Categorie
Politica Società Storia

Due parole su “Mussolini ha fatto anche cose buone” di Francesco Filippi

Cosa dire di questo libro? È un libro politico e assolutamente di parte che con la Storia, quella seria e documentata, ha poco da spartire. Francesco Filippi dice in sostanza, nel migliore dei casi, che il fascismo e Mussolini non hanno fatto altro che copiare e riprendere cose iniziate da altri, come se questo di per sé fosse un demerito. Ma iniziamo a scandagliare alcuni aspetti del libro in questione.

Le pensioni? Inventate dal governo Crispi nel 1895. Sì, ma Filippi si dimentica di scrivere che il fascismo le ampliò e le estese a tutti, che introdusse gli assegni familiari per ogni figlio che nasceva, che abbassò l’età pensionabile a 60 anni per gli uomini e a 55 per le donne (mentre prima era a 65 anni per entrambi) e che venne istituita la pensione di reversibilità; che fondò le colonie per i bambini e grazie a questo, e alla successiva costruzione di colonie, la riviera romagnola, e non solo, ebbe un grande e rafforzato impulso turistico (basti farsi un giro per la riviera romagnola per constatare le decine di edifici colonici abbandonati del Ventennio).

Filippi poi critica gli assunti all’INFPS (8000 nel 1941), che secondo lo storico furono un bacino di consenso per il regime. Non mi pare che 8000 persone potessero spostare alcunché allora e nonostante tutto nemmeno oggi, visto che tolta la F oggigiorno il sistema previdenziale si chiama INPS e ha la bellezza di 25000 dipendenti (che compongono lo zoccolo duro degli iscritti alla CGIL, tanto per restare in tema di privilegiati e di consenso). Il libro prosegue con il constatare che il diritto di sciopero fu vietato con l’articolo 18 della legge 563 del 3 aprile 1926. In sintesi termina il capitolo scrivendo che l’azione del governo in ambito previdenziale ebbe sempre un intento politico. Mi chiedo: quale altro intento avrebbe dovuto avere? Quale governo, di qualsiasi colore e latitudine, non persegue un intento politico?

Che dire delle bonifiche delle paludi? Anche qui le prime bonifiche iniziarono nel 1878 e proseguirono anche dopo, fino ad arrivare al 1905 e all’approvazione della legislazione speciale per le zone malariche. Quindi, secondo lo storico, anche qui Benito Mussolini non iniziò nulla di propria mano. Per farla breve, Filippi scrive che degli otto milioni di ettari che il fascismo si era imposto di bonificare in realtà ne furono bonificati solo cinquecento mila, poco più del 6%. Insomma, fu un fiasco su tutta la linea. Passando a parlare della malaria lo storico dice che nel 1939 il numero dei malati diminuì fino a toccare 55.000 malati, rispetto ai 222.171 del 1934 e l’effetto positivo fu dovuto, sostanzialmente, alla diminuzione delle zone malariche. Insomma, una contraddizione in termini. Prima scrive che il fascismo bonificò solo il 6% delle terre e poi che il numero dei malati di malaria crollò in seguito alla diminuzione delle terre bonificate. Chi ha letto Canale Mussolini di Antonio Pennacchi sa che fu proprio il fascismo a dare le terre ai contadini veneti ed emiliani, che il regime portò nell’Agro Pontino appena bonificato. Fece quello che la sinistra sempre promise ai contadini. E fu proprio il fascismo a estinguere quasi del tutto la malaria dall’Italia. Lo storico, invece, scrive che la malaria retrocedette grazie alla profilassi. E la profilassi chi la fece? Il governo liberale inglese? O forse quello francese? Passiamo oltre.

Il libro prosegue parlando di case date agli italiani, del duce della legalità, della presunta guerra vinta contro la mafia, delle donne, dell’economia sotto il fascismo, ecc. Per criticare e inficiare negativamente tutto l’operato di Mussolini Filippi cita spesso il Diario di Galeazzo Ciano, che in una recente biografia chiamata appunto Ciano, lo storico Eugenio Di Rienzo critica fortemente definendolo del tutto inattendibile, in quanto Ciano, in previsione di un probabile crollo del regime, modificò fino all’ultimo il proprio Diario per dare di sé un’immagine pulita e immacolata, falsificando la verità storica e scaricando la responsabilità di tutte le malefatte sul suocero Mussolini. Insomma, il Diario di Ciano è del tutto inattendibile.

La cosa che lascia esterrefatti di questo lavoro è la partigianeria totale che in uno storico serio e preparato, alla ricerca della verità, certo non dovrebbe esserci. Lo posso capire da parte di un politico, ma non di uno storico degno di questo nome. Nel libro non si fa minimamente menzione della fondazione dell’Enciclopedia Treccani (1925), che diede per la prima volta all’Italia un’enciclopedia nazionale. Così come non si menziona l’AGIP (1926), che ripresa nel dopoguerra da Enrico Mattei diventerà l’ENI. È interessante sapere che Mattei, ex partigiano e democristiano, fu mandato a liquidare l’AGIP e lui invece di liquidarla la salvò e rafforzò e per giunta tenne le stesse persone a lavorarci, ben consapevole che erano rimasti dei fascisti. Perché lo fece? Perché Mattei capii che erano persone che amavano l’Italia e che ci tenevano all’onore e al prestigio della propria nazione. Erano persone da cui ripartire per costruire qualcosa di forte e duraturo. Sempre il fascismo ebbe il più grande filosofo italiano del Novecento, cioè Giovanni Gentile e il più grande gruppo di fisici della nostra storia, capeggiati da Enrico Fermi (certo scappò negli USA nel 1938 per mettere al sicuro la moglie di origini ebraiche, in seguito all’approvazione delle leggi razziali). Qui non si vogliono nascondere le nefandezze e i crimini commessi dal regime fascista e da Benito Mussolini, però non si vuole nemmeno mandare al macero ventitré anni della nostra storia bollandola in toto come criminale e ogni azione del governo di quel periodo come sconsiderata e in malafede. Ammettere che il fascismo ha fatto delle cose positive per la nostra nazione non significa essere fascisti o ciechi di fronte ai lati oscuri dello stesso regime, ma significa semplicemente non disperdere e non cancellare ciò che di buono è stato fatto e conservarlo anche per le generazioni contemporanee e future. Qualsiasi azione umana produce effetti negativi e positivi (lo vediamo molto bene oggi con la democrazia) ed è giusto e corretto criticare gli aspetti negativi conservando e ampliando quelli positivi.

