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Dmitrij Sergeevič Lichačev – La mia Russia

Leggo le memorie di Dmitrij Sergeevič Lichačev, dedicate all’immensa Russia che ora dolorosamente brucia. Di San Pietroburgo si parla, città in cui nacque e visse, di vita privata e ricordi di famiglia, di letteratura, di arte, di teatro, di morte, di vita: nonostante l’orrore dell’ultima guerra mondiale e l’ecatombe di Leningrado (che lui visse in prima persona). E poi della Crimea, del grande Volga (dove sulle sue rive vivono i Mari, popolo di origine finnica che ancora oggi pratica l’animismo*). E infine delle Isole Solovki nelle quali il povero Lichačev fece esperienza del primo GULag sovietico e nel quale vi restò imprigionato per anni. La fatica di cercare questo libro, quasi introvabile, è ampiamente ripagata dalla soddisfazione e dal piacere di conoscere, nonostante la sofferenza e il dolore, descrizioni e sprazzi di vita di un’intera epoca e società, testimonianza importantissima di un grandissimo studioso della cultura medievale russa.

*Questo l’ho aggiunto io.

 

Lichačev, Sergeevič Dmitrij, La mia Russia, Torino, Einaudi, 1999, pp. 405.

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Domenico De Masi – Il lavoro nel XXI secolo

Con le sue 800 pagine è sicuramente un libro impegnativo da leggere, ma nel contempo è anche un libro molto importante per capire cosa è stato, cos’è oggi e cosa sarà domani il lavoro. E’ un libro che racchiude tanti altri libri; insomma è una piccola biblioteca tascabile con un’immensa bibliografia, che è sempre utile conoscere per ampliare le proprie letture.

Il lavoro in molti settori sta scomparendo, sempre più sostituito dalle macchine e dai robot. Questo non riguarda più solo i lavori in fabbrica e quelli manuali in genere, ma anche i lavori intellettuali  e ben pagati stanno subendo una forte contrazione. Di conseguenza la disoccupazione aumenta e aumenterà sempre di più. In poche parole, come scrive Domenico De Masi, siamo tutti in esubero. Quindi, come uscirne?

La sua proposta è quella dell’ozio creativo, inteso come lo intendevano gli antichi greci all’epoca di Platone e Aristotele e la riduzione dell’orario di lavoro, come già sta avvenendo in Germania (dove lavorano il 20% in meno e producono il 20% in più). Non più schiavi delle macchine e degli orari fissi uniformati e uguali per tutti, non più alla mercé di prepotenti padroni e manager, non più assillati da orari di lavoro sfiancanti e da debiti spesso inutili contratti per soddisfare la nostra brama di cose (come il neoliberismo imperante ci inculca ogni santo giorno), ma collaborazione, solidarietà, apporto emotivo nelle relazioni lavorative e non (comportamento spesso disprezzato dagli uomini e relegato alle donne), convivialità e creatività. Insomma un paradigma totalmente opposto al verbo neoliberista basato sulla competitività e sul trionfo e il disprezzo di un individuo a discapito di un altro. Anche la Terra a causa di questa folle rincorsa al denaro e al consumismo senza freni sta per implodere.

Le disuguaglianze aumentano sempre di più e i salari continuano ad assottigliarsi a favore di pochi miliardari sempre più ricchi e tronfi. I grandi gruppi dell’informatica e i colossi della tecnologia e del commercio come Apple, Facebook (e Instagram), Amazon ecc., evadono miliardi di dollari sottraendo risorse agli Stati, e quindi alla collettività, e arricchendo pochi finanzieri e azionisti. L’uso dei robot è ormai prassi negli stabilimenti di Amazon, che ne usa circa quindicimila, e di molte altre aziende. Leggendo il libro, solo per fare un esempio, si scopre che tredici dipendenti di Instagram gestiscono tredici milioni di utenti.

È chiaro che i politici dovranno trovare una soluzione a una tale sperequazione se non vogliamo che ci siano in un breve futuro, non troppo lontano (basti pensare alla Francia), rivolte cruente e ribellioni pericolose e fuori controllo. E questo non solo dovrebbero capirlo i politici e gli Stati, che ormai sono in mano della finanza e dello spread, ma soprattutto chi controlla l’alta finanza, le multinazionali e i miliardari, prima che sia troppo tardi. Anche a loro gioverebbe un cambiamento se non sono così miopi e prepotenti da non rendersene conto. L’hybris a lungo andare ha sempre portato disastri e ribellioni catastrofiche.

De Masi, Domenico, Il lavoro nel XXI secolo, Torino, Einaudi, 2018, pp. 819.

