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Carmelo Bene, Gilles Deleuze – Sovrapposizioni

Nel libro edito da Quodlibet si ritrovano un saggio del filosofo francese Gilles Deleuze sul teatro di Carmelo Bene, la risposta di Carmelo Bene a Deleuze, il testo di Riccardo III di Carmelo Bene e infine le foto di Carmelo Bene e dei suoi attori e attrici al Teatro Bonci di Cesena scattate nel dicembre del 1977. Qui voglio concentrarmi quasi esclusivamente sul saggio di Deleuze, che ritengo più illuminante sul lavoro di Bene.

Cosa dice di interessante, a mio avviso, Gilles Deleuze sul teatro di Carmelo Bene? Nel saggio Un manifesto di meno scrive che il suo teatro è un teatro della sottrazione, è un qualcosa che amputa, taglia, sottrae, come fa CB (cioè Carmelo Bene) nell’opera Un Amleto di meno. Nel riprendere Riccardo III Deleuze fa notare che Bene amputa tutto il sistema regale e principesco e lascia intatto solo Riccardo III e le donne. Le donne che hanno rapporti di guerra in proprio, come scrive Deleuze. Lo stesso continua con

Quando sceglie di amputare gli elementi del potere, egli cambia non soltanto la materia teatrale, ma anche la forma del teatro, che cessa d’essere “rappresentazione”, mentre l’attore cessa d’essere attore. Dà libero corso a un’altra materia e a un’altra forma teatrale, che non sarebbero state possibili senza questa sottrazione.

Secondo Deleuze Carmelo Bene appartiene agli autori minori perché si pone fuori da tempo, perché non rappresenta il proprio periodo storico, come invece faceva Wolfang Goethe ai suoi tempi: Goethe era un tutt’uno con il suo periodo. Bene no. Egli è senz’avvenire e senza passato, ha solo un divenire, un mezzo, attraverso cui comunica con altri tempi, altri spazi. 

Il teatro di Bene è in definitiva umile, senza fronzoli per la testa, non si dà arie e non pretende di fare la rivoluzione; non è certo il teatro a cambiare il mondo, scrive sempre Deleuze. A Bene non interessa la rappresentazione dei conflitti, ma la presenza della variazione, come elemento più attivo, più aggressivo. Per Bene i ricchi e i poveri sono la medesima cosa: sono entrambi schiavi e l’artista non è altro che lo schiavo intellettuale. Qui mi sovviene in mente l’accusa rivolta da Julien Benda – nel suo libro La trahison des clercs (Il tradimento dei chierici), scritto nel 1927 – agli intellettuali, ormai venduti alla politica e alla propria nazione, invece che alla verità e allo spirito. Insomma l’intellettuale contemporaneo non è nient’altro che un dominato della classe dominante. Lo stesso si può dire dell’artista, dei ricchi e dei poveri. La schiavitù ci accumuna tutti, nessuno escluso. Non è la storia né tantomeno il fantomatico popolo a farci varcare la frontiera, perché è il popolo che manca, come scrive Deleuze riprendendo la frase di CB.

 

Bene, Carmelo, Gilles, Deleuze, Sovrapposizioni, Macerata, Quodlibet, 2016, pp.126.

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Carmelo Bene – Poesia di Majakovskij (All’amato me stesso)

Nel 1990 Carmelo Bene si trasferì in terra di Russia, a Mosca. Vi rimase tre anni ed ottenne un grande successo, nonostante “recitasse” solo in lingua italiana. Questa è la dimostrazione che il genio è apprezzato ovunque e, come diceva Bene, non comprendere la lingua non è affatto un ostacolo. Io stesso ho constatato la verità di questa affermazione.

