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Anatolij Kuznecov – Babij Jar

Ho appena finito di leggere il libro Babij Jar di Anatolij Kuznecov e la sensazione appena percepita è di svuotamento e orrore per quello che gli esseri umani possono fare contro i propri simili. Così ho deciso di scrivere una breve recensione di questo libro.

Kuznecov ripete più volte nel libro che tutto ciò che ha scritto è vero e che nulla è stato inventato. Infatti il sottotitolo interno del libro è Romanzo-documento. Sembra quasi che l’autore avesse la paura di non essere creduto e lo si può capire visto quello che ha vissuto in Unione Sovietica, dove il suo libro fu tagliuzzato dalla censura di regime fino a stravolgerlo completamente, azione che spinse l’autore a prendere la decisione di rifugiarsi in Occidente. Comunque, andiamo per ordine.

Babij Jar era un burrone che si trovava nelle vicinanze di Kiev, l’odierna capitale dell’Ucraina. Quando i nazisti occuparono l’Ucraina, durante l’Operazione Barbarossa scagliata contro l’Unione Sovietica, fin da subito iniziarono a rastrellare le persone di origine ebraica. Kiev fu occupata e il 29 settembre del 1941 iniziò il primo eccidio di ebrei. Come fossero animali, furono presi, concentrati nel campo di concentramento costruito nell’area del burrone, spogliati di tutto e infine fucilati intorno alle buche scavate in precedenza per seppellirvi gli uccisi. Uomini, donne, bambini, nessuno fu risparmiato dalla furia assassina e criminale dei nazisti occupanti. In questo contesto di violenza, sopraffazione e odio si dipana il libro. Kuznecov non si limita a descrivere la violenza nazista, che all’inizio colpì gli ebrei e i russi e poi gli stessi ucraini, ma con la descrizione minuziosa della propria famiglia, in cui spiccano il nonno, la nonna e la madre, descrive ciò che gli ucraini di quegli anni pensavano della dittatura staliniana e comunista, dei disastri compiuti dalla collettivizzazione forzata dei contadini, del precedente orrore vissuto nelle campagne ucraine, che sfocerà nell’Holodomor, nel quale almeno un milione di persone morì di inedia e stenti. È un libro privato e pubblico e le due sfere si sovrappongono nel descrivere la tragedia di un intero popolo. Non mancano neppure gli aspetti positivi del regime comunista e il primo esempio fu proprio la madre di Kuznecov, che grazie ai comunisti poté studiare e in seguito divenire un’insegnante di inglese. Quindi i contrasti sono dietro l’angolo e il vituperato governo sovietico, percepito come anti ucraino e criminale, dall’altra parte aiutò migliaia di persone, grazie allo studio, a uscire dal degrado e dall’isolamento del mondo contadino, proiettandole verso un’esistenza più dignitosa e soddisfacente. Insomma il mondo non è mai interamente tutto nero o tutto bianco, ma ci sono svariate sfumature di colore.

I massacri a Babij Jar proseguirono ininterrottamente fino al 1943 inoltrato. Agli ebrei e ai russi, che la propaganda tedesca additava come i veri nemici del popolo ucraino si aggiunsero gli stessi ucraini, nella mattanza di Babij Jar. L’esplosione del centro di Kiev, chiamato Kreščatik, e della Lavra, attentati terroristici in cui morirono migliaia di persone e portate a compimento dai servizi segreti sovietici dell’NKVD, aizzarono gli occupanti tedeschi contro tutta la popolazione sottomessa, senza alcuna distinzione. Gli stessi nazionalisti ucraini, che in un primo momento furono ben felici di fare il lavoro sporco dei nazisti, finirono per fare la tragica fine di tutti gli altri.

Quando i soldati sovietici scacciarono i nazisti dal territorio ucraino, centinaia di migliaia di persone persero la vita in modo atroce e disumano, nei tre anni precedenti, nel burrone di Babij Jar. Nessuno ne conosce il numero esatto. Kuznecov e la sua famiglia si salvarono, ma molti loro amici e vicini no.

Nel dopoguerra gli eccidi di Babij Jar furono volutamente dimenticati dal regime comunista. Nel 1948 in Unione Sovietica iniziò una forte campagna antisemita (so che il termine non è esatto, ma lo uso per capirci) che portò il regime a nascondere o minimizzare i massacri compiuti contro di loro. Non se ne doveva parlare, questi erano gli ordini. Ma in questo caso fecero di più. Dopo il 1957, Nikolaj Podgornyj, capo del Comitato centrale ucraino, decise di colmare di terra l’intero burrone di Babij Jar. Allo scopo fu costruita una diga e lentamente fu pompata della torbida, un miscuglio di acqua e fango, per ricoprire e cancellare ogni traccia del luogo e forse anche del suo ricordo. La torbida fu pompata fino al 1961, quando improvvisamente la diga crollò di schianto, provocando la morte di centinaia di persone che si trovarono ai piedi della diga. Nelle sue vicinanze, infatti, c’erano moltissimi condomini e il deposito dei tram e tutto fu travolto dall’onda gigantesca che si creò con il crollo della diga. Un intero quartiere venne ricoperto dal fango, non dando scampo alle persone rimaste intrappolate a casa o nei mezzi pubblici. Anche qui il numero esatto dei morti è sconosciuto. Questo evento mi ricorda da vicino il nostro Vajont.

Il 29 settembre 1966, nel venticinquesimo anniversario, a Babij Jar si riunirono alcuni intellettuali (tra cui lo scrittore Viktor Nekrasov) e comuni cittadini per ricordare l’inizio dell’eccidio. Si aprì un momento di discussione e alcuni presero la parola, alcuni per ricordare le vittime e altri per parlare di un monumento da costruire. L’evento fu del tutto spontaneo e si svolse in quello che allora rimase di Babij Jar, dopo tutti i tentativi fatti dal potere per cancellare il luogo. Costruirono delle palazzine sopra la diga distrutta e presero la decisione di costruivi anche uno stadio. Alla fine lo stadio non si costruì e rimase un enorme spiazzo infestato dall’erbacce, nel più totale abbandono.

