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Elisabetta Bini – La potente benzina italiana

Guerra fredda e consumi di massa tra Italia, Stati Uniti e Terzo Mondo (1945-1973)

Rigorosa ricostruzione storica degli avvenimenti che portarono alla nascita dell’ENI, nel 1953, e dei rapporti di forza che s’instaurarono tra l’Italia e gli Usa, da un lato, e i produttori di petrolio e gas, dall’altro. Elisabetta Bini segue passo passo le azioni di Enrico Mattei, prima come liquidatore dell’Agip (che non liquidò affatto) e poi come fondatore e deus ex machina dell’intero comparto energetico italiano fino alla sua morte, avvenuta, come sappiamo, per un attentato nel 1962, quando l’aereo su cui viaggiava cadde a Bascapè, alle porte di Milano. La presenza di Mattei, come è naturale che sia, è fortemente presente per quasi tutto il libro: come fondatore dell’ENI, come manager capace di stringere rapporti proficui e duraturi con i Paesi produttori di petrolio (soprattutto Iran, URSS, Marocco, Libia, Algeria), come patriota e convinto assertore dell’indipendenza energetica dell’Italia rispetto agli Usa, come uomo capace di ricontrattare i trattati, a vantaggio dei Paesi produttori, e di portare nelle loro casse il 75% dei profitti invece del 50%, come invece fino ad allora il mercato petrolifero internazionale concedeva nei loro accordi; e infine come ideatore della rivista interna chiamata Il Gatto selvatico (1955-1965), a cui collaborarono scrittori e poeti del calibro di Eugenio Montale, Carlo Emilio Gadda, Giuseppe Ungaretti, Natalia Ginzburg, ecc. Anche nel campo della cinematografia l’azienda non si fece mancare nulla. Infatti in quegli anni, per realizzare i svariati documentari dell’operato dell’ENI, soprattutto nel Mezzogiorno, ma anche in Africa e in Medio Oriente, furono chiamati registi come Giuseppe Bertolucci, Gilbert Bovay, Paolo e Vittorio Taviani. 4132A020-5DE2-4342-8E18-0A02E2C0D9A0

Molto suggestivo e approfondito è il capitolo dedicato alla guerra e all’evoluzione delle locandine pubblicitarie, prima prendendo in esame quelle dell’Agip (azienda statale nata nel 1926) fino al 1945, e poi dell’ENI e il confronto di significati e prospettive con la pubblicità del più agguerrito e diretto competitore dell’ESSO in Italia. Così come ampio spazio viene dato alla raffineria petrolchimica costruita a Gela (1960) dall’ENI e ai rapporti tra gli abitanti e i politici del luogo, che speravano in una crescita esponenziale dell’occupazione, e i dirigenti dell’azienda energetica. Il rapporto fu costellato da conflitti e incomprensioni, ma anche da piccoli spiragli di luce e di occupazione. Molta importanza ebbe la scuola interna, si potrebbe oggi chiamare un master post universitario, che l’ENI istituì nel 1957 e che chiamò Scuola di studi superiori sugli idrocarburi. La scuola fu voluta fortemente dal vicepresidente dell’ENI Marcello Boldrini (vicepresidente fino al 1962 e poi presidente fino al 1967), economista e accademico di fama mondiale. La scuola ebbe un’importanza strategica per formare le classi dirigenti dei paesi con i quali l’ENI firmava accordi, per riportare le testuali parole dell’autrice. L’idea di fondo fu quella di legare i giovani di quei Paesi con l’ENI e di conseguenza con l’Italia. Furono chiamati a insegnare professori stranieri di fama mondiale, furono invitati intellettuali e poeti nei dibattiti sulla modernizzazione, permettendo alla scuola di divenire uno strumento di diplomazia culturale nei confronti del Terzo mondo. Questa politica sul lungo termine ha pagato. Se l’Italia è riuscita a mantenere degli ottimi rapporti con alcuni Paesi, come per esempio l’Iran e l’Algeria, nonostante gli stravolgimenti politici avvenuti in questi Stati, lo si deve a questa lungimirante politica di collaborazione culturale e scientifica. L’ENI si premurò di preparare giovani ingegneri, economisti, tecnici e geologi capaci di rendere la loro Patria di provenienza indipendente dal punto di vista tecnico dalle aziende occidentali da cui dipendevano i loro introiti economici. Forse oggi ci sarebbe qualcosa da imparare da questo modello. Infine Boldrini diede molta importanza alla cultura umanistica, oltre a quella scientifica. Fu contrario a un’iperspecializzazione in campo tecnico e propose corsi di studi di cultura generale, a completa scelta dello studente, per preparare meglio i giovani a capire il mondo in cui vivevano. Inoltre gli esami formali furono aboliti nella sua scuola, promuovendo la discussione tra insegnanti, allievi e assistenti. Insomma, a dire poco una scuola completamente rivoluzionaria per i suoi tempi e anche per i nostri.

Enrico Mattei, e di conseguenza anche l’ENI, fu un convinto assertore della modernizzazione dell’Italia, avviandola e accompagnandola nella società dei consumi. Cercò in tutti i modi di dare all’Italia un volto nuovo, moderno, al passo con i tempi, con una politica indipendente e forte, con partner stranieri su cui contare e con cui collaborare a lungo termine. Nel fare ciò pestò troppi piedi ben piantati per terra e questo gli fu fatale. Forse fu anche un corruttore come scrisse il giornalista Indro Montanelli, ma lo fu per il bene della sua Patria e del benessere comune, anche di quello dei Paesi poveri da cui comprava il petrolio. Purtroppo non si può dire la stessa cosa di Montanelli, visto le frequentazioni fin troppo assidue con l’ambasciata americana e da lì si spiega la sua brutale campagna di demonizzazione che portò avanti contro Mattei. Il giornalista non difese certo gli interessi italiani, a differenza di Mattei e dell’ENI.