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Vita di Carmelo Bene – Giancarlo Dotto, Carmelo Bene

In questo libro intervista, pubblicato nel 1997, Carmelo Bene ripercorre 60 anni di vita vissuta senza limiti e freni. Nulla ha fermato il genio di CB: alcol, droghe, infarti, operazioni, ernie, donne, figli. Nulla. Sempre avanti, alla ricerca di un teatro nuovo, sperimentale e in perenne divenire. Dal “Laboratorio” di Trastevere degli anni ’60 al trasferimento a Mosca nel 1990, Bene non ha mai rinunciato a cercare nuove vie all’approccio di “attore”, regista, fonico e scrittore. Molto severo con gli altri non perdonava nulla a se stesso. Poneva l’asticella sempre un po’ più  in alto. Stimato da Pasolini, Flaiano, Deleuze, Foucault e Pertini, CB ha avuto rapporti con tutta la comunità intellettuale che contava, italiana e successivamente francese, per almeno tre decenni. Deleuze, in particolare, ha scritto vari libri sulla macchina attoriale e sul modo di muoversi in scena di Bene.

Geniale e scandaloso, chiaro e confuso, apollineo e dionisiaco, umano nella sua solitudine e disumano in tutto il resto. Tanti significanti in una sola persona. Carmelo Bene ha vissuto pericolosamente, bruciando, senza mai fermarsi, l’inesauribile energia che risiedeva nel suo intelletto.

Bene ha imparato di più in due settimane al manicomio che in 60 anni in mezzo agli “zombi”, come li chiamava lui.

È morto nel 2002 all’età di 65 anni (e ancora oggi il vuoto lasciato dalla sua morte non è stato colmato da nessuno).

Carmelo Bene, Giancarlo Dotto, Vita di Carmelo Bene, Bompiani (1997)

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Diario di un fallito socialmente utile

Maggio, un lurido e derelitto mese di maggio. A cosa servono i mesi, le stagioni, gli anni se non cambia mai nulla nella mia vita? Come posso eludere la mia impazienza e depressione? Ogni cosa intorno a me è decadente e pure la gente continua ad essere così cieca della propria decadenza e falsità. Si può crollare ed è essere felici? Evidentemente sì, guardando la felice autodistruzione in cui sfracellano tante persone. Mattina dopo mattina il mio impegno è scosso e urtato dall’imperizia meschina dei miei pensieri. Il pomeriggio non migliora la situazione, ma mi fa cadere in uno stato di prostrazione e alienazione primigenia, nuova, eppure non confuse con idee di autocastrazione. I libri guariranno in parte la mia sventura. La parte rimanente sarà data in pasto ai pensieri, pericolosi e per nulla consolatori. Ma dopo tutto a cosa serve la consolazione, se non a consolare animi deboli e sfatti. Non mi reputo un debole e nel mio fallimento personale non voglio trascinare ognuno di voi, assolutamente non voglio farlo. Voglio, o forse vorrei, essere imparziale e conscio che il mondo può essere annullato, ribaltato e rifatto. Dopo la vita non c’è nulla, di questo sono sicuro e mi dà la tranquillità necessaria per affrontare le ore e i minuti come se fossero eterni, finiti nell’eterno divenire, nell’incommensurabile nulla della morte.

Le piante si piegano al sole, cercano ardentemente i raggi solari, si nutrono di ciò e crescono prosperose, ignorando la presenza umana. Il problema è che noi non ignoriamo la nostra, di presenza. Umani indaffarati a farsi le scarpe a vicenda, persone che lucrano uccidendo altre persone, sotto la luce del sole e pienamente protetti dalla legge. Sì, le leggi che i ricchi hanno fatto per proteggere se stessi dagli altri, dal popolino, dal rozzo e pericoloso popolo. Come non restare esterrefatti di fronte a tanta brutalità così ben studiata e giustificata. Io cosa c’entro con tutto ciò? Qual è la mia parte di guadagno?

La società, gli altri, sempre qualcun altro è responsabile delle nostre sventure, quasi nessuno è capace di assumersi le proprie responsabilità e di auto condannarsi. Costa troppa fatica. Eppure il fallimento, qualsiasi fallimento, ha una buona dose di cercate sventure, di sbagli grossolani, di imperizia e di mancanza di sufficienti conoscenze acquisite. Forse nemmeno acquistando le giuste conoscenze si possono evitare i tracolli. L’uomo è un tracollo. L’insita natura umana è soggetta al deperimento fisico e spesso mentale. L’ignoranza fa il resto.

