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Ettore Lo Gatto – Il mito di Pietroburgo

Ettore Lo Gatto è stato un grande studioso della cultura russa. Egli ha scritto molti libri sul teatro, letteratura e storia russa. Questo libro in particolare tratta del mito di San Pietroburgo in Russia e in Europa, ma Lo Gatto non si limita a parlare solo di questa città, perché la sua indagine parte da lontano, comprendendo il mito della Mosca terza Roma ai tempi di Ivan IV il Terribile (XVI secolo). Il mito affievolitesi già da molto tempo all’epoca di Pietro I, verrà sostituito con l’apertura all’Occidente e con la famosa Pietroburgo finestra sull’Europa, con cui Francesco Algarotti descrisse la funzione di Pietroburgo nella società russa. fullsizeoutput_2695

In conclusione posso dire che il libro, oltre ad essere molto approfondito e ben documentato, è scritto molto bene, cosa piuttosto rara tra gli storici italiani dell’epoca.

 

Этторе Ло Гатто был великим учёным русской культуры. Он написал много книг о русском театре, литературе, истории. Эта книга о мифе Санкт-Петербурга в России и в Европе, о его истории, легенде и поэзии. Книга очень хорошо написана, что очень редко для итальянского историка.

 

Lo Gatto, Ettore, Il mito di Pietroburgo. Storia, leggenda, poesia, Milano, Feltrinelli, 2019, pp. 285.

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Carmelo Bene, Gilles Deleuze – Sovrapposizioni

Nel libro edito da Quodlibet si ritrovano un saggio del filosofo francese Gilles Deleuze sul teatro di Carmelo Bene, la risposta di Carmelo Bene a Deleuze, il testo di Riccardo III di Carmelo Bene e infine le foto di Carmelo Bene e dei suoi attori e attrici al Teatro Bonci di Cesena scattate nel dicembre del 1977. Qui voglio concentrarmi quasi esclusivamente sul saggio di Deleuze, che ritengo più illuminante sul lavoro di Bene.

Cosa dice di interessante, a mio avviso, Gilles Deleuze sul teatro di Carmelo Bene? Nel saggio Un manifesto di meno scrive che il suo teatro è un teatro della sottrazione, è un qualcosa che amputa, taglia, sottrae, come fa CB (cioè Carmelo Bene) nell’opera Un Amleto di meno. Nel riprendere Riccardo III Deleuze fa notare che Bene amputa tutto il sistema regale e principesco e lascia intatto solo Riccardo III e le donne. Le donne che hanno rapporti di guerra in proprio, come scrive Deleuze. Lo stesso continua con

Quando sceglie di amputare gli elementi del potere, egli cambia non soltanto la materia teatrale, ma anche la forma del teatro, che cessa d’essere “rappresentazione”, mentre l’attore cessa d’essere attore. Dà libero corso a un’altra materia e a un’altra forma teatrale, che non sarebbero state possibili senza questa sottrazione.

Secondo Deleuze Carmelo Bene appartiene agli autori minori perché si pone fuori da tempo, perché non rappresenta il proprio periodo storico, come invece faceva Wolfang Goethe ai suoi tempi: Goethe era un tutt’uno con il suo periodo. Bene no. Egli è senz’avvenire e senza passato, ha solo un divenire, un mezzo, attraverso cui comunica con altri tempi, altri spazi. 

Il teatro di Bene è in definitiva umile, senza fronzoli per la testa, non si dà arie e non pretende di fare la rivoluzione; non è certo il teatro a cambiare il mondo, scrive sempre Deleuze. A Bene non interessa la rappresentazione dei conflitti, ma la presenza della variazione, come elemento più attivo, più aggressivo. Per Bene i ricchi e i poveri sono la medesima cosa: sono entrambi schiavi e l’artista non è altro che lo schiavo intellettuale. Qui mi sovviene in mente l’accusa rivolta da Julien Benda – nel suo libro La trahison des clercs (Il tradimento dei chierici), scritto nel 1927 – agli intellettuali, ormai venduti alla politica e alla propria nazione, invece che alla verità e allo spirito. Insomma l’intellettuale contemporaneo non è nient’altro che un dominato della classe dominante. Lo stesso si può dire dell’artista, dei ricchi e dei poveri. La schiavitù ci accumuna tutti, nessuno escluso. Non è la storia né tantomeno il fantomatico popolo a farci varcare la frontiera, perché è il popolo che manca, come scrive Deleuze riprendendo la frase di CB.

 

Bene, Carmelo, Gilles, Deleuze, Sovrapposizioni, Macerata, Quodlibet, 2016, pp.126.

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Dmitrij Sergeevič Lichačev – La mia Russia

Leggo le memorie di Dmitrij Sergeevič Lichačev, dedicate all’immensa Russia che ora dolorosamente brucia. Di San Pietroburgo si parla, città in cui nacque e visse, di vita privata e ricordi di famiglia, di letteratura, di arte, di teatro, di morte, di vita: nonostante l’orrore dell’ultima guerra mondiale e l’ecatombe di Leningrado (che lui visse in prima persona). E poi della Crimea, del grande Volga (dove sulle sue rive vivono i Mari, popolo di origine finnica che ancora oggi pratica l’animismo*). E infine delle Isole Solovki nelle quali il povero Lichačev fece esperienza del primo GULag sovietico e nel quale vi restò imprigionato per anni. La fatica di cercare questo libro, quasi introvabile, è ampiamente ripagata dalla soddisfazione e dal piacere di conoscere, nonostante la sofferenza e il dolore, descrizioni e sprazzi di vita di un’intera epoca e società, testimonianza importantissima di un grandissimo studioso della cultura medievale russa.

