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Elisabetta Bini – La potente benzina italiana

Guerra fredda e consumi di massa tra Italia, Stati Uniti e Terzo Mondo (1945-1973)

Rigorosa ricostruzione storica degli avvenimenti che portarono alla nascita dell’ENI, nel 1953, e dei rapporti di forza che s’instaurarono tra l’Italia e gli Usa, da un lato, e i produttori di petrolio e gas, dall’altro. Elisabetta Bini segue passo passo le azioni di Enrico Mattei, prima come liquidatore dell’Agip (che non liquidò affatto) e poi come fondatore e deus ex machina dell’intero comparto energetico italiano fino alla sua morte, avvenuta, come sappiamo, per un attentato nel 1962, quando l’aereo su cui viaggiava cadde a Bascapè, alle porte di Milano. La presenza di Mattei, come è naturale che sia, è fortemente presente per quasi tutto il libro: come fondatore dell’ENI, come manager capace di stringere rapporti proficui e duraturi con i Paesi produttori di petrolio (soprattutto Iran, URSS, Marocco, Libia, Algeria), come patriota e convinto assertore dell’indipendenza energetica dell’Italia rispetto agli Usa, come uomo capace di ricontrattare i trattati, a vantaggio dei Paesi produttori, e di portare nelle loro casse il 75% dei profitti invece del 50%, come invece fino ad allora il mercato petrolifero internazionale concedeva nei loro accordi; e infine come ideatore della rivista interna chiamata Il Gatto selvatico (1955-1965), a cui collaborarono scrittori e poeti del calibro di Eugenio Montale, Carlo Emilio Gadda, Giuseppe Ungaretti, Natalia Ginzburg, ecc. Anche nel campo della cinematografia l’azienda non si fece mancare nulla. Infatti in quegli anni, per realizzare i svariati documentari dell’operato dell’ENI, soprattutto nel Mezzogiorno, ma anche in Africa e in Medio Oriente, furono chiamati registi come Giuseppe Bertolucci, Gilbert Bovay, Paolo e Vittorio Taviani. 4132A020-5DE2-4342-8E18-0A02E2C0D9A0

Molto suggestivo e approfondito è il capitolo dedicato alla guerra e all’evoluzione delle locandine pubblicitarie, prima prendendo in esame quelle dell’Agip (azienda statale nata nel 1926) fino al 1945, e poi dell’ENI e il confronto di significati e prospettive con la pubblicità del più agguerrito e diretto competitore dell’ESSO in Italia. Così come ampio spazio viene dato alla raffineria petrolchimica costruita a Gela (1960) dall’ENI e ai rapporti tra gli abitanti e i politici del luogo, che speravano in una crescita esponenziale dell’occupazione, e i dirigenti dell’azienda energetica. Il rapporto fu costellato da conflitti e incomprensioni, ma anche da piccoli spiragli di luce e di occupazione. Molta importanza ebbe la scuola interna, si potrebbe oggi chiamare un master post universitario, che l’ENI istituì nel 1957 e che chiamò Scuola di studi superiori sugli idrocarburi. La scuola fu voluta fortemente dal vicepresidente dell’ENI Marcello Boldrini (vicepresidente fino al 1962 e poi presidente fino al 1967), economista e accademico di fama mondiale. La scuola ebbe un’importanza strategica per formare le classi dirigenti dei paesi con i quali l’ENI firmava accordi, per riportare le testuali parole dell’autrice. L’idea di fondo fu quella di legare i giovani di quei Paesi con l’ENI e di conseguenza con l’Italia. Furono chiamati a insegnare professori stranieri di fama mondiale, furono invitati intellettuali e poeti nei dibattiti sulla modernizzazione, permettendo alla scuola di divenire uno strumento di diplomazia culturale nei confronti del Terzo mondo. Questa politica sul lungo termine ha pagato. Se l’Italia è riuscita a mantenere degli ottimi rapporti con alcuni Paesi, come per esempio l’Iran e l’Algeria, nonostante gli stravolgimenti politici avvenuti in questi Stati, lo si deve a questa lungimirante politica di collaborazione culturale e scientifica. L’ENI si premurò di preparare giovani ingegneri, economisti, tecnici e geologi capaci di rendere la loro Patria di provenienza indipendente dal punto di vista tecnico dalle aziende occidentali da cui dipendevano i loro introiti economici. Forse oggi ci sarebbe qualcosa da imparare da questo modello. Infine Boldrini diede molta importanza alla cultura umanistica, oltre a quella scientifica. Fu contrario a un’iperspecializzazione in campo tecnico e propose corsi di studi di cultura generale, a completa scelta dello studente, per preparare meglio i giovani a capire il mondo in cui vivevano. Inoltre gli esami formali furono aboliti nella sua scuola, promuovendo la discussione tra insegnanti, allievi e assistenti. Insomma, a dire poco una scuola completamente rivoluzionaria per i suoi tempi e anche per i nostri.