Bini, Elisabetta, La potente benzina italiana. Guerra fredda e consumi di massa tra Italia, Stati Uniti e Terzo mondo (1945-1973), Roma, Carocci Editore, 2013, pp. 271. 

 

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Il cane a sei zampe dell’Eni

Il cane a sei zampe fu ideato nel 1952 dall’artista Luigi Broggini e fu scelto da una giuria di importanti giornalisti, artisti e grafici di quegli anni. Tra gli altri c’erano Gio Ponti, Mario Sironi e Mino Maccari. Nel 1952 fu scelto come logo dell’Agip e dopo il 1953 divenne il marchio di riconoscimento dell’allora appena nata Eni. La scelta di creare un marchio per l’Agip fu del suo presidente, Enrico Mattei, deus ex machina dell’intero comparto energetico italiano di allora.

C098CBA8-7789-462B-9CC1-0E3984FBD531_1_201_aSono state fatte molte congetture sul vero significato del cane a sei zampe e forse quella più vicina alla realtà è stata fatta dalla stessa Eni. Infatti l’Eni rivelò che le sei zampe rappresentavano le quattro ruote della macchina e le due gambe del guidatore. Vero o meno non lo sapremo mai, ma il marchio è diventato il riconoscibilissimo simbolo dell’Eni in Italia e nel mondo. 

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Paolo Cochi – Mostro di Firenze

Ho finito di leggere il corposo e molto approfondito Mostro di Firenze. Al di là di ogni ragionevole dubbio dello scrittore e reporter Paolo Cochi. Dirò subito che questo è il libro più esaustivo e completo sull’intera vicenda del mostro che io abbia mai letto (e ne ho letti molti). Mi ricorda, per completezza e attenzione ai dettagli, il grande libro Storia delle merende infami dell’avvocato e scrittore Nino Filastò, ma con la differenza che Cochi si rifà solo ed esclusivamente agli atti dei processi (1994, processo a Pietro Pacciani e 1997-1998, processo ai compagni di merende); alle testimonianze raccolte nel corso degli anni e riportate come testimoni nei processi; al profilo geografico in cui avvennero gli omicidi; alle perizie degli esperti sulla pistola usata; alle intercettazioni telefoniche delle persone coinvolte e alle deposizioni dei testi chiamati a deporre. Insomma, nulla viene concesso alla fantasia o alle ipotesi più fantasiose (certo non mi riferisco a Nino Filastò ma alle tesi strampalate che girano su internet). Quindi niente Zodiac, mandanti degli omicidi, due o più serial killer, sette sataniche nascoste dietro ai feticci, strane riunioni notturne in qualche villa del Mugello o altro ancora. Solo carte e fatti. Così l’autore del libro smonta passo passo tutta la teoria costruita ad arte dei compagni di merende e tutte le bugie e farneticazioni di Giancarlo Lotti e Fernando Pucci. Quest’ultimo era considerato addirittura oligofrenico e invalido al cento per cento e come ciò non sia stato preso in considerazione dai giudici è ancora un mistero.FB383139-3F15-4163-B34E-D94D1B5AC0D8

Adesso prendiamo un personaggio come Lotti, oligofrenico conclamato, il grullo del paese, preso in giro da tutti, quasi sempre nullafacente, povero, disperato, e improvvisamente mettiamolo al centro dell’attenzione di magistrati, persone importanti, sotto protezione, nascosto e protetto in località segrete, con una casa sicura (che non ha mai avuto), con uno stipendio mensile da parte dello Stato, finalmente importante e considerato qualcuno, cosa ci aspetteremmo che dicesse? Naturalmente tutto ciò che faceva comodo a chi gli permetteva un tenore di vita di quel tipo. Già l’avvocato Nino Filastò, difensore di Mario Vanni, denunciò a suo tempo il trattamento estremamente di favore con cui veniva trattato il Lotti, come per esempio: i ristoranti scelti da lui per andare a pranzare e cenare, naturalmente a spese dei contribuenti; l’impossibilità per chiunque di entrare in contatto con lui, perché -come scritto sopra-, tenuto nascosto da tutto e tutti. Trattato come una star, come il verbo dalle cui labbra pendere. La cosa grave è che Lotti e Pucci -nonostante le incongruenze e le distorsioni-, sono stati presi sul serio; invece di, come aveva chiesto il Procuratore Generale Daniele Propato, essere incriminati per calunnia e, nel caso di Lotti, addirittura di autocalunnia. Lo stesso Propato chiese nel contempo di assolvere Mario Vanni, vera vittima di questo ingranaggio infernale che è stato il processo ai presunti complici di Pietro Pacciani.

