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Milano – Targa commemorativa dove nacque Carlo Emilio Gadda

A Milano, per chi sa guardare, si può incontrare la targa commemorativa per ricordare il luogo in cui nacque il grande scrittore Carlo Emilio Gadda.  L’autore de “L’Adalgisa”, de “Quer pasticciaccio brutto de via Merulana” e de “La cognizione del dolore”, nacque a un tiro di schioppo dalla casa di Alessandro Manzoni, che egli amava profondamente. Come riporta Pietro Citati nella prefazione de “Quer pasticciaccio”, sembra che Gadda avesse letto “I promessi sposi” per ben dieci volte, tra i nove e i sedici anni. Lo stesso Citati, allora giovane letterato, frequentò Gadda, nella sua casa di Roma, negli ultimi anni della sua vita. Negli ultimi tempi, Gadda amava che gli si leggesse “I promessi sposi”. Molto malato, bloccato ormai a letto, Citati e altre due persone si alternavano al suo capezzale per leggergli il suo amato libro. E quella fu anche l’ultima volta in cui lo si vide ridere, il giorno prima che ci lasciasse: “Allora pensai che la letteratura è davvero una cosa bellissima, se conserva la vita come la vita non riesce a conservarsi, e se fa ridere di gioia in punto di morte”, come scrive Pietro Citati.  

 

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Arte Libri Società Storia

Aleksandr Blok – Taccuini

In ogni opera d’arte (anche in una breve poesia) c’è più non-arte che arte. L’arte è simile al radio (quantità infinitesimali). È capace di rendere radioattiva qualsiasi cosa: la materia più pesante, la più rozza, la più naturale: le idee, le tendenze, le “esperienze”, i sentimenti, la vita quotidiana. Proprio ciò che è vivo e di conseguenza rozzo si presta a ricevere radiazioni, ciò che è morto invece non si può illuminare.

Aleksandr Blok

 

Il presente libro raccoglie parte dei taccuini che Aleksandr Blok, grande poeta e scrittore, tenne nel periodo che va dal 1901 al 1920. Bisogna subito dire che molte parti dei taccuini sono stati epurati nell’edizione sovietica del 1965, edizione da cui si rifà il presente lavoro. A sua volta i curatori del presente lavoro hanno eliminato parti delle note di Blok non ritenute necessarie alla comprensione e alla leggibilità del testo. Di conseguenza i Taccuini non rappresentano le intere note dell’autore, ma solo una parte, indirizzata e circoscritta. Mi sembrava doveroso fare questo breve preambolo. Andiamo al contenuto. 2C100546-7FE7-4A79-83E0-106EFCF58A4F

Nelle note riportate nel libro Blok cita molto spesso il suo grande e tormentato amore per Ljubov’ Dmitrievna Mendeleeva, figlia dell’inventore della tavola periodica Dmitrij Mendeleev. Conosciuta nella tenuta dei Mendeleev qualche anno prima, la sposò nel 1903, quando Blok aveva solo 23 anni e la Mendeleeva 22. È un amore burrascoso e costellato da tradimenti che nessuno dei due, a quanto pare, si risparmiò. A un certo punto sua moglie mise al mondo un figlio frutto di un’altra relazione, ma sopravvisse solo pochi giorni. Nonostante ciò il loro matrimonio durò l’intera e breve esistenza di Blok, fino al 1921 (morì a soli 41 anni). Comunque questo genere di rapporti tra marito e moglie fu piuttosto diffuso nell’intelligencija russa di quel periodo. Basti pensare ad Aleksandr Herzen, a Sergej Esenin, a Vladimir Majakovskij, ecc. Vite tormentate, creative e quasi sempre brevi.