Questo vide e testimoniò nel suo libro Anatolij Kuznecov, almeno fino al 1966, anno in cui terminò il libro. Riuscì a fuggire dall’Unione Sovietica e nel 1970 poté finalmente pubblicare il suo libro senza alcuna censura. Kuznecov morì a Londra nel 1979.

Tutto in questo libro è verità. 


Kuznecov, Anatolij, Babij Jar, Milano, Adelphi, 2019, pp. 454.

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Stefano Giani – Dittatori al cinema. I totalitarismi europei sul grande schermo

 

Introduzione

 

La scrittura del libro è serrata, veloce, con frasi brevi e ritmiche. Non si perde mai il filo della trama. Centocinquanta pagine che ti tengono incollato alle dinamiche e alle costruzioni dei film descritti, dove l’autore non si limita mai a una sterile e fredda descrizione, ma si prodiga in approfondimenti storici e curiosità da cinefili. Mi sono divertito a leggerlo e così non posso che consigliarlo, a quanti, come me, abbiano voglia e il piacere di approfondire un argomento a dir poco scottante e triste; perché di morte, torture e violenza qui si tratta, ma anche di speranza, solidarietà e amore. Amore nel senso lato del termine. Amore per la verità. Amore per la giustizia. Amore per la dignità dell’uomo.

Bando alle ciance e mettiamoci all’opera.

 

 

 

Hitler e la Germania

 

Il libro si apre con la descrizione cinematografica della Germania nazista. L’Autore fa un breve excursus del cinema tedesco prima del 1933 e del conseguente avvento al potere di Adolf Hitler. Si cita Beg, l’uomo di argilla (Golemin tedesco) del regista Henrik Galeen (1915), mentre Hitler serviva nell’esercito del Secondo Reich, durante la Prima guerra mondiale, come semplice soldato. Il Golem, creato in laboratorio dal rabbino Loew e ridotto alla fine a una statua di argilla in frantumi, sembra prevedere la disastrosa fine della Germania. Ma non quella del 1918 bensì quella del 1945, in cui il prepotente e onnipotente Hitler si dissolverà, e con lui l’intera Germania, schiacciato tra l’Esercito Rosso e gli Alleati occidentali. Da questo film, ne nasceranno altri con la stessa tematica, come Homunculus (1917) di Otto Ripert; e dopo la Prima guerra mondiale ilGabinetto del dottor Caligari (1920), inizialmente proposto a Frizt Lang e infine girato da Robert Wiene e Nosferatu (1922) di F.W. Murnau. Sempre nel 1922 esce il film che continua il percorso del dottor Caligari, girato questa volta da Frizt Lang in versione muto e chiamatoIl dottor Mabuse. Un terzo film della serie, Il testamento del dottor Mabuse, viene girato nel 1932, sempre da Friz Lang, ma con il sonoro.

La Germania sconfitta del dopo 1918 vive un periodo terribile, fatto di povertà, di disoccupazione, di svalutazione perenne del marco, di forte incertezza per il futuro e tutto ciò si riflette nel cinema e nelle sue rappresentazioni. I suoi personaggi sono negativi, nichilisti, mostri costruiti in laboratorio, ambigui, folli e infine prepotenti e avidi di potere.

L’ombra del Terzo Reich incombe e il cielo si fa grigio. I mostri demonizzati sotto la Repubblica di Weimar escono dal laboratorio, lobotomizzati, e in fila come piccole formichine conquistano il Reichstag. È il 30 gennaio 1933.

I nazisti impongono fin da subito forti limitazioni al cinema e alla libertà di fare arte. Il contenuto dei film cambia repentinamente: è finito il tempo di rappresentare sullo schermo prostitute, ubriaconi, personaggi dissoluti e corrotti. Adesso l’imperativo categorico sono i nobili sentimenti, l’amore romantico e personaggi edificanti e positivi. Il film Un grande amore (1942) di Rolf Hansen ne è il paradigma.

I nazisti sono attenti anche al messaggio politico del cinema e per questo assoldano la regista Leni Riefenstahl. Lei contribuisce in modo precipuo all’immagine che di sé darà il regime nazista ai suoi stessi occhi e a quelli del mondo intero. In ordine di tempo vengono girati: La vittoria della fede (1933), Il trionfo della volontà (1934) e Olympia (1938).

Nel primo documentario, La vittoria della fede, la Riefenstahl riprende il primo congresso nazista a Norimberga. Vi compare anche il capo delle SA Ernst Röhm, assassinato nel 1934 durante la Notte dei lunghi coltelli. Per questo motivo Hitler decide di non pubblicizzarlo troppo. Tuttavia il documentario è importante per l’innovativo montaggio e per le qualità artistiche.

L’anno successivo viene girato Il trionfo della volontà (1934). Lo stesso Führer si prende il tempo per aiutare la regista in vari sopralluoghi. L’evento è il secondo raduno a Norimberga dopo la presa del potere. Leni Riefenstahl si ritrova un bugdet molto ampio da cui attingere. Il regime vuole dare una potente immagine di sé stesso e il prodotto finale, suggestivo e grandioso, sarà un successo clamoroso. Una vera apoteosi del regime. Strutturato in dodici grandi blocchi, la regista non si fa scappare nulla: dalle riprese in aereo, con cui Hitler sta per arrivare a Norimberga; al viaggio in auto fino al centro della città (che viene ripreso in soggettiva, come se noi guardassimo ciò che guarda Hitler); alle tende in cui sono accampati soldati e militanti; al congresso vero e proprio in cui si danno il cambio oratori del calibro di Rudolf Hesse, Julius Streicher, Joseph Goebbels e infine Hitler; fino allo svolgimento dell’intero raduno.

Infine, Hitler chiede alla Riefenstahl di fare un documentario sulle Olimpiadi di Berlino del 1936. Il documentario uscirà due anni dopo con il titolo di Olympia. Anche in questo caso la regista sarà attentissima ai dettagli, riuscendo a creare un’analogia tra l’antico atleta greco e il perfetto uomo ariano tedesco.

