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Piero Tony – Io non posso tacere. Confessioni di un giudice di sinistra

È proprio di questi giorni la notizia secondo la quale il proiettile ritrovato nel 1992 nell’orto di Pietro Pacciani fu in realtà manipolato. A dirlo è una recente perizia balistica del perito della Procura di Firenze svolta da Paride Minervini. Perché scrivo questo appunto? Perché Piero Tony fu il procuratore generale che nel 1996 chiese l’assoluzione in appello di Pacciani e perché più volte egli parlò della quasi inesistenza di prove contro di lui e parlò, anche recentemente, di una possibile manipolazione della prova del proiettile (rifacendosi alla sentenza di assoluzione del processo). La sua requisitoria durò cinque ore, divise in due udienze. Il procuratore generale Tony ebbe l’ardire, cosa rarissima se non unica in Italia, di dire che Pacciani andava assolto perché le prove a suo carico erano debolissime e che non bisognasse per forza trovare un colpevole per accontentare l’opinione pubblica e le famiglie delle vittime. Insomma, non si può condannare una persona per una sensazione del magistrato (e qui mi vengono in mente le parole del procuratore di Firenze dell’epoca Pier Luigi Vigna, che disse, quando incrociò la storia di Pacciani tra i possibili papabili ad essere il mostro, di avere avuto una scossa). Ci vogliono prove, prove certe e circostanziate, perché nessuno si può permettere di giocare con la vita delle persone, per quanto ripugnanti e riprovevoli possano essere le loro azioni. Un curriculum da criminale non può improvvisamente trasformare un uomo nel mostro di Firenze o in quello di Udine. Per quella requisitoria, il giorno dopo, il procuratore Tony ebbe il plauso di Indro Montanelli sulla prima pagina del Corriere della Sera.

Ho fatto questa introduzione al libro per dare l’idea di chi sia questo magistrato. Un uomo che è andato in pensione due anni prima per scrivere liberamente dei mali che attanagliano la magistratura odierna. Un magistrato con quarantacinque anni di lavoro alle spalle, divise tra Milano, Venezia, Firenze e Prato. Un uomo che ha deciso di dire basta, di dire che avanti così non si può andare. Troppi processi mediatici, troppi magistrati invischiati nella politica attiva, troppi magistrati passati in politica con nonchalance, troppe correnti all’interno della magistratura, troppi processi pilotati e sospetti e infine, in taluni casi, troppa voglia di ribalta mediatica di alcuni magistrati. La magistratura, continua il magistrato Piero Tony, mette bocca su tutto, decide con superficialità su qualsiasi tema, spesso facendosi trasportare dagli umori dell’opinione pubblica, spesso strizzando l’occhio a una parte politica ben precisa, spesso cadendo nella propria autoreferenzialità. E questo succede soprattutto tra i magistrati di sinistra, da cui lui stesso proviene. La magistratura ha svolto e sta svolgendo un ruolo di supplenza rispetto alla politica, a volte confondendosi con essa e altre volte persino scavalcandola. Non ha più limiti né recinti. Tutto le è lecito e quasi nessuno si permette di contestarle questo potere, di cui si è autoarrogata. I politici di sinistra non fanno nulla per cambiare questo paradigma, anzi rinforzano questo potere identificandosi totalmente con esso. Forse, aggiungo io, questa alleanza si è stretta ancor più con l’avvento di Silvio Berlusconi sulla scena politica italiana. I continui attacchi di Berlusconi alla magistratura, che lo stesso Piero Tony riconosce essere stato particolarmente bersagliato,  hanno stretto in una morsa di ferro la sinistra con l’apparato giudiziario. Sorvolo su tutti quei casi di magistrati – che Tony non nomina mai per nome, ma che risulta molto facile individuare – che, tolta la toga, sono entrati in politica, in partiti quasi esclusivamente di sinistra, e in taluni casi hanno fondato dei partiti politici autonomi (i nomi li faccio io: Antonio Di Pietro e Antonio Ingroia). Per non parlare della lentenza snervante e assurda dei processi in Italia, della mancanza di sanzioni per un magistrato che commette un grave errore giudiziario (a cui la magistratura si oppone strenuamente), dello smisurato potere del pm, della contiguità troppo stretta tra lo stesso pm e il giudice che dovrebbe giudicare un imputato; della facilità con cui un magistrato può distruggere, o minare seriamente, la vita e la reputazione di un cittadino con un semplice avviso di garanzia, delle intercettazioni selvagge e fuori tema rispetto all’indagine svolta, le quali vengono poi divulgate e pubblicate sui giornali, soprattutto se la persona è ricca e famosa, della connivenza troppo stretta tra alcuni giornalisti e magistrati, delle carceri italiane sovrappopolate (sono oltre sessantacinquemila i detenuti a fronte di una capacità di ospitarli che non va oltre le quarantamila e di cui un terzo in attesa di giudizio), e così di seguito. Gli argomenti e le critiche che il magistrato Tony fa alla magistratura sono concise e innumerevoli.