Tutto questo parlare di fascismo degli ultimi mesi, con una profusione di testi anti fascisti pubblicati, sembra una grande manovra di distrazione di massa, un falso problema tirato fuori ad arte per non farci ragionare sui problemi enormi e concreti della nostra società. Ed è anche il classico modo con cui gli antifascisti militanti (gli antifascisti fascisti di Pasolini) cercano di denigrare, riducendoli al silenzio, tutti coloro che hanno un’idea diversa dalla loro in fatto di immigrazione, diritti omosessuali, visione della società, ecc.

Per concludere, abbiamo avuto per cinquant’anni in Parlamento gli esponenti diretti del fascismo (cioè l’MSI) eppure questa isteria intellettualoide non c’era. Oggi, che di fascisti in Parlamento non ce n’è nemmeno uno, ci bombardano mediaticamente ogni giorno con il pericolo imminente di una presa del potere da parte di fantomatici fascisti, che vanno ridotti al silenzio con le buone o con le cattive. Ecco, questo per me è vero e proprio fascismo: cioè mettere a tacere chiunque osi contestare la vulgata imposta dall’alto da politici e intellettuali legati a doppio filo con i grandi potentati economici che governano il mondo. Mi sembra che questo libro vada in quella direzione.

Categorie
Curiosità varie Politica Società

Antonio Padellaro – Il gesto di Almirante e Berlinguer

Alla fine degli Settanta il fascista e segretario dell’MSI Giorgio Almirante e il comunista e segretario del PCI Enrico Berlinguer s’incontrarono per almeno quattro volte (forse sei), segretamente, per scambiarsi informazioni riservate riguardo al terrorismo, che evidentemente solo loro conoscevano. Erano gli anni del terrorismo nero e rosso, del rapimento e l’uccisione di Aldo Moro, dei servizi segreti deviati, delle collusioni fra stragi, politica e servizi segreti italiani ed esteri, di depistaggi sulle stragi, di silenzi colpevoli, di omissioni e di insabbiamenti interessati. Ancora oggi, di quegli anni, non conosciamo tutta la verità.

Il libro in realtà non dice niente su quegli incontri, anche perché gli unici a sapere qualcosa erano i due diretti interessati, visto che gli incontri in questione avvenivano solo tra Almirante e Berlinguer (con gli accompagnatori fuori dalla porta), ma dice molte cose di quegli anni duri e agitati. Quindi è il contesto che viene raccontato, anche quello familiare dello stesso Antonio Padellaro. È un libro in cui confluiscono le vicende dei due personaggi in questione e la vita familiare dell’autore. Fascismo e antifascismo si mescolano e spesso non si capisce bene dove si trovi il limite che demarca ed esclude il fascista cattivo dal comunista buono. C’è da riflettere pensando alla caccia alle streghe di questi giorni al Salone del Libro di Torino, in cui alcuni guardiani della rivoluzione, di memoria iraniana, cercano di escludere tutti coloro che non si genuflettano al pensiero unico di una parte politica. Almeno ai tempi di Almirante e Berlinguer esisteva un certo rispetto tra le opposte barricate, quel rispetto che nasce da chi ha combattuto sul campo e non solo a parole.

Padellaro, Antonio, Il gesto di Almirante e Berlinguer, Roma, PaperFIRST, 2019, pp. 89.

Categorie
Libri Politica Società Storia

Le commemorazioni della Vittoria e un libro di Keith Lowe (Il continente selvaggio)

Forse l’umanità farà un passo in avanti quando la smetterà di festeggiare “Il giorno della Vittoria”, “Il giorno della Liberazione” e altre feste collegate ai conflitti armati. Chi ricorda, infatti, gli assassinii, gli stupri, i saccheggi, e le altre violenze connesse con la guerra? Chi ricorda le vittime innocenti, di qualsiasi nazionalità?

Andrebbero ricordate alcune date, ma come giorni di lutto per l’umanità e non come la sopraffazione di un gruppo, o di una Nazione, su un’altra. Le vittorie militari sono sempre collegate al lutto, alla morte, al sacrificio di persone che spesso non erano nemmeno lontanamente collegate con la guerra o con le ideologia che le hanno provocate. La Seconda guerra mondiale, da questo punto di vista, ha toccato l’apice della guerra totale, rivolta soprattutto contro i civili di tutte le nazionalità. I nazisti hanno commesso delle atrocità vergognose, ma come si può chiamare il bombardamento a tappeto di Dresda, di Amburgo, di Berlino e di tante altre città tedesche (e italiane)? E che dire dell’uso fatto dagli alleati delle bombe incendiarie (usate tra l’altro anche in Giappone, dove nella sola città di Tokyo fecero 140.000 vittime, tra morti e feriti) e delle armi chimiche? Qui potete leggere l’articolo che riguarda l’iprite americana scoperta nel porto di Bari durante l’ultima guerra mondiale. E cosa possiamo dire dell’avanzata vittoriosa dell’Armata Rossa nelle terre orientali della Germania, a cui seguirono stupri di massa, torture e massacri indiscriminati? Eppure gli eroi che tornarono vittoriosi dalla guerra furono inghirlandati di fiori, gli stessi soldati che probabilmente stuprarono, uccisero e torturarono. Se quelle donne che applaudivano e ricoprivano di fiori i loro soldati avessero potuto vedere con i loro occhi le azioni sul campo degli stessi, lo avrebbero fatto comunque? Gli avrebbero messo i fiori intorno al collo, se avessero potuto vedere gli stupri commessi contro altre donne, colpevoli solo di appartenere a un’altra nazionalità, con cui il soldato riteneva legittimo vendicarsi? La doppia morale della guerra.