La guerra è finita. La Germania è sconfitta, divisa e annientata. Gli anni trascorrono lentamente e in America viene girato Vincitori e vinti , di Stanley Kramer. È il 1961. Girato in bianco e nero, racconta la storia di un processo intentato dagli americani contro quattro giudici nazisti. Vengono tutti condannati all’ergastolo. Al film partecipa Marlene Dietrich, nel ruolo della moglie del generale Bertholt, condannato precedentemente a morte da un giudice. Il giudice supremo dirà: “La vera parte lesa in questo processo è la civiltà”.  Non è solo un giudizio sugli imputati, ma sull’intero periodo storico trascorso sotto il regime nazista.

Una ricostruzione storica sugli ultimi giorni di Hitler, vissuti nel sottosuolo del bunker, è fatta da Oliver Hirschbiegel, con il film La caduta (2004). Hitler si sente abbandonato, solo, non si fida più di nessuno. I russi sono alle porte di Berlino. Si combatte strada per strada. Alcuni soldati preferiscono suicidarsi, così come alcuni cittadini. E la stessa sorte seguiranno Goebbles, sua moglie e le loro sette figlie. Quest’ultime sacrificate dai genitori a un dio che è morto, cioè Hitler. Tutta la tragedia e la bestialità della guerra traspare da questo film. L’uomo è carne da cannone, sempre e comunque sacrificabile. Non più donna né bambino da rispettare: la morte domina sovrana.

 

 

Stalin e l’Unione Sovietica

 

 

La cinematografia sovietica ha molti punti di contatto con quella nazista: la glorificazione dell’ideologia, l’esaltazione del presente a detrimento del passato e la presunzione di detenere la verità assoluta.

Lenin stesso dà molta importanza al cinema, soprattutto per veicolare il messaggio comunista tra le masse.  Negli anni Venti un grande regista sovietico, Sergej Ejzenštein, farà scuola. È del 1924 Sciopero, a cui seguiranno La corazzata Potëmkin (1925), Ottobre (1928), La linea generale (1929), Il disertore (1933) e infine con film storici quali Aleksandr Nevskij (1938) e Ivan il Terribile (1944), quest’ultimo sviluppato in una trilogia non terminata.

Un film importante è Un frammento di impero (1929) di Friedrich Ermler. La trama del film è incentrata su un soldato che – ritrovata la memoria, persa a causa di un trauma di guerra – torna a San Pietroburgo, sua città natale, dal fronte della Prima guerra mondiale. Ma adesso la situazione è profondamente cambiata: la città che lui aveva lasciato si chiama Leningrado e scopre che sua moglie nel frattempo si è risposata. È perso, non riconosce più il suo mondo, la sua città, i suoi vecchi affetti. Tutto è mutato, il governo, le donne, le idee. È un film psicologico, senza sonoro e girato in bianco e nero.

In pieno periodo staliniano, in cui le purghe a seguito dell’omicidio di Kirov, nel 1934, erano in piena attività, esce Il circo (1936) di Grigorji Vasil’evic Aleksandrov. È una pellicola musicale, nella tradizione slapstick,cioè un tipo di commedia molto fisica, in cui la comicità scaturisce da avvenimenti e non da battute. I film è incentrato sulla figura di una cantante americana che si innamora di un cittadino sovietico. Lei è madre di un bambino mulatto e quindi attira su di sé le ire dei razzisti e capitalisti americani. Ma l’Unione Sovietica la accoglie a braccia aperte e in una scena il bambino mulatto viene cullato e coccolato dai rappresentanti delle repubbliche che formano l’URSS. Il bene sovietico trionfa contro il male capitalista.

Nel 1940 Aleksandrov gira un altro film. Si chiama Radioso cammino ed è la storia di una serva di campagna che grazie al lavoro e all’impegno riesce a scalare tutti i gradini della scala sociale, fino a diventare deputata del Soviet Supremo. Questo film mi ricorda, anche se con un profilo più basso, la storia di Katja descritta nel film Mosca non crede alle lacrime (1980) di Vladimir Menšov (titolo russo: Москваслезам не верит, Moskva slezam ne verit). Anche in questo caso, la protagonista Katja riesce, partendo da operaia e studiando la notte, a diventare la direttrice della fabbrica per cui lavorava. Tornando al film di Aleksandrov, si può dire che solo tramite il lavoro una persona può giungere all’amore e non viceversa. Nella patria del comunismo il lavoro è tutto e chi non lavora non è degno di fare parte del consesso comunitario. Tramite il lavoro, una donna può emanciparsi e diventare quello che desidera, perché la società in cui vive è giusta, umana e inclusiva.

Altri film – sulla stessa falsa riga – usciranno in Unione Sovietica, in cui le tematiche principali saranno sempre rappresentate dal lavoro, dall’amore, dalla concordia e dalla bonomia che tutti dimostrano verso il prossimo. Insomma, un cristianesimo senza Dio. Per aspettare qualcosa di diverso – e un punto di vista più critico verso il proprio passato – bisogna attendere il 1957, con il film Quando volano le cicogne di Michail Kalatozov. Stalin è morto nel 1953 e ora l’URSS è guidata da Nikita Chruščëv. Il film è tratto dalla commedia Eternamente vivi di Viktor Rozov e racconta la storia di Veronica e del suo fidanzato Boris che, volontario, parte per il fronte dopo il 1941 in seguito all’attacco tedesco. Veronica, dopo la distruzione della casa in cui vive, a seguito di un bombardamento aereo, si trasferisce a vivere dai suoceri. Qui è costretta a subire le violenze di Marco, cugino di Boris. Diventa la sua donna, ma continua ad amare Boris e vive nella speranza di rivederlo. Mentre grazie al suocero riesce a liberarsi di Marco, lei trova un orfano e le dà il nome del suo amato Boris. Lei ancora non sa che Boris è già morto al fronte. La Guerra Patriottica termina e Veronica cerca Boris, tra i reduci che festeggiano la vittoria. Cerca, invano, fino a trovare la sua consolazione nell’osservare le gru che volano libere in cielo. Quindi gli uccelli non sono cicogne, come recita il titolo italiano, ma gru (in russo:журавль, žurabl’). Ecco affiorare, per la prima volta, il dolore, lo spaesamento, gli intrighi, la violenza di un uomo contro una donna sola e il tema scottante degli imboscati, come Marco ben rappresenta.