Le note sono costellate di piccoli episodi quotidiani, di piccole e grandi ansie per il lavoro, i soldi, le donne incontrate, le critiche agli altri poeti e intellettuali della sua cerchia a San Pietroburgo, gli attacchi subiti sulle riviste di cultura, ai rapporti con la madre, isterica, oltre alla già citata Ljubov’. Non mancano le descrizioni dei vari viaggi che Blok fece in Italia, Germania, Francia e Spagna. Dalle sue parole non traspare un grande entusiasmo, ma piuttosto noia, insofferenza, e talora aperto disprezzo. L’aspetto depressivo delle note risalta in tutta la sua forza e ripetitività, ma qui e là, per chi sa vedere, si scorgono delle vere e proprie perle di poesia, delle metafore meravigliose, delle frasi illuminanti e fulminanti, delle profonde intuizioni sulla vita, sulla religione, sulla politica, sull’arte e la poesia. Solo per questo vale leggere il libro, stando ben attenti a scorgere e trovare queste perle disseminate tra i righi e talvolta dietro le stesse parole.

Concludo questa breve recensione parlando dell’esperienza che Blok ebbe nel maggio 1917, dopo la rivoluzione borghese del febbraio, nella quale venne nominato redattore capo dei verbali della Commissione straordinaria d’inchiesta sui crimini dei ministri e funzionari zaristi. Ebbe modo di interrogare molti ex funzionari, spie, agenti dei servizi segreti e politici collusi con il passato sistema zarista. Vide una società in disfacimento crollare, persone una volta potenti tremare di fronte agli interrogatori, ex spie balbettare parole senza senso, politici allontanare da sé qualsiasi responsabilità: uomini diventati relitti, ombre di quello che furono in poche settimane, se non addirittura giorni. E Blok di fronte a tutto quello sfacelo si ripeteva continuamente ricorda che non si deve giudicare nessuno. L’uomo è quell’essere presuntuoso e pieno di sé nei momenti di gloria, ma debole e fragile nei momenti bui. Aguzzino e vittima nello stesso tempo: di sé stesso, dei suoi tempi, della sua cultura.

Blok, Aleksandr, Taccuini, Milano, SE, 2014, pp. 199.

 

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Anonimo – Storia della tiara bianca

Come fece la tiara bianca ad arrivare da Roma fino a Novgorod, in Russia, passando da Costantinopoli? Ecco, in questo libro, scritto presumibilmente tra la fine del Quattrocento e l’inizio del Cinquecento, così come viene spiegato nell’introduzione di Alda Giambelluca Kossova, e a cui furono aggiunte delle parti nei decenni successivi, viene narrata l’origine della tiara bianca e la sua importanza per l’ortodossia russa e soprattutto per la città di Novgorod. Dopo Kiev, con cui aveva rivaleggiato per lungo tempo, fu la città più importante della vecchia Rus’ (prima dell’ascesa di Mosca). Infatti Mosca, fino al 1478, anno della conquista di Novgorod, restava ancora poco più di un grosso villaggio, costruito in legno, un borgo di commercianti e cacciatori e non poteva certo vantare l’antica storia della città appena conquistata. La Grande Novgorod, già Repubblica indipendente, privilegio che conserverà anche sotto la dominazione mongola dietro il pagamento di un tributo, era il vero cuore pulsante dell’ortodossia russa, almeno fino alla già citata conquista da parte di Mosca. Comunque qui non ci interessa tanto la storia della città, ma il racconto della tiara bianca. Di cosa si tratta?BA786A92-4627-4DEA-8301-366647B96CAA_1_201_a

Il libro narra la nascita e il viaggio avventuroso che ebbe il prezioso oggetto. La tiara bianca fu donata dall’imperatore Costantino, a seguito di una visione avuta da Dio, al papa Silvestro I, prima che l’imperatore stesso andasse a fondare la nuova città di Costantinopoli. Fu una specie di passaggio di consegne del potere temporale e una conferma dell’approvazione divina verso il papa. Riallacciandosi alla Donatio Constantini, sconfessata da Lorenzo Valla nel 1440, il racconto reinterpreta in chiave russa il privilegio, voluto da Dio, di considerare la città di Novgorod come il nuovo centro spirituale del mondo ortodosso russo. I papi venuti dopo Silvestro I, prosegue il racconto, erano ormai deviati e corrotti, guidati da Satana, e non più degni di possedere la tiara bianca come simbolo di potere e religiosità. I papi cercarono di distruggerla in tutti i modi ma Dio non lo permise e infatti fece approdare la tiara a Costantinopoli, per sottrarla ai deviati latini. Tuttavia anche questa città si fece corrompere dal maligno e venne punita con la conquista agarena (cioè saracena). Quindi Dio volle che l’oggetto tanto prezioso arrivasse a Novgorod, città devota e degna di tanto onore. La città santa nel custodire la tiara bianca lo faceva a nome di tutto il popolo russo, contrapponendosi dal punto di vista delle idee alle mire egemoniche di Mosca. Questa è in estrema sintesi il succo della storia.

