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Massimo Centini – Il linguaggio esoterico di Hieronymus Bosch

Il Trittico delle delizie tra iconologia e mistero

Cosa sapete del Trittico delle delizie? L’avete mai visto? Se sì, cosa ne pensate? Ebbene, l’opera si trova al Museo del Prado di Madrid ed è uno dei quadri più indecifrabili ed enigmatici dell’intera storia dell’arte europea. In questo lavoro, Massimo Centini, antropologo culturale e autore di numerosi lavori, soprattutto incentrati sulla religione, storia ed esoterismo, cerca di svelare l’enigma di questo dipinto e del perché Hieronymus Bosch l’abbia fatto. Il dipinto, chiamato Il Trittico delle delizie (indicato da Centini dipinto tra il 1503-1504), è diviso in tre parti e misura 220 cm per 195. Il dipinto è considerato una delle maggiori opere del periodo maturo dell’artista.

Nipote, figlio e fratello di pittori, Bosch iniziò l’apprendistato fin dalla più tenera età nella bottega di famiglia. Nacque in Olanda, nella regione del Brabante, nel 1453. Dopo la morte del padre, avvenuta nel 1478, Bosch continuò il suo lavoro, dipingendo le pale incompiute del padre. Prima del 1480 si sposò con una donna benestante che gli portò una cospicua dote matrimoniale. Bisogna considerare, per inquadrare bene il periodo storico, che Bosch operò nell’epoca in cui uscì il Malleus maleficarum – scritto da due domenicani tedeschi, Jakob Sprenger e Heinrich Institor – che presto divenne la bibbia degli inquisitori contro le streghe. Bosch prima di arrivare a dipingere il Trittico dipinse opere  come La nave dei folli (1494, ispirato dall’omonimo libro satirico di Sebastian Brant), Estrazione della pietra della follia (1494, qui Bosch sembra volesse ironizzare sulla scienza medica del suo tempo) e il Prestigiatore (1502). Nel 1503-1504, ma sulla data esatta esistono delle discordanza tra gli studiosi, Bosch dipinse il Trittico. ED9E4AC3-FBB1-4D8E-87B9-C60D31F2016E

Su questo dipinto è stato scritto di tutto: opera satanica, esoterica, moralizzatrice, perversa, ermetica, altamente simbolica e con riferimenti cristiani, pedagogica, con riferimenti proveniente dall’alchimia, ecc. Spesso, come spiega bene Contini nel libro, si fa una grande confusione quando si parla di esoterismo. Infatti molte persone confondono esoterismo con satanismo, spiritismo e magia. In verità esoterismo significa che c’è un significato più profondo e nascosto nella realtà che ci circonda e questa realtà può essere racchiusa all’interno di un quadro, di un libro o in qualsiasi simbolo usato dagli uomini. Esoterismo è da sempre legato alla religione, ma anche alla quotidianità in cui viviamo. In antico greco esoterikós significa intimo, interno. Quindi nel Trittico, continua Contini, esiste certamente un linguaggio esoterico e questo è evidente dalla scelta degli oggetti ritratti. Per esempio l’utilizzo dei grilli è emblematico a proposito. I grilli, usati fin dall’antichità, indicavano deformazioni fisiche e aspetti mostruosi nei soggetti disegnati e venivano ritratti, molto spesso ma non sempre, con molteplici teste in corpi deformi o minuscoli. Erano un indice di mostruosità. Un altro oggetto usato è l’uovo, che può essere espressione positiva del dominio armonico del corpo, o luogo di rifugio primordiale dimostra la possibilità di racchiudere in un solo involucro, il pensiero e la materia, l’alfa e l’omega, per dirla con le parole di Centini. La fragolaaltro elemento usato da Bosch, indica invece la cupidigia e il peccato (così come la mora e la ciliegia). La civetta rappresenta la morte; i vetri invece sono un chiaro riferimento al mondo dell’alchimia, dove tutto si trasforma e si muta, in un continuo divenire.

Per concludere, perché non voglio svelarvi troppo il contenuto del libro, sull’opera di Bosch permangono molti dubbi e ipotesi, spesso contrastanti tra loro. Forse, ma non c’è nessuna sicurezza in merito, l’artista olandese appartenne a una setta protestante chiamata degli Adamiti, che propugnava una vita sessuale sfrenata, perché solo così, cioè attraverso il peccato, ci si poteva avvicinare a Dio. (Questa setta mi ricorda da vicino quella russa dei Chlysty, di cui faceva parte Grigorij Rasputin). O forse, più semplicemente, fu un’opera che condannava il peccato degli uomini e la loro cupidigia sessuale e la ricerca smodata di piaceri terreni. Se volete saperne di più, leggetevi il libro di Massimo Centini.