 

 

In Italia

 

In Italia Mussolini dà molta importanza al cinema e ne coglie tutte le potenzialità insite. A un anno dalla presa del potere, nel 1923, Mussolini crea l’Unione cinematografica educativa (Luce) con lo scopo di coordinare l’informazione e come strumento di propaganda per il regime.

Alessandro Blasetti, un regista molto vicino al fascismo, nel 1929 gira Sole. Il film è una descrizione delle bonifiche pontine portate a termine dal Duce in quegli anni. L’influsso sovietico sull’opera è chiaro, soprattutto per quanto riguarda il montaggio e le immagini in soggettiva.

Durante il Ventennio escono molti film, come Camicia nera (1934) di Gioacchino Forzano, Mille lire al mese (1939) di Max Neufeld, Scipione l’Africano (1937) di Carmine Gallone – film fortemente voluto da Mussolini dopo la conquista dell’Etiopia dell’anno prima – Luciano Serra pilota (1938) di Goffredo Alessandrini e Aeroporto (1944) di Piero Costa, nel pieno periodo della Repubblica di Salò. Dopo il 25 luglio del 1943 il regime fascista crolla, Mussolini viene arrestato e da lì a qualche mese la nuova capitale del cinema italiano sarà Venezia. Con la liberazione del Duce e la proclamazione della Repubblica Sociale Italiana nel centro-nord, a Venezia si trasferiscono le strutture, i componenti materiali, i registi e gli attori, tra cui Osvaldo Valenti e Luisa Ferida, attori molto conosciuti durante il Ventennio.

E proprio a loro è dedicato il film Sanguepazzo (2008) di Marco Tullio Giordana. Il film racconta la tragica fine della coppia alla fine della guerra. In quanto attori molto celebri e apprezzati, e quindi di conseguenza conosciuti da molte persone, vengono ingiustamente accusati di fare parte della banda di Pietro Koch. Probabilmente la diceria è nata perché il Valenti, noto cocainomane, si riforniva di cocaina da Koch, che poteva usufruirne a volontà. Per prenderla il Valenti si recava a Villa Triste a Milano, dove si trovava la residenza dei noti torturatori della banda. Il capitano Giuseppe Marozin, detto Vero”, è il partigiano che scorrazza per il capoluogo lombardo a caccia di fascisti o presunti tali. Nell’aprile del 1945 arresta Valenti e la sua compagna Ferida. Ha l’ordine tassativo di fucilarli da parte di un membro importante del Clnai (Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia), Sandro Pertini. Marozin non perde tempo e il 30 aprile li fucila entrambi. Giordana edulcora la posizione del capo partigiano, alleggerendo la sua responsabilità e facendolo passare per una persona mite e lento all’ira. In realtà, come concordano Giorgio Pisanò, fascista, e Giorgio Bocca, Marozin fu solo un delinquente patentato. Un pericoloso assassino lasciato libero (dalla contingenza del momento) di brutalizzare e rubare a proprio piacimento, senza il pericolo di pagarne le conseguenze.  La fine di questi due attori rappresenta una brutta pagina della resistenza italiana.

Nel 2000 viene girato il Partigiano Johnny di Guido Chiesa. Il film è tratto dal romanzo incompiuto di Beppe Fenoglio. Il protagonista del film, Johnny, è studente universitario, appassionato della cultura e lingua inglese ed è disertore dell’esercito fascista. Si arruola inizialmente tra i partigiani comunisti per poi passare a quelli cattolici. I partigiani fuggono continuamente tra le foreste e le montagne, fuggono la morte e la fame, l’ansia per i propri cari rimasti a casa e la cattura. C’è sofferenza, agitazione, inquietudine. I dialoghi sono essenziali e i significati scaturiscono dalle immagini, dai segni, dai tre gradi diversi di comunicazione: il dialetto piemontese per i più umili, l’italiano per i più istruiti e infine l’inglese come lingua franca e utile per comunicare con gli Alleati. È un film in cui la semiotica e la lettura dei simboli è dominante. Non si celebra nessuno e non si fanno prediche. Non spetta al cinema, asserisce Chiesa, fare la storia, perché non esiste una sola e condivisa verità.

 

 

In Francia

 

Anche la Francia subisce una dittatura, o forse sarebbe meglio chiamarlo un governo fantoccio sotto guida nazista. Non occupa tutta la Francia, ma solo la parte centro meridionale. La capitale è il centro termale di Vichy e il capo di governo il maresciallo Philippe Pétaine, già eroe della Prima guerra mondiale. Il regime di Vichy dura dal 1940 al 1944. In soli quattro anni il regime sarà capace di distinguersi come fedele e succube alleato di Hitler e zelante persecutore di ebrei, massoni e stranieri. La Francia sotto la sua giurisdizione è privata di libertà di stampa e associazione.  Il milieuculturale è appiattito e univoco.

Solo dopo molti decenni il cinema francese prenderà atto di quello che è avvenuto sotto il regime di Vichy. Vento di primavera (2010) di Rose Bosch affronta per la prima volta la retata del Vélodrome d’Hiver (Velodromo d’Inverno), avvenuta il 16 luglio 1942. In quella data migliaia di ebrei, per la precisione 13.152, furono prelevati dalle loro case e portati al Velodromo, in attesa di essere spediti nei campi di concentramento tedeschi. A guerra finita, ne sopravvivranno solo 800. Il titolo del film riprende il nome dato dai carnefici all’operazione di rastrellamento e concentramento degli ebrei, appunto Vento di primavera. Il film è fedele alla storia avvenuta, in quanto la regista ha ripreso le testimonianze dirette dei sopravvissuti al tragico evento. La pellicola si può dividere in tre parti: la prima riguarda la vita quotidiana degli ebrei francesi prima della retata; la seconda, che è la fase centrale del film, si concentra sul prelievo e la successiva cattività all’interno del Velodromo; la terza ed ultima parte è un susseguirsi di confronti tra le vittime e i carnefici, ma anche tra le stesse vittime. Il dottore, il professore e l’affermato imprenditore, si rendono conto di non rappresentare più nulla, di essere esattamente uguali agli altri, anche loro succubi e vittime al tempo stesso di voleri altrui, di decisioni prese da qualcun altro. Le differenze sociali e culturali si azzerano, anche all’inferno.