È interessante sottolineare che i vescovi di Novgorod indossavano un copricapo candido, gli unici a farlo in Russia. Quindi, probabilmente, la storia nacque da questo dato di fatto storico. È una storia che vuole dimostrare soprattutto tre cose: la supremazia della religione ortodossa rispetto alla corrotta e deviata religione cattolica; la preminenza religiosa e storica di Novgorod rispetto a Mosca e a qualsiasi altra città russa; e infine la fiera indipendenza della città contro le mire assolutiste di Mosca. Purtroppo questa idea di indipendenza fu pagata a caro prezzo. Infatti nel 1570 Ivan IV il Terribile massacrò una parte della popolazione e il restante fu schiavizzata e resa inerte.

Anonimo, Storia della tiara bianca, Palermo, Sellerio Editore, 2000, pp. 85. 

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Raffaele Nigro, Giuseppe Lupo – Civiltà Appennino

Il libro scritto da Raffaele Nigro e Giuseppe Lupo ha uno sguardo antropologico, letterario e geografico sull’Appennino. I due studiosi sono entrambi lucani e mentre Nigro si concentra maggiormente sull’aspetto etnografico e agricolo dell’Appennino, con una particolare attenzione alla Basilicata e Calabria, Lupo, invece, apre squarci di luce sulla geografia e sulla letteratura che hanno contraddistinto questa catena montuosa. Leggendo il libro si scopre, per esempio, che il fenomeno del brigantaggio (o banditismo), storicamente, non ha riguardato solo il Sud, come la storiografia ufficiale continua a ripetere, ma ha toccato anche il Nord, nel caso specifico il Piemonte, durante l’occupazione napoleonica. Si scopre che esistono ancora delle comunità di lingua albanese nel massiccio del Pollino, tra la Basilicata e la Calabria. Queste comunità sono immigrate in Italia tra il XV e il XVI secolo, in fuga dai turchi, e hanno conservato a tutt’oggi la cultura arbëreschë, cioè albanese. Ci sono piccole comunità albanesi, oltre alle regioni già citate più sopra, in Sicilia, Puglia, Abruzzo, Lazio, Molise e in passato addirittura in Emilia Romagna, nel paese Pievetta Bosco Tosca, in provincia di Piacenza (ma cultura ed etnia oggi del tutto scomparse, ne rimane memoria solo negli archivi). E, addirittura, in alcuni borghi del foggiano si parla ancora il franco-provenzale, come nei paesi di Celle di San Vito e Faeto. Purtroppo, devo constatare, il libro dedica solo pochi righi alla comunità franco-provenzale. FC805270-EB02-49BC-B2E1-4C79C215B9DB_1_201_a

L’Appennino è un punto di incontro tra l’Ovest e l’Est, tra il Nord e il Sud, tra dialetti diversi, tra colture agricole millenarie, in cui gli scambi continui di merci e persone non si sono mai fermati. Ma è anche un luogo di fuga, dai nemici arabi e turchi del passato, dal consumismo e dall’inquinamento del presente e forse dalla crisi economica e ambientale del futuro. È una terra inquieta, come scrive Lupo, che attraversa tutta l’Italia da Nord a Sud e taglia in due la penisola tra Ovest ed Est. Non mancano nel libro le citazioni dei narratori dell’Appennino, come Gianni Celati, Sebastiano Vassalli e Franco Cassano. Mi fermo qui. È un piccolo ma grande libro.

 

Nigro, Raffaele, Lupo, Giuseppe, Civiltà Appennino. L’Italia in verticale tra identità e rappresentazioni, Roma, Donzelli Editore, 2020, pp. 140. 