 

Tony, Piero, Io non posso tacere. Confessioni di un giudice di sinistra, Torino, Einaudi, 2015, pp. 125.

 

 

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Dmitrij Sergeevič Lichačev – La mia Russia

Leggo le memorie di Dmitrij Sergeevič Lichačev, dedicate all’immensa Russia che ora dolorosamente brucia. Di San Pietroburgo si parla, città in cui nacque e visse, di vita privata e ricordi di famiglia, di letteratura, di arte, di teatro, di morte, di vita: nonostante l’orrore dell’ultima guerra mondiale e l’ecatombe di Leningrado (che lui visse in prima persona). E poi della Crimea, del grande Volga (dove sulle sue rive vivono i Mari, popolo di origine finnica che ancora oggi pratica l’animismo*). E infine delle Isole Solovki nelle quali il povero Lichačev fece esperienza del primo GULag sovietico e nel quale vi restò imprigionato per anni. La fatica di cercare questo libro, quasi introvabile, è ampiamente ripagata dalla soddisfazione e dal piacere di conoscere, nonostante la sofferenza e il dolore, descrizioni e sprazzi di vita di un’intera epoca e società, testimonianza importantissima di un grandissimo studioso della cultura medievale russa.

*Questo l’ho aggiunto io.

 

Lichačev, Sergeevič Dmitrij, La mia Russia, Torino, Einaudi, 1999, pp. 405.

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Domenico De Masi – Il lavoro nel XXI secolo

Con le sue 800 pagine è sicuramente un libro impegnativo da leggere, ma nel contempo è anche un libro molto importante per capire cosa è stato, cos’è oggi e cosa sarà domani il lavoro. E’ un libro che racchiude tanti altri libri; insomma è una piccola biblioteca tascabile con un’immensa bibliografia, che è sempre utile conoscere per ampliare le proprie letture.

Il lavoro in molti settori sta scomparendo, sempre più sostituito dalle macchine e dai robot. Questo non riguarda più solo i lavori in fabbrica e quelli manuali in genere, ma anche i lavori intellettuali  e ben pagati stanno subendo una forte contrazione. Di conseguenza la disoccupazione aumenta e aumenterà sempre di più. In poche parole, come scrive Domenico De Masi, siamo tutti in esubero. Quindi, come uscirne?

La sua proposta è quella dell’ozio creativo, inteso come lo intendevano gli antichi greci all’epoca di Platone e Aristotele e la riduzione dell’orario di lavoro, come già sta avvenendo in Germania (dove lavorano il 20% in meno e producono il 20% in più). Non più schiavi delle macchine e degli orari fissi uniformati e uguali per tutti, non più alla mercé di prepotenti padroni e manager, non più assillati da orari di lavoro sfiancanti e da debiti spesso inutili contratti per soddisfare la nostra brama di cose (come il neoliberismo imperante ci inculca ogni santo giorno), ma collaborazione, solidarietà, apporto emotivo nelle relazioni lavorative e non (comportamento spesso disprezzato dagli uomini e relegato alle donne), convivialità e creatività. Insomma un paradigma totalmente opposto al verbo neoliberista basato sulla competitività e sul trionfo e il disprezzo di un individuo a discapito di un altro. Anche la Terra a causa di questa folle rincorsa al denaro e al consumismo senza freni sta per implodere.

