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Piero Tony – Io non posso tacere. Confessioni di un giudice di sinistra

È proprio di questi giorni la notizia secondo la quale il proiettile ritrovato nel 1992 nell’orto di Pietro Pacciani fu in realtà manipolato. A dirlo è una recente perizia balistica del perito della Procura di Firenze svolta da Paride Minervini. Perché scrivo questo appunto? Perché Piero Tony fu il procuratore generale che nel 1996 chiese l’assoluzione in appello di Pacciani e perché più volte egli parlò della quasi inesistenza di prove contro di lui e parlò, anche recentemente, di una possibile manipolazione della prova del proiettile (rifacendosi alla sentenza di assoluzione del processo). La sua requisitoria durò cinque ore, divise in due udienze. Il procuratore generale Tony ebbe l’ardire, cosa rarissima se non unica in Italia, di dire che Pacciani andava assolto perché le prove a suo carico erano debolissime e che non bisognasse per forza trovare un colpevole per accontentare l’opinione pubblica e le famiglie delle vittime. Insomma, non si può condannare una persona per una sensazione del magistrato (e qui mi vengono in mente le parole del procuratore di Firenze dell’epoca Pier Luigi Vigna, che disse, quando incrociò la storia di Pacciani tra i possibili papabili ad essere il mostro, di avere avuto una scossa). Ci vogliono prove, prove certe e circostanziate, perché nessuno si può permettere di giocare con la vita delle persone, per quanto ripugnanti e riprovevoli possano essere le loro azioni. Un curriculum da criminale non può improvvisamente trasformare un uomo nel mostro di Firenze o in quello di Udine. Per quella requisitoria, il giorno dopo, il procuratore Tony ebbe il plauso di Indro Montanelli sulla prima pagina del Corriere della Sera.

Ho fatto questa introduzione al libro per dare l’idea di chi sia questo magistrato. Un uomo che è andato in pensione due anni prima per scrivere liberamente dei mali che attanagliano la magistratura odierna. Un magistrato con quarantacinque anni di lavoro alle spalle, divise tra Milano, Venezia, Firenze e Prato. Un uomo che ha deciso di dire basta, di dire che avanti così non si può andare. Troppi processi mediatici, troppi magistrati invischiati nella politica attiva, troppi magistrati passati in politica con nonchalance, troppe correnti all’interno della magistratura, troppi processi pilotati e sospetti e infine, in taluni casi, troppa voglia di ribalta mediatica di alcuni magistrati. La magistratura, continua il magistrato Piero Tony, mette bocca su tutto, decide con superficialità su qualsiasi tema, spesso facendosi trasportare dagli umori dell’opinione pubblica, spesso strizzando l’occhio a una parte politica ben precisa, spesso cadendo nella propria autoreferenzialità. E questo succede soprattutto tra i magistrati di sinistra, da cui lui stesso proviene. La magistratura ha svolto e sta svolgendo un ruolo di supplenza rispetto alla politica, a volte confondendosi con essa e altre volte persino scavalcandola. Non ha più limiti né recinti. Tutto le è lecito e quasi nessuno si permette di contestarle questo potere, di cui si è autoarrogata. I politici di sinistra non fanno nulla per cambiare questo paradigma, anzi rinforzano questo potere identificandosi totalmente con esso. Forse, aggiungo io, questa alleanza si è stretta ancor più con l’avvento di Silvio Berlusconi sulla scena politica italiana. I continui attacchi di Berlusconi alla magistratura, che lo stesso Piero Tony riconosce essere stato particolarmente bersagliato,  hanno stretto in una morsa di ferro la sinistra con l’apparato giudiziario. Sorvolo su tutti quei casi di magistrati – che Tony non nomina mai per nome, ma che risulta molto facile individuare – che, tolta la toga, sono entrati in politica, in partiti quasi esclusivamente di sinistra, e in taluni casi hanno fondato dei partiti politici autonomi (i nomi li faccio io: Antonio Di Pietro e Antonio Ingroia). Per non parlare della lentenza snervante e assurda dei processi in Italia, della mancanza di sanzioni per un magistrato che commette un grave errore giudiziario (a cui la magistratura si oppone strenuamente), dello smisurato potere del pm, della contiguità troppo stretta tra lo stesso pm e il giudice che dovrebbe giudicare un imputato; della facilità con cui un magistrato può distruggere, o minare seriamente, la vita e la reputazione di un cittadino con un semplice avviso di garanzia, delle intercettazioni selvagge e fuori tema rispetto all’indagine svolta, le quali vengono poi divulgate e pubblicate sui giornali, soprattutto se la persona è ricca e famosa, della connivenza troppo stretta tra alcuni giornalisti e magistrati, delle carceri italiane sovrappopolate (sono oltre sessantacinquemila i detenuti a fronte di una capacità di ospitarli che non va oltre le quarantamila e di cui un terzo in attesa di giudizio), e così di seguito. Gli argomenti e le critiche che il magistrato Tony fa alla magistratura sono concise e innumerevoli.