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Antonio Padellaro – Il gesto di Almirante e Berlinguer

Alla fine degli Settanta il fascista e segretario dell’MSI Giorgio Almirante e il comunista e segretario del PCI Enrico Berlinguer s’incontrarono per almeno quattro volte (forse sei), segretamente, per scambiarsi informazioni riservate riguardo al terrorismo, che evidentemente solo loro conoscevano. Erano gli anni del terrorismo nero e rosso, del rapimento e l’uccisione di Aldo Moro, dei servizi segreti deviati, delle collusioni fra stragi, politica e servizi segreti italiani ed esteri, di depistaggi sulle stragi, di silenzi colpevoli, di omissioni e di insabbiamenti interessati. Ancora oggi, di quegli anni, non conosciamo tutta la verità.

Il libro in realtà non dice niente su quegli incontri, anche perché gli unici a sapere qualcosa erano i due diretti interessati, visto che gli incontri in questione avvenivano solo tra Almirante e Berlinguer (con gli accompagnatori fuori dalla porta), ma dice molte cose di quegli anni duri e agitati. Quindi è il contesto che viene raccontato, anche quello familiare dello stesso Antonio Padellaro. È un libro in cui confluiscono le vicende dei due personaggi in questione e la vita familiare dell’autore. Fascismo e antifascismo si mescolano e spesso non si capisce bene dove si trovi il limite che demarca ed esclude il fascista cattivo dal comunista buono. C’è da riflettere pensando alla caccia alle streghe di questi giorni al Salone del Libro di Torino, in cui alcuni guardiani della rivoluzione, di memoria iraniana, cercano di escludere tutti coloro che non si genuflettano al pensiero unico di una parte politica. Almeno ai tempi di Almirante e Berlinguer esisteva un certo rispetto tra le opposte barricate, quel rispetto che nasce da chi ha combattuto sul campo e non solo a parole.

Padellaro, Antonio, Il gesto di Almirante e Berlinguer, Roma, PaperFIRST, 2019, pp. 89.

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Anatolij Kuznecov – Babij Jar

Ho appena finito di leggere il libro Babij Jar di Anatolij Kuznecov e la sensazione appena percepita è di svuotamento e orrore per quello che gli esseri umani possono fare contro i propri simili. Così ho deciso di scrivere una breve recensione di questo libro.

Kuznecov ripete più volte nel libro che tutto ciò che ha scritto è vero e che nulla è stato inventato. Infatti il sottotitolo interno del libro è Romanzo-documento. Sembra quasi che l’autore avesse la paura di non essere creduto e lo si può capire visto quello che ha vissuto in Unione Sovietica, dove il suo libro fu tagliuzzato dalla censura di regime fino a stravolgerlo completamente, azione che spinse l’autore a prendere la decisione di rifugiarsi in Occidente. Comunque, andiamo per ordine.

Babij Jar era un burrone che si trovava nelle vicinanze di Kiev, l’odierna capitale dell’Ucraina. Quando i nazisti occuparono l’Ucraina, durante l’Operazione Barbarossa scagliata contro l’Unione Sovietica, fin da subito iniziarono a rastrellare le persone di origine ebraica. Kiev fu occupata e il 29 settembre del 1941 iniziò il primo eccidio di ebrei. Come fossero animali, furono presi, concentrati nel campo di concentramento costruito nell’area del burrone, spogliati di tutto e infine fucilati intorno alle buche scavate in precedenza per seppellirvi gli uccisi. Uomini, donne, bambini, nessuno fu risparmiato dalla furia assassina e criminale dei nazisti occupanti. In questo contesto di violenza, sopraffazione e odio si dipana il libro. Kuznecov non si limita a descrivere la violenza nazista, che all’inizio colpì gli ebrei e i russi e poi gli stessi ucraini, ma con la descrizione minuziosa della propria famiglia, in cui spiccano il nonno, la nonna e la madre, descrive ciò che gli ucraini di quegli anni pensavano della dittatura staliniana e comunista, dei disastri compiuti dalla collettivizzazione forzata dei contadini, del precedente orrore vissuto nelle campagne ucraine, che sfocerà nell’Holodomor, nel quale almeno un milione di persone morì di inedia e stenti. È un libro privato e pubblico e le due sfere si sovrappongono nel descrivere la tragedia di un intero popolo. Non mancano neppure gli aspetti positivi del regime comunista e il primo esempio fu proprio la madre di Kuznecov, che grazie ai comunisti poté studiare e in seguito divenire un’insegnante di inglese. Quindi i contrasti sono dietro l’angolo e il vituperato governo sovietico, percepito come anti ucraino e criminale, dall’altra parte aiutò migliaia di persone, grazie allo studio, a uscire dal degrado e dall’isolamento del mondo contadino, proiettandole verso un’esistenza più dignitosa e soddisfacente. Insomma il mondo non è mai interamente tutto nero o tutto bianco, ma ci sono svariate sfumature di colore.