Le disuguaglianze aumentano sempre di più e i salari continuano ad assottigliarsi a favore di pochi miliardari sempre più ricchi e tronfi. I grandi gruppi dell’informatica e i colossi della tecnologia e del commercio come Apple, Facebook (e Instagram), Amazon ecc., evadono miliardi di dollari sottraendo risorse agli Stati, e quindi alla collettività, e arricchendo pochi finanzieri e azionisti. L’uso dei robot è ormai prassi negli stabilimenti di Amazon, che ne usa circa quindicimila, e di molte altre aziende. Leggendo il libro, solo per fare un esempio, si scopre che tredici dipendenti di Instagram gestiscono tredici milioni di utenti.

È chiaro che i politici dovranno trovare una soluzione a una tale sperequazione se non vogliamo che ci siano in un breve futuro, non troppo lontano (basti pensare alla Francia), rivolte cruente e ribellioni pericolose e fuori controllo. E questo non solo dovrebbero capirlo i politici e gli Stati, che ormai sono in mano della finanza e dello spread, ma soprattutto chi controlla l’alta finanza, le multinazionali e i miliardari, prima che sia troppo tardi. Anche a loro gioverebbe un cambiamento se non sono così miopi e prepotenti da non rendersene conto. L’hybris a lungo andare ha sempre portato disastri e ribellioni catastrofiche.

De Masi, Domenico, Il lavoro nel XXI secolo, Torino, Einaudi, 2018, pp. 819.

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Geopolitica Politica Storia

L’Ucraina e l’unificazione con la Russia, Nikon e i Vecchi credenti

Nel 1652 venne eletto patriarca di Mosca Nikolaj Minin, che prese il nome di Nikon.  Sotto lo zar Alessio salito al potere nel 1645 all’età di sedici anni, Nikon ebbe un ruolo di primo piano nella riforma della Chiesa ortodossa russa. Nikon e il gruppo di riformatori a lui vicino, come Stefan Vonifat’ev e Avvakum, sostennero l’esigenza di riformare la Chiesa moscovita riprendendo il modello della Chiesa di Kiev che sottostava ancora alla giurisdizione di Costantinopoli (le cose cambieranno nel 1687 quando Costantinopoli riconoscerà la preminenza del patriarca russo sul metropolita di Kiev). L’Accademia teologica di Kiev impartiva un insegnamento diverso e più ricco rispetto a Mosca. Il clero ucraino sviluppò dei modelli educativi ripresi dai gesuiti e non si facevano scrupolo di studiare la filosofia, la lingua (non si limitavano allo studio dello slavo antico ma apprendevano anche il latino), la retorica e l’arte religiosa. Venne chiamato a Mosca un gruppo di monaci ucraini in modo che svolgessero un lavoro di insegnamento presso i monaci locali. Molti testi e libri liturgici ucraini vennero studiati e approfonditi. Si cambiò anche il modo di farsi il segno della croce, abbandonando il vecchio modello russo. I russi si facevano il segno della croce unendo l’indice e il medio, mentre il nuovo corso riprendeva il modello greco in cui alle due dita si univa anche il pollice (a simboleggiare la Trinità). Questo ultimo passaggio fece infuriare gli ortodossi ligi alle vecchie regole.