Ci sono alcuni libri che descrivono i crimini commessi dagli alleati e dai sovietici e a tale riguardo mi sento di consigliare la lettura di un libro che descrive quello che accadde in Europa dal 1944 al 1949. Il libro si chiama Il continente selvaggio. L’Europa alla fine della Seconda guerra mondiale di Keith Lowe, edito da Laterza. E’ uscito nel 2012 in Gran Bretagna e l’anno scorso in Italia. Un libro terrificante e utile per non dimenticare il tanto sangue versato, aldilà delle vittorie e dei festeggiamenti.

Keith Lowe, Il continente selvaggio. L’Europa alla fine della Seconda guerra mondiale, Laterza (2013) 

 

Categorie
Libri

L’invenzione dell’elicottero di Corradino D’Ascanio e Pietro Trojani – Vittorio Marchis

Leggendo il libro di Vittorio Marchis 150 (anni di) invenzioni italiane si scopre all’invenzione 074 che l’elicottero fu inventato da due italiani nel 1934: Corradino D’Ascanio e Pietro Trojani. D’Ascanio, nativo di Popoli in Abruzzo, già nel 1906 inventò una specie di deltaplano, ma solo a livello sperimentale. Laureatosi all’Università di Torino viaggiò tra la Francia e gli Usa e dopo la Grande Guerra ritornò nel suo paese natale. Qui conobbe il barone Trojani e insieme a lui misero in piedi una Società (1925). Dopo il fallimento di due prototipi di elicotteri come il D’AT1 e D’AT2, riuscirono a perfezionare il terzo prototipo, il D’AT3. Quest’ultimo, commissionato dal ministero dell’Aeronautica, nel 1930 riuscì ad alzarsi dal suolo per 18 metri, conquistando un primato mondiale.

Così, nella piccola Popoli, un paese in provincia di Pescara, che oggi arriva a malapena a 5000 abitanti, nacque l’elicottero.

Comunque, il libro di Vittorio Marchis ci dà la possibilità di fare una miriadi di interessantissime scoperte sulle invenzioni, più o meno note, degli italiani negli ultimi 150 anni.

Vittorio Marchis, 150 (anni di) invenzioni italiane, Codice Edizioni (2011)

Categorie
Libri Politica Storia

Emil Ludwig – Tre ritratti di dittatori: Hitler, Mussolini, Stalin

La Rivoluzione d’Ottobre non è né la continuazione né il culmine della Grande Rivoluzione francese. Lo scopo della rivoluzione francese era quello di porre fine al feudalesimo e stabilire il capitalismo. L’obiettivo della Rivoluzione d’Ottobre è di mettere fine al capitalismo e instaurare il socialismo.

Stalin

Il giornalista e storico ebreo tedesco Emil Ludwig pubblicò questo lavoro nel 1940, ad appena un anno dallo scoppio del secondo conflitto mondiale. Di questi tre dittatori riuscì a intervistarne due: Stalin nel 1931 e Mussolini nel 1932. Hitler non lo intervistò personalmente ma ebbe modo di seguirne tutti i passi politici, se non fosse altro che il dittatore austriaco lesse e rilesse la sua biografia dedicata a Napoleone. In qualche modo si conoscevano a distanza.

Dei tre Ludwig ha parole di stima per il solo Mussolini, considerato un vero statista e uomo di governo (nonostante l’omicidio Matteotti e l’instaurazione della dittatura). Verso Hitler esprime invece disprezzo e in più di un passo lo definisce un vero e proprio pazzo (anche se non può prescindere dal sottolineare la sua capacità dialettica e ipnotica); mentre nei riguardi di Stalin afferma la sua rozzezza e in qualche misura ignoranza ma ne sottolinea la volontà di ferro e la convinzione ideologica che negli altri due vede mancante. Io sono rimasto colpito dall’intervista di Stalin, che si trova integralmente in appendice, anche perché non credevo che fosse stato intervistato da un giornalista europeo.

Stalin non inneggia mai a se stesso, non usa l’io ma il noi, e si dichiara un devoto e umile seguace di Lenin. Parla di Marx, Rivoluzione e comunismo con cognizione di causa e ripercorre la propria esperienza personale in maniera pragmatica. Rigetta completamente il destino, credenza superstiziosa e indegna di un comunista, e rivive, spinto dalle domande maliziose del giornalista, il lungo astio con Trotskij, che si risolse con la sua espulsione dall’URSS nel 1929 (venne assassinato nell’agosto del 1940 in Messico dai sicari di Stalin, sei mesi dopo la pubblicazione di questo libro). Nell’intervista, tra l’altro, si scopre una segreta ammirazione del dittatore georgiano verso gli Stati Uniti, soprattutto per il loro approccio al lavoro ritenuto, a torto o ragione, sano ed efficiente. (Qui Stalin considera sane anche la mente e il fisico degli americani e in questa idea ricorda Céline).

Non voglio svelarvi altro, ma è un libro che merita.

Ludwig, Emil, Tre ritratti di dittatori: Hitler, Mussolini, Stalin, Verona, Gingko Edizioni, e-book, 2013 (prima edizione 1940).