I limoni crescono prosperosi sull’albero, le rondini descrivono scie nell’aria, il gatto gioca spensierato, ma l’uomo soffre, pensa e si cruccia che le cose non siano andate in un certo verso rispetto ad un altro. Io non faccio eccezione. Mi sono spesso azzoppato da solo, senza la cattiveria di qualche barbaro crudele. All’età di otto anni, o giù di lì, non ho voluto più iscrivermi alla squadra di calcio perché spossato dall’attesa che qualcuno mi iscrivesse a tale società calcistica. Attenzione: di questo abbiamo bisogno nella vita. Quando manca anche tutto il resto scema, si perde l’interesse e l’entusiasmo per le cose e le persone. Quanti bambini sono stati stroncati dai maestri e dai professori, così come dai genitori?

Il denaro non dà sollievo, ma un motivo in più per temere il prossimo, il nemico negli occhi del vicino. Il vicino polemico e rancoroso che peggiora il mio stato d’animo: fa trasalire in me istinti pensati sopiti, seppelliti per sempre. E non sono istinti positivi. La modernità ci richiede una buona dose di astuzia e cinismo, di progresso nell’istinto edonista del singolo, tralasciando gli ammalati, veri o immaginari. Generose donne prosperose, specialmente americane, attraevano Céline, perché vedeva in loro la ricchezza e la gioia di vivere di una società benestante e sviluppata; io, invece, non vedo niente altro che libidine e purulente piaghe nascoste, ben nascoste negli anfratti delle periferie del mondo, nel servilismo della domestica, nell’accozzaglia degli intellettuali che scrivono sui giornali, nell’immondo dimenare degli arrivisti di tutte le specie e di tutte le risme. A loro mi appello e a loro chiedo che si facciano da parte, che lascino il campo libero a chi è davvero meritevole, a chi ha sacrificato la propria esistenza in opere degne e giuste. Da chi sarebbe impalato oggi Gesù, se mai tornasse sulla Terra? Dagli stessi che lo fecero due mila anni fa. Nessuno si faccia illusioni. Chi sta in alto tende a conservare ciò che ha conquistato, soprattutto se conquistato con la violenza e la falsità. Io, povero derelitto umano, mi pongo nell’estremo opposto, nel gorgo inspirituale dove cadono gli esclusi, i finiti, i disprezzati anonimi che io stesso disprezzo. Il cappone colpisce l’altro cappone di sventura, non solidarizza con lui, ma lo colpisce con rabbia e odio. Ecco, così sono molti uomini. Il fallimento del singolo viene vomitato sulla collettività: se io sono perduto anche voi lo sarete; che seppelliscano gli schiavi con il re!

Giugno, finalmente inizia l’estate. Mi chiedo che tipo di estate sarà la mia. Dolore e rabbia non mi abbandonano, mi lasciano con l’amaro in bocca, mi avvelenano la vita e in compenso mi danno la possibilità di trovare una via di uscita, consona o non consona, ma chi se ne importa. Pensieri corrono veloci nel mio cervello, cerco di pensare ai problemi del mondo e delle altre persone. Tutto pur di evitare di pensare alla mia gogna. Vorrei essere un gatto, tranquillo e giocherellone, astuto e bonario, dormiglione e iperattivo, invece sono semplicemente una larva, neanche di insetto ma di natura umana, la peggiore, la più vomitevole di tutte. Un altro giorno è passato invano, alla ricerca di un lavoro che nessuno vuole darmi (chissà, forse per fortuna). C’è la crisi, certo, ma anche la mia personale sventura non mi abbandona, mai. Nei lunghi anni della mia adolescenza – infiniti e scombussolati – non pensai alla vita come conquista famelica e non ebbi l’impressione che tutto fosse così terribilmente difficile e competitivo. Anzi, ero felice e soddisfatto perché vivevo nell’ignoranza più vera e assoluta. Ignoranza nel senso non culturale del termine, ma della vita non ancora assaporata e capita. La cultura non sempre accorre a salvare le persone, spesso è un fardello da portare, pesante e ingombrante come solo alcune cose sanno esserlo. Chi crede di essere troppo intelligente spesso impazzisce o si uccide, mentre i mediocri continuano a vivere le loro scialbe vite, immuni da deliri di onnipotenza. Cosa è meglio essere?