I massacri a Babij Jar proseguirono ininterrottamente fino al 1943 inoltrato. Agli ebrei e ai russi, che la propaganda tedesca additava come i veri nemici del popolo ucraino si aggiunsero gli stessi ucraini, nella mattanza di Babij Jar. L’esplosione del centro di Kiev, chiamato Kreščatik, e della Lavra, attentati terroristici in cui morirono migliaia di persone e portate a compimento dai servizi segreti sovietici dell’NKVD, aizzarono gli occupanti tedeschi contro tutta la popolazione sottomessa, senza alcuna distinzione. Gli stessi nazionalisti ucraini, che in un primo momento furono ben felici di fare il lavoro sporco dei nazisti, finirono per fare la tragica fine di tutti gli altri.

Quando i soldati sovietici scacciarono i nazisti dal territorio ucraino, centinaia di migliaia di persone persero la vita in modo atroce e disumano, nei tre anni precedenti, nel burrone di Babij Jar. Nessuno ne conosce il numero esatto. Kuznecov e la sua famiglia si salvarono, ma molti loro amici e vicini no.

Nel dopoguerra gli eccidi di Babij Jar furono volutamente dimenticati dal regime comunista. Nel 1948 in Unione Sovietica iniziò una forte campagna antisemita (so che il termine non è esatto, ma lo uso per capirci) che portò il regime a nascondere o minimizzare i massacri compiuti contro di loro. Non se ne doveva parlare, questi erano gli ordini. Ma in questo caso fecero di più. Dopo il 1957, Nikolaj Podgornyj, capo del Comitato centrale ucraino, decise di colmare di terra l’intero burrone di Babij Jar. Allo scopo fu costruita una diga e lentamente fu pompata della torbida, un miscuglio di acqua e fango, per ricoprire e cancellare ogni traccia del luogo e forse anche del suo ricordo. La torbida fu pompata fino al 1961, quando improvvisamente la diga crollò di schianto, provocando la morte di centinaia di persone che si trovarono ai piedi della diga. Nelle sue vicinanze, infatti, c’erano moltissimi condomini e il deposito dei tram e tutto fu travolto dall’onda gigantesca che si creò con il crollo della diga. Un intero quartiere venne ricoperto dal fango, non dando scampo alle persone rimaste intrappolate a casa o nei mezzi pubblici. Anche qui il numero esatto dei morti è sconosciuto. Questo evento mi ricorda da vicino il nostro Vajont.

Il 29 settembre 1966, nel venticinquesimo anniversario, a Babij Jar si riunirono alcuni intellettuali (tra cui lo scrittore Viktor Nekrasov) e comuni cittadini per ricordare l’inizio dell’eccidio. Si aprì un momento di discussione e alcuni presero la parola, alcuni per ricordare le vittime e altri per parlare di un monumento da costruire. L’evento fu del tutto spontaneo e si svolse in quello che allora rimase di Babij Jar, dopo tutti i tentativi fatti dal potere per cancellare il luogo. Costruirono delle palazzine sopra la diga distrutta e presero la decisione di costruivi anche uno stadio. Alla fine lo stadio non si costruì e rimase un enorme spiazzo infestato dall’erbacce, nel più totale abbandono.

Questo vide e testimoniò nel suo libro Anatolij Kuznecov, almeno fino al 1966, anno in cui terminò il libro. Riuscì a fuggire dall’Unione Sovietica e nel 1970 poté finalmente pubblicare il suo libro senza alcuna censura. Kuznecov morì a Londra nel 1979.

Tutto in questo libro è verità. 


Kuznecov, Anatolij, Babij Jar, Milano, Adelphi, 2019, pp. 454.