Non voglio svelare troppo del libro e spingermi troppo in oltre, perché non vorrei togliere la sorpresa per chi lo leggerà, ma posso dire che alla fine anche Paolo Cochi si è fatto un’idea di chi possa essere questo mostro e di certo non è tra le persone processate, condannate e indagate direttamente nella vicenda. L’ipotesi di Cochi si base sulle  ricerche, riscontri testimoniali e al furto di quattro Beretta calibro .22 l.r. in un’armeria di Borgo San Lorenzo, avvenuto nel 1965, di cui tre pistole ritrovate successivamente, che detto per inciso è lo stesso modello di pistola con cui vennero eseguiti tutti gli omicidi dell’assassino seriale. In poche parole, la Beretta .22 l.r. rubata nel 1965 e non più ritrovata potrebbe essere quella del mostro e forse rimasta sempre nel Mugello. Anche quella di Cochi è un’ipotesi, certamente, ma ad oggi nessuno conosce la verità, se non vogliamo attenerci alle sentenze del processo Pacciani, condannato in primo grado all’ergastolo per quattordici dei sedici delitti (escluso il duplice omicidio di Signa nel 1968) e poi assolto in secondo grado, e a Lotti e Vanni, condannati rispettivamente a 30 anni e all’ergastolo per gli ultimi quattro duplici delitti (1982 Baccaiano, 1983 Giogoli, 1984 Vicchio e 1985 Scopeti). E gli altri quattro duplici omicidi precedenti a Baccaiano chi li fece? Secondo la giustizia, nessuno. È una vicenda spaventosa ed enigmatica e purtroppo ancora non risolta. La speranza dell’autore del libro, così come la mia, è che si possa arrivare un giorno almeno alla verità storica della vicenda e dare una parvenza di giustizia alle vittime e alle loro famiglie. Perché solo verità storica? Perché con ogni probabilità il mostro è già deceduto. Dall’ultimo duplice omicidio sono passati trentacinque anni e molti familiari delle vittime in questi anni ci hanno lasciato senza sapere chi fosse l’assassino che ha trucidato senza alcun motivo i loro figli. Chissà, forse da questo libro potrebbe nascere un nuovo filone di indagini che potrebbe portare a scrivere la parola fine a questa triste e spaventosa vicenda.

 

Cochi, Paolo, Mostro di Firenze. Al di là di ogni ragionevole dubbio, s.l., Runa Editrice, pp. 532. 

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Alfredo Villano – Da Evola a Mao

Ho letto con grande curiosità e devo ammettere un po’ di fatica il lavoro di Alfredo Villano sulla destra radicale italiana. Dico un po’ di fatica a causa delle lunghissime note a piè di pagina, che rendono pesante e difficoltosa la lettura del libro. Nonostante ciò, nelle note, che vanno assolutamente lette, si trovano approfondimenti molto importanti per comprendere bene quel periodo e quella fioritura di gruppi e gruppuscoli che nacquero in seno alla destra radicale dal 1945 fino ai primi anni Settanta. 6B9759FB-1EC4-4DB9-B6BB-13F2DCC79560

Il libro si snocciola tra la nascita e il consolidamento del Movimento Sociale Italiano (MSI), avvenuta subito dopo la Seconda guerra mondiale, e la fuoriuscita di molti militanti, soprattutto giovani, scontenti dell’impronta borghese e conservatrice del partito sotto le segreterie di Augusto De Marsanich (1950-1954) e Arturo Michelini (1954-1969). Questi giovani diedero vita a movimenti come Sinistra Nazionale, che si poneva a sinistra e si rifaceva direttamente all’impronta sociale della Repubblica Sociale Italiana, Ordine Nuovo, fondato da Pino Rauti e Clemente Graziani, ala spiritualista e fortemente gerarchica che prendeva spunto dalle riflessioni innanzitutto del filosofo Julius Evola e con un ampio spettro di influenze derivanti da altri Paesi europei e da altre esperienze politiche (sempre nel campo del fascismo); Nuova Repubblica, che si rifaceva direttamente al pensiero dell’antifascista Randolfo Pacciardi (che voleva una Repubblica presidenziale) ma che ebbe una grande presa su molti giovani della destra radicale, Lotta di Popolo, altra corrente ascrivibile alla sinistra sociale neofascista e molto attenta ai problemi sociali e di povertà, soprattutto del Sud, e infine i Nazimaoisti, che facevano in parte capo al pensiero di Franco Freda e al suo pamphlet La disintegrazione del sistema (1969) e in cui si mettevano insieme le esperienze politiche di Hitler e Mao. In  mezzo a tutti questi movimenti e divaricazioni di pensiero si trovavano Giovane Europa di Jean Thiriart (gruppo di cui faceva parte un giovane Renato Curcio), di impronta nazional-socialista, essendo il belga Thiriart di cultura socialista, Primula Goliardica, gruppo universitario facente capo a Nuova Repubblica di Pacciardi, ma con al suo interno una maggioranza di giovani neofascisti e Avanguardia Nazionale, fondato da Stefano Delle Chiaie.

Come avrete ben capito l’argomento è piuttosto complesso e difatti non è sempre facile districarsi tra le varie sigle e l’entrata e l’uscita di molti personaggi presenti nel libro da un gruppo a un altro, per poi magari rientrare nel Msi, come fece Ordine Nuovo nel 1969, dopo che la segreteria del partito passò a Giorgio Almirante. Alcuni gruppi ebbero un’evoluzione che scaturì poi in qualcos’altro, in un’altra esperienza politica, e altri invece come nacquero morirono, disfacendosi all’interno, e altri ancora presero la via della lotta armata, con tutto il corollario di morti, segreti di Stato, attentati, collusioni con i servizi segreti, processi e mezze verità.

 

Villano, Alfredo, Da Evola a Mao. La destra radicale dal neofascismo ai “nazimaoisti”, Milano, Luni Editrice, 2017, pp. 375. 