La chiave di Sara (2010) di Giles Paquet-Brenner è la continuazione ideale di Vento di primavera. In questo caso gli accenti vengono posti più sull’aspetto psicologico e morale dei sopravvissuti rispetto alla descrizione degli eventi storici. Nello specifico si traccia la vita di una sopravvissuta ai campi di concentramento, Sara e della giornalista Julia, cui viene chiesto di scrivere un articolo sui fatti del Vélodrome. Sara, fuggita negli Stati Uniti, cerca faticosamente di ricostruirsi una vita, ma i fantasmi terribili del passato incombono sempre su di lei e non le permettono di vivere serenamente. Non riesce a dimenticare, a trasformare in qualcosa di positivo il male vissuto e vede di fronte a sé solo la morte, solo lei può consolarla e darle la libertà dalle terrene sofferenze. Così, sopraffatta, si uccide.

Altri film escono in ambito francese riguardo la Seconda guerra mondiale, i collaborazionisti di Vichy e i partigiani: Cognome e nome: Lacombe Lucien (1974) di Louis Malle, L’ultimo metrò (1980) di François Truffalt, La signora è di passaggio (1982) di Jaques Rouffio, L’armée du crime (2009) di Robert Guediguian, ecc.

 

 

In Spagna

 

In Spagna la morte del Caudillo (cioè il generale Franco) nel novembre del 1975 dà il là al processo di democratizzazione del Paese e alla restaurazione della monarchia (dopo 44 anni): nello stesso novembre 1975 Juan Carlos viene proclamato re di Spagna. Si comincia a riflettere sulla dolorosa guerra civile avvenuta tra il 1936 e il 1939, tra i militari di destra guidati dal generale Franco e i partiti di sinistra, che lasciò sul terreno migliaia di morti e risentimenti non del tutto sopiti.

Se ne occupano Terra e libertà (1995) di Ken Loach ed Encontraras dragones (2011) di Roland Joffé. Il primo film tratta di un ragazzo inglese comunista, Dave Carr, che parte volontario per la Spagna per combattere contro Franco. Serve prima nel Poum (Partito operaio di unificazione marxista) e poi nelle Brigate internazionali. Assiste all’uccisione della fidanzata Blanca e agli errori dei comunisti e si rende conto che dall’altra parte della barricata ci sono degli stranieri come lui che – come un inglese di Manchester, che lui ha la ventura di conoscere – credono in un altro ideale. Torna a casa affranto e disilluso.

Il secondo film narra invece la gioventù di san Josemaría Escrivá de Balaguer, il fondatore dell’Opus Dei. Un giornalista spagnolo, Robert, è incaricato di scrivere un libro sulla sua vita. Sa che suo padre fu un amico di infanzia di Josemaría Escrivía. Il padre, autoritario con cui non va d’accordo, gli racconta le vicende vissute durante la guerra civile spagnola con il fondatore dell’Opus Dei. Il giornalista Robert scopre che il padre abbandonò l’amico quando la ditta della famiglia Escrivía fallì. l’amico prese i voti ed entrò in clandestinità, mentre suo padre divenne un republicano. Nella pellicola si scontrano due mondi diversi e in contrasto: spiritualità e materialismo, amore e odio, perdono e rancore, bene e male.

In italiano il film è tradotto con il titolo di Un santo nella tempesta.

            Altre pellicole sul tema sono Le 13 rose (2007) di Emilio Martínez Lázaro, Ogro (1979) di Gillo Pontecorvo (basato sul terrorismo basco contro il regime di Franco), Il labirinto del fauno (2006) di Guillermo del Toro (in cui Storia e Mito si amalgamano creando un quadro complesso ed eterogeneo di significati).

 

 

Portogallo e Ungheria

 

In Portogallo esce Sostiene Pereira (1995) di Roberto Faenza, tratto dall’omonimo romanzo di Antonio Tabucchi. Come sappiamo, anche il Portogallo ha vissuto un lungo periodo di governo autoritario, prima con Salazar (1932-1968) e infine con Marcelo Caetano (1968 – 1974), a cui la Rivoluzione dei Garofani mise fine. Nel film di Faenza, in cui il protagonista è Marcello Mastroianni nella veste di Pereira, il problema della censura è in primo piano. Nella Lisbona di Fernando Pessoa, Pereira –giornalista-, prende piano piano coscienza del ruolo che ricopre, con l’obbligo di raccontare, tramite i fatti e la ricerca della verità, quello che accade intorno a lui. Le manganellate viste dare dai poliziotti ai cittadini per strada lo renderanno consapevole del suo ruolo, fino allora imbalsamato. Lui stesso diviene oggetto di attenzioni da parte della polizia. Subisce persecuzioni, pressioni psicologiche, spiate telefoniche, purché torni a essere il buon giornalista ligio al potere. In fondo, quello che è sempre stato.

Problema quanto mai attuale quello della censura e della libertà di raccontare i fatti, che (se pur hanno sempre una valenza soggettiva) non può venire meno la correttezza e l’onestà della persona che scrive. Scrivere è una responsabilità, e chi lo fa dettato da qualcun altro – in primis – umilia se stesso e poi la comunità in cui vive e lavora.