Categorie
Filosofia Libri Politica Storia

Céline. Letteratura politica e antisemitismo – Francesco Germinario

Studio sistematico dei testi antisemiti e razzisti dell’autore e medico francese Louis-Ferdinand Céline (1894-1961). Bagatelle per un massacro e Scuola dei cadaveri, del 1937-1938,  vengono presi in considerazione e studiati dallo storico Germinario. Lo storico scava e cerca di portare alla luce l’idea di fondo del pensiero céliniano anche in opere apprezzate all’epoca dalla sinistra, come Viaggio al termine della notte (il più grande e riconosciuto capolavoro di Céline) e Morte a credito. Céline è stata una figura controversa e ambigua e ancora oggi molti studiosi si dividono tra chi lo condanna in toto e chi invece cerca di assolverlo, almeno in parte, dalle accuse di convinto antisemita e razzista.

Mentre Viaggio al termine della notte (1932) era stato accolto dagli intellettuali di sinistra come una grande critica al sistema capitalista, in cui la denuncia dell’estrema povertà e alienazione delle classi disagiate delle periferie era evidente; Germinario invece riscontra già allora i primi germi di razzismo e antisemitismo striscianti. Céline come medico aveva operato nella periferia parigina e questa esperienza l’aveva messo di fronte alla sofferenza umana dei miserabili, degli ultimi. Ma tra il 1937 e 1938 le sue idee diventavano sempre più radicali e intrise di odio contro l’elemento ebraico tout court.

Bagatelle per un massacro, in Italia tradotto da Guanda e messo fuori commercio nel 1982, è un pamphlet antisemita in cui a più riprese si incolpano gli ebrei di tutti i mali del mondo e della decadenza occidentale. Lo stesso, e forse ancora più virulento, si può dire della Scuola dei cadaveri. L’idea di fondo, che Céline manterrà anche dopo l’occupazione nazista della Francia (1940), è che gli ebrei vanno eliminati e isolati dalla società francese, che la Francia debba allearsi con le altre nazioni ariane dell’Europa contro gli ebrei, i neri e il comunismo staliniano. Nel fare ciò non risparmia critiche durissime all’estrema destra francese, quella di Charles Maurras soprattutto, accusata di fare solo chiacchiere e di simpatizzare in fondo con gli ebrei. Il medico francese auspica una forte alleanza della Francia con la Germania e l’Italia, in funzione antidemocratica e ariana. Si aspetta una presa di coscienza sovranazionale dell’estrema destra francese, finora ancorata a un sorpassato sentimento anti tedesco.

Durante l’occupazione nazista, Céline scrive vari articoli a favore del governo collaborazionista di Vichy, con al comando il maresciallo Pétain, e un pamphlet del 1941 chiamato Bella rogna in cui le sue idee politiche e razziali vengono condensate con forti accenti anticomunisti. Nemmeno il governo di Vichy si salva dalle critiche più pesanti, accusato di essere troppo morbido con gli ebrei e di cercare di conservare il vecchio sistema di partiti, ormai secondo lui completamente obsoleto e inutile. Il governo di Vichy non contento delle critiche esposte nello scritto, lo mette al bando, considerandolo troppo filo nazista. E’ interessante, a questo proposito, mettere in evidenza l’estremismo raggiunto dallo scrittore francese riprendendo uno stralcio dal Diario di Ernest Jünker, del dicembre 1941, ripreso nelle note del libro:

Nel pomeriggio all’Istituto germanico, Rue Saint-Dominique. Fra gli altri c’era Merline, [Céline] grande, ossuto, forte, un po’ goffo, vivace nella discussione, anzi nel monologo. […]. E’ sorpreso, urtato di sentire che noi soldati non fuciliamo, non impicchiamo e non sterminiamo gli ebrei; sorpreso che qualcuno, avendo una baionetta a disposizione, non ne faccia un uso illimitato. “Se i bolscevichi fossero a Parigi vi darebbero un esempio, vi mostrerebbero come si pettina la popolazione, quartiere per quartiere, casa per casa. Se avessi io la baionetta saprei cosa farne”.

Céline, dopo la disfatta, seguirà le truppe naziste in ritirata verso la Germania. Poi andrà in Danimarca e vi resterà fino al 1951. Dopo tale data e l’amnistia per i collaborazionisti francesi (la Francia aveva più volte chiesto alla Danimarca di consegnargli lo scrittore perché voleva processarlo per collaborazionismo con i nazisti), rientrerà a Parigi continuando a fare il medico e lo scrittore. Muore nel 1961.

Francesco Germinario, Céline. Letteratura politica e antisemitismo, UTET (2011)

Categorie
Filosofia Libri Politica Società Storia

Alessandro Orsini – Gramsci e Turati. Le due sinistre

Questo lavoro, pubblicato dal sociologo e professore universitario Alessandro Orsini, compara le due figure più importanti della sinistra italiana storica: Antonio Gramsci e Filippo Turati. Il libro è scritto meravigliosamente bene – fatto alquanto raro e sorprendente da parte di un autore italiano – considerando che si tratta di una via di mezzo tra un’opera di carattere storico e sociologico. L’autore appoggiandosi alle fonti dei discorsi di Turati e alle corpose opere di Gramsci ricostruisce le due visioni totalmente differenti di concepire la lotta politica e la società dell’epoca.