Il sacerdote Avvakum, che era un vecchio alleato di Nikon, guidò la rivolta contro le nuove regole. Lo zar lo cacciò in Siberia. Ma fu troppo tardi e la protesta divampò ovunque tra i monaci. Nel 1666-67 fu convocato il Sobor, il concilio della Chiesa russa, che stabilì l’allontanamento del patriarca Nikon e richiamò all’ordine Avvakum che nel frattempo divenne molto popolare. Il richiamo non servì a nulla e Avvakum continuò ad affermare che soltanto i russi seguivano la vera religione. Avvakum fu mandato in esilio una seconda volta e nel 1682 fu bruciato sul rogo. Il Concilio approvò i cambiamenti intercorsi nella Chiesa e adottò i nuovi libri liturgici e le nuove regole introdotte. La spaccatura in seno alla Chiesa fu inevitabile. Avvakum fece molti proseliti e una buona parte dei fedeli si rifiutarono di accettare le nuove imposizioni religiose. Gli staroobrjadcy (cioè i Vecchi credenti) ovunque cercarono di resistere allo zar e ai suoi soldati. Centinaia di persone arrivarono addirittura a immolarsi vivi dentro le chiese. Instaurarono nuove tipologie di predicazione e celebravano i loro culti con semplicità. L’officiante della predica cambiava sempre e veniva scelto tra i fedeli. I Vecchi credenti smisero di riconoscere l’autorità della Chiesa di Mosca e dello zar. Riuscirono a resistere in piccole comunità sparse per la Russia per i successivi due secoli. Furono una spina nel fianco per la Chiesa e lo Zar.

L’Ucraina si unisce alla Russia

Sempre in quegli anni avvenne l’unificazione dell’Ucraina alla Russia. L’evento fu del tutto volontario e la proposta non partì da Mosca. Fu l’atamano ucraino Bogdan Chmel’nickij a richiedere la protezione di Mosca per ben due volte. Nel XVII secolo i contadini ucraini erano per lo più servi della nobiltà cattolica polacca. Venivano utilizzati come schiavi e non furono mai del tutto liberi. Le terre ucraine erano in gran parte sotto il dominio della potenza polacco-lituana. Già alla fine del Cinquecento il re polacco aveva vietato la religione ortodossa nei suoi territori. Questa legge colpì tutti i sudditi ucraini di religione ortodossa. Nella prima metà del Seicento il nuovo re cercò di ristabilire la libertà religiosa e in parte vi riuscì; ma l’oppressione religiosa e soprattutto sociale dei polacchi spinse la popolazione ucraina alla ribellione. Così nel 1648 i cosacchi ucraini elessero Bogdan Chmel’nickij come loro atamano (cioè il loro capo politico e militare) senza l”assenso del re polacco. Il nuovo atamano riunì un esercito e sbaraglio i soldati polacchi riuniti in tutta fretta. La rivolta esplose un po’ ovunque e furono colpiti i nobili polacchi, gli ebrei e gli uniati: quest’ultimi erano gli ortodossi che avevano accettato le direttive di Roma, condividendo di fatto alcune caratteristiche con il cattolicesimo, pur mantenendo una propria autonomia. Chmel’nickij capì ben presto che aveva urgente bisogno di alleati per contrastare il ritorno dei polacchi e quindi si rivolse allo zar Alessio nel 1648. Lo zar, che nel frattempo dovette fronteggiare la rivolta del sale, declino l’invito. L’atamano ucraino ritornò cinque anni dopo, nel 1653, e questa volta Alessio, schiacciata la rivolta in casa, accettò la sua sovranità sulle terre dei cosacchi ucraini. Nella città di Perejaslav (oggi chiamata Perejaslav-Chmel’nickij) venne sottoscritto l’accordo tra gli inviati dello zar e Chmel’nickji. L’Ucraina entrò a fare parte della Russia pur conservando una propria autonomia. Nel 1667, dopo 13 anni di guerra, finalmente venne firmato un accordo di pace tra la Russia e la Polonia. La potenza polacca nonostante non avesse perso molto dall’accordo di pace non si riprese più, perché tante e devastanti furono le perdite dal punto di vista demografico ed economico. La Russia recuperò la città di Kiev a cui fu concesso lo status di etmanato autonomo, sotto la giurisdizione dello zar.

Questa è in estrema sintesi la storia dell’unificazione tra la Russia e l’Ucraina e la nascita dei Vecchi credenti. Questo può essere un punto di partenza per chi ne voglia sapere di più sulla storia di questi Paesi, oggi così attuali per i tristi avvenimenti in Ucraina. Per questo motivo posso consigliare alcuni libri, sia di storia che di narrativa:

Paul Bushkovitch, Breve storia della Russia. Dalle origini a Putin, Einaudi (2013); Aleksander S. Puskin, Storia della rivolta di Pugacёv, Meridiani Mondadori; Nikolàj Gogol’ , Taràs Bul’ba, Meridiani Mondadori, Henry Troyat, La vita quotidiana in Russia al tempo dell’ultimo zar, Bur; Vittorio Strada, Umanesimo e terrorismo nel movimento rivoluzionario russo. Il caso Nechaev, Edizioni dell’Asino, e-book (2012).