 

In Ungheria il regista Lajos Koltai gira Senza destino (2005). Il tema del film, tratto dal romanzo autobiografico Essere senza destino di Imre Kertész, è l’Olocausto. Il film racconta la storia di Gyuri, un ragazzo ebreo figlio di genitori separati. Finito in mani naziste viene condotto in pochissimo tempo ad Auschwitz, Buchenwald e infine a Zeitz. Nel lager trova l’aiuto di un prigioniero ebreo ungherese e, grazie a lui, riesce a trovare il coraggio per andare avanti e affrontare il dolore e la malattia. Infine il lager viene liberato dagli americani.

Dopo la liberazione, Gyuri torna a Budapest e scopre che le persone che conosceva un tempo gli sono ora ostili. Si sente solo, spaesato e comincia a rimpiangere la solidarietà dei compagni all’interno del lager. Il padre è morto, la madre ha un nuovo compagno, l’amica ebrea con cui giocava ora gli dimostra freddezza e distacco. È di troppo. Solo. Quando gli chiedono qualcosa si attendono che gli si risponda con storie drammatiche, intrise di violenza ed orrore. Ma Gyuri non è dell’orrore che vuole parlare, ma della felicità dei campi di concentramento. Sì, della felicità, del calore umano disinteressato, senza falsità e sovrastrutture.

 

 

In Argentina

 

 

L’Argentina ha vissuto una dittatura militare brutale e subdola. Perché subdola? Perché le persone sparivano nel nulla, specialmente di notte, rapite da individui incappucciati che non erano facilmente identificabili. Una volta sparite e dopo avere subito delle torture, spesso finivano nell’Oceano, a volte ancora vive, lanciate da un aeroplano. Ufficialmente la polizia asseriva di non sapere, così come la Chiesa argentina.

I responsabili di questi crimini presero il potere con un colpo di Stato nel 1976, durante un periodo confuso e violento, in cui gruppi di estrema sinistra e di estrema destra si ammazzavano a vicenda. A capo di esso si creò una tetrarchia, composta da Jorge Rafael Videla (inter pares), Leopoldo Galtieri, Orlando Rámon Agosti ed Emilio Eduardo Massera. Nel 1983, anche a seguito della disastrosa guerra delle Falkland (per gli argentini Malvinas), dell’anno precedente, la giunta militare crolla su se stessa. Sette anni di giunta e più di trenta mila persone uccise e sparite nel nulla, per la maggior parte di età compresa tra i 16 e i 25 anni. Un’intera generazione. Finalmente, dopo sette lunghi anni di dittatura, per l’Argentina è un ritorno lento alla democrazia (dopo l’ultima elezione democratica di Juan Domingo Perón avvenuta nel 1973).  Carlos Menem viene eletto il nuovo presidente nel 1989.

Nel 1986 viene girato il film La Noche de los Lapicesdi Ector Olivera. La pellicola racconta la storia di un gruppo di studenti che cerca di ottenere la tessera estudiantil,che permetterebbe loro di avere degli sconti sui libri e sui mezzi pubblici. Studiano insieme e sempre insieme si svagano, parlano di politica, di amore e dei problemi che hanno i ragazzi di 16, 17, 18, 19 anni. Una sera, il 16 settembre 1976, subiscono una retata e tutti i ragazzi vengono arrestati senza un mandato e senza un motivo particolare. Vengono portati al Pozo de Banfielde lì rinchiusi. Tutti subiscono torture e umiliazioni pesanti e alle ragazze non risparmiano molestie sessuali.

Diventeranno tutti desaparecidos, tranne uno: Pablo Díaz. Egli Riesce a salvarsi perché la sua colpa è stata ritenuta minore, in quanto arrestato per volantinaggio politico (di sinistra). Grazie a lui e al suo racconto l’opinione pubblica argentina è venuta a conoscenza di questa storia.

Un altro film molto importante è Historia oficial (1985) diretto da Luis Puenzo. Il film è ambientato nei primi anni Ottanta. La pellicola è la storia di un’insegnante di storia al liceo, Alicia, che è sposata con un ricco imprenditore legato al regime argentino. La coppia qualche tempo prima aveva adottato illegalmente una bambina. Alicia incontra una vecchia amica di liceo che le racconta le violenze subite durante la detenzione. Dopo l’incontro con l’amica, comincia a sospettare che la figlia possa essere stata tolta illegalmente a qualche donna in detenzione. I suoi dubbi diventeranno certezza quando durante una manifestazione delle nonne di Plaza de Mayo conosce una signora, Sara, che le racconta della figlia desaparecida e della nipote, anche lei introvabile. Alicia invita a casa sua la donna e si confronta duramente con il marito. Il marito, perso il controllo, la picchia selvaggiamente. Alicia nel frattempo aveva già consegnato la bambina alla donna (che si scopre nel frattempo essere sua nonna), la signora Sara.

 

Questo film è uno spaccato terrificante della violenza espressa dal regime militare contro persone inermi e prive di difese. Forse, una riflessione ulteriore, potrebbe essere quella che il regime abbia goduto di un certo consenso tra la popolazione, anche popolare, perché altrimenti risulterebbe inspiegabile la libertà con cui ha agito a danno di migliaia di cittadini. Ricordiamo che le violenze furono rivolte soprattutto contro gruppi politici di sinistra e contro tutti gli oppositori del regime. Quindi, di conseguenza, ha avuto forti connotazioni politiche e chi era di destra o anche di centro si è sentito in dovere di lasciare correre, di chiudere prima un occhio e poi l’altro. Meglio l’ordine e lo status quo vigenti, all’anarchia e alle espropriazioni di beni e a un nuovo ordine di valori.

 

 

 

Conclusioni

 

Nello scrivere questa relazione mi sono concentrato maggiormente sui film che mi hanno colpito e interessato di più e non dimeno sui film che non conoscevo o conoscevo poco. So benissimo che è un punto di vista assolutamente parziale e soggettivo. Ringrazio l’Autore del libro perché mi ha dato la possibilità di conoscere ed apprezzare, se pur in un contesto violento e terribile, film e storie che ignoravo. Sarà per me un piacere approfondire oggi e in futuro la conoscenza diretta di molti dei film citati nel libro.

 

Vorrei fare una puntualizzazione riguardo soprattutto l’esclusione di due film dalla relazione: Schindler’s List e La vita è bella. Ho visto entrambi i film e ora ne parlerò brevemente.