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Tempo di seconda mano – Svetlana Aleksievič

La vita in Russia dopo il crollo del comunismo 

Hanno bombardato la gabbia delle scimmie… Poi di notte alcuni georgiani hanno inseguito quello che credevano un abchazo. L’hanno ferito e quello urlava dal dolore. Poi sono arrivati degli abchazi e credendo fosse un georgiano gli hanno sparato anche loro. Il mattino dopo si sono resi conto di avere ferito una scimmia. Allora tutti, georgiani e abchazi, hanno stabilito una tregua e si sono precipitati a salvare la scimmia. Se si fosse trattato di un uomo, l’avrebbero finito…

Un libro duro, cupo, a tratti difficile da leggere, ma in cui traspare anche la grande anima russa, con tutte le sue contraddizioni. La bontà, la comprensione del dolore altrui, la misericordia verso i più deboli e sfortunati si mescolano in un intruglio esplosivo con il crimine organizzato, con gli arricchiti disonesti dell’ultima ora (chiamati dalla popolazione in modo dispregiativo i nuovi russi), con le prepotenze della polizia, con l’odio verso gli ebrei, gli asiatici e i caucasici. Nulla e nessuno vengono risparmiati. Non mancano neppure gli scontri e le pulizie etniche che un po’ ovunque si verificarono dopo la fine dell’URSS e in alcuni casi addirittura prima, come i progrom in Azerbaijan contro la comunità armena (Sumgait, 1988 e Baku, 1990).

Il crollo del comunismo ha lasciato ovunque cadaveri e sopravvissuti. La fine dell’URSS ha sconvolto e portato milioni di persone alla depressione, all’alcol, alle droghe, al suicidio, alla fuga dalla dura realtà russa del dopo ’91. Uomini alcolizzati, moltissimi ahimè, e donne pronte a soffrire e a vivere con dolore le proprie scelte si inseriscono come in un grande puzzle all’entusiasmo di moltissimi altri russi che vedevano nelle riforme di Gorbacëv uno spiraglio per una nuova società, più libera, più consapevole e più aperta al mondo. Ben presto, già sotto Gorbacëv, tutto andò in frantumi. El’cin e Gajdar diedero il colpo di grazia a qualsiasi illusione: la Russia si apriva al selvaggio capitalismo occidentale, senza predisporre alcun paracadute sociale verso la popolazione. Il “Noi” era stato sostituito per sempre dal'”Io”. Settant’anni di cultura sovietica spazzata via di colpo, come se si cancellasse con un tratto di penna una riga scritta male sul foglio.

L’autrice ha raccolto moltissime testimonianze dirette da persone di cultura e status sociale più vario, dalla metà degli anni ’90 fino al 2013. Questo libro raccoglie tutte queste testimonianze.

Assolutamente da leggere.

Svetlana Aleksievič, Tempo di seconda mano – La vita in Russia dopo il crollo del comunismo, Bompiani (2014)

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Armando Torno – La filosofia in Russia

Tutto passa ma tutto rimane. Questa è la mia sensazione più profonda: che niente si perda completamente. Niente svanisce ma si conserva in qualche modo, da qualche parte. Ciò che ha valore rimane, anche se noi cesseremo di percepirlo.

Pavel Florenskij

Armando Torno spiega in questo libriccino di circa 50 pagine come si è sviluppata la filosofia in Russia. L’opera è la trascrizione di un intervento dello stesso autore in una serata dedicata alla filosofia russa.

La filosofia penetrò in Russia da Bisanzio intorno al X secolo, nello stesso momento in cui iniziava la cristianizzazione della vecchia Rus (Ucraina, Bielorussia e Russia). Tra il XIV e  XV secolo arrivò in quelle terre una dottrina ascetica chiamata esicaismo (tradotto come tranquillità, silenzio). Probabilmente fu una dottrina sviluppata nel IV-V secolo e ripresa dai monaci del Monte Athos. Dopo la liberazione dal giogo mongolo e l’avvento di Ivan III come sovrano (1462-1505), Mosca divenne la Terza Roma.  Chi poteva raccogliere l’eredità di Roma e di Costantinopoli, dopo il suo crollo nel 1453? Mosca, naturalmente. Non fu forse fondata su sette colli, esattamente come Roma? Con l’avvento dello zar Pietro I (1682-1725) ebbe inizio l’apertura della società russa all’occidente. Pietro viaggiò moltissimo in Europa e da quelle esperienze introdusse conoscenze e saperi nel suo Paese. Nel 1703 dette l’avvio alla costruzione della nuova capitale, chiamata San Pietroburgo. Si fece aiutare dal filosofo e matematico Leibniz e dai gesuiti, che allora dominavano la vita culturale, per fondare un’Accademia delle Scienze e delle Arti e anche per scegliere il sito dove costruire la nuova capitale. Sulla strada tracciata da Pietro I proseguì Caterina II. Lei, infatti, chiamò e instaurò dei rapporti epistolari con Voltaire, Diderot, che andò addirittura in Russia per incontrare la zarina, e fece tradurre dall’italiano l’opera di Cesare Beccaria: Dei delitti e delle pene. Nel 1777 fece approvare una nuova Costituzione in quanto sedotta dall’opera di Montesquieu: Lo spirito delle leggi. Ma il capriccio per i nuovi filosofi francesi venne stroncato in seguito alla decapitazione di Luigi XVI, nel 1793, e all’uscita dell’opera polemica di Aleksandr Radiscev. Quest’ultimo nel 1790 scrisse Viaggio da Pietroburgo a Mosca (l’ho letto in parte e sconsiglio vivamente di leggerlo) in cui faceva una disamina spietata dell’arretratezza dei contadini russi e dei servi della gleba.