Orsini ricostruisce e analizza i discorsi di Turati a partire dal 1892, anno di nascita del Partito Socialista. Fino al 1912 fu il capo riformatore del Partito, scavalcato in quell’anno da un certo Benito Mussolini (appoggiato in quella occasione da Gramsci). Turati era un moderato, aperto al dialogo con gli oppositori politici e rispettoso delle idee altrui, inoltre: rivendicava, sia a se stesso che agli altri, il diritto di dissentire dalla linea del partito qualora fosse in disaccordo con essa. Ammetteva il diritto di eresia e di democrazia interna, per questo fu tanto disprezzato dallo stesso Gramsci, di cui fu compagno di partito fino al 1921, e da Palmiro Togliatti. Predicava moderazione in tutti gli ambiti della vita: sia politica, sia di linguaggio (odiava la volgarità), che di qualsiasi altro comportamento violento o inusitato. Preferiva il dialogo allo scontro, la tolleranza all’intolleranza, il riformismo politico alla rivoluzione e la moderazione all’estremismo.

La figura di Gramsci è invece totalmente diversa. Non ammetteva critiche al Partito e dopo il 1921 e la nascita del Partito Comunista, inquadrava in essa ogni virtù e verità rivelata, ponendo di fatto l’uomo, cioè il singolo, sotto la dittatura quasi onnipotente della guida comunista. La sua cultura politica era intollerante, offensiva, denigratoria e insultante verso i rivali politici, di cui lui non aveva nessun rispetto. Li chiamava porci, schiavi della cultura borghese dominante, venduti e meritevoli degli insulti peggiori. Era un convinto assertore dell’eliminazione fisica degli avversari, credendo che fossero pochi e che ciò potesse aprire le porte al predominio del proletariato. Il giudizio di Benedetto Croce su Gramsci – definito come tollerante, equanime, gentile e aperto alle idee di tutti – viene ridimensionato moltissimo. Sicuramente non era tollerante né aperto alle idee altrui. Sebbene fosse stato più volte in Russia tra il 1920 e il 1925, anche per oltre un anno e mezzo di permanenza continua, non ha mai espresso la pur minima critica verso i metodi brutali di repressione contro i kulaki e gli oppositori politici del regime comunista. Considerava il comunismo come una specie di religione a cui si deve obbedienza cieca e totale, senza il minimo dubbio o tentennamento. Chiunque non rientrasse nella cerchia comunista era da disprezzare e da odiare senza alcuna pietà di sorta.

Sebbene in politica fossero stati divisi in tutto, nella sventura i due destini si avvicinano e quasi si toccano. Sia Turati che Gramsci vengono perseguitati dal regime fascista. Nel novembre del 1926 il primo riesce a fuggire in Francia scampando in questo modo il carcere per un soffio (morirà nel 1932), mentre il secondo viene arrestato e finirà i suoi giorni in carcere morendo nel 1937.

Ho trovato il libro pieno di spunti fecondi e aperti a nuovi studi e interpretazioni. Orsini non si è fatto intimorire da alcuni cliché e stereotipi che circondavano le due figure, sia in senso positivo (Gramsci), che negativo (Turati), dando una visione obiettiva e scevra da pregiudizi storici attenendosi scrupolosamente ai testi, ai fatti, alle parole dei protagonisti. E’ un’opera critica libera da pregiudizi politici.

Orsini, Alessandro, Gramsci e Turati. Le due sinistre, Soveria Manelli (CZ), Rubbettino, 2012.

Categorie
Politica Società

Sandro Ruotolo come Italo Calvino: quando l’attualità è anacronistica

Pur non essendo comunista, né fascista non posso ignorare il comportamento del giornalista Sandro Ruotolo contro gli esponenti politici di Casapound. Si è rifiutato una volta di stringere la mano a Simone Di Stefano e oggi, in un dibattito televisivo tra esponenti politici del Lazio, sempre alla presenza dello stesso politico di Casapound, si è alzato platealmente e ha lasciato lo studio dopo aver pronunciato un discorso antifascista. Il tutto nasce, a detta di Ruotolo, da una battuta contro Vendola di Di Stefano, considerata omofoba. Successivamente Ruotolo è stato contestato da alcuni ragazzi di Casapound, dopo che lui si è rifiutato di stringere la mano all’esponente Di Stefano. Questo è accaduto negli ultimi venti giorni. Il suo atteggiamento mi ha ricordato, proprio su questo punto, Italo Calvino e la sua frase contro i fascisti a cui rispose Pasolini. Riporterò in fondo.

Credo che il comportamento di Ruotolo sia sbagliato sotto molti punti di vista. Una persona propriamente democratica e candidata al Parlamento deve saper parlare e confrontarsi con tutti, a prescindere dalle idee politiche altrui. Con le persone ci si confronta, anche duramente se necessario, anche scontrandosi a muso duro, ma una chiusura preventiva e quasi razzista non è un comportamento degno di una persona civile. Anzi, dimostra in questo modo di essere peggiore delle persone che critica. Direi quasi un  atteggiamento fascista. Cosa avremmo dovuto fare con Paolo Borsellino, iscritto al M.S.I., quindi un partito neofascista? Che dire di Giorgio Perlasca, il fascista che salvò migliaia di ebrei in Ungheria? Non si può additare una persona che idealmente ha convincimenti fascisti come un delinquente preventivo. Perché lo stesso ragionamento lo si potrebbe fare con i comunisti e alcuni lo fanno. E se qualcuno facesse la stessa cosa con Sandro Ruotolo, in quanto comunista? Chi esclude rischia di essere escluso.

Secondo me, invece, bisogna parlare con i ragazzi di Casapound e non trattarli come esseri inferiori da estirpare. Un atteggiamento come quello di Ruotolo rischia di estremizzare questi ragazzi, chiudendoli in una spirale pericolosa e piena di rivalsa verso la società che li rifiuta. Il terrorismo vissuto tristemente in Italia è nato anche in questo modo. Se poi dovessero compiere atti contro la legge, allora li si punisce. Ho letto nei vari video e articoli sulla vicenda Ruotolo commenti deliranti e pieni di odio di esponenti comunisti o comunque di antifascisti convinti. Sinceramente i veri fascisti mi sono sembrati loro.