 

Tony, Piero, Io non posso tacere. Confessioni di un giudice di sinistra, Torino, Einaudi, 2015, pp. 125.

 

 

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La politica ignora la maggioranza silente e impoverita

Secondo le ultime stime in Italia ci sono dodici milioni di poveri, eppure la nostra classe dirigente si comporta come se nulla fosse. Ogni giorno assistiamo a lunghi piagnistei di politici, con grandissime responsabilità, sulla situazione delle carceri, degli immigrati clandestini, degli omosessuali e così di seguito. Sempre e comunque minoranze insignificanti. Non c’è ombra di dubbio che esistano problemi legati all’immigrazione clandestina, con gli ultimi sviluppi tragici, alla vita dentro le carceri italiane, sempre sovraffollate e invivibili, ma tutto ciò non può essere una scusa per non parlare dei milioni di italiani che arrivano a stento a metà del mese; spesso costretti a pagare interessi altissimi a Equitalia e banche, per debiti contratti in precedenza.

Trovo offensivo che il nostro primo ministro chieda scusa per la morte degli immigrati al largo della Sicilia. Che colpa ne ha l’Italia? Chi ha dato fuoco alla barca? La responsabilità è solo della Bossi-Fini? Io non credo. La responsabilità della tragedia è della situazione instabile che l’Europa, in primis Francia e Gran Bretagna, ha creato in Libia, con l’attacco folle del 2011, e con la guerra studiata a tavolino per rovesciare Assad in Siria. L’occidente ha finanziato e continua a finanziare queste guerre, ma nessuno ha il coraggio di dirlo. L’Europa non ha mai voluto aiutare l’Italia a risolvere o cercare di tamponare il problema dei clandestini e noi ci troviamo soli a combattere un problema più grande di noi. Si raccolgono firme per abolire la Bossi-Fini, ma per sostituirla con che cosa? Vogliamo rendere l’Italia un Paese in cui chiunque può venire liberamente, come suggeriscono alcune esternazioni folli di Boldrini, Kyenge e di qualche altro idealista che ha perso il contatto con la realtà? Vogliono trasformare l’Italia in un gigantesco ring sanguinoso, in cui i poveri si ammazzeranno tra loro? È quello che succederà se alcune proposte estreme passeranno in parlamento.

Anche l’uscita del presidente Napolitano mi ha lasciato interdetto: perché parlare di indulto proprio in questo momento? (Per salvare Berlusconi?). Napolitano non si rende conto che diventa offensivo verso milioni di italiani quando parla delle carceri come di un problema primario e imprenscindibile. La metà dei carcerati in Italia hanno origini straniere, perché non rimpatriarne un tot per alleggerire le carceri? Guai a parlarne! Tabù, non si può dire. L’importante è distogliere l’attenzione dai problemi più gravi e, questi sì, imprenscindibili. L’economia italiana è ai minimi storici e alcuni milioni di persone hanno perso il lavoro negli ultimi anni. Ci troviamo con famiglie sul lastrico o addirittura costrette a vivere in mezzo alla strada, senza alcuna prospettiva di miglioramento o solo di speranza. A queste persone cosa dite?