Torno ci indica nel nome di Hryhorji Skovoroda (1722-1794) il primo e autentico filosofo russo. Il filosofo incentrò il suo pensiero in una mistica contemplazione della natura. Verso il 1840 l’opera di Friedrich Hegel cominciò a diffondersi in Russia e i suoi frutti non tardarono a farsi sentire. Il filosofo Pëtr Jakovlevic Caadaev (1794-1856) sviluppò un pensiero russo autonomo partendo dalla filosofia di Hegel. Ragionò soprattutto sui rapporti contrastanti intercorsi tra la Russia e l’Occidente (particolarmente con il cattolicesimo). Dal filone hegeliano fuoriuscirono il filosofo anarchico Michail Bakunin e lo scrittore Ivan Turgenev, autore del romanzo Padri e Figli. In questo romanzo venne coniato il termine nichilismo. Nel 1863 uscì il romanzo Che fare? di Nikolaj Cernysevskij. Qui si ebbe la prima manifestazione del pensiero materialista in Russia. Questo romanzo ebbe un’ascendente fortissimo sui rivoluzionari russi, a partire da Vladimir Il’ic Lenin. Il pensatore nichilista Dmitrij Ivanovic Pisarev portò avanti un’idea di liberazione dalla schiavitù morale e politica.

Naturalmente il libro di Torno cita sia Lev Tolstoj che Fëdor Dostoevskij tra i pensatori russi. Di Dostoevskij si sofferma sull’opera de I fratelli Karamazov e della leggenda del Grande Inquisitore, che si trova all’interno del romanzo. Di Tolstoj cita l’opera Denaro e lavoro, in cui il grande scrittore critica l’uso che i ricchi fanno del denaro per assoggettare i poveri. L’opera si conclude con il filosofo, matematico e mistico Pavel Florenskij. Fu fucilato nel 1937 durante le grandi purghe staliniane. Florenskij spaziò in quasi tutti i campi del sapere e scrisse delle opere molto importanti sull’icona e sul misticismo russo.

Voglio terminare questa breve recensione con Stalin e la scoperta, per me sorprendente, che fu un grande lettore della Bibbia. Nella sua biblioteca fu ritrovata una Bibbia sottolineata con la matita rossa e blu. Stalin era in grado di leggere in latino, greco ed ebraico: i suoi studi giovanili in seminario gli giovarono molto da questo punto di vista.

Torno, Armando, La filosofia in Russia, Milano,Book Time, 2013. 

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Libri Politica Storia

Emil Ludwig – Tre ritratti di dittatori: Hitler, Mussolini, Stalin

La Rivoluzione d’Ottobre non è né la continuazione né il culmine della Grande Rivoluzione francese. Lo scopo della rivoluzione francese era quello di porre fine al feudalesimo e stabilire il capitalismo. L’obiettivo della Rivoluzione d’Ottobre è di mettere fine al capitalismo e instaurare il socialismo.

Stalin

Il giornalista e storico ebreo tedesco Emil Ludwig pubblicò questo lavoro nel 1940, ad appena un anno dallo scoppio del secondo conflitto mondiale. Di questi tre dittatori riuscì a intervistarne due: Stalin nel 1931 e Mussolini nel 1932. Hitler non lo intervistò personalmente ma ebbe modo di seguirne tutti i passi politici, se non fosse altro che il dittatore austriaco lesse e rilesse la sua biografia dedicata a Napoleone. In qualche modo si conoscevano a distanza.

Dei tre Ludwig ha parole di stima per il solo Mussolini, considerato un vero statista e uomo di governo (nonostante l’omicidio Matteotti e l’instaurazione della dittatura). Verso Hitler esprime invece disprezzo e in più di un passo lo definisce un vero e proprio pazzo (anche se non può prescindere dal sottolineare la sua capacità dialettica e ipnotica); mentre nei riguardi di Stalin afferma la sua rozzezza e in qualche misura ignoranza ma ne sottolinea la volontà di ferro e la convinzione ideologica che negli altri due vede mancante. Io sono rimasto colpito dall’intervista di Stalin, che si trova integralmente in appendice, anche perché non credevo che fosse stato intervistato da un giornalista europeo.