Vorrei consigliare a Sandro Ruotolo di andarsi a leggere o rileggere cosa scrisse Pasolini sui fascisti. Negli Scritti Corsari, nell’articolo Limitatezza della storia e immensità del mondo contadino (8 luglio 1974), il grande intellettuale, rispondendo alla frase di Italo Calvino, I giovani fascisti di oggi non li conosco e spero di non avere occasione di conoscerli; rispose:

Augurarsi di non incontrare mai dei giovani fascisti  è una bestemmia, perché, al contrario, noi dovremmo far di tutto per individuarli e per incontrarli. Essi non sono i fatali e predestinati rappresentanti del Male: non sono nati per essere fascisti. Nessuno – quando sono diventati adolescenti e sono stati in grado di scegliere, secondo chissà quali ragioni e necessità – ha posto loro razzisticamente il marchio di fascisti. E’ un atroce forma di disperazione e nevrosi che spinge un giovane ad una simile scelta; e forse sarebbe bastata una sola piccola diversa esperienza nella sua vita, un solo semplice incontro, perché il suo destino fosse diverso. 

Evidentemente non si impara nulla dalla storia, e Sandro Ruotolo rappresenta ancora un mondo in cui l’odio politico viene nutrito e portato avanti in quanto valore. Abbiamo anacronisticamente bisogno di odiare qualcuno per riconoscerci in quanto gruppi e individui. Non siamo per, ma contro. Peccato che non ci siano più intellettuali della portata di Pierpaolo Pasolini; ma purtroppo, fermi come nel ’74, dobbiamo subire ancora questa desolazione.

Categorie
Politica Società Storia

Contro l’imperante fascismo culturale

Incredibile ma vero: quelle stesse persone che hanno combattuto per anni contro il fascismo e la mancanza di libertà insito in quella ideologia, vorrebbero oggi tappare la bocca a chiunque non la pensi come loro in problematiche quali l’aborto, l’omosessualità, il matrimonio e l’adozione gay, il femminismo, la politica economica ecc. Tutti temi – sembra assurdo ma è così- cari alla sinistra moderna e libertaria. L’apoteosi del capitalismo selvaggio e distruttivo. L’importante è fare carriera, i soldi, possedere una laurea, essere rispettati nel mondo che conta, avere cultura (come se la cultura senza princìpi possa rendere una persona migliore), ma a pochi interessa sapere se una persona è onesta, con princìpi solidi, con valori. Anzi, spesso queste persone vengono derise con ghignate ipocrite. Chi si ricorda di Josef Mengele, il medico nazista che faceva esperimenti terrificanti sui bambini ad Auschwitz? Ebbene, era una persona a modo, di mondo, sofisticata, sapeva il francese e proveniva da una ricca famiglia industriale bavarese. Eppure ha commesso dei crimini inauditi. Tra l’altro esiste tutt’ora la ditta Mengele:

http://www.gwf-mengele.de/de/home.html

Chiunque si opponga a questa tiritera mediatica sul principio della falsa tolleranza verso tutte le minoranze – purché siano minoranze, non importa ciò che dicono o propongono – viene tacciato di essere retrogrado, ignorante, omofobo, misogeno, non a passo con i tempi, eccetera. Anche quando ci si appella, come nel caso degli ultimi giorni dopo l’ennesima uscita infelice della Cassazione, a grandi studiosi del ramo familiare che sono piuttosto critici verso le adozioni omosessuali – per esempio Silvia Vegetti Finzi e il presidente dei pediatri italiani, Giuseppe Di Mauro – si viene subito tacciati di oscurantismo, di cattolicesimo medievale e di tante altre simili infamie. Io sono laico e non seguo alcuna religione, eppure mi schiero contro la vulgata tollerante verso tutto e tutti. A furia di essere tolleranti in Germania è nato un movimento di pervertiti zoofili e in Olanda qualche anno fa, un partito di pedofili. Bisogna stare molto attenti. Continuare a evocare diritti per tutti può rivelarsi un boomerang, e sotto molti aspetti è già così. L’inizio è sicuro ma non si conosce la fine. Quale sarà il prossimo tabù a cadere?

La nostra società, o comunque una buona parte, ci impone un pensiero unico, uniformato a quello che credono i benpensanti, spesso appartenenti alla peggiore e debosciata alta borghesia. I vizi di un’élite vengono calati dall’alto sul volgo, facendoli passare come conquiste e diritti sacrosanti: divorzio facile, aborto su richiesta, abbattimento della figura paterna, distruzione della famiglia e liberazione dei costumi senza limiti e divieti. Insomma, il motto è: vietato vietare. Questa mentalità ha infettato tutti, anche chi non poteva permetterselo. Da qui le tragedie quotidiane che stiamo vivendo tutti. Per non parlare dei professori -soprattutto universitari- che spargono il loro verbo dall’alto delle cattedre accademiche e ci dicono cosa è giusto e cosa è sbagliato; in cosa credere e in cosa non credere. Intendiamoci: io ho molta stima per le persone che posseggono cultura e conoscenza, che sono curiose del mondo attorno a loro e che non si accontentano del proprio sapere. Però faccio fatica a stimare quelle persone che fuoriescono dall’ambito accademico e non, e cominciano a straparlare -con volgarità e prepotenza- di Dio, religione, diritti ecc. Mi riferisco, per esempio, a Edoardo Boncinelli, che ha scritto La scienza non ha bisogno di Dio, a Piergiorgio Odifreddi, che ha scritto Perché non possiamo dirci cristiani, a Richard Dawkins, con il suo L’illusione di Dio. Le ragioni per non credere, a Umberto Eco con il rozzo attacco a Joseph Ratzinger, ecc. Loro che criticano così tanto le religioni e Dio, diventano a loro volta dei religiosi e dogmatici della scienza. Dei veri estremisti. E’ un grande peccato. Si perdono in discorsi indimostrabili e pedanti. Già lo scrisse bene Immanuel Kant con le antinomie. E’ vero che il sapere gonfia, ma qui siamo di fronte a veri e propri deliri di onnipotenza. Io seguo più umilmente il pensiero del grande fisico austriaco Wolfang Pauli (vissuto nel Novecento e premio Nobel per la fisica grazie, soprattutto ma non solo, al suo grandissimo contributo alla nascita della meccanica quantistica). Pure essendo stato un genio assoluto nel suo ramo, non escludeva l’esistenza di Dio. Un po’ di umiltà non guasta, nella vita.