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W. Somerset Maugham – In villa

Cosa succede nella sonnolenta e tranquilla Firenze di quasi ottanta anni fa? Come vive la piccola e benestante colonia inglese nella placida campagna toscana? E, soprattutto, cosa nasconde questa apparente calma e questo ameno paesaggio idilliaco?

W. Somerset Maugham scrisse questo breve romanzo nel 1940, mentre l’Italia si apprestava ad entrare in guerra. Certamente in un’Italia molto diversa da quella di oggi, ma dove forse la campagna toscana di allora non è cambiata poi così tanto. E forse il fattaccio di allora, avvenuto in una villa e nascosto da occhi indiscreti, non è troppo diverso, come dinamica della dissimulazione, da quello che inizierà una trentina di anni dopo, praticamente nella stessa zona, e che insanguinerà la campagna toscana per diciassette anni. Forse avrete intuito a cosa mi riferisco. Sì, proprio a lui, al mostro di Firenze. Azzardo un paragone forse esagerato, ma tra il romanzo di Maugham e le sue descrizioni di un mondo apparentemente irreprensibile e benestante e gli omicidi avvenuti tra il 1968 e il 1985 potrebbe esserci un filo conduttore. Non di tipo fattuale, perché le due vicende sono diverse tra loro, e la prima è circoscritta a un solo caso, ma di tipo ambientale e di possibile ispirazione: perché non è nemmeno da escludere che il mostro delle otto giovani coppiette abbia letto questo libro e chissà, forse si sarà ispirato ad esso (per esempio, per come farla franca; allontanando da sé tutte le prove compromettenti degli omicidi e restando nel contempo una persona rispettabile e al di sopra di ogni sospetto).

Negli ambienti più impensati si può nascondere il male, la noia dei ricchi può sviluppare un certo piacere sadico alle novità, di qualsiasi tipo, e le conoscenze e un certo riserbo di classe possono allontanare dal sospettato ogni illazione. Si sviluppa un protezionismo, di tipo aristocratico, pronto a fare da scudo, pronto a proteggere l’indiziato. Salvare la rispettabilità è il principio cardine di alcuni ambienti sociali e a questo si sacrifica tutto il resto.

Avrete notato che ho parlato pochissimo del contenuto del libro, tuttavia spero di avervi fatto venire la curiosità di leggerlo.

Maugham, W. Somerset, In villa, Milano, Adelphi, 1999, pp. 126. 

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Victor Gaiduk – Čechov inedito e segreto

In questo pregevole e documentato libro, Viktor Gaiduk scava nella vita di Anton Pavlovič Čechov e trova i nessi tra la sua opera e la sua reale vita vissuta, dalla nativa Taganrog, nel Sud della Russia, dove il medico-scrittore è vissuto durante la giovinezza, con un padre autoritario e violento, fino a Mosca e alle varie dacie in cui si è spostato nel corso della sua breve esistenza. I paralleli tra la sua vita e la sua opera, come risulta dal libro, sono molti e di varia natura. Come si sa, Čechov ha vissuto intense esperienze amorose e brucianti delusioni umane, come quando, per fare un esempio tra i più pesanti, il fratello Aleksandr si fidanzò, una volta persa la compagna per cancro, con la sua fidanzata Natalie (o ex fidanzata, rimane un po’ oscuro questo passaggio: infatti il fratello gli scrive dandogli la notizia del fidanzamento e del sul prossimo matrimonio con la laconica domanda: comunque è la tua ex fidanzata, non è vero?). Queste esperienze ebbero delle ripercussioni anche nelle sua produzione letteraria e di teatro, come l’autore del libro descrive in dettaglio in alcuni passi. IMG_0739

Durante tutta la sua vita, Čechov fu più volte accusato di non prendere posizione, di non esprimere un giudizio chiaro sulle vicende umane, di essere, in poche parole, un semplice spettatore della vita osservata, senza condannare o esaltare i comportamenti degli uomini e delle donne descritti. Il primo tra essi fu Lev Tolstoj, di cui tra l’altro fu amico. Ma in realtà questa accusa non fu del tutto giusta. Nel libro L’Isola di Sachalin Čechov descrive crudamente, rimanendone lui stesso sconvolto, quello che vide, le violenze, le pene corporali ai detenuti, la mancanza di umanità e di solidarietà tra gli esseri umani nelle colonie penali zariste. Questo libro ebbe il merito di scuotere le coscienze di molte persone e diede il là all’abolizione delle pene corporali ai detenuti nelle colonie penali russe.