Stalin non inneggia mai a se stesso, non usa l’io ma il noi, e si dichiara un devoto e umile seguace di Lenin. Parla di Marx, Rivoluzione e comunismo con cognizione di causa e ripercorre la propria esperienza personale in maniera pragmatica. Rigetta completamente il destino, credenza superstiziosa e indegna di un comunista, e rivive, spinto dalle domande maliziose del giornalista, il lungo astio con Trotskij, che si risolse con la sua espulsione dall’URSS nel 1929 (venne assassinato nell’agosto del 1940 in Messico dai sicari di Stalin, sei mesi dopo la pubblicazione di questo libro). Nell’intervista, tra l’altro, si scopre una segreta ammirazione del dittatore georgiano verso gli Stati Uniti, soprattutto per il loro approccio al lavoro ritenuto, a torto o ragione, sano ed efficiente. (Qui Stalin considera sane anche la mente e il fisico degli americani e in questa idea ricorda Céline).

Non voglio svelarvi altro, ma è un libro che merita.

Ludwig, Emil, Tre ritratti di dittatori: Hitler, Mussolini, Stalin, Verona, Gingko Edizioni, e-book, 2013 (prima edizione 1940).

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Fidel Castro e la Rivoluzione Cubana – Richard J. Samuelson

Brevissima introduzione alla figura di Fidel Castro e alla Rivoluzione cubana. Questo e-book in poco più di 80 pagine mostra i fatti più rilevanti della vita del Lìder Maximo. Nato nel 1926 e figlio di un possidente spagnolo semi analfabeta immigrato in Cuba, si ribella alla volontà paterna che lo voleva lavoratore nell’azienda e decide di studiare diventando avvocato. Svolge l’attività di avvocato per pochi e infruttuosi anni. Nel 1952  il generale Fulgencio Batista guida un colpo di stato militare e instaura un regime dittatoriale, con l’appoggio degli Stati Uniti. Castro decide di non restare inerte di fronte agli ultimi fatti e con un manipolo di uomini nel 1953 decide di assaltare la caserma del Moncada, un grande insediamento militare del Paese. L’assalto fallisce e la maggior parte dei suoi uomini rimangono uccisi. Lui stesso e i sopravvissuti vengono arrestati. Castro viene condannato a 15 anni di carcere ma, grazie all’amnistia di Batista, viene rilasciato nel 1955, dopo appena due anni. Quasi subito la scarcerazione decide di spostarsi in Messico, dove conosce Che Guevara, per continuare la lotta contro il dittatore cubano. Nel 1956 in 82 partono per Cuba, tra i quali troviamo il fratello di Castro, Raul, Che Guevara e Camilo Cienfuegos. In appena tre anni – con l’appoggio della maggior parte della popolazione –  riescono a sbaragliare il regime corrotto di Batista. Il 2 gennaio 1959 Che Guevara e Cienfuegos entrano all’Avana e Castro a Santiago. Batista nel frattempo è fuggito in Spagna in cui morirà nel 1973 da uomo libero.

