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Henrik Stangerup – L’uomo che voleva essere colpevole

Un mondo utopico può trasformarsi in distopico? Una società nella quale non esiste più il concetto di colpa, e nella quale le parole vengono modificate e alterate in funzione del potere e di un’ideologia unica e metafisica a cui tutti, come automi, devono ubbidire senza il diritto di criticarla, può essere considerata una società migliore?

Il protagonista del libro Torben, scrittore, non può essere incolpato della morte della moglie, che lui ha ucciso con le sue stesse mani, perché il concetto di colpa non esiste più, è stato eliminato dal linguaggio ufficiale. Sono stati gli eventi, le condizioni psico-sociali, a portarlo all’esasperazione e quindi all’omicidio. Non basta ed è inutile che Torben cerchi in tutti i modi di farsi riconoscere come un assassino, come un violento e un reietto, no, per loro egli è semplicemente un uomo senza macchia e per confortare la loro tesi sono pronti a mentire e a modificare la dinamica degli eventi. Questa società utopica-distopica si trova in Danimarca, si trova in quella Scandinavia in cui tutto funziona e nella quale le differenze, di qualsiasi tipo, sono state annullate, rendendo le persone tutte uguali e con le stesse motivazioni e pensieri. Tutto sembra armonioso e la stessa lingua, purificata dai termini sgradevoli, abbraccia l’eufemismo come prova certa di progresso e giustizia. L’individuo è schiacciato e il libero arbitrio distrutto: come può esserci la scelta individuale se il concetto di colpa è stato abolito? Se qualsiasi cosa tu faccia verrà sempre giustificato e minimizzato, fino a sparire? Se l’individuo è diventato semplicemente un numero che ripete le stesse identiche azioni di altre milioni di persone?

L’individuo è morto, schiacciato e assorbito dalla massa uniforme e automatizzata. Come scrive Anthony Burgess nella postfazione, Torben vuole semplicemente essere un uomo.

 

Stangerup, Henrik, L’uomo che voleva essere colpevole, Milano, Iperborea, 2017, pp.176.