Bella la società civile che ci siamo costruiti, come è facile illudere le persone di essere libere ed emancipate. Poveri stolti. Sono convinti di trovarsi nel migliore dei mondi possibili, mentre non capiscono che la puzza e la sporcizia vengono nascoste bene nei depuratori delle fogne, lontani dalla vista dei cittadini, troppo sensibili e civili per sopportare la vista dei propri escrementi, del proprio lezzo. L’importante è non portare alla luce, nascondere, fare finta che il problema non esista purché si continui a dire che non si era al corrente del problema. Cari, carissimi signori, non coprirete con la vostra biliosa ironia di ridicolo e disprezzo tutto ciò che c’è di buono su questa Terra. Una risata non seppellirà proprio un bel niente. Il vostro disprezzo sarà rivolto verso le vostre squallide persone e il pubblico ludibrio si ritorcerà contro di voi.

Luglio è un mese di attesa, di sognate vacanze aspettate tutte un anno. A me cosa importa dato che non farò né vacanze né nulla di nulla? Niente. Starò a casa e nel frattempo cerco di mantenere la calma, sì, quella calma necessaria e benefica ai miei strapazzati nervi. Ho messo a dura prova le mie sinapsi e tutti i miei neuroni non se la passano meglio. Quanti ne ho bruciati in anni di bevute e falsi divertimenti, in quelle ore chiamate svago: tempo libero buttato al macero, stessa fine dei quotidiani stampati. I quotidiani escono ogni santo giorno, ma perché devono farlo? Perché devono scrivere cose che non hanno attinenza con la realtà, perché devono informare i fatti e non sui fatti? Carmelo Bene insegna. Riprendiamo la nostra lugubre cronaca di vita. Ho l’impressione di vivere in mezzo a una società frantumata in spasmi concentrici, ma non riesco a trovare il punto d’interconnessione. Frantumato in tanti atomi bolliti non riesco a separarmi dal centro che pure non individuo. Torno al punto di partenza senza accorgermi che il tempo non lascia tregua, non perdona e non rimargina niente. Annoiato e fiaccato lancio piccoli segni di sfida alla vita, alla società, all’universo, però rimango ignorato. Forse il destino di un fallito è proprio questo, restare ignorato e invisibile ai più, come se non bastasse già l’umiliazione di dover vivere con niente, senza risorse proprie e in balia dei marosi abbastanza potenti da sballottarti da una parte e l’altra. Resisti, resisti ai marosi e al benessere cieco e opulento che ignora gli individui come te. Non essere fiacco e non dargliela vinta. Questo è quello che vogliono, loro, quelli là fuori.

E’ caldo e non faccio che sudare, i giorni di luglio sono terrificanti nella Pianura Padana. Zanzare ronzano intorno ai miei piedi mentre dormo e non mi lasciano riposare di quel riposo di cui tanto avrei bisogno. La mattina è uno shock alzarsi dal letto. La stanchezza prende i muscoli e non li molla un secondo. Mi fa male tutto il corpo e ho l’impressione che da questa stanza non riuscirò mai a uscire.

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Carmelo Bene – di M. Giusti e P. Luciani

Documentario Rai del 1999, chiamato Bravo Bene, dedicato al grande attore e regista di teatro e cinema. Un genio assoluto che è riduttivo definire solo attore e regista, perché Carmelo Bene è stato molto altro ancora: una fulgida e travolgente apparizione del qui presente assente CB. Purtroppo è scomparso a soli 65 anni, nel 2002.

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Poesia

Carmelo Bene – VI canto del Purgatorio, Dante

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Filosofia Teatro

Carmelo Bene a Mixer cultura, 1988

Puntata indimenticabile di Mixer cultura con il grande Carmelo Bene. Posto questo video, ma andrebbero visti tutti gli altri.