Centini, Massimo, Il linguaggio esoterico di Hieronymus Bosch. Il “Trittico delle delizie” tra iconologia e mistero, Catania, Gruppo Editoriale Bonanno, 2014, pp. 128. 

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S. Kozlov, J. Norštejn, F. Yarbusova – Il Riccio nella nebbia

È uscito anche in Italia il libro Il Riccio nella nebbia (Ёжик в тумане), favola moderna basata sul film di animazione del regista Jurij Norštejn e sulla sceneggiatura di Sergej Kozlov, uscito in Unione Sovietica nel 1975. Le bellissime illustrazioni sono di Francesca Yarbusova. In Unione Sovietica questa storia era famosissima e lo è tuttora in Russia. La favola racconta la storia di un Riccio e del suo amico Orso. Nella narrazione s’intersecano le vite di altri animali, come un Cavallo, un Gufo, un Cane, delle Falene e uno strano Qualcuno che salverà il povero Riccio dall’affogare nel fiume. Mentre Riccio e Orso s’incontrano di notte per contare e ammirare le stelle, Gufo, che in realtà ci vede benissimo di notte, è completamente incapace di vedere la bellezza che lo circonda, concentrato, com’è, al mero e sterile appagamento di sé e del proprio ego. Riccio riesce a vedere una stella riflessa in una pozzanghera ed è felice di quella visione, mentre anche Gufo guarda nella stessa pozzanghera ma vede solo la sua immagine riflessa e nient’altro.

Kozlov, Sergej, Norštejn, Jurij, Yarbusova, Francesca, Il Riccio nella nebbia, Milano, Adelphi Edizioni, 2019. 

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Anonimo – Storia della tiara bianca

Come fece la tiara bianca ad arrivare da Roma fino a Novgorod, in Russia, passando da Costantinopoli? Ecco, in questo libro, scritto presumibilmente tra la fine del Quattrocento e l’inizio del Cinquecento, così come viene spiegato nell’introduzione di Alda Giambelluca Kossova, e a cui furono aggiunte delle parti nei decenni successivi, viene narrata l’origine della tiara bianca e la sua importanza per l’ortodossia russa e soprattutto per la città di Novgorod. Dopo Kiev, con cui aveva rivaleggiato per lungo tempo, fu la città più importante della vecchia Rus’ (prima dell’ascesa di Mosca). Infatti Mosca, fino al 1478, anno della conquista di Novgorod, restava ancora poco più di un grosso villaggio, costruito in legno, un borgo di commercianti e cacciatori e non poteva certo vantare l’antica storia della città appena conquistata. La Grande Novgorod, già Repubblica indipendente, privilegio che conserverà anche sotto la dominazione mongola dietro il pagamento di un tributo, era il vero cuore pulsante dell’ortodossia russa, almeno fino alla già citata conquista da parte di Mosca. Comunque qui non ci interessa tanto la storia della città, ma il racconto della tiara bianca. Di cosa si tratta?BA786A92-4627-4DEA-8301-366647B96CAA_1_201_a

Il libro narra la nascita e il viaggio avventuroso che ebbe il prezioso oggetto. La tiara bianca fu donata dall’imperatore Costantino, a seguito di una visione avuta da Dio, al papa Silvestro I, prima che l’imperatore stesso andasse a fondare la nuova città di Costantinopoli. Fu una specie di passaggio di consegne del potere temporale e una conferma dell’approvazione divina verso il papa. Riallacciandosi alla Donatio Constantini, sconfessata da Lorenzo Valla nel 1440, il racconto reinterpreta in chiave russa il privilegio, voluto da Dio, di considerare la città di Novgorod come il nuovo centro spirituale del mondo ortodosso russo. I papi venuti dopo Silvestro I, prosegue il racconto, erano ormai deviati e corrotti, guidati da Satana, e non più degni di possedere la tiara bianca come simbolo di potere e religiosità. I papi cercarono di distruggerla in tutti i modi ma Dio non lo permise e infatti fece approdare la tiara a Costantinopoli, per sottrarla ai deviati latini. Tuttavia anche questa città si fece corrompere dal maligno e venne punita con la conquista agarena (cioè saracena). Quindi Dio volle che l’oggetto tanto prezioso arrivasse a Novgorod, città devota e degna di tanto onore. La città santa nel custodire la tiara bianca lo faceva a nome di tutto il popolo russo, contrapponendosi dal punto di vista delle idee alle mire egemoniche di Mosca. Questa è in estrema sintesi il succo della storia.