Gaiduk alla conclusione del libro cita Giorgio La Pira. La Pira disse che l’umanità intera è capace di solidarizzare con il dolore altrui, ma che in uomini come Čechov esiste anche la capacità di partecipare alla gioia altrui e, testualmente, “ne sono capaci forse solo gli angeli”. 

Gaiduk, Viktor, Čechov inedito e segreto, Milano, La Vita Felice, 2018, pp. 149.

 

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Markijan Kamyš – Una passeggiata nella zona

Passereste i vostri fine settimana o addirittura alcune settimane nella zona di Černobyl’ (in ucraino Čornobyl’)? Vi portereste dietro solo un piccolo zaino, con pochissimo cibo e molta vodka? Andreste in pieno inverno, a meno venti gradi sotto zero, a dormire nelle case abbandonate di Prypjat’ o in qualche casolare sperduto della foresta radioattiva? Probabilmente no, ma per Markijan Kamyš questa vita è stata ed è tuttora routine. Lui e gli abitanti del luogo la chiamano la zona, quel lembo di territorio presidiato dai militari e vietato agli umani dopo il disastro alla centrale nucleare di Černobyl’, del 1986. Oggi la zona è un luogo ambito da turisti proveniente da tutto il mondo, da hipster, come li chiama Kamyš nel libro. Giovani ricchi in cerca di avventure forti e accessibili a pochi. Per Kamyš sono più che altro una seccatura, anche se sono una fonte di denaro, visto che l’autore del libro si presta a fare da guida a questi giovani benestanti. Ma la zona non è solo un posto ambito dai ricchi e annoiati turisti: la zona è un luogo nel quale s’incontrano tossici, delinquenti, persone che sfuggono alla vita asfissiante contemporanea, persone del luogo che si sono rifiutate di andare via, di anziani che vogliono morire dove sono nate, di avventurieri e di persone che sfidano se stesse. La zona è per prima cosa una sfida che l’uomo lancia a se stesso. Questa è la zona per Kamyš. È la solitudine della foresta deserta di uomini, ma ripopolata da lupi, cinghiali, volpi, orsi; è la percezione dei suoni uditi nella foresta, dei lupi che ti seguono, delle case radioattive di Prypjat’, ormai spogliate di tutto da cercatori di souvenir, pronti a rivendere i pochi oggetti in qualche mercato. È solitudine e paura, perdizione e morte, isolamento e rinascita, ricerca e attaccamento, fuga e casa.

Ho sentito lontani echi di Jack London, di Francisco Coloane, di Herman Melville (soprattutto del libro Taipi) in questo disperato libro. La fuga si tramuta in stanzialità, in cui trovare una casa e la casa di per sé si trasforma in una fuga.

Kamyš, Markijan, Una passeggiata nella zona, Rovereto, Keller Editore, 2019, pp. 157.

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Bruno Amoroso – Federico Caffè. Le riflessioni della stanza rossa.

Oggi voglio riprendere la lettura di questo libro, scritto da un grande economista come Bruno Amoroso per il suo, e anche per molti altri economisti italiani (uno su tutti: Mario Draghi), maestro. La persona in questione è Federico Caffè, che fu per anni professore di economia all’Università la Sapienza di Roma. Un bel giorno Caffè, come Ettore Majorana prima di lui, sparì dalla circolazione. Di lui non si seppe e non si sa più nulla. Ma nelle prime pagine del libro Amoroso dice di averlo incontrato dopo la sua sparizione. Dove, come, in quale periodo e per quanto tempo non è dato sapere. Nel frattempo anche Amoroso se n’è andato, portato via da un male incurabile a 81 anni. IMG_9443