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Libri Politica Storia

L’oblio che saremo – Héctor Abad

Hector Abad, in questo struggente e impegnato libro, ricorda la vita e la morte del padre, Héctor Abad Gomez,  avvenuta in maniera violenta nel 1987, a Medellin, in Colombia. Il libro non solo è un romanzo autobiografico, in cui viene descritta la vita del padre nella vita di tutti i giorni in famiglia, ma è anche o forse soprattutto uno spaccato storico e doloroso della vita sociale e politica della Colombia degli anni ’70 e ’80. Quella Colombia, allora dominata dal potentissimo Cartello di Medellin, in cui viveva la famiglia Abad, con a capo un signore di nome Pablo Escobar (rimasto ucciso in uno scontro a fuoco con la polizia nel 1993), era dominata dalla corruzione e dalla criminalità, dalla contingenza strettissima tra politica e narcotraffico, dalla guerriglia tra miliziani di estrema destra e sinistra, che controllavano intere zone del Paese. Era una Colombia insanguinata dalla violenza e dall’anarchia dei potenti.

Il padre di Abad era medico, professore dell’Università e presidente del Comitato dei Diritti Umani; un uomo che non si fece mai piegare dalla politica corrotta e compromessa con la criminalità, una politica conservatrice, anti egualitaria e preoccupata soprattutto di mantenere i propri privilegi acquisiti. Un uomo contro corrente, con un forte senso della giustizia e della dignità umana. Queste qualità gli costarono la vita, quando nel 1987 decise di partecipare a candidato sindaco della sua città, Medellin. Un uomo che per molti aspetti mi ricorda Paolo Borsellino, entrambi sapevano di fare la cosa giusta e di perseguire la retta via della giustizia ed entrambi sapevano che avrebbero perso la vita. Era solo questione di tempo. Il libro a tratti è commovente, a volte duro, talvolta nostalgico, ma senza mai perdere di vista il contesto storico-sociale della sua vita e della sua famiglia. E’ un lavoro completo, che regala emozioni, pugni nello stomaco e infine qualche speranza.

(Il titolo del libro è stato ripreso da un verso di Jorge Luis Borges).

Héctor Abad, L’oblio che saremo, Einaudi (2006)

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Curiosità varie I tesori di Milano Libri Società Uncategorized

Visita alla libreria Einaudi di Milano (Corso di Porta Vigentina)

Bighellonando senza meta e speranza mi ritrovai in una libreria nascosta da occhi indiscreti, un piccolo faro con luce fioca, quasi invisibile. Entrai e quasi per magia fui inondato da una fortissima emanazione di fotoni che mi diedero modo di visualizzare in maniera netta e indistinguibile i volumi ivi riposanti. Un gentile e amichevole signore mi prestò subito attenzione. Girai i due locali strapieni di volumi dell’Einaudi: tutte le collane vi erano presenti; dai classici dell’ET Biblioteca ai classici antichi della Nuova Universale, dai moderni Stile Libero ai Tascabili. Continuai a parlare con il signore, che nel frattempo non smise mai di accompagnarmi e di spiegarmi gli arcani misteri, almeno per me, dell’editoria cartacea e digitale. In quella magnifica libreria d’altri tempi quasi mi persi, non ricordai più il tempo trascorso e il luogo, i libri volteggiavano nella mia mente e io indeciso sulla scelta da fare sfogliai molti libri, quasi tutti interessanti e degni di essere letti. Alla fine il mio occhio cadde sulla Trilogia del Nord di Céline, libro che da lungo tempo desideravo leggere. Mi trattenni ancora a parlare con il signore e in tutto quel lasso di tempo nessuno entrò in libreria. Per me fu una scoperta e spero anche che possa esserlo per voi o a chi si imbatta su internet in questa minuscola molecola di vapore in un immenso oceano blu o a chi perdendosi come il sottoscritto abbia la ventura di imbattersi in questa piacevolissima scoperta.