È interessante sottolineare che i vescovi di Novgorod indossavano un copricapo candido, gli unici a farlo in Russia. Quindi, probabilmente, la storia nacque da questo dato di fatto storico. È una storia che vuole dimostrare soprattutto tre cose: la supremazia della religione ortodossa rispetto alla corrotta e deviata religione cattolica; la preminenza religiosa e storica di Novgorod rispetto a Mosca e a qualsiasi altra città russa; e infine la fiera indipendenza della città contro le mire assolutiste di Mosca. Purtroppo questa idea di indipendenza fu pagata a caro prezzo. Infatti nel 1570 Ivan IV il Terribile massacrò una parte della popolazione e il restante fu schiavizzata e resa inerte.

Anonimo, Storia della tiara bianca, Palermo, Sellerio Editore, 2000, pp. 85. 

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Julius Evola – Civiltà americana

In questo libro ci sono alcuni articoli scritti da Julius Evola dal 1930 al 1968 e incentrati sulla società americana e sull’influenza che la stessa aveva sulla società italiana, a partire dalla Rai, a cui Evola non risparmia pesanti critiche, alla radio, alla musica e al linguaggio (già allora!). L’americanizzazione era già in pieno svolgimento mentre Evola scriveva questi articoli e non risparmiava nessuna delle attività umane. Il filosofo scrive che è molto più pericolosa l’infiltrazione americana rispetto a quella comunista-sovietica. D’altronde, continua Evola, il popolo americano non è affatto giovane, come si usa dire, ma assurge a sé molte componenti primitive, che li fa scadere nella sfera dell’immediato, del materiale e della semplificazione spicciola. Cosa dire della democrazia americana? Gli americani, seguendo le idee del filosofo John Dewey, considerato mediocre dallo stesso Evola, credono che ognuno possa diventare quello che vuole nella vita, eliminando, in questo modo, qualsiasi differenza e capacità innata tra gli uomini. Infatti ogni sentimento di distanza e di rispetto appare ingiustificato e da qui nasce la stessa attitudine insolente, presuntuosa, irriguardosa che ogni americano si permette, dovunque egli si trova. Bisogna ammettere che questi comportamenti ormai sono la norma anche in Italia, in cui i giovani, solo per dare un esempio, danno del tu agli anziani e addirittura anche ai professori universitari, come mi è capitato di ascoltare. Quindi l’americanizzazione ha funzionato benissimo e, riprendendo il pensiero di Julius Evola, ha dato i suoi acerbi frutti. 7EA55C84-31D0-453D-80D1-1793167A65B2

È un libro in totale controtendenza rispetto al pensiero della maggior parte delle persone contemporanee (per la verità lo era già allora), ma è proprio qui che per me sta il fascino di questo libro. Evola in un articolo del libro non manca di citare il sociologo comunista James Burnham, con cui è d’accordo, e il suo sguardo è ampio e profondo nella sua capacità di analizzare la società americana dei suoi tempi, scrivendo cose scomode e per nulla scontate. Esattamente il contrario rispetto alla maggior parte degli intellettuali odierni.

 

Evola, Julius, Civiltà americana. Scritti sugli Stati Uniti 1930-1968, Napoli, Controcorrente Edizioni, 2010.