Federico Caffè fu uno strenuo difensore dello stato sociale e del pensiero di John Maynard Keynes. Fu attento alla vita quotidiana delle persone comuni, comportamento piuttosto raro nell’ambito accademico. Caffè vide già nei primi  anni Ottanta la pericolosa deriva che stava per imboccare l’Italia e l’Europa occidentale verso un liberalismo sfrenato e senza regole. Nel suo insegnamento propugnava ai suoi allievi un’economia fondata sui principi di giustizia e di etica e in cui l’economia fosse guidata dalla politica e non viceversa, come accade oggi. Forse, in questo marasma economico, politico e sociale che stiamo vivendo, parlare di Federico Caffè e del suo lascito sarebbe un bene per gli economisti e soprattutto per la nostra politica, prigioniera di interessi finanziari che nulla hanno a che vedere con il benessere dei cittadini. 

Amoroso, Bruno, Federico Caffè. La riflessioni della stanza rossa, Roma, Castelvecchi, pp. 169.

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Nathaniel Rich – Perdere la Terra. Una storia recente

Volete sapere come sono andate le cose per quanto riguarda il clima negli Stati Uniti? Volete sapere come mai il presidente democratico Jimmy Carter installò dei pannelli fotovoltaici sul tetto della Casa Bianca, già alla fine degli anni Settanta, e per quale motivo il successivo presidente repubblicano Ronald Reagan li tolse? Volete sapere come la pensavano i colossi del petrolio, come per esempio la Exxon, e i ripensamenti che hanno avuto successivamente?

Se volete soddisfare tutte queste domande, allora leggete questo libro. Non è una storia IMG_9062del cambiamento climatico, ma del modo in cui è stato affrontato negli Usa da scienziati, politici e colossi del petrolio tra il 1979 e il 1989 e di come questo approccio abbia e continui tutt’ora a influenzare il dibattito sui cambiamenti climatici. Scoprirete molte cose interessanti, come per esempio la conoscenza che già avevano negli anni Cinquanta i colossi del petrolio sul surriscaldamento climatico e sui pericoli di un’eccessiva immissione di anidride carbonica e metano in atmosfera. Inizialmente erano sinceramente preoccupati e cercarono di collaborare con i politici e gli scienziati, ma poi, quando capirono che ci avrebbero rimesso una parte degli introiti, cambiarono immediatamente idea e cominciarono a finanziare dei contro studi per affermare che la temperatura stava aumentando indipendentemente dalle azioni degli uomini, o comunque che la responsabilità umana fosse in realtà minima. Da qui si spiegano molte cose e per quale motivo siamo arrivati all’incertezza riguardo al clima. Oggi questo fronte è più forte che mai.

Per restare in Italia, fisici, geofisici e chimici come Franco Prodi, Antonino Zichichi e Franco Battaglia hanno recentemente firmato una petizione (qui), insieme ad altri duecento studiosi, per negare che ci sia in atto un’emergenza climatica. Questi studiosi dicono che sì, la temperatura media mondiale sta leggermente salendo, ma non come veniva indicato dai grafici catastrofisti della maggior parte degli scienziati. Continuano scrivendo che il clima sulla Terra è sempre cambiato e di conseguenza questo piccolo riscaldamento rientra nella normalità del nostro pianeta. L’aspetto che mi lascia esterrefatto dell’appello è la conclusione. Riporto le testuali parole, in grassetto nel testo originale:

In conclusione, posta la cruciale importanza che hanno i combustibili fossili per l’approvvigionamento energetico dell’umanità, suggeriamo che non si aderisca a politiche di riduzione acritica della immissione di anidride carbonica in atmosfera con l’illusoria pretesa di governare il clima.

Penso che il dibattito scientifico debba essere libero e penso che sia giusto che ci siano scienziati che cercano con il loro lavoro di approfondire i fenomeni del nostro pianeta, anche andando contro scorrente se necessario, però qui, come in altri casi simili negli Usa, siamo di fronte a persone molto interessate se non addirittura in piena collaborazione con i produttori di petrolio. Altrimenti mi sembra inspiegabile la conclusione pro combustili fossili con cui si conclude la petizione. Che bisogno c’era di scriverlo così apertamente? E poi, anche se la temperatura media mondiale non aumentasse per cause umane, questi scienziati non si rendono conto che l’aria di molte città, per non dire di intere regioni e Nazioni, è ormai da tempo irrespirabile a causa del nostro modello di sviluppo basato sui combustibili fossili? Non si rendono conto che milioni di persone muoiono e si ammalano ogni anno ai quattro angoli della Terra a causa dell’inquinamento atmosferico? Trovo questa conclusione irresponsabile, ottusa e miope. Questo atteggiamento è l’esatto opposto che mi aspetterei da parte di scienziati seri e responsabili.