Libreria Einaudi, Corso di Porta Vigentina, 36 (dall’esterno non è facile individuarla perché si trova all’interno di una corte).

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Angelo Ferracuti – Il costo della vita

Storia di una tragedia operaia

Ho provato dolore, rabbia e impotenza nel leggere questo lavoro di Ferracuti che racconta la tragedia avvenuta a Ravenna nel 1987 e in cui morirono 13 operai all’interno della nave Elisabetta Montanari. Gli operai non morirono per una fatalità o per un incidente fortuito ma per la completa mancanza di misure di sicurezza e per l’imperizia totale di alcuni operai (alcuni ragazzi addirittura erano al loro primo giorno di lavoro), mandati a pulire le stive della nave adibita al trasporto di Gpl. Era un lavoro pericoloso, massacrante e spesso e volentieri senza orari.

Nel porto di Ravenna vigeva il caporalato in quegli anni (e vige ancora) e gli uomini che gestivano quel traffico pescavano le persone tra extracomunitari, tossicodipendenti e in grave crisi economica. Persone che avevano assolutamente bisogno di un lavoro, uno qualsiasi. Quel 13 marzo 1987, un venerdì, a causa del lavoro di saldatura all’interno della stiva di un’altra squadra di operai, si sviluppa improvvisamente un incendio. Dell’olio combustibile, fuoriuscito da una condotta, prende fuoco e sprigiona velocemente del fumo. Questi uomini riescono a mettersi in salvo, ma l’altra squadra che lavorava nella zona più sottostante ed era impegnata a pulire le stive, rimangono intrappolati senza via di scampo. Le stive, infatti, erano state progettate senza alcuna misura di sicurezza per i lavoratori che vi lavoravano. Il cantiere Mecnavi, per cui lavoravano le 13 vittime, non forniva di estintori le navi su cui avvenivano i lavori di pulizia. L’imprenditore della Mecnavi Enzo Arienti, verrà condannato nel 1990 ad appena 7 anni e sei mesi di carcere, poi ridotti a 4 nel 1994.

Di quei 13 operai alcuni non avevano nessuna esperienza eppure non si fecero scrupoli di mandarli a lavorare nelle stive pericolose, insalubri, strette, fredde e con miasmi nocivi. Quasi tutti lavoravano in nero. A Vincenzo Padua (60 anni) mancavano pochi mesi alla pensione e per Massimo Romeo (24) e Paolo Seconi (24) era il loro primo giorno di lavoro. Gli altri operai uccisi erano Gianni Cortini (19), Filippo Argnani (40), Massimo Foschi (26), Marco Gaudenzi (18), Domenico Lapolla (25), Massimo Cacciatori (23), Alessandro Centioni (21), Mohamed Mosad (36), Onofrio Piegari (29) e infine Antonio Sansovini (29). L’omelia funebre venne indetta dal cardinale Ersilio Tonini, oggi quasi 99 enne. Ancora oggi muoiono in media quattro lavoratori al giorno.

Dimenticavo di scrivere un’ultima cosa: il libro è scritto benissimo, con tatto e sensibilità.

Ferracuti, Angelo, Il costo della vita, Torino, Einaudi, 2013.

 

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Libri Politica Società

Il buio dentro di me – Damien Echols

Quaggiù, nel profondo Sud, noi conosciamo e conviviamo con il mondo reale. L’idealismo da paese dei balocchi viene silenziosamente soffocato dall’inesorabile spietatezza dell’umidità. Questo è il mondo dove il pugno incontra la faccia. E’ il luogo in cui i calli sulle mani di un uomo sono più grandi della sua coscienza e in cui i sogni affogano nel sudore e nelle lacrime. La mutua distruzione assicurata cavalca le strade sulle rastrelliere di fucili sistemate vicino al lunotto dei pick-up.