 

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Gianluca Marletta – La guerra del Tempio

In questo breve ma conciso libro viene spiegato, fin dalle sue origini storiche, religiose e politiche, il confitto mediorientale che contrappone gli ebrei agli arabi. Gianluca Marletta inizia il saggio dall’Antico Testamento e dalle interpretazioni che gli antichi e i contemporanei ebrei ne hanno fatto e ne fanno tutt’oggi. Il saggio prosegue descrivendo i rapporti conflittuali che gli ebrei ebbero con gli antichi romani, fino a portare alla distruzione del secondo Tempio e di Gerusalemme nel 70 d.C., l’impatto che il Cristianesimo ha avuto nel cattolicesimo e nel modo in cui quest’ultimi hanno giudicato gli ebrei, l’influenza della diaspora nella religione e cultura ebraica, la nascita dei vari falsi messia ebraici in Europa e infine la nascita dello Stato ebraico moderno. Marletta non tralascia le relazioni strettissime tra gli evangelici americani – influenzati dal Sionismo cristiano sviluppatosi nell’Inghilterra protestante già a partire dalla fine del XVI secolo – e gli ebrei di oggi. I protestanti, molto più legati all’Antico Testamento, vedevano e vedono nella religione ebraica un’alleata per accelerare la venuta del Messia, che può avvenire solo con il rafforzamento dello Stato ebraico, e con la conseguente distruzione degli arabi musulmani, e con la forte volontà di molti ebrei di ricostruire il terzo Tempio (da alcuni religiosi vista come una propria e vera eresia, perché solo Dio può ricostruire il Tempio), sul Monte del Tempio o Spianata delle Moschee a Gerusalemme, in cui si trovano le moschee di Al-Aqsa e la cupola della Roccia. IMG_0840

Gli ebrei religiosi aspettano ancora il Messia che venga a liberarli dai loro nemici e venga a restaurare il predominio del popolo ebraico, mentre i cristiani, sia protestanti che cattolici, aspettano la seconda venuta del Messia e la guerra di Armageddon tra le forze del bene e del male, ma prima dovrà comparire l’Anticristo. Per alcuni teologi e studiosi il Messia aspettato dagli ebrei non è altro che l’Anticristo, in quanto gli ebrei non hanno riconosciuto Gesù e quindi, in quanto abbandonati da Dio, sono il popolo della perdizione e da loro probabilmente uscirà l’Anticristo (dalla tribù di Dan).

Concludo dicendo che quasi sempre nei libri di geopolitica e di storia viene trascurata l’influenza escatologica nei rapporti tra gli ebrei e gli arabi. Viene messo l’accento sui rapporti economici, energetici, etnici e religiosi, che pur sono molto importanti, ma si trascurano gli aspetti teleologici ed escatologici della religione ebraica e degli evangelici soprattutto americani. Ecco, Gianluca Marletta in questo libro indaga proprio questi aspetti. Alla fine del saggio le idee sulla questione Mediorientale e sulle cause del caos odierno sono molto più chiare e comprensibili.

Marletta, Gianluca, La guerra del Tempio. Escatologia e storia del conflitto mediorientale, San Demetrio Corone (CS), Irfan Edizioni, 2018, pp.132. 

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Carmelo Bene, Gilles Deleuze – Sovrapposizioni

Nel libro edito da Quodlibet si ritrovano un saggio del filosofo francese Gilles Deleuze sul teatro di Carmelo Bene, la risposta di Carmelo Bene a Deleuze, il testo di Riccardo III di Carmelo Bene e infine le foto di Carmelo Bene e dei suoi attori e attrici al Teatro Bonci di Cesena scattate nel dicembre del 1977. Qui voglio concentrarmi quasi esclusivamente sul saggio di Deleuze, che ritengo più illuminante sul lavoro di Bene.

Cosa dice di interessante, a mio avviso, Gilles Deleuze sul teatro di Carmelo Bene? Nel saggio Un manifesto di meno scrive che il suo teatro è un teatro della sottrazione, è un qualcosa che amputa, taglia, sottrae, come fa CB (cioè Carmelo Bene) nell’opera Un Amleto di meno. Nel riprendere Riccardo III Deleuze fa notare che Bene amputa tutto il sistema regale e principesco e lascia intatto solo Riccardo III e le donne. Le donne che hanno rapporti di guerra in proprio, come scrive Deleuze. Lo stesso continua con

Quando sceglie di amputare gli elementi del potere, egli cambia non soltanto la materia teatrale, ma anche la forma del teatro, che cessa d’essere “rappresentazione”, mentre l’attore cessa d’essere attore. Dà libero corso a un’altra materia e a un’altra forma teatrale, che non sarebbero state possibili senza questa sottrazione.

Secondo Deleuze Carmelo Bene appartiene agli autori minori perché si pone fuori da tempo, perché non rappresenta il proprio periodo storico, come invece faceva Wolfang Goethe ai suoi tempi: Goethe era un tutt’uno con il suo periodo. Bene no. Egli è senz’avvenire e senza passato, ha solo un divenire, un mezzo, attraverso cui comunica con altri tempi, altri spazi. 