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Arte Curiosità varie Filosofia Libri Società

Daniel Farson – Francis Bacon

Quando sarò morto, mettetemi in un sacco di plastica e gettatemi nella fogna

Francis Bacon

 

Francis Bacon nasce a Dublino nel 1909 da genitori inglesi. L’infanzia di Bacon a Dublino, per quanto agiata, non è delle più facili. Si ritrova a vivere con due genitori sostanzialmente freddi e distaccati, ma nonostante ciò sviluppa un affetto sentito verso la madre. Giovanissimo lascia l’Irlanda per Londra, dove si arrabatta con mestieri di qualsiasi tipo. Il padre, all’età di 18 anni, lo affida a un amico di famiglia affinché ne faccia un uomo. Siamo nel 1927. L’amico porta Bacon con sé a Berlino, nella Germania in crisi e a pezzi di Weimar, e subito dopo approdano prima a Monaco e poi a Parigi. A Parigi Bacon vede dei quadri di Picasso, colpito e ammirato, decide di iniziare a dipingere. Dopo qualche anno passato nella capitale francese torna a Londra.

Des Moines Art Center – Des Moines, Iowa

Daniel Farson, grande amico dell’artista, descrive molto bene la vita di Bacon e degli altri artisti londinesi nei bassifondi della città. Il quartiere di Soho, con tutti i suoi pub e club, diventa il fulcro di Bacon e compagni. Tra gli anni Quaranta, Cinquanta, Sessanta e anche oltre il French Pub, il Wheeler (ristorante) e il Colony Club vengono frequentati assiduamente da Bacon. Anche altri locali della zona e non solo vengono frequentati. In questo periodo l’artista si divide in gozzoviglie e avventure omosessuali, ma questo non gli impedisce di creare grandi opere, come per esempio: Studio dal ritratto di Innocenzo X, Head c. 1949, Crucifixion, solo per citarne alcuni. Inizialmente i suoi quadri sono considerati mostruosi, disfattisti, pessimisti e violenti. Il Primo ministro inglese di allora Margaret Thatcher disse di lui: Un uomo orrendo che dipinge quadri orribili. Ma Bacon non se ne preoccupava, perché preferiva gli insulti agli elogi.

Collezione privata

I suoi quadri, dopo qualche tempo, vengono notati e acquistano sempre più valore, come la statura dell’artista. Ma la sua vita sentimentale-sessuale è sempre più travagliata e segnata da lutti: un suo amante-amico-nemico, Peter Lacy, muore a Tangeri, in Marocco, alla fine degli anni Cinquanta (in quegli anni Tangeri era diventata una meta molto frequentata da artisti omosessuali e non solo. Non mancavano Truman Capote, Gore Vidal, William S. Burroughs, Christopher Isherwood e Paul Bowles, che addirittura vi morì); nel 1972, un altro amante di Bacon, George Dyer, si toglie la vita a Parigi durante una presentazione dei suoi quadri.

Il suo ultimo amante è uno spagnolo di nome Louis Capello, tuttavia la persona più importante della sua vita è stata John Edwards, un ragazzo che aveva quarant’anni meno di lui e completamente analfabeta e a cui Bacon lascia tutto dopo la sua morte. Edwards muore nel 2003, in Thailandia, a soli 53 anni.

Nel 1992, Bacon parte da Londra per raggiungere Madrid. Vuole incontrare il suo amante -compagno Capello. Nella capitale spagnola si ammala di polmonite. La polmonite legata alla sua forte asma, problema che si trascina da tempo, lo porta alla morte una settimana dopo in ospedale, dove nel frattempo era stato ricoverato. Muore completamente solo.

Da questo libro traspare una figura complessa e difficile da decifrare, come spesso capita a tanti grandi artisti. Carmelo Bene amava dire sempre che l’arte deve essere incomunicabile, indecifrabile; deve trovarsi a un livello superiore in cui nulla va spiegato.

 

Farson, Daniel, Francis Bacon. Una vita dorata nei bassifondi, Monza, Johan&Levi, 2011.