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Il nuovo ponte di Genova

In soli 13 mesi è stato completato il varo del ponte di Genova, entro i costi e i tempi previsti. Non era per nulla scontato. Questo dimostra che quando si fa sinergia tra politica nazionale e locale sane, grandi aziende italiane di respiro mondiale, come la Salini Impregilo, che si occupa della costruzione del ponte, grandi architetti come Renzo Piano e le varie componenti della società, tutto diventa possibile, anche quello che all’inizio sembrava impensabile. Un grande applauso va a tutte le persone coinvolte in questa grande opera, che non vorrei nemmeno chiamarla di rinascita, perché Genova e l’Italia in realtà non sono mai morte, ma di forza di abnegazione per ricostruire quello che è andato perduto nella tragedia dell’agosto del 2018, che è costata la vita a 43 persone. Il ponte andrebbe dedicato a loro, ai feriti e alle famiglie della spaventosa tragedia (per cui spero che qualcuno prima o poi paghi). Comunque, grandi! 

Qui il video di Salini Impregilo sul varo del ponte avvenuto ieri.

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Massimo D’Angelillo – La Germania e la crisi europea

Il libro di Massimo D’Angelillo, economista, è una lettura molto indicata visto il momento storico che stiamo vivendo in Italia e in Europa con il problema del MES e con l’opposizione, senza remore, della Germania e dei suoi Paesi satelliti contro l’idea dei coronabond o degli eurobond avanzata dall’Italia (e appoggiata da molti Stati europei). Dirò subito che nonostante i numerosi errori di stampa questo è un libro molto illuminante e ben scritto, su un argomento per nulla facile da comprendere, per chi, come me, non capisce molto di economia e soprattutto di finanza. Sarò un po’ prolisso, ma il libro e il tema meritano tanta attenzione.

D’Angelillo nel libro segue passo passo la crescita economica della Germania occidentale dopo il 1949, quando la stessa divenne indipendente dall’amministrazione diretta degli Alleati, e in particolar modo dopo il 1971 e la fine del Dollar Exchange Standard, decretata dal presidente americano Richard Nixon. Con Willy Brandt, nel 1969, i socialdemocratici tedeschi (SPD) per la prima volta conquistano il cancellierato da soli. Da questa svolta inizia una politica tedesca volta a unire sviluppo economico, competitività e stabilità monetaria che perdura ancora oggi. Il Marco si rafforza sempre di più grazie alle esportazioni dei prodotti tedeschi e alle innovazioni in campo industriale e dei servizi. Vengono fatti molti investimenti nel campo dell’istruzione e della ricerca. La forte moneta tedesca permette all’industria di acquistare materie prime a prezzi ribassati e consente ai cittadini di fare altrettanto con i prodotti agricoli, manufatti e servizi e nel contempo permette alla Germania di tenere bassa l’inflazione. Sempre negli anni Settanta, Willy Brand e poi il suo successore Helmut Schmidt portano avanti l’apertura dei rapporti con il blocco comunista dell’Est (la Ostpolitik), riallacciando scambi commerciali e soprattutto politici. La Repubblica Federale Tedesca nel corso di tutti gli anni Settanta e Ottanta si rafforza sempre di più, divenendo una potenza economica di livello mondiale. La quota di Pil esportato continua a salire: nel 1950 era dell’8,6 per cento, nel 1960 raggiunge il 15,8 per cento, nel 1980 tocca il 23,7 per cento e nel 2014 addirittura il 45,7 per cento. Contemporaneamente dal 1970 al 1980 sale la spesa pubblica dal 39,1 al 47,6 per cento, ma cala il prelievo fiscale dal 28,0 al 24,6 per cento. Nel 1972 nasce lo SME (il cosiddetto Serpente monetario europeo), per volontà del presidente francese Georges Pompidou e del Cancelliere tedesco Willy Brandt. Lo SME sarebbe servito a coordinare la gestione dei cambi e a dare stabilità al commercio europeo. Nel giro di due anni dalla creazione di questo meccanismo, però, l’Irlanda, il Regno Unito, l’Italia e la Francia ne uscirono, perché i problemi economici per mantenere il cambio stabile erano troppi, con la conseguente perdita di competitività nell’export. Lo SME si rivelò un fallimento per molti Stati. Nel 1979, con la seconda crisi petrolifera, il cancellierato di Schmidt entra in crisi. I cittadini tedeschi gli imputano scarsa attenzione verso i disoccupati e l’ambiente, tema che in Germania occidentale comincia a farsi sentire. Al suo posto, nel 1982, viene eletto Cancelliere Helmut Kohl. 9FC74FF0-407C-4310-B44F-4E4E38AF770C

I conservatori della CDU riprendono il potere, perso nel lontano 1969 con il cancellierato  di Willy Brandt. Come Capo della Cancelleria compare un nome molto noto ai nostri giorni, in Grecia ancora più tristemente popolare, niente poco di meno che Wolfang Schäuble, allora giovane giurista, ordoliberista tra i più spietati e direi arretrati. Kohl sostanzialmente prosegue la politica sociale del SPD, apre a qualche timida privatizzazione e rompe con il passato per quanto riguarda l’Ostpolitik, seguendo le orme di Ronald Reagan e permettendo alla NATO di installare sul suolo tedesco missili nucleari. Questo crea dei forti malumori nei Paesi del blocco comunista e anche in patria. Tuttavia il capolavoro di Kohl, se così si può chiamare, arriva con l’unificazione tedesca nel 1990. La Repubblica Democratica Tedesca, cioè la DDR, viene annessa alla Repubblica Federale e le viene imposta, fin dall’inizio, e senza riguardo alcuno per la sua storia, le regole e le consuetudini occidentali. Come scrive D’Angelillo

le proprietà dello Stato dell’Est vengono trasferite a un ente chiamato Treuhand Anstalt e poi rapidamente privatizzate; la classe dirigente della DDR viene del tutto esautorata; i valori monetari dei due Stati convertiti mediante un cambio monetario 1:1 tra il DM occidentale e il Marco della DDR.