Il teatro di Bene è in definitiva umile, senza fronzoli per la testa, non si dà arie e non pretende di fare la rivoluzione; non è certo il teatro a cambiare il mondo, scrive sempre Deleuze. A Bene non interessa la rappresentazione dei conflitti, ma la presenza della variazione, come elemento più attivo, più aggressivo. Per Bene i ricchi e i poveri sono la medesima cosa: sono entrambi schiavi e l’artista non è altro che lo schiavo intellettuale. Qui mi sovviene in mente l’accusa rivolta da Julien Benda – nel suo libro La trahison des clercs (Il tradimento dei chierici), scritto nel 1927 – agli intellettuali, ormai venduti alla politica e alla propria nazione, invece che alla verità e allo spirito. Insomma l’intellettuale contemporaneo non è nient’altro che un dominato della classe dominante. Lo stesso si può dire dell’artista, dei ricchi e dei poveri. La schiavitù ci accumuna tutti, nessuno escluso. Non è la storia né tantomeno il fantomatico popolo a farci varcare la frontiera, perché è il popolo che manca, come scrive Deleuze riprendendo la frase di CB.

 

Bene, Carmelo, Gilles, Deleuze, Sovrapposizioni, Macerata, Quodlibet, 2016, pp.126.

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È legittima la pluralità di pensiero in Italia?

‪Ieri sono stato in una libreria della Feltrinelli a Milano e tra le novità dei saggi ho visto questi libri: Lilli Gruber, Luciano Canfora, Ezio Mauro, una biografia su Eugenio Scalfari e infine Andrea Scanzi. Tutti autori di sinistra. Tutti libri schierati politicamente e tutti contro un avversario politico ben preciso. Si illudono in questo modo, senza fare nessun tipo di autocritica, di contrastare l’onda “fascista”. Invece, secondo me, ottengono esattamente l’effetto contrario. Dimostrano, a vario titolo e con varie sfumature, il disprezzo che provano per il “popolo”, proprio quello, in quanto si ritengono di sinistra (Canfora è comunista, se non addirittura stalinista), che pretendono di rappresentare e difendere.

È possibile che in un Paese democratico non ci siano pari opportunità anche per idee e libri di centro e di destra? È possibile che ci sia questo schiacciamento culturale verso una sola idea di società? Non è anche questo un tipo di fascismo soft, ma molto più potente in quanto mascherato dalla cultura e appoggiato dai media principali?

Vado alla Feltrinelli da anni (e anche in altre librerie) e devo constatare un decadimento dell’offerta libraria negli ultimi anni, sempre più commerciale e schierata politicamente, a discapito di una pluralità di offerta di alto livello. Qualche mese fa è capitata la stessa cosa con una sfilza di libri tutti a favore dell’Unione Europea. Non c’era un solo libro alla Feltrinelli critico verso le politiche comunitarie. È democratico? I libri non dovrebbero aiutarci a ragionare e a riflettere, magari andando contro le proprie convinzioni? La democrazia non presuppone una pluralità di idee e il confronto quotidiano tra esse? È possibile che gli autori di sinistra si arroghino ancora il diritto di non riconoscere pari dignità alle idee che contrastano con le loro? Non si rendono conto che è proprio questo il motivo per il quale perdono sempre di più il contatto con le persone normali, che poi votano per Matteo Salvini?

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Henrik Stangerup – L’uomo che voleva essere colpevole

Un mondo utopico può trasformarsi in distopico? Una società nella quale non esiste più il concetto di colpa, e nella quale le parole vengono modificate e alterate in funzione del potere e di un’ideologia unica e metafisica a cui tutti, come automi, devono ubbidire senza il diritto di criticarla, può essere considerata una società migliore?