Stiamo vivendo un periodo difficilissimo, sia dal punto di visto economico che etico e morale. C’è moltissima confusione e la maggior parte delle persone ha perso completamente i valori di riferimento. Questo periodo a me ricorda molto la caduta dell’Impero Romano nel V secolo d.C.: anche allora crollò una concezione del mondo ben definita, dopo secoli di prosperità e relativa pace. L’Impero era dilaniato dall’interno da divisioni, paure e stanchezza morale. La decadenza fu molto lenta e complessa. Edward Gibbon -il grande storico inglese del Settecento- la fa risalire all’ascesa dell’imperatore Commodo (180-192 d.C.). Quindi tre secoli di agonia. Quanto tempo ci vorrà per noi? Credo molto meno.

Purtroppo abbiamo distrutto le basi della nostra civiltà: in primo luogo, la famiglia. Solo nella città di Milano nel 2011 si sono registrate il 70% di separazioni, una vera ecatombe. Questi drammi hanno cadute pesanti sulla società, minandone la sicurezza e l’armonia, già di per sé molto labili. Perché la politica non se ne occupa? Non bisognerebbe correre ai ripari, magari riflettendo, in quanto società, sul fatto che c’è qualcosa di marcio e sbagliato nei nostri valori? Io sono favorevole al divorzio, ma non per motivi banali e risibili bensì per fatti gravi: tipo violenza e adulterio. Oggi non sappiamo più stare assieme. L’uomo e la donna si sono avvicinati così tanto nella vita reale che non riescono più a parlarsi, a capirsi e a convivere senza scontrarsi. Io, come uomo, amo nella donna tutte quelle caratteristiche diverse da me; che rendono una donna speciale e amabile. Credo che sia vero anche il contrario. Ma se la donna ragiona e si comporta come me, cosa posso amare in lei? Chi abita in città apprezza maggiormente la natura proprio perché è diversa. Ci si rifugia in essa. Annullare le differenze e le diversità non è utile per nessuno. È un impoverimento per tutti. Infatti la stiamo già pagando. L’omosessualità dilagante e le altissime percentuali di separazioni potrebbero esserne degli indizi. Per non parlare dell’aborto, altra piaga spaventosa. Se nulla è sacro, allora tutto può essere usato e consumato a piacimento, esattamente come succede nel mondo del lavoro odierno. Tutto è collegato: decadimento della famiglia, promiscuità sessuale, omosessualità, perversioni dilaganti e sfruttamento lavorativo. E’ da ingenui credere che  l’economia sia un aspetto a sé stante. Non è affatto così.  Le metastasi partono da lontano, dai nostri comportamenti quotidiani e relazionali. Ognuno di noi fa la sua parte con le proprie azioni e con le idee che si condividono e portano avanti.

In quale società stiamo scegliendo di vivere?

Categorie
Ambiente Libri Politica Società Storia

Giulio Maltese – Il Papa e l’Inquisitore: Enrico Fermi, Ettore Majorana, via Panisperna

Il Papa, Enrico Fermi e il Grande Inquisitore, Ettore Majorana, i ragazzi di via Panisperna e l’ascesa del grande gruppo di fisici italiani negli anni Trenta. Questo e tanto altro ancora contiene il libro. Una cavalcata entusiasmante, grazie alla maestria divulgativa del fisico e storico della scienza Giulio Maltese, alla scoperta degli anni d’oro della fisica e della scienza italiana e mondiale in generale. 

Enrico Fermi nasce a Roma nel 1901. Fin da ragazzino bazzica per i mercatini e le bancarelle di libri per comperare testi di fisica e matematica. All’età di quattordici anni legge e studia l’Elementorum physicae mathematicae, in due volumi, del gesuita Andrea Caraffa, pubblicato nel 1840. E’ il suo primo libro di livello universitario in fisica. Salta la quarta liceo perché troppo avanti rispetto ai suoi compagni. Si diploma a diciassette anni e subito dopo prepara la tesi per l’ammissione alla Normale di Pisa. Grazie alla sua vastissima cultura da autodidatta, lascia sbalorditi gli esaminatori della Normale. Il Papa viene ammesso e non passerà molto tempo prima che sia lui stesso a dare lezioni ai suoi professori sulla teoria della relatività di Einstein, ancora poco capita e in taluni casi osteggiata. Nel 1922 si laurea. Inizia la seconda fase della sua vita.

Fermi torna  a Roma. Viene accolto bene da grandissimi matematici italiani dell’epoca, Tullio Levi-Civita e Federigo Enriques. Anche il più grande fisico italiano dell’epoca – Orso Mario Corbino, detto il Padre Eterno – nonché professore e direttore dell’Istituto di fisica sperimentale di via Panisperna, si accorge immediatamente della grandezza del giovane. Lo prende sotto la sua ala e grazie a lui il Papa diventerà il primo professore di fisica teorica d’Italia, nel 1927. Ebbe modo di studiare in Germania e di conoscere Werner Heisenberg, Max Born, Pascual Jordan e tanti altri geni dell’epoca.

