche per gli stessi uccelli che si nutrono dei nostri avanzi. A tutt’oggi non sono ancora stati fatti degli studi approfonditi sull’impatto che le discariche hanno sulle specie ornitologiche. La qualità del cibo è pessima; batteri e parassiti abbondano. Gli uccelli, diversamente da noi e dagli animali bipedi, non hanno alcun impedimento nell’entrare in discariche vietate e questo sicuramente può avere un impatto negativo sulla salute e la riproduzione delle specie coinvolte.

OASIS, Rivista di cultura ambientale, N° 203/2013

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Chernobyl 27 anni dopo – Roberto Rebecchi (Greenreport)

Ritorno a Chernobyl di Roberto Rebecchi (coordinatore regionale di Legambiente), più precisamente all’interno della zona morta, un raggio di 30 km intorno alla centrale, per visitare il villaggio di Solnechniy, in Bielorussia. Girando per il villaggio abbandonato, in mezzo a case cadenti e all’ospedale abbandonato, l’unico segno di vita, in quell’ambiente all’apparenza incontaminato, è una lepre. È sempre impressionante visitare un villaggio, una città, un paese completamente abbandonato. Si respirano strane malinconie, si sentono voci lontane di persone che una volta abitavano quei luoghi oggi desolati. Non è facile sottrarsi alla magia di luoghi simili, per quanto spaventosa e irreale sia stata la tragedia vissuta e causata esclusivamente dall’uomo. Subentrano riflessioni metafisiche, filosofiche e non solo di natura ambientale e scientifica. Godetevi il racconto perché merita:

http://www.greenreport.it/_new/index.php?page=default&id=21807

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L’eterno signor no. Per chi nega l’evidenza

San Tommaso è sempre tra noi: se non vede con i suoi occhi non crede. Lo scettico, in ogni campo, deve spronare lo studioso a lavorare di più, a essere più chiaro possibile e a dimostrare con fatti inconfutabili il cambiamento, in atto, del surriscaldamento terrestre, o di qualsiasi altro problema legato all’ambiente: per esempio, lo sfruttamento eccessivo dell’acqua o degli allevamenti industriali intensivi. Fino all’ultima “piccola glaciazione” (1645-1750 d.C.) la CO2 presente in atmosfera era di 250 ppm (parti per milione) ed era rimasta praticamente inalterata  nei precedenti 10.000 mila anni. Oggi abbiamo superato la soglia di 400 ppm e continua ad aumentare con una cadenza di 2 o 3 ppm all’anno. Anche se fin da adesso fermassimo tutte le attività umane inquinanti, non riusciremmo comunque a bloccare il surriscaldamento terrestre in atto, ma potremmo solo limitare i danni in un prossimo futuro. Ebbene, l’anidride carbonica è iniziata ad aumentare in concomitanza con la prima Rivoluzione industriale. Questo è un fatto storico e scientifico. Come si può facilmente dimostrare, dati meteorologici alla mano, che nove dei dieci anni più caldi degli ultimi 150 anni, si sono verificati dopo il 1995. Il Polo nord si ritira sempre più e gli orsi bianchi cominciano, come è stato osservato, ad avvicinarsi alla terra, sia in Canada che in Alaska. Senza parlare dell’aumento dei disastri ambientali di qualsiasi tipo in ogni parte del mondo.

Eppure c’è chi continua a negare l’evidenza, nonostante tutte le prove dicano il contrario. Ma il fatto più grave in assoluto è la completa cecità dei politici che ci governano. Mi rifiuto di pensare che non ci sia un’altra strada a questo dissennato “sviluppo”, che non ci sia un’altra classe dirigente più lungimirante e attenta ai bisogni dell’uomo e dell’ambiente e che non ci sia, dulcis in fundo, una rivoluzione culturale e civile che spinga i cittadini a partecipare al miglioramento di tutta la società. Per fortuna, qualcosa si sta già muovendo da anni e dal basso (considerando la quasi totale inefficienza e balordaggine della politica nostrana). Se ci fosse un indirizzo politico forte e un piano energetico a lunga scadenza, le cose andrebbero molto meglio, non solo in Italia, ma in tutto il mondo.

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Ambiente

Disastri ambientali odierni e futuri

Negli ultimi anni stiamo assistendo sempre di più a disastri ambientali di proporzioni immani. Basta pensare alle ultime disastrose alluvioni in Australia e Brasile (2010 – 2011). Un grosso pericolo proviene dai mari. Infatti, a seguito del continuo scioglimento dei ghiacci al Polo nord e sud, il livello dei mari si sta alzando, provocando la conseguente erosione delle coste e la scomparsa di interi isolotti nell’Oceano Pacifico. Con l’aumento di anidride carbonica in atmosfera i mari tendono ad assorbirne di più, con il conseguente aumento dell’acidità delle acque marine: ciò comporta gravi scompensi ambientali, per esempio vengono intaccati i gusci calcarei dei molluschi e di alcuni phyla di protozoi, come i foraminiferi che appartengono al phylum delle amebe. Anche la Groelandia che è quasi interamente ricoperta di ghiacci, sta cominciando a scongelarsi. A oggi la temperatura globale è già salita di circa 0,75 °C dal XIX secolo. Anche se oggi fermassimo qualsiasi tipo di emissione di gas serra, la temperatura si scalderebbe comunque di altri 0,6 °C, perché l’atmosfera si deve adattare ai gas serra che abbiamo immesso nei secoli precedenti. Valutiamo, quindi, che la temperatura terrestre è già salita di 1,4 °C.

Se la temperatura dovesse crescere di 2 °C, dai 10 ai 30 milioni di persone in più rischierebbero la fame; aumenterebbero le inondazioni, siccità ed epidemie di malattie infettive; da 0,4 a 1,7 miliardi di persone sarebbero colpite dalla crescente scarsità d’acqua. L’elenco potrebbe ancora andare avanti per molto. Comunque tutte queste cose avvengono già in parte sotto gli occhi di tutti. Come spiegare altrimenti l’immigrazione di disperati verso l’Europa, se non dovuto soprattutto ai disastri ambientali?

Per fare solo un esempio concreto, la Cina, più precisamente Pechino, è colpita quasi incessantemente, negli ultimi anni, da continue tempeste di polvere, causate dall’espansione del deserto del Gobi, nella Mongolia Interna, Tutto ciò è causato dalla siccità che colpisce da ormai anni intere province cinesi. La situazione è gravissima. Se non si cambia immediatamente direzione, vivremo in un mondo ingestibile e invivibile. Siamo ancora in tempo per farlo. Ma bisogna capire, come dice bene Jared Diamond in Collasso che le società odierne sono così interconnesse che il rischio in cui incorriamo  quello di un crollo globale.

Bibliografia: Jared Diamond, Collasso, Einaudi (2005); Mark Lynas, Notizie da un pianeta rovente, Longanesi & C. (2005)

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Campi inquinati: arsenico nel riso

Mi auguro che anche in Italia ci siano più controlli riguardo l’inquinamento da arsenico nel riso; considerato che la maggior parte del riso italiano viene coltivato nella provincia di Mantova, purtroppo zona ad alto livello di arsenico nel terreno.

http://oggiscienza.wordpress.com/2012/09/21/risotto-allarsenico/

 

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Scioglimento dell’Artico

È un gravissimo problema che incombe su tutti noi.