Il protagonista del libro Torben, scrittore, non può essere incolpato della morte della moglie, che lui ha ucciso con le sue stesse mani, perché il concetto di colpa non esiste più, è stato eliminato dal linguaggio ufficiale. Sono stati gli eventi, le condizioni psico-sociali, a portarlo all’esasperazione e quindi all’omicidio. Non basta ed è inutile che Torben cerchi in tutti i modi di farsi riconoscere come un assassino, come un violento e un reietto, no, per loro egli è semplicemente un uomo senza macchia e per confortare la loro tesi sono pronti a mentire e a modificare la dinamica degli eventi. Questa società utopica-distopica si trova in Danimarca, si trova in quella Scandinavia in cui tutto funziona e nella quale le differenze, di qualsiasi tipo, sono state annullate, rendendo le persone tutte uguali e con le stesse motivazioni e pensieri. Tutto sembra armonioso e la stessa lingua, purificata dai termini sgradevoli, abbraccia l’eufemismo come prova certa di progresso e giustizia. L’individuo è schiacciato e il libero arbitrio distrutto: come può esserci la scelta individuale se il concetto di colpa è stato abolito? Se qualsiasi cosa tu faccia verrà sempre giustificato e minimizzato, fino a sparire? Se l’individuo è diventato semplicemente un numero che ripete le stesse identiche azioni di altre milioni di persone?

L’individuo è morto, schiacciato e assorbito dalla massa uniforme e automatizzata. Come scrive Anthony Burgess nella postfazione, Torben vuole semplicemente essere un uomo.

 

Stangerup, Henrik, L’uomo che voleva essere colpevole, Milano, Iperborea, 2017, pp.176.

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Hannah Arendt – La lingua materna

Hannah Arendt non si sentiva una filosofa, ma una teorica studiosa di politica. Invece  credo, come Günter Gaus che la intervistava in televisione, che lei fu una grande filosofa e studiosa di politica. La banalità del male e soprattutto Le origini del totalitarismo (oltre a Vita activa, ecc.) sono opere, seppur scomode a qualcuno per il contenuto, di una grande studiosa e filosofa.

Il libro contiene la conversazione televisiva rilasciata dalla Arendt a Günter Gaus nel 1964 e il suo intervento nella conferenza Concern with Politics in Recent European Philosophical Thought del 1954. I temi trattati dalla filosofa vanno dal nichilismo moderno europeo, in cui alcuni filosofi vedono le difficoltà del mondo attuale, alla rivoluzione, vista da alcuni come paragonabile alla vita eterna e di conseguenza chi la fa viene salvato; al disgusto verso l’esistenza, che può scomparire quando l’individuo, attraverso il proprio impegno, decida di divenire quello che sceglie di essere, all’emancipazione femminile, in cui la Arendt, andando contro corrente rispetto ai suoi tempi e ai nostri, diceva:

ho sempre pensato che esistano delle attività determinate che non si addicono alle donne, che non vanno bene per loro […] Che una donna dia degli ordini non mi sembra una cosa opportuna. Le donne devono evitare di trovarsi in tale posizione, se vogliono mantenere le loro qualità femminili. 

Degli intellettuali amici degli anni Trenta, al tempo della presa del potere da parte di Adolf Hitler, vivida restava in lei il ricordo della facilità con cui si allinearono al nuovo regime:

io vivevo in un ‘milieu’ di intellettuali, ma conoscevo anche altre persone, e potevo constatare che tra gli intellettuali allinearsi era la regola, mentre non avveniva in altri ambienti. E non l’ho mai dimenticato […] Mai più mi farò toccare dalle storie degli intellettuali! 

Il resto leggetelo voi.

 

Arendt, Hannah, La lingua materna, Udine-Milano, Mimesis, 2019, pp. 112.

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Sergio del Molino – La Spagna vuota

Leggere questo libro è stata un’immersione in scoperte e sorprese continue, perché in Italia non ci sono molti libri sulla situazione politica, sociale e demografica della Spagna. Bisogna riconoscere che si pubblica poca letteratura e pochi saggi su questo Paese in Italia. Negli ultimi anni si è parlato molto della questione catalana e negli anni scorsi il terrorismo basco era al centro dell’attenzione mediatica. Quando la Spagna è al centro dell’attenzione è quasi sempre per motivi di secessionismo più o meno violento da parte di regioni con forti identità storiche e linguistiche. La nostra attenzione è quasi sempre rivolta alla Germania, alla Francia e alla Gran Bretagna, per quanto riguarda l’Europa. La Spagna è relegata ai margini del nostro interesse politico ed economico. Se ne parla, certamente, ma quando andiamo a visitarla, per turismo. Ecco, questo saggio che è una via di mezzo tra antropologia e storia, tra demografia e geografia, tra letteratura e poesia, colma questo vuoto. È un libro notevole per la mole di informazioni, per la profondità di sguardo e la capacità di raccontare dei fatti, anche dolorosi, come le iniziative prese sotto la dittatura di Franco, senza mai scadere in un linguaggio farcito di odio e rivendicazioni arrabbiate, ma con la consapevolezza che raccontare dei fatti implica mettere insieme una serie di azioni che varie generazioni di uomini hanno aiutato a modellare e incidere.