Insomma, per farla breve, è a tutti gli effetti una vera e propria colonizzazione della Germania occidentale verso quella orientale, che va punita e rieducata secondo i canoni dell’ordoliberalismo più spietato che ancora oggi domina in Germania e in Europa, con i danni che noi tutti possiamo constatare soprattutto nell’Europa del Sud (che, come i tedeschi orientali prima, vanno rieducati con fermezza). Gli effetti di questa politica sono disastrosi per l’ex DDR, che in pochissimo tempo vede svanire la propria industria e decadere la propria economia, portando la disoccupazione (e anche l’immigrazione) a livelli mai visti prima: 2,4 milioni di persone restano disoccupate e altre 2 milioni migrano nella Germania occidentale a fronte di una popolazione di 16 milioni di abitanti. Addirittura il novantadue per cento dei beni privatizzati va nelle mani di investitori occidentali. Uno shock senza precedenti. Passando alla politica internazionale, Kohl ha molte responsabilità politiche per lo scoppio della guerra civile nell’ex Jugoslavia. Infatti senza l’immediato riconoscimento tedesco dell’indipendenza di Slovenia e Croazia, nel 1991, probabilmente non ci sarebbe stata l’escalation militare e la conseguente lunga guerra etnica. La Germania di Kohl non volle ascoltare ragioni, nonostante fosse stata sconsigliata dagli Stati Uniti e da altri Paesi europei di non influenzare la destabilizzazione della Jugoslavia. Con questo ultimo atto da parte della Germania il passo è ormai compiuto per ricreare una super potenza mitteleuropea nel centro dell’Europa. Il cancellierato di Kohl si conclude nel 1998, con una Germania con molti problemi interni, dovuti soprattutto all’annessione della ex DDR, ma molto rafforzata in ambito europeo e mondiale. Nel 1998 inizia l’era di Gerhard Schröder e dell’SPD di nuovo al comando.

Gerhard Schröder come primo passo capisce che la Germania ha bisogno di legarsi alle Nazioni emergenti che stanno crescendo nel mondo, in particolar modo alla Cina, ma anche ai Paesi del BRIC (oltre alla stessa Cina già citata, Brasile, Russia e India). Punta tutto sulle esportazioni e sul modo di farle crescere, competendo con le Nazioni che hanno un costo del lavoro molto più basso e sottopagato. Inventa i Minijob per permettere alla Germania di competere a tutti i costi e su tutti i fronti. I Minijob sono caratterizzati da un basso salario, che non supera i 450 euro al mese, da pochi contributi sociali e detassazione dei salari. I risultati di questa riforma del lavoro saranno raccolti dal cancellierato di Angela Merkel (2005- ad oggi), quando la Germania nel 2006 diventerà il primo esportatore mondiale (in seguito superata dalla Cina). Ma torniamo un attimo indietro. I Minijob creano in Germania una nuova classe di lavoratori poveri, sottopagati, precari, per due terzi donne e in maggioranza giovani. Si calcola che nel 2014 il 18,9 per cento dei lavoratori rientrano nei Minijob. Nonostante questa riforma per dare ampio respiro alle esportazioni, la Germania di Schröder per ben due anni, nel 2003 e 2004, insieme alla Francia, sfora il rapporto deficit/Pil posto al 3 per cento. Nel 2003 arriva al 4,2 per cento e nel 2004 al 3,9 per cento (più o meno sugli stessi valori la Francia di Jaques Chirac). La cosa abbastanza sorprendente è che sia la Francia che la Germania non pagarono nessuna procedura d’infrazione, nonostante le regole punissero e puniscano i trasgressori, grazie al veto di Silvio Berlusconi per l’Italia e di Tony Blair per il Regno Unito. La memoria della Germania attuale anche in questo caso è corta, molto corta. Il Cancelliere nel 2005 indice nuove elezioni, che vengono vinte – a causa del tradimento della socialdemocrazia verso i lavoratori e la propria storia sociale – abbastanza agevolmente dalla CDU di Angela Merkel.

La Merkel, donna della Germania orientale e laureata in fisica, riesce a raccogliere tutti i frutti dolci delle passate stagioni. Raccoglie l’entrata nell’Unione Europea di ben sette Paesi dell’Est, fortemente voluta dalla Germania, nel 2004: nell’ordine Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria e Slovenia e nel 2007 si conclude l’opera con l’entrata di Bulgaria e Romania. Finalmente la Germania ha il suo enorme bacino di manodopera specializzata a basso costo e infinite occasioni di penetrare altri mercati, vendendo ed espandendo i prodotti made in Germany. La maglia geopolitica tedesca si espande sempre di più nell’Europa orientale, declassando la storica alleanza con la Francia come secondaria ed emarginando l’altra grande economia in crisi d’Europa, cioè l’Italia. I Paesi del Sud vengono sempre di più visti come zavorre, spendaccioni e pochi produttivi. Il canone ordoliberista che tanti danni ha fatto e sta continuando a fare all’Europa intera, compresa a una buona fetta di cittadini tedeschi impoveriti, è la strada maestra che segue la signora Merkel e il suo ex ministro delle Finanze Schäuble (2009-2017), più sopra già citato.