Ettore Majorana nasce a Catania nel 1906. Dopo il liceo frequentato a Roma, città in cui si era trasferito a vivere,  si iscrive in ingegneria dove conosce Emilio Segrè, che diventerà un altro grande protagonista della fisica italiana. Dopo alcuni anni infruttuosi passati alla facoltà di ingegneria, entrambi si iscrivono a fisica teorica (in realtà Majorana si iscriverà più tardi) nell’Istituto di via Panisperna, dove insegna il Papa. Il Grande Inquisitore di carattere introverso ma di spirito curiosissimo, è una persona di cui Fermi ha una grandissima stima e ammirazione. Segrè dirà di lui:

Era assai superiore ai suoi nuovi compagni (del gruppo di via Panisperna) sia come intelletto sia come profondità e estensione di cultura matematica e, per certi aspetti, soprattutto come potere di astrazione e abilità nella matematica pura, era anche superiore a Fermi.

Corbino, nel frattempo, chiama Franco Rasetti come assistente. Il progetto di Corbino di costituire una grande scuola di fisica in Italia comincia a concretizzarsi. Anche Edoardo Amaldi diventa uno dei primi studenti di Fermi.

Fermi inizia le lezioni di QED (quantum electrodynamics), l’elettrodinamica quantistica ripresa da Dirac, ma modificata matematicamente dallo stesso Fermi per renderla più semplice. Il Grande Inquisitore non frequenta solo le lezioni di Fermi (a cui partecipa solo per un anno), ma studia fisica matematica con Vito Volterra, fisica con Antonino Lo Surdo ed esercizi di fisica con Rasetti e Segrè. Nel 1929 si laurea in fisica teorica, il secondo in Italia, dopo Giovannino Gentile (figlio del filosofo Giovanni Gentile).

Il lavoro del gruppo prosegue. Intanto le scoperte nel campo della fisica si susseguono: principio di esclusione di Pauli, principio di indeterminazione di Heisenberg, la QED di Dirac più sopra detta, la scoperta del neutrone nel 1932 ecc. È un periodo di pieno e travolgente connubio di menti e scoperte.

Majorana, nel 1932, si trasferisce a Lipsia per lavorare con Heisenberg. Pubblica vari articoli sulla teoria nucleare, chiamate successivamente forze di Majorana. Dopo un semestre a Lipsia si trasferisce per un breve periodo a Copenhagen, a studiare con Bohr. Vi passa sei settimane, dopodiché torna a Roma. La morte del padre, avvenuta nel 1934, acuisce la chiusura del ragazzo, che evita contatti con altre persone, compresi i colleghi.

Fermi, intanto, dopo avere sviluppato la teoria del decadimento beta (1933), prosegue, sulla scia della scoperta della radioattività artificiale dei coniugi Joliot-Curie (1934), nello studio della radioattività artificiale, ma tramite i neutroni. Tra marzo e luglio 1934 molti degli elementi irradiati mostrano radioattività indotta. La scoperta viene pubblicata su Ricerca Scientifica, una rivista di fisica italiana che diverrà in poco tempo tra le riviste di fisica più apprezzate a livello mondiale. Il 22 ottobre del 1934, grazie anche all’aiuto di Amaldi e di Bruno Pontecorvo (da poco unitosi al gruppo), Fermi scopre che

i neutroni venivano rallentati nel passare attraverso la paraffina a causa dei molteplici urti contro i nuclei di idrogeno (protoni) che, avendo una massa simile a quella dei neutroni, sono particolarmente efficaci nel sottrarre loro energia cinetica in ogni urto (pag.265).

Scoprono i neutroni lenti.

Purtroppo – con l’aggravarsi della situazione politica italiana e internazionale – il gruppo di via Panisperna comincia a sgretolarsi: Enrico Fermi viene premiato del Nobel nel 1938, scusa con la quale decide di lasciare definitivamente l’Italia, dopo la promulgazione delle leggi razziali di quello stesso anno (sua moglie era di origine ebraica). Si rifugia negli Stati Uniti dove riuscirà nel 1942, in Chicago, a produrre la prima reazione nucleare controllata della storia. Nel biennio 1944-45 lo troviamo a lavorare come jolly tutto-fare, assieme a John von Neumann, al progetto Manhattan di Los Alamos. Nel 1954, pochi mesi prima di morire, difende al processo come testimone Robert J. Oppenheimer, contro le accuse di essere un comunista e una spia. Muore il 28 novembre 1954. In suo onore verrà istituito il Premio Fermi (1956) come uno dei massimi riconoscimenti scientifici negli Stati Uniti.

Nel frattempo, il Grande Inquisitore viene nominato professore di fisica teorica alla Regia Università di Napoli, nel gennaio 1937. Il 26 marzo dello stesso anno scompare dopo essere arrivato a Palermo con la nave. Non si saprà più nulla di lui. Un’idea, alquanto bella e romantica, scritta dallo scrittore Leonardo Sciascia ne Il caso Majorana, ipotizza che il fisico – resosi conto dell’avvento dell’era nucleare – si sia ritirato in un convento religioso. Perché, sempre secondo Sciascia, Majorana non voleva contribuire alla realizzazione della bomba atomica. Chissà.

Con loro, purtroppo, si chiude il periodo più fulgido della scienza italiana. Se ci fossero delle personalità come Corbino, oggi molti giovani validi e capaci non sarebbero probabilmente costretti a emigrare all’estero, e potrebbero contribuire a fare crescere l’innovazione e la tecnologia nel nostro Paese.

Maltese, Giulio, Il Papa e l’Inquisitore: Enrico Fermi, Ettore Majorana, via Panisperna, Bologna, Zanichelli, 2010.