Tra le molte cose, quella che mi ha colpito di più, è il collegamento diretto che l’autore fa tra l’ideologia del movimento carlista, nato nella prima metà dell’Ottocento, a seguito degli intrighi di corte scaturiti quando il re Ferdinando VII di Borbone fece regina sua figlia Isabella a discapito del fratello minore Carlos, che sarebbe stato il pretendente secondo la Lex Salica, e i movimenti secessionisti nati nei Paesi Baschi e in Catalogna alla fine dell’Ottocento. Cosa c’entravano degli ultraconservatori, difensori del cattolicesimo, anti illuministi, che disprezzavano le città e il liberalismo con la nascita del secessionismo moderno? Semplicemente questo, e qui c’è il fulcro del libro a mio avviso, il disprezzo dei cittadini spagnoli delle grandi città come Madrid, Barcellona e Bilbao, verso i provinciali, verso i paesi dell’entroterra, poveri e abitati da ignoranti e bifolchi, isolati e malati cronici, che nonostante tutto, seppur attenuato, perdura ancora oggi. Il movimento carlista difendeva invece la vita contadina, la religiosità delle persone semplici e per avvicinarsi ad essi, già alla fine dell’Ottocento, iniziò a stampare dei giornali nelle varie lingue locali e i preti presero a dire messa nelle stesse lingue, per farsi capire dalle persone che non parlavano il castigliano. Così, secondo l’autore, ha preso piede il nazionalismo in Spagna (per nazionalismo in Spagna s’intende il secessionismo catalano, basco e galiziano). La cosa interessante è il perdurare dell’ideologia carlista in Spagna durante tutto il Novecento, infatti ha avuto un forte ruolo nell’appoggiare Franco durante la guerra civile spagnola e anche dopo la sua presa del potere ne ha influenzato le scelte e le politiche. Ancora oggi il movimento carlista non è del tutto scomparso e rende la Spagna da questo punto di vista un unicum nel continente europeo.

Quindi la dualità e contrapposizione tra città e campagna, presente in tutti gli Stati europei, in Spagna assume un contorno molto più marcato e divisorio e affonda le sue radici all’epoca della reconquista contro gli arabi. Nella meseta madrilena, in Castiglia, si possono percorrere anche cinquanta chilometri senza incontrare un paese, in un ambiente brullo e spopolato. La Spagna interna muore lentamente e il problema non è di certo recente. Fin dall’Ottocento le masse di contadini si spostano dalle campagne alle grandi città, soprattutto Madrid e Barcellona, e dopo il 1950 il problema si fa più pressante e drammatico. Interi villaggi si spopolano e in altri restano solo anziani e persone troppo povere per spostarsi. Il Grande Trauma ha coinvolto e coinvolge milioni di spagnoli sradicati dalle loro terre d’origine e immersi in una realtà da cui spesso si sentivano respinti, andando a gonfiare a dismisura le periferie di Madrid e Barcellona. Nella Spagna vuota, cioè in quella macro regione che Molina individua nelle regioni (comarche) di Extremadura, Castiglia-La Mancia, Aragona e Castiglia-Leon, si possono contare paesi con tre soli abitanti e altri completamenti spopolati. Un deserto nel cuore della Spagna. I soldi dell’Unione Europea hanno in parte migliorato la situazione di alcune realtà, soprattutto di quelle realtà legate al turismo, ma il documentario del 1932 di Luis Buñuel, chiamato Tierra sin pan (Las Hurdes), è ancora lì a testimoniare l’estrema povertà e l’isolamento dei villaggi interni di un’epoca ancora viva e non del tutto superata. Non siamo ancora in grado di dire se la Spagna vincerà la lunga battaglia contro la tierra sin pan, ma sicuramente, almeno in alcuni comuni e con alcune persone battagliere, ci stanno provando.

 

Molino, Sergio del, La Spagna vuota, Palermo, Sellerio, 2019, pp. 393.