La prima parte della Rivoluzione è conclusa. Adesso inizia la seconda e per molti versi più difficile prosieguo dell’azione rivoluzionaria. Il Lìder Maximo trova un Paese poverissimo, con tassi di analfabetismo di oltre l’80%, con un tasso di mortalità infantile tra i più alti dell’America latina e con disparità sociali oscene. Per prima cosa espropria il terreno della sua famiglia (azione che la madre non gli perdonerà mai), abbassa gli stipendi pubblici più alti, compresi giudici e politici, e inizia una grandissima campagna sanitaria e di alfabetizzazione, che porterà Cuba nel corso di alcuni anni a diventare il secondo Paese con meno analfabeti dell’intera America, dietro solo al Canada. Castro, che ancora non ha idee politiche ben precise e salde, decide di cercare, ottenendolo, l’appoggio dell’Unione Sovietica. Dopo la nazionalizzazione delle raffinerie americane presenti sull’isola, gli Usa decidono di adottare, nel 1960, l’embargo economico (che dura fino a oggi). Il Lìder Maximo, a capo del governo cubano, è costretto fin da subito a reprimere delle rivolte interne appoggiate e finanziate dagli Stati Uniti. Nel 1961, Kennedy appoggia il piano dell’invasione dell’isola utilizzando gli esuli cubani espatriati in Florida: sarà un totale fiasco e passerà alla storia come il disastro della Baia dei Porci. L’anno dopo si rischia addirittura la Terza guerra mondiale quando Krusciov vuole installare degli ordigni nucleari nell’isola caraibica. I militari americani rispondono accerchiando l’isola cubana cercando di intercettare le navi sovietiche con l’arsenale atomico. La tensione è altissima, ma alla fine una telefonata telefonica tra Krusciov e Kennedy scongiura l’irrimediabile. Nello stesso periodo gli americani preparano un piano di lotta psicologica per eliminare Castro chiamato Northwoods. Il piano viene respinto dal presidente però alcuni credono che lo schema sia stato adottato negli attentati del 2001 in territorio americano… (c’è una parte del piano nell’e-book da leggere con attenzione, infatti si prospetta, oltre ad attacchi simulati di comunisti in territorio americano, l’utilizzo di aerei telecomandati con bandiera americana da abbattere in territorio cubano, per giustificare un intervento militare diretto contro Cuba). Con il crollo del blocco comunista il leader cubano rimane orfano dell’unico grande alleato a cui fare affidamento. Nei primi anni ’90 Cuba diventa sempre più povera e isolata. Dopo il 1991, per sopravvivere, Cuba è costretta ad aprirsi al turismo e ad attuare alcune riforme interne sul piano economico. Castro di rivolge anche al Papa, che accoglie nel suo viaggio pastorale sull’isola nel 1998. Nel 2006 Castro rivela al mondo di essere malato di cancro e delega molti poteri al fratello Raul. Nel 2011 si dimette anche da Primo Segretario del partito. Nella sua lunga carriera politica ha raggiunto un record poco invidiabile: si dice che abbia subito oltre 600 tentativi di omicidio, quasi tutti orchestrati dalla CIA. Castro ha oggi 87 anni.

Nell’e-book si fa menzione dell’intervista fiume di Gianni Minà a Fidel Castro dl 2005, durata oltre 16 ore, in cui quest’ultimo parla a ruota libera di tutta la sua carriera politica e umana.

Qui un piccolo estratto:

Richard J. Samuelson, Fidel Castro e la Rivoluzione Cubana, LA CASE Books (2013)

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Politica Società Storia

Adriano Sofri e la lobby di Lotta Continua (di Marco Travaglio)

Ieri ricorreva il venticinquesimo anniversario dell’arresto del leader di Lotta Continua Adriano Sofri, per l’omicidio del commissario Calabresi, avvenuto nel 1973. Travaglio, nel 1997, pubblica – a puntate su il settimanale Il Borghese – le intercettazioni telefoniche che seguirono al suo arresto. Nelle intercettazioni troviamo nomi come Giuliano Ferrara, Enrico Deaglio, Claudio Martelli, Gianni De Michelis, Marco Boato tanti altri ancora, in una strana commistione tra politici, intellettuali, giornalisti e terroristi. Qual era il loro scopo? Influenzare e compiere pressioni più o meno velate verso politici e giornalisti in modo che Sofri ne uscisse come l’innocente vittima sacrificale del sistema giudiziario. L’importante era avviare un processo, oserei dire quasi di beatificazione, che influenzasse benignamente l’opinione pubblica nei riguardi dell’arrestato e che potesse nel contempo giustificare una campagna pubblica per la sua scarcerazione. In Parlamento si arrivò addirittura a firmare una petizione, chiaramente da persone interessate che avevano fatto parte di Lotta Continua tra il 1968-1976 e che adesso si erano riciclati chi nel partito socialista e chi altrove, in favore della completa estraneità ai fatti di Sofri. Eugenio Scalfari, allora direttore di Repubblica, scrisse degli articoli duri contro l’ex leader di Lotta Continua. Non si capisce come mai negli ultimi anni Adriano Sofri scriva periodicamente sullo stesso quotidiano, come se nulla fosse mai successo.

Il fatto accaduto fa riflettere molto sulla capacità di alcuni settori importanti della società, che in caso di necessità, sono pronti a scendere in guerra con armi più o meno lecite pur di proteggere uno dei loro. E l’episodio in sé la dice lunga sulle commistioni tra giornalismo, politica e purtroppo alcuni gruppi terroristi del nostro recente passato storico. I giornalisti, in aggiunta, hanno il grande potere di influenzare consistenti fette di opinione pubblica con articoli pre confezionati ad arte in base al personaggio.