Ma cos’è in due parole l’Ordoliberalismo? È quell’idea, come riporta D’Angelillo, riprendendo le parole di Hans-Werner Sinn, forse il più influente economista tedesco, che non esiste alcuna autoregolazione dei mercati, solo un’autogestione all’interno di una cornice di regole fissata per legge dallo Stato. Da qui si spiegano tutti i lacci soffocanti che la Germania ha imposto all’Europa per non indebolire l’euro e quindi per non permettere a Paesi come l’Italia di fare concorrenza ai suoi prodotti, come avveniva con la svalutazione della vecchia lira. Questo pensiero da un lato va contro l’anarchia liberista del mondo anglosassone, che tanti danni ha recato all’economia, e dall’altro contro l’Europa del Sud, che deve continuamente adeguarsi ai canoni dell’economia tedesca (i famosi compiti a casa). In questo modo è stata instaurata una vera e propria dittatura economica e finanziaria che sta portando al collasso l’intera Europa. C’è anche un altro fatto poco noto che l’autore del libro spiega bene ed è il modo in cui la Germania utilizza le sue risorse finanziare (dovute all’enorme surplus commerciale). I surplus finanziari, che non possono essere rinvestiti in Germania in quanto il mercato è saturo, vengono rinvestiti comprando i titoli del debito dei Paesi dell’eurozona. Più lo spread è alto e più gli investitori guadagnano denaro, più è basso e meno guadagnano. È un sistema evidentemente perverso che va a tutto vantaggio della Germania. Quindi quest’ultima ha tutto l’interesse che i Paesi indebitati continuino ad esserlo perché il meccanismo si riveli un ottimo affare. L’importante è che non falliscano. Questo no. Finché le regole dell’eurozona resteranno queste, questo sporco gioco al massacro contro i Paesi più deboli continuerà indisturbato, arricchendo sempre di più la Germania e indebolendo sempre di più i Paesi già deboli. Il keynesismo dell’export, come lo chiama D’Angelillo, è stato criticato fortemente dagli Stati Uniti e da altri Paesi, ma non è servito a niente. La Germania non ha alcuna intenzione di fare autocritica e di tornare sui propri passi. L’euro è stato costruito a tutto vantaggio della Germania, perché riesce a ingabbiare l’Italia, suo diretto competitore, che non può più svalutare la lira, come avveniva prima; perché tiene bassa la disoccupazione nel proprio Paese; perché ottiene denaro in prestito a tassi di interesse bassissimi; perché continua a crescere il proprio surplus commerciale (danneggiando gli altri Paesi europei, in quanto tenendo gli stipendi bassi non permette ai propri cittadini di consumare di più e quindi di espandere l’offerta e la domanda); ecc.

L’incapacità e l’arroganza di Angela Merkel degli ultimi quindici anni (in realtà il libro si spinge fino alla fine del 2015), da quando è diventata Cancelliere, sta portando l’Europa alla deriva e con grossissimi problemi di instabilità interna in molti Paesi. La Germania ha dimostrato di non poter guidare in alcun modo l’Europa, che non ne ha la capacità strategica e a lungo termine. È troppo autoreferenziale, egoista, tronfia e senza memoria storica, come sta dimostrando ancora in questi giorni drammatici per l’Europa e il mondo intero. Ha distrutto la Grecia senza alcuna pietà e forse adesso spera di fare altrettanto con l’Italia, imponendole il MES. La classe dirigente tedesca espressa negli ultimi quindici anni si è rivelata fallimentare, ottusa e pericolosa per l’intera Europa. La mania, quasi malattia compulsiva dei tedeschi per la stabilità finanziaria ha ridotto a deserti intere aree dell’Unione Europea, a partire proprio dall’ex DDR, primo paradigma di questa volontà malata di desertificazione.

D’Angelillo, Massimo, La Germania e la crisi europea, Verona, Ombre Corte, 2016, pp.222. 

 

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Alessandro Coppola – Apocalypce Town