Damien Echols viene arrestato nel 1993, insieme ad altri due ragazzi, con l’accusa di avere ucciso e torturato tre bambini di otto anni. Il fatto si verifica nello Stato dell’Arkansas, nella città di West Memphis. Echols, dopo appena due mesi di processo e senza alcun indizio serio se non la confessione di uno dei due compagni arrestati (con comprovata instabilità psichica, minorenne e dopo 12 ore di interrogatorio senza avvocato e genitori) viene condannato a morte. Echols aveva solo 18 anni e passerà i successivi 18 anni nel braccio della morte. Agli altri due arrestati viene comminato l’ergastolo. Quasi subito il compagno che aveva accusato Echols ritratta, e non si discosterà più da questa decisione.

Echols, in questo libro autobiografico, racconta tutta la sua esperienza di adolescente e bambino povero e ai margini della società, coloro che negli Stati Uniti chiamano in modo dispregiativo white trash, spazzatura bianca. E’ un ragazzo considerato diverso dagli altri in uno Stato conservatore e religioso come l’Arkansas. Ha una famiglia assente e passa l’infanzia a vivere prima con il padre biologico, una persona debole e inaffidabile, e poi con il patrigno, violento e scontroso. La madre è una persona moralmente e affettivamente instabile. Lui soffre molto la situazione e cerca in tutti i modi di stare fuori dall’orbita familiare. Passa a vivere da una baracca a una roulette, inframmezzate da luridi appartamenti e catapecchie. Va in giro sempre vestito di nero, guarda film horror e ascolta musica metal, ha i capelli tagliati a zero da una parte e lunghi dall’altra. Insomma, non passa inosservato. I poliziotti lo adocchiano e cominciano a tormentarlo. Lo considerano un satanista e un reietto da controllare e confinare ai margini. Questa sarà la sua rovina. Per la verità lui era vicino alla corrente new age della wicca, una specie di religione pagana con influssi magici, in America abbastanza diffusa. Quando ritrovano i tre bambini affogati e con segni di percosse pensano immediatamente a lui, senza svolgere nessun tipo di indagini. Il libro è il resoconto doloroso di tutta la vicenda giudiziaria e privata del condannato a morte. Si rimane allibiti e inorriditi dal constatare le sacche di povertà e ignoranza presenti nella società americana e con quale facilità un esponente della polizia possa rovinare la vita a una persona povera e indifesa. La giustizia americana è fatta su misura per i ricchi, perché solo loro possono permettersi di pagare i migliori avvocati per difendersi. Chi non appartiene alla classe medio-alta è completamente abbandonato a se stesso. La maggior parte dei condannati a morte, come lo stesso Enchols spiega nel libro, sono persone analfabete o semi analfabete, poverissime e a volte innocenti. L’aitore del libro è stato fortunato perché molte star del cinema e della musica di sono interessate al suo caso. Johnny Depp, Marylin Manson, Eddie Vedder e tanti altri hanno preso a cuore la sua vicenda e l’hanno aiutato moralmente e finanziariamente. Senza di loro e anzitutto senza la moglie, Lorri Davis, conosciuta tramite corrispondenza, non ce l’avrebbe fatta.

Il suo caso si chiude, si fa per dire, solo nell’agosto 2011. Lo Stato dell’Arkansas decide di chiudere la vicenda ormai insostenibile tramite l’accordo Alford plea (in pratica, l’imputato non si dichiara innocente e afferma che lo Stato lo ha giustamente incarcerato, al tempo del processo, grazie alle prove sufficienti. In questo modo lo Stato viene scagionato da qualsiasi responsabilità in merito e la vittima non può richiedergli nessun risarcimento né può fargli causa). Alla fine i tre accettano, anche se uno di loro era inizialmente contrario, e finalmente sono liberi dopo 18 lunghi anni.

Un libro da leggere e rileggere, soprattutto da parte di coloro che parlano della giustizia americana come un modello da seguire. Io non credo che lo sia mai stato e questo libro conferma la mia idea. Molte persone sono state e continuano ad essere condannate a morte ingiustamente, senza un processo equo e giusto, ma spesso e volentieri accusate sulla base di pregiudizi e false testimonianze. L’importante è trovare un colpevole, meglio se povero e analfabeta.