Intanto aspettiamo l’approvazione della legge anti “omofobia”, che sicuramente porterà al matrimonio e all’adozione gay, senza la quale milioni di italiani non dormono la notte… Di questo si parla in Italia. Di questo parlano i nostri politici, compresi i deputati del M5s, coloro che avrebbero dovuto cambiare il modo di fare politica. Tutti a braccetto a votare cose che riguardano piccolissimi gruppi. Molti parlano di rivoluzione civile e culturale, come se una famiglia gay fosse un avanzamento della civiltà e non invece il prodotto di una società finita e incapace di guardare al futuro. La politica e ideologie decadenti non possono stravolgere la natura dell’essere umano e dell’ambiente, perché tutto prima o poi ci si ritorcerà contro. Questo non vale solo dal punto di vista ambientale, esperienza che già sperimentiamo, ma anche dal punto di vista umano. L’esempio francese è istruttivo in tale contesto: Hollande approvando i matrimoni gay e politiche guerrafondaie per motivi geopolitici, ha spinto il Front National al 40% dei consensi nell’ultima tornata elettorale nel sud della Francia. Questo è il pericolo che corriamo, se continueremo sulla strada del prestare attenzione solo alle piccole lobby ignorando l’urlo di sofferenza che si alza dal popolo.

Il Motor Show di Bologna chiude dopo 38 anni; la Telecom è finita in mani straniere (alla Telefonica spagnola che è strapiena di debiti!); probabilmente perderemo l’Alitalia; milioni di italiani vivono sotto la soglia di povertà e altrettanti sono a rischio di finirci: di questo dovrebbero scusarsi Letta e l’intera classe politica italiana.

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Lo sciopero della fame come arma contro la società

L’ennesima castroneria di Pannella, e accoliti radicali, va trasformandosi in evento mediatico: con Napolitano, e adesso anche Veronesi (purtroppo non nuovo a prese di posizioni discutibili) – dietro il carro del nulla. E’ possibile cercare di scavalcare la legge con uno sciopero della fame? E se domani cominciassimo tutti a fare lo stesso, per qualcosa in cui crediamo, cosa succederebbe? E’ legittimo? Vogliamo un’altra amnistia per tutti i reati? Un partito insignificante deve dettare l’agenda a uno Stato intero?

Questo è un puro atto di violenza che un uomo compie contro la società in cui vive, cercando di modificare gli eventi con un patetico sciopero della fame; per accattivarsi le simpatie altrui e di conseguenza modificarne le direttive in preda al sentimentalismo. Pannella è da una vita che ci ha abituati a questi atti ridicoli e privi di sostanza alcuna, perché senza di essi lui e i radicali non conterebbero nulla, sulla scena politica nazionale.

Se qualcuno cominciasse un identico sciopero, per tenere –  giustamente – i detenuti condannati in carcere, cosa accadrebbe?

Napolitano, in quanto Presidente della Repubblica, dovrebbe essere il primo a schierarsi contro comportamenti simili, infantili e diseducativi verso le nuove generazioni. I problemi non dovrebbero mai essere affrontati sotto la spinta sentimentale – soprattutto quelli legati alla giustizia – perché così spalanchiamo le porte al far west. Un’altra persona potrebbe sentirsi in diritto di farsi giustizia da sé, visto che lo Stato non adempie al suo dovere di fare rispettare le leggi, e quindi di tutelare i cittadini vittime di soprusi.

Questo è un campo minato, cari signori, e chi cavalca l’onda è peggio dell’onda stessa. Abbiamo già ridotto la giustizia in farsa, cosa vogliamo ancora? Ladri, stupratori e violenti per le nostre strade? Io no, grazie. So bene che la condizione delle nostre carceri è pessima, come so bene che esistono soprusi e violenze ingiustificate verso alcuni carcerati, ma non risolviamo il problema con un’amnistia, perché il problema carcerario si sposterebbe all’esterno, fatto ancora più grave, colpendo ognuno di noi.

Lo Stato si impegni a rendere le carceri più umane e utili, in modo da recuperare le persone che hanno sbagliato, ma non deve adottare la strada più semplice e priva di responsabilità.

Il Diritto e la Legge sono più importanti della volontà (deleteria) di un singolo.