 

Ho evitato di parlare del film Schindler’s List (1993) di Steven Spielberg, nonostante lo consideri uno dei migliori film sul tema dell’Olocausto, perché è un film fin troppo celebrato e conosciuto. Non avrei potuto aggiungere nulla. Lo stesso posso dire del film La vita è bella (1997) di Roberto Benigni.

 

Giani, Stefano, Dittatori al cinema. I totalitarismi europei sul grande schermo, Gremese, 2014, Roma, pp. 155.

 

 

 

 

 

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Libri Politica Storia

Emil Ludwig – Tre ritratti di dittatori: Hitler, Mussolini, Stalin

La Rivoluzione d’Ottobre non è né la continuazione né il culmine della Grande Rivoluzione francese. Lo scopo della rivoluzione francese era quello di porre fine al feudalesimo e stabilire il capitalismo. L’obiettivo della Rivoluzione d’Ottobre è di mettere fine al capitalismo e instaurare il socialismo.

Stalin

Il giornalista e storico ebreo tedesco Emil Ludwig pubblicò questo lavoro nel 1940, ad appena un anno dallo scoppio del secondo conflitto mondiale. Di questi tre dittatori riuscì a intervistarne due: Stalin nel 1931 e Mussolini nel 1932. Hitler non lo intervistò personalmente ma ebbe modo di seguirne tutti i passi politici, se non fosse altro che il dittatore austriaco lesse e rilesse la sua biografia dedicata a Napoleone. In qualche modo si conoscevano a distanza.

Dei tre Ludwig ha parole di stima per il solo Mussolini, considerato un vero statista e uomo di governo (nonostante l’omicidio Matteotti e l’instaurazione della dittatura). Verso Hitler esprime invece disprezzo e in più di un passo lo definisce un vero e proprio pazzo (anche se non può prescindere dal sottolineare la sua capacità dialettica e ipnotica); mentre nei riguardi di Stalin afferma la sua rozzezza e in qualche misura ignoranza ma ne sottolinea la volontà di ferro e la convinzione ideologica che negli altri due vede mancante. Io sono rimasto colpito dall’intervista di Stalin, che si trova integralmente in appendice, anche perché non credevo che fosse stato intervistato da un giornalista europeo.

Stalin non inneggia mai a se stesso, non usa l’io ma il noi, e si dichiara un devoto e umile seguace di Lenin. Parla di Marx, Rivoluzione e comunismo con cognizione di causa e ripercorre la propria esperienza personale in maniera pragmatica. Rigetta completamente il destino, credenza superstiziosa e indegna di un comunista, e rivive, spinto dalle domande maliziose del giornalista, il lungo astio con Trotskij, che si risolse con la sua espulsione dall’URSS nel 1929 (venne assassinato nell’agosto del 1940 in Messico dai sicari di Stalin, sei mesi dopo la pubblicazione di questo libro). Nell’intervista, tra l’altro, si scopre una segreta ammirazione del dittatore georgiano verso gli Stati Uniti, soprattutto per il loro approccio al lavoro ritenuto, a torto o ragione, sano ed efficiente. (Qui Stalin considera sane anche la mente e il fisico degli americani e in questa idea ricorda Céline).

Non voglio svelarvi altro, ma è un libro che merita.

Ludwig, Emil, Tre ritratti di dittatori: Hitler, Mussolini, Stalin, Verona, Gingko Edizioni, e-book, 2013 (prima edizione 1940).

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Curiosità varie Libri

Chiude Brockhaus, l’enciclopedia tedesca

Brockhaus, l’enciclopedia tedesca nata nel Regno di Prussia alcuni secoli fa, ha deciso di sospendere la stampa dalla metà del prossimo anno. Quella on line sarà sospesa fra sei anni. Purtroppo non ha retto la concorrenza e l’aggiornamento continuo di Wikipedia e di internet in generale. In Germania è stata un’istituzione per generazioni di studenti e cittadini e i suoi 24 volumi erano un punto fermo nella cultura tedesca. Hitler cercò di fermarla, a causa dei moltissimi contribuiti di autori ebrei, ma non vi riuscì. Quello che non poté Hitler lo sta facendo Wikipedia e i costi ormai proibitivi dell’aggiornamento con esperti di spicco della cultura mondiale. Le 300.000 mila voci ivi contenute non riescono più a tenere il passo di 1.600.000 mila voci presenti su Wikipedia. Mi auguro che la nostra Treccani non faccia la stessa fine.

Qui sotto trovate l’articolo di Andrea Tarquini su Repubblica:

http://www.repubblica.it/cultura/2013/06/16/news/chiude_l_enciclopedia_brockhaus-61224530/?ref=HREC1-12

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Libri Politica Storia

Porta di Brandeburgo – Helga Schneider

Storie berlinesi 1945 -1947

Helga Schneider è figlia di una ex SS che lavorò in un campo di concentramento durante la Seconda guerra mondiale. Lei scoprì il ruolo di sua madre solo molti anni dopo la guerra. Questo gli procurò una profonda crisi esistenziale fino a portala alla rottura dei rapporti con sua madre. La madre non si pentì mai né mostrò alcun segno di pentimento per quello che aveva fatto. Dopo questo piccolo excursus sulla scrittrice, che risiede da moltissimi anni in Italia ed è cittadina italiana, torniamo al contenuto di questo libro.

Il libro è composto da sette racconti brevi descrittivi della vita in Berlino tra il 1945 e il 1947. Racconti che rendono bene l’idea di cosa sia una guerra e di quali privazioni e dolori deve sopportare la gente comune durante e dopo una mattanza simile. Berlino: stretta tra due fuochi; da una parte gli anglo-americani e dall’altra i sovietici. Questi ultimi, in particolare, assettati di vendetta e pregni di odio verso tutto ciò che è germanico. La loro avanzata sulla Germania dell’Est è costellata da stupri, torture, omicidi e violenze e distruzioni di ogni tipo. Neanche Berlino viene risparmiata. Già quasi interamente distrutta dai bombardamenti alleati, le persone superstiti si arabbattono come meglio possono nell’inferno della città devastata. Molte persone preferiscono suicidarsi e famiglie intere seguono l’ultimo atto di una vita miserabile e priva di prospettive. Altre vagano tra uno scantinato e una casa devastata in cerca di cibo e protezione, ma spesso loro stesse diventano cibo per topi e corpi caldi per pidocchi, pulci e zecche. La pietà l’è morta e i berlinesi subiscono l’inferno che loro stessi hanno fatto provare ad altri – in special modo nell’Europa dell’Est e in Unione Sovietica – durante l’occupazione nazista.