Gli articoli in questioni si trovano qui sotto:

http://shanfara.blog.espresso.repubblica.it/natoil12dicembre/2007/06/la_lobby_di_lot.html

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Céline. Letteratura politica e antisemitismo – Francesco Germinario

Studio sistematico dei testi antisemiti e razzisti dell’autore e medico francese Louis-Ferdinand Céline (1894-1961). Bagatelle per un massacro e Scuola dei cadaveri, del 1937-1938,  vengono presi in considerazione e studiati dallo storico Germinario. Lo storico scava e cerca di portare alla luce l’idea di fondo del pensiero céliniano anche in opere apprezzate all’epoca dalla sinistra, come Viaggio al termine della notte (il più grande e riconosciuto capolavoro di Céline) e Morte a credito. Céline è stata una figura controversa e ambigua e ancora oggi molti studiosi si dividono tra chi lo condanna in toto e chi invece cerca di assolverlo, almeno in parte, dalle accuse di convinto antisemita e razzista.

Mentre Viaggio al termine della notte (1932) era stato accolto dagli intellettuali di sinistra come una grande critica al sistema capitalista, in cui la denuncia dell’estrema povertà e alienazione delle classi disagiate delle periferie era evidente; Germinario invece riscontra già allora i primi germi di razzismo e antisemitismo striscianti. Céline come medico aveva operato nella periferia parigina e questa esperienza l’aveva messo di fronte alla sofferenza umana dei miserabili, degli ultimi. Ma tra il 1937 e 1938 le sue idee diventavano sempre più radicali e intrise di odio contro l’elemento ebraico tout court.

Bagatelle per un massacro, in Italia tradotto da Guanda e messo fuori commercio nel 1982, è un pamphlet antisemita in cui a più riprese si incolpano gli ebrei di tutti i mali del mondo e della decadenza occidentale. Lo stesso, e forse ancora più virulento, si può dire della Scuola dei cadaveri. L’idea di fondo, che Céline manterrà anche dopo l’occupazione nazista della Francia (1940), è che gli ebrei vanno eliminati e isolati dalla società francese, che la Francia debba allearsi con le altre nazioni ariane dell’Europa contro gli ebrei, i neri e il comunismo staliniano. Nel fare ciò non risparmia critiche durissime all’estrema destra francese, quella di Charles Maurras soprattutto, accusata di fare solo chiacchiere e di simpatizzare in fondo con gli ebrei. Il medico francese auspica una forte alleanza della Francia con la Germania e l’Italia, in funzione antidemocratica e ariana. Si aspetta una presa di coscienza sovranazionale dell’estrema destra francese, finora ancorata a un sorpassato sentimento anti tedesco.

Durante l’occupazione nazista, Céline scrive vari articoli a favore del governo collaborazionista di Vichy, con al comando il maresciallo Pétain, e un pamphlet del 1941 chiamato Bella rogna in cui le sue idee politiche e razziali vengono condensate con forti accenti anticomunisti. Nemmeno il governo di Vichy si salva dalle critiche più pesanti, accusato di essere troppo morbido con gli ebrei e di cercare di conservare il vecchio sistema di partiti, ormai secondo lui completamente obsoleto e inutile. Il governo di Vichy non contento delle critiche esposte nello scritto, lo mette al bando, considerandolo troppo filo nazista. E’ interessante, a questo proposito, mettere in evidenza l’estremismo raggiunto dallo scrittore francese riprendendo uno stralcio dal Diario di Ernest Jünker, del dicembre 1941, ripreso nelle note del libro:

Nel pomeriggio all’Istituto germanico, Rue Saint-Dominique. Fra gli altri c’era Merline, [Céline] grande, ossuto, forte, un po’ goffo, vivace nella discussione, anzi nel monologo. […]. E’ sorpreso, urtato di sentire che noi soldati non fuciliamo, non impicchiamo e non sterminiamo gli ebrei; sorpreso che qualcuno, avendo una baionetta a disposizione, non ne faccia un uso illimitato. “Se i bolscevichi fossero a Parigi vi darebbero un esempio, vi mostrerebbero come si pettina la popolazione, quartiere per quartiere, casa per casa. Se avessi io la baionetta saprei cosa farne”.

Céline, dopo la disfatta, seguirà le truppe naziste in ritirata verso la Germania. Poi andrà in Danimarca e vi resterà fino al 1951. Dopo tale data e l’amnistia per i collaborazionisti francesi (la Francia aveva più volte chiesto alla Danimarca di consegnargli lo scrittore perché voleva processarlo per collaborazionismo con i nazisti), rientrerà a Parigi continuando a fare il medico e lo scrittore. Muore nel 1961.

Francesco Germinario, Céline. Letteratura politica e antisemitismo, UTET (2011)