*Questo l’ho aggiunto io.

 

Lichačev, Sergeevič Dmitrij, La mia Russia, Torino, Einaudi, 1999, pp. 405.

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Hans Christian Andersen – La fiaba della mia vita

Sto leggendo l’autobiografia di Andersen e sono colpito dal candore e dall’umiltà del racconto della sua vita. Il libro oltre ad essere una lettura piacevole, commovente e molto interessante, visto che non so quasi nulla sulla Danimarca, dà anche uno spaccato particolareggiato delle classi sociali della società danese dell’Ottocento.

Inoltre sono felice nell’apprendere che un italiano, di nome Giuseppe Siboni, allora direttore del Conservatorio reale in Copenaghen, abbia aiutato soprattutto all’inizio, sia dal punto di vista finanziario che tramite lezioni private di canto, il solo e povero e squattrinato quattordicenne Andersen.
Andersen racconta che le opere che Siboni proponeva al teatro Reale, come “La straniera” di Bellini o la “Gazza ladra” di Rossini, venivano sistematicamente fischiate in quanto opere straniere proposte da uno straniero. Solo dopo la morte di Siboni in Danimarca gli fu riconosciuto il grande merito di avere fatto conoscere l’opera italiana, che da allora in poi fu vista come l’unica musica apprezzabile…, con in testa Verdi e Ricci.
In questo caso il vecchio adagio, scritto nel libro “Il gattopardo”, di Tomasi di Lampedusa “Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi” non vale più.

Concludo dicendo che questo è uno di quei libri che non solo ci racconta la straordinaria vita del suo autore, Hans Christian Andersen, ma di un intero Paese, la Danimarca; e non solo di un solo Paese, ma di un continente, l’Europa – visto che Andersen viaggiò moltissimo – e infine fa soprattutto, perché no, bene al cuore.

Hans Christian Andersen – La fiaba della mia vita. Editore Donzelli (2015).

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Carmelo Bene – Poesia di Majakovskij (All’amato me stesso)

Nel 1990 Carmelo Bene si trasferì in terra di Russia, a Mosca. Vi rimase tre anni ed ottenne un grande successo, nonostante “recitasse” solo in lingua italiana. Questa è la dimostrazione che il genio è apprezzato ovunque e, come diceva Bene, non comprendere la lingua non è affatto un ostacolo. Io stesso ho constatato la verità di questa affermazione.

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Vita di Carmelo Bene – Giancarlo Dotto, Carmelo Bene

In questo libro intervista, pubblicato nel 1997, Carmelo Bene ripercorre 60 anni di vita vissuta senza limiti e freni. Nulla ha fermato il genio di CB: alcol, droghe, infarti, operazioni, ernie, donne, figli. Nulla. Sempre avanti, alla ricerca di un teatro nuovo, sperimentale e in perenne divenire. Dal “Laboratorio” di Trastevere degli anni ’60 al trasferimento a Mosca nel 1990, Bene non ha mai rinunciato a cercare nuove vie all’approccio di “attore”, regista, fonico e scrittore. Molto severo con gli altri non perdonava nulla a se stesso. Poneva l’asticella sempre un po’ più  in alto. Stimato da Pasolini, Flaiano, Deleuze, Foucault e Pertini, CB ha avuto rapporti con tutta la comunità intellettuale che contava, italiana e successivamente francese, per almeno tre decenni. Deleuze, in particolare, ha scritto vari libri sulla macchina attoriale e sul modo di muoversi in scena di Bene.

Geniale e scandaloso, chiaro e confuso, apollineo e dionisiaco, umano nella sua solitudine e disumano in tutto il resto. Tanti significanti in una sola persona. Carmelo Bene ha vissuto pericolosamente, bruciando, senza mai fermarsi, l’inesauribile energia che risiedeva nel suo intelletto.

Bene ha imparato di più in due settimane al manicomio che in 60 anni in mezzo agli “zombi”, come li chiamava lui.

È morto nel 2002 all’età di 65 anni (e ancora oggi il vuoto lasciato dalla sua morte non è stato colmato da nessuno).

Carmelo Bene, Giancarlo Dotto, Vita di Carmelo Bene, Bompiani (1997)

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Arte Cinema Teatro

Carmelo Bene – di M. Giusti e P. Luciani

Documentario Rai del 1999, chiamato Bravo Bene, dedicato al grande attore e regista di teatro e cinema. Un genio assoluto che è riduttivo definire solo attore e regista, perché Carmelo Bene è stato molto altro ancora: una fulgida e travolgente apparizione del qui presente assente CB. Purtroppo è scomparso a soli 65 anni, nel 2002.

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Arte Poesia Teatro

Una postilla di Vittorio Gassman

« Mi disturba la morte, è vero. Credo che sia un errore del Padreterno. Io non mi ritengo per niente indispensabile, ma immaginare il mondo senza di me… che farete da soli? »

Vittorio Gassman

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Filosofia Teatro

Carmelo Bene a Mixer cultura, 1988

Puntata indimenticabile di Mixer cultura con il grande Carmelo Bene. Posto questo video, ma andrebbero visti tutti gli altri.