Raramente s’incontrano libri così interessanti e approfonditi sulla società americana e sulle perversioni sociali che lì si ritrovano. Alessandro Coppola, professore di architettura e pianificazione al Politecnico di Milano, ha scritto questo libro sulla decadenza di quella fascia di territorio e di città che viene oggi chiamata Rust Belt, cioè cintura di ruggine. La fascia della Rust Belt parte da Milwaukee, ad ovest, fino ad arrivare, passando da Detroit, Flint, Buffalo, Baltimore, Cleveland, Youngstown, a Pittsburg, in Pennsylvania. Attraversa gli Stati dei Grandi Laghi nel Nord-Est degli Stati Uniti. Una volta questo territorio e queste città erano il grande motore dell’economia industriale degli Stati Uniti. Qui si produceva acciaio, auto, si estraeva carbone, ferro, calcare, si costruivano grattacieli in stile déco, milioni di immigrati – prima di origine europea, e poi afroamericana (soprattutto dopo la Seconda guerra mondiale) – venivano attratti dal lavoro abbondante e dagli alti stipendi (tanto che gli operai di questi Stati erano i più pagati al mondo). Poi piano piano tutto di spense e svanì come un sogno. Un sogno durato decenni e nato già nel corso dell’Ottocento ed esploso letteralmente nella prima metà del Novecento. Gli operai bianchi arricchiti lentamente si spostavano nel suburbio, andando ad affiancare le classi medie e lasciando libere le vecchie abitazioni alla nuova immigrazione afroamericana. La transizione razziale acuì le differenze e le spaccature in seno alla società; ma nel frattempo le città crebbero ancora e i primi centri commerciali fecero la loro comparsa, insieme alle grandi infrastrutture autostradali, appena terminate, che permisero finalmente a milioni di americani di spostarsi tranquillamente in auto. Questa ricchezza così diffusa e quasi alla portata di tutti lentamente si sgretolò di fronte alla concorrenza nel campo dell’acciaio, da cui traevano la maggior parte dei profitti, da parte di Paesi aggressivi quali la Germania, Giappone e Brasile e nel campo dell’automobile avvenne lo stesso iter, confermando negli anni Settanta il declino industriale, conclamato dalla fuga di migliaia di abitanti dalle città (il caso di Detroit è quello più eclatante). Tensioni razziali, concorrenza industriale, chiusura delle acciaierie e povertà diffusa, spinsero milioni di bianchi ad abbandonare le proprie case, per recarsi negli Stati del Sud, primo fra tutti il Texas e dell’Ovest, la California. Le case abbandonate vennero e vengono tuttora date alle fiamme. Città come Youngstown, Buffalo, Detroit e altre ancora, divennero preda della delinquenza e gli Stati delle rispettive città risposero costruendo carceri in grado di accogliere l’aumento esponenziale dei crimini. img_1835

Il saggio non trascura di descrivere la vita nei ghetti abitati prevalentemente dai neri e delle difficoltà di ogni tipo che devono affrontare per vivere. Per esempio il prezzo delle polizze di assicurazione delle case che si trovano nei ghetti è molto più alto rispetto alle case dei suburbi ricchi della medio-alta borghesia. Questo non è l’unico parametro ad essere più costoso per un abitante del ghetto urbano. Lo stesso vale per il riscaldamento, perché essendo le case molto spesso più vecchie hanno anche una dispersione termica più elevata e quindi un maggiore consumo rispetto a una casa nuova. È paradossale, ma è così. Nello stesso modo nei ghetti mancano i centri commerciali, che si spostano seguendo i ricchi, mancano le scuole, che chiudono in centro spostandosi nei quartieri residenziali in prevalenza bianchi, mancano tutti i servizi essenziali per una vita normale, obbligando le persone del ghetto a spostarsi per chilometri solo per fare la spesa e obbligando i loro figli a frequentare scuole di infima qualità (quelle poche che restano nel ghetto, che a volte si trovano nel centro città). Senza parlare del cibo mangiato nel ghetto, quasi sempre di infima qualità e strapieno di zuccheri e grassi, che comporta un aumento dell’obesità tra gli afroamericani del 38%, contro il 23% dei bianchi. In città come Baltimore e Detroit la percentuale di omicidi è più alta rispetto a qualsiasi altra città degli Stati Uniti.

Per concludere, perché altrimenti vi svelo tutto il libro e non mi sembra il caso, Coppola prosegue parlando della decostruzione in atto in quelle città. Ossia di ditte specializzate che recuperano tutto ciò che si può da una casa abbandonata prima della demolizione. In questo modo si evita di mandare in discarica, normalmente, fino al 50% dei materiali di demolizione e in taluni casi questa percentuale arriva fino all’87%. Le demolizioni sono necessarie in quei territori perché le case abbandonate sono migliaia e i comuni hanno bisogno di evitare che diventino dei ritrovi per drogati e spacciatori e anche per evitare che vengano incendiate, come spesso succedeva e succede tutt’oggi. È un grande problema di ordine pubblico e di controllo del territorio. Un altro aspetto positivo riportato nel libro è quello della nascita degli orti in città, anche se la città presa a modello è quella di New York.

Lo reputo un libro importante per capire meglio la mentalità americana nel suo complesso, le sue disfunzioni sociali, le sue divisioni interne e il modo di agire dei cittadini. Forse anche la pesante situazione attuale del coronavirus che sembra essere fuori controllo negli Usa, può essere illuminata da questo libro.

 

Coppola, Alessandro, Apocalypse Town. Cronache dalla fine della civiltà urbana, 2012, Roma-Bari, Editori Laterza, pp. 236. 

 

 

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Ipocrisie olandesi

Leggendo l’articolo sulla sanità olandese nel sito internet ilSussidiario.net, qui, e guardando un po’ più da vicino a casa d’altri, come del resto alcuni Paesi del Nord Europa fanno con noi da anni, non si può non dire che l’Olanda è un Paese piuttosto buffo. È il regno dell’ipocrisia. Per iniziare, tre settimane fa diceva che non avrebbe seguito il modello italiano contro il coronavirus (adducendo la scusa che in Italia si chiudevano le scuole per mancanza di igiene), ma dopo appena una settimana dalla boutade ha fatto esattamente come noi: ha chiuso tutto. Gli olandesi sono tra i più violenti oppositori dei “coronabond”, proprio loro che sono notoriamente un paradiso fiscale e permettendo a migliaia di aziende di tutto il mondo di evadere le tasse nei rispettivi Paesi di provenienza (ci sono anche aziende italiane tra i furbetti); registrando i propri marchi proprio in Olanda, dove pagano cifre irrisorie. Sempre loro, storicamente, hanno inaugurato lo spettacolo delle prostitute in vetrina, la vendita delle droghe leggere nei coffee-shop, l’eutanasia e adesso, a quanto pare, come l’articolo più sopra riporta, vorrebbero obbligare gli anziani malati di coronavirus a cedere il posto in ospedale ai pazienti più giovani: dicono che il loro sistema sanitario è vicino al collasso (quasi 11.000 malati e 771 morti). Hanno smesso di ridere. Non c’è che dire, è proprio un bel Paese l’Olanda!