Libro doloroso, ma quanto mai necessario. Non solo per non dimenticare le vittime, tutte le vittime; perché quante di quelle persone di etnia tedesca erano vittime innocenti di una folle e sciagurata scelta di altri tedeschi? Parecchi erano responsabili, però tanti altri no. Mentre i colpevoli hanno pagato le loro scelte gli innocenti hanno pagato per tutti. L’ingiustizia della guerra consiste anche in questo.

Helga Schneider, Porta di Brandeburgo. Storie berlinesi 1945 – 1947, Rizzoli (1997)

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Geopolitica Libri Politica Società Storia

Finis Austriae e la nuova speranza: Israele – Loris Facinelli

Con questo libro viene pubblicata la tesi di laurea di Loris Facinelli. L’opera si basa sostanzialmente sulle opere di Joseph Roth e Theodor Herzl, entrambi intellettuali di origine ebraica ma di cultura mitteleuropea, nella descrizione dei prodromi intellettuali e storici della caduta dell’impero Austro-Ungarico e della contemporanea nascita del sionismo, soprattutto per quanto riguarda Herzl.

La prima parte del libro sviscera le opere di Roth, in particolare Ebrei erranti (1927) e La marcia di Radetzky (1932). Roth, estremo nostalgico dell’impero asburgico, vede con tristezza e nostalgia il crollo dell’impero multietnico e multiculturale dominato da Francesco Giuseppe (imperatore dal 1848 al 1916). Lo considera una disgrazia, in quanto vedeva nella figura dell’imperatore un difensore degli ebrei contro il fanatismo sempre più incalzante e brutale dell’antisemitismo, poi sfociato nella barbarie nazista. L’antisemitismo tedesco, nel corso dei secoli, era penetrato in tutti i consessi sociali e culturali, praticamente non risparmiando nessuna classe sociale. Gli ebrei stessi appartenenti alla cultura germanica disprezzavano gli ebrei orientali, che per lavoro e povertà si trasferivano a Vienna o comunque nella sfera tedesca dell’impero dalle parti orientali del Paese, come per esempio la Galizia (odierna Ucraina) e la Romania. Lo stesso Roth proveniva dalle zone orientali. Viene citata anche la filosofa ebrea Edith Stein, nata a Breslavia e convertitasi al cattolicesimo all’età di 30 anni circa. Fattasi suora – con il nome di Benedetta della Croce – morirà ad Auschwitz nel 1942, dopo essere stata arrestata in Olanda dove era fuggita.

La seconda parte del libro è incentrata sull’unica grande opera di Herzl, Judenstaat – Lo stato degli Ebrei, uscita nel 1896. Con questa opera, che delinea la necessità della nascita di uno Stato ebraico contro le persecuzioni subite dagli ebrei in Europa, nasce la corrente politica del sionismo. In pochissimi anni l’idea farà molti adepti, nonostante non fosse assolutamente nuova come prospettiva. Nel 1897 si riunisce il primo congresso sionista, appoggiato anche dal Barone Edmond Rothschild che già dal 1882 finanziava insediamenti ebraici in Palestina. Anche grazie agli agganci altolocati e potenti della famiglia Rothschild che il ministro degli esteri inglese Arthur Balfour dichiarerà, nel 1917,  l’appoggio inglese alla nascita di uno Stato ebraico in Palestina. Passerà alla storia come Dichiarazione Balfour. Torniamo un attimo indietro. L’idea di fondo di Herzl, laureato in legge ma di professione giornalista, era di costruire uno Stato ebraico autonomo e forte, sotto l’egida importante della religione ebraica (nonostante lui stesso fosse ateo), perché riconosceva l’importanza storica e strategica della religione nella conservazione della cultura e della lingua del suo popolo. Però non voleva un Paese governato dai religiosi, piuttosto caldeggiava l’apporto unificante della religione in uno Stato laico. Dal punto di vista sociale propugnava una giornata lavorativa basata sulle sette ore giornaliere divise in tre ore e mezzo di lavoro, intervallate da uguali ore di riposo. Anche il kibbutz (fattorie collettive) e il chaluz (lavoratore, pioniere) sono idee di Herzl perché lui sosteneva che il popolo ebraico dovesse tornare alla terra dalla quale da troppo tempo era stato strappato. Infatti dopo la distruzione del secondo tempio da parte dei romani (70 d.c.) gli ebrei avevano continuato a vagare per terre straniere, impossibilitati quasi sempre a svolgere delle libere professioni, incluso il lavoro della terra. Quindi dal punto di vista sociale aveva una base socialista e comunitaria mentre dal punto di vista del governo proponeva una specie di Repubblica aristocratica sul modello americano. Proponeva anche di accettare il diritto romano, di cui era grande ammiratore.  Hertz non vedrà nulla di tutto ciò perché morirà nel 1904 a soli 44 anni. Eppure la sua eredità è stata fortissima e influente tanto da portare nel 1948 alla nascita dello Stato di Israele.

Loris Facinelli, Finis Austriae e la nuova speranza: Israele, Tangram Edizioni Scientifiche (2012) e-book

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Società Storia

Ritorno ad Auschwitz – Primo Levi

Primo Levi (1919-1987) ritorna ad Auschwitz nel 1982, dopo quasi 40 anni. Il documentario è stato fatto dalla Rai. L’intervistatore è Daniele Toaff. Per non dimenticare l’Olocausto e tutte le vittime di quell’orrenda carneficina.