Damien Echols, Il buio dentro di me, Einaudi (2013)

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Libri Storia

Prora: la costruzione utopica di Hitler ispirata dal motto de “La forza attraverso la gioia”

Leggendo il libro di Tilde Giani Gallino, Viaggio nell’altra Germania, mi sono imbattuto

English: Prora - view from seaside Deutsch: Pr...
Prora

nella storia di Prora e del sogno nazista che l’ha realizzata. Prora fu (ed è tuttora) una località balneare che si trova nell’isola di Rügen, nella ex DDR. Adolf Hitler, nel 1937, pensò di costruirci un enorme villaggio vacanze per i lavoratori tedeschi che, al massimo della sua capienza, poteva contenere fino a 20.000 persone per volta. La Forza attraverso la gioia, doveva, nell’immaginario nazista, dare vigore e gioia al popolo eletto dalla storia per dominare il mondo. Il hadiko_Luftbild_Prora_Ruegencomplesso fu ideato dallo stesso Hitler e dall’architetto Erich Putlitz, con le seguenti dimensioni: otto giganteschi caseggiati alti sei piani, a 150 metri di distanza dalla spiaggia, per una lunghezza totale di quasi 5 chilometri. I lavori furono sospesi nel 1939, a causa della guerra. In tutto furono impiegati per la sua costruzione – mai terminata – oltre 9000 lavoratori.

Ironia della sorta, il complesso non fu mai terminato e nessun lavoratore vi mise piede, se non gli sfollati dopo i bombardamenti Alleati delle città tedesche. Dopo la caduta del Terzo Reich, i sovietici trasformarono Prora in una base militare. Alcune ali dell’edificio vennero trasformate in uffici per la polizia del Popolo (Volkspolizei). Dopo la caduta del Muro di Berlino tutto il complesso fu abbandonato e ancora oggi è in quello stato. La zona, però, fu sempre un  luogo di vacanze nonostante l’ecomostro costruito da Hitler. Oggi, più che mai, l’isola di Rügen è frequentata e amata.

Tilde Giani Gallino, Viaggio nell’altra Germania, Einaudi e-book (2013)

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Geopolitica Libri

In culo al mondo – Antonio Lobo Antunes

Prima opera di Antunes pubblicata in Italia (1996). Il romanzo, scritto in prima persona, racconta l’esperienza personale dell’autore nella guerra coloniale portoghese in Angola, tra la fine degli anni ’60 e la prima metà degli anni ’70. Come è risaputo il Portogallo del dittatore Salazar è stata l’ultima nazione europea a lasciare le sue colonie africane. Più di un milione di soldati portoghesi furono mandati a combattere in Guinea, Mozambico e Angola. Le cicatrici di quei soldati, di cui Lobo Antunes faceva parte, furono profonde e durature.

António de Oliveira Salazar e Óscar Fragoso Ca...
António de Oliveira Salazar e Óscar Fragoso Carmona, Portugal (Photo credit: Biblioteca de Arte-Fundação Calouste Gulbenkian)

La vicenda si svolge a Lisbona e vede protagonisti un soldato di ritorno dall’Angola e una donna, a cui il soldato racconta le esperienze terribili vissute in Africa. Il racconto, a volte, diventa oscuro, nebuloso, come se il soldato stesse ricordando un incubo da cui non riesce a liberarsi. Il peso della violenza vista, subita e applicata, diventa insormontabile da superare. La donna conosciuta in un bar ascolta ammutolita e ignara di cotanta violenza. Il libro confessione è duro, ma il linguaggio usato è lirico e nostalgico e in taluni momenti chiaro, scorrevole e limpido: come se finalmente l’autore avesse superato il peso dell’angoscia; eppure la denuncia contro le sporche guerre coloniali non si attenua mai. La condanna contro il regime di Salazar è totale.

Un racconto duro, però veritiero e necessario.

Antonio Lobo Antunes, In culo al mondo, Einaudi (1983)