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Adolf Hitler – Il mio testamento politico

Trapianta un tedesco a Kiev, e rimarrà un tedesco perfetto. Ma trapiantalo a Miami e farete di lui un degenerato… in altre parole, un americano.

Adolf Hilter

In questo libro troverete gli ultimi pensieri di Adolf Hitler prima del tracollo finale. Con la prefazione del professore Giorgio Galli, che bene inquadra gli anni del nazismo e del suo rapporto con l’esoterismo, il libro raccoglie i pensieri di Hitler dal febbraio all’aprile del 1945. In tutto si tratta di XVIII note. Le note furono trascritte da Martin Bormann all’interno del bunker in cui si trovavano, chiusi nei mesi finali del Terzo Reich. Bormann in quel periodo venne nominato da Hitler come suo successore a capo del partito e suo esecutore testamentario. Veniamo al contenuto. Cosa disse Hitler? Quali pensieri espresse prima del crollo? 9400F955-DEC7-4604-9D37-932BE1DE8CB4

Fin dalla prima nota, del 4 febbraio 1945 (l’ultima sarà del 2 aprile), Hitler si scaglia contro Winston Churchill e gli ebrei che, secondo lui, lo dominano completamente, non permettendo alla Gran Bretagna di scendere a patti con la Germania, creando in questo modo quella agognata alleanza nordica che avrebbe dominato l’Europa e il mondo; costituendo inoltre un forte baluardo in chiave anti sovietica. Sempre nella stessa nota, Hitler fa un excursus storico sulla situazione inglese all’epoca di Napoleone, facendo i dovuti distinguo tra il risoluto Pitt, contro Napoleone, e l’ubriacone mezzo-americano Churchill. Imputa al debole Primo ministro inglese di aver girato le spalle alla Germania, tradendo in questo modo il vincolo di sangue nordico, alleandosi con la debole Francia, nazione latina che come l’Italia erano state sconfitte dalla Germania e dalla stessa Inghilterra. In questo i popoli latini avevano dimostrato ai suoi occhi di essere deboli e quindi non meritevoli di cotanto rispetto.

Nelle altre note alcuni temi si ripetono e sono spesso ricorrenti: la debolezza delle nazioni latine, il tradimento degli italiani e la loro impreparazione militare, la fiducia mal riposta nell’alleato italiano che ha solo danneggiato la Germania e soprattutto l’operazione Barbarossa, cioè l’attacco contro l’Unione Sovietica, che a detta di Hitler fu rimandata di oltre un mese per salvare gli italiani dall’assurda avventura greca, voluta da Mussolini per rincorrere l’alleato germanico; la mancanza di fiducia totale e disprezzo verso la Francia (già espresso nel Mein Kampf  e che mai ritrarrà), che reputa infida, piena di odio contro la Germania, pericolosa e completamente inaffidabile per i tedeschi, le recriminazioni contro la Spagna per non avere permesso alle truppe germaniche di attaccare la britannica Gibilterra e la politica suicida di Franco contro il suo stesso popolo, l’orgoglio di razza e la Germania come baluardo dell’Europa intera, unita e solidale sotto un unico governo, il disprezzo verso Franklin Delano Roosevelt e la sua cricca ebraica, l’odio contro gli ebrei, i comunisti e gli slavi e infine il concetto geopolitico del lebensruam, cioè del sacrosanto e fondamentale diritto dei tedeschi di avere il proprio spazio vitale ad Est, conquistando e colonizzando di tedeschi le terre fino agli Urali. Bisogna infine dire che verso Benito Mussolini esprime sempre parole di affetto e gratitudine, nonostante le scelte sciagurate da lui intraprese senza il suo consenso (Hitler avrebbe voluto che l’Italia restasse fuori dalla guerra e neutrale), considerandolo l’ultimo degli antichi romani e in definitiva esprime anche un certo affetto verso l’Italia. Egli la chiama la sua debolezza e si rammarica di non essere stato sufficientemente duro, quando avrebbe dovuto, con gli italiani. In conclusione, e non sarebbe stato difficile prevederlo, preconizza l’ascesa mondiale degli USA e dell’URSS nei decenni a venire.

Hilter, Adolf, Il mio testamento politico, s.l., BUR Rizzoli, 2016, pp. 151.

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Il numero sottostimato dei morti per coronavirus in Cina

Secondo l’articolo di AsiaNews.it, qui, sembra che a Wuhan verranno distribuite qualcosa come 45.500 urne funerarie. La quasi totalità di questi morti sono stati cremati senza che facessero il tampone per accertare il coronavirus. Quindi non sono stati conteggiati tra i morti della pandemia. Sia chiara una cosa, i morti sono sottostimati anche in Italia ma in Cina, per non parlare di altri grandi Paesi, il numero è di moltissimo sottostimato, anzi è volutamente nascosto. Sempre secondo l’articolo due giornalisti cinesi che stavano lavorando a Wuhan sono scomparsi nel nulla e un altro è stato arrestato e si trova in carcere da un mese. Avevano scoperto i forni crematori che lavoravano 19 ore al giorno.
La Cina ufficialmente dichiara 3.292 morti per coronavirus…