Rich, Nathaniel, Perdere la Terra, Una storia recente, Milano, Mondadori, 2019, pp. 176.

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Sergej M. Ejzenštein – Charlie Chaplin

Questo libro riporta tre articoli scritti dal grande regista russo Sergej Ejzenštein su Charlie Chaplin e una breve biografia su Chaplin scritta da Sergio Pomati. Alla fine del libro è riportata l’intera opera filmica di Chaplin e una corposa bibliografia dedicata al regista inglese (pensate che fino al 1955 erano già stati scritti oltre mille libri su di lui).

Fa un certo effetto leggere degli scritti di uno dei più grandi registi di ogni epoca, come Ejzenštein, dedicati a un altro mostro sacro del cinema mondiale di ogni tempo, come Chaplin. Il regista russo ebbe sempre una grande ammirazione per Chaplin, che conobbe di persona quando andò nel 1930 negli Stati Uniti, nel quale avrebbe dovuto girare un film (che poi non si fece). Per sei mesi frequentò la casa di Chaplin a Hollywood ed ebbe modo di conoscerlo e di apprezzarlo in tutti i suoi aspetti. Giocarono a tennis, sport del quale Chaplin aveva una grande passione, passeggiarono per i parchi cittadini, camminarono per strada e fecero svariate crociere con lo yacht. Proprio in quel periodo Chaplin girò Luci della città. 12705522_10207033304049004_2011826281509500610_n

Ejzenštein nel suo articolo Charlie the Kid fa una disamina approfondita del modo di lavorare di Chaplin. Descrive la comicità chapliniana come un procedimento infantile in cui la particolarità di Chaplin è questa: nonostante i suoi capelli bianchi, ha conservato uno “sguardo di bambino” e la capacità di considerare al primo livello il minimo avvenimento. Continuando ad analizzare i film di Chaplin, il regista russo allarga lo sguardo alla politica e non manca di criticare il sistema capitalistico occidentale contrapposto al migliore e più umano sistema sovietico. Certo, non bisogna dimenticare che egli scrisse questi articoli dopo il 1937 e a Mosca in quegli anni governava un certo Stalin. E più avanti scrive non quello che ha capito mi interessa. Mi interessa quello che ha sentito, in che modo lo ha sentito. Come ha guardato e come ha visto, e in quale momento si è calato nell'”ispirazione”. E ancora il segreto dei suoi occhi, del suo sguardo. È in questo la sua grandezza. Vedere gli eventi più terribili con gli occhi di un bambino che ride. L’articolo prosegue con la descrizione di altri aspetti scenici e delle mimiche e sensazioni che gli ispirava l’attore-regista inglese. L’ultimo articolo di Ejzenštein, di poche pagine, riguarda solo un film, Il grande dittatore.

Ho trovato molto interessanti ed esaurienti i due articoli scritti da Sergio Pomati e inseriti nel libro dopo quelli scritti dal regista russo. Il primo riguarda il rapporto tra Chaplin ed Ejzenštein e la loro frequentazione, come sopra ricordato, per sei mesi a Hollywood, e il secondo è incentrato sulla vita tumultuosa di Charlie Chaplin. Sono scritti molto bene, con abbandonati riferimenti biografici e autobiografici di Chaplin. Infine, dopo la Filmografia e Bibliografia trovate uno stupendo corredo fotografico composto da una quarantina di foto in bianco e nero in cui, oltre a Chaplin, sono ritratti tanti altri personaggi famosi con cui egli lavorò o semplicemente incontrò durante la sua lunga vita.

Beh, questo libro è una perla rara.

Ejzenštein, Sergej Michajlovič, Charlie Chaplin, Milano, SE, 2005, pp. 132.