Enrico Mattei, e di conseguenza anche l’ENI, fu un convinto assertore della modernizzazione dell’Italia, avviandola e accompagnandola nella società dei consumi. Cercò in tutti i modi di dare all’Italia un volto nuovo, moderno, al passo con i tempi, con una politica indipendente e forte, con partner stranieri su cui contare e con cui collaborare a lungo termine. Nel fare ciò pestò troppi piedi ben piantati per terra e questo gli fu fatale. Forse fu anche un corruttore come scrisse il giornalista Indro Montanelli, ma lo fu per il bene della sua Patria e del benessere comune, anche di quello dei Paesi poveri da cui comprava il petrolio. Purtroppo non si può dire la stessa cosa di Montanelli, visto le frequentazioni fin troppo assidue con l’ambasciata americana e da lì si spiega la sua brutale campagna di demonizzazione che portò avanti contro Mattei. Il giornalista non difese certo gli interessi italiani, a differenza di Mattei e dell’ENI.

Bini, Elisabetta, La potente benzina italiana. Guerra fredda e consumi di massa tra Italia, Stati Uniti e Terzo mondo (1945-1973), Roma, Carocci Editore, 2013, pp. 271. 

 

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Il nuovo ponte di Genova

In soli 13 mesi è stato completato il varo del ponte di Genova, entro i costi e i tempi previsti. Non era per nulla scontato. Questo dimostra che quando si fa sinergia tra politica nazionale e locale sane, grandi aziende italiane di respiro mondiale, come la Salini Impregilo, che si occupa della costruzione del ponte, grandi architetti come Renzo Piano e le varie componenti della società, tutto diventa possibile, anche quello che all’inizio sembrava impensabile. Un grande applauso va a tutte le persone coinvolte in questa grande opera, che non vorrei nemmeno chiamarla di rinascita, perché Genova e l’Italia in realtà non sono mai morte, ma di forza di abnegazione per ricostruire quello che è andato perduto nella tragedia dell’agosto del 2018, che è costata la vita a 43 persone. Il ponte andrebbe dedicato a loro, ai feriti e alle famiglie della spaventosa tragedia (per cui spero che qualcuno prima o poi paghi). Comunque, grandi! 

Qui il video di Salini Impregilo sul varo del ponte avvenuto ieri.

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Massimo D’Angelillo – La Germania e la crisi europea

Il libro di Massimo D’Angelillo, economista, è una lettura molto indicata visto il momento storico che stiamo vivendo in Italia e in Europa con il problema del MES e con l’opposizione, senza remore, della Germania e dei suoi Paesi satelliti contro l’idea dei coronabond o degli eurobond avanzata dall’Italia (e appoggiata da molti Stati europei). Dirò subito che nonostante i numerosi errori di stampa questo è un libro molto illuminante e ben scritto, su un argomento per nulla facile da comprendere, per chi, come me, non capisce molto di economia e soprattutto di finanza. Sarò un po’ prolisso, ma il libro e il tema meritano tanta attenzione.

D’Angelillo nel libro segue passo passo la crescita economica della Germania occidentale dopo il 1949, quando la stessa divenne indipendente dall’amministrazione diretta degli Alleati, e in particolar modo dopo il 1971 e la fine del Dollar Exchange Standard, decretata dal presidente americano Richard Nixon. Con Willy Brandt, nel 1969, i socialdemocratici tedeschi (SPD) per la prima volta conquistano il cancellierato da soli. Da questa svolta inizia una politica tedesca volta a unire sviluppo economico, competitività e stabilità monetaria che perdura ancora oggi. Il Marco si rafforza sempre di più grazie alle esportazioni dei prodotti tedeschi e alle innovazioni in campo industriale e dei servizi. Vengono fatti molti investimenti nel campo dell’istruzione e della ricerca. La forte moneta tedesca permette all’industria di acquistare materie prime a prezzi ribassati e consente ai cittadini di fare altrettanto con i prodotti agricoli, manufatti e servizi e nel contempo permette alla Germania di tenere bassa l’inflazione. Sempre negli anni Settanta, Willy Brand e poi il suo successore Helmut Schmidt portano avanti l’apertura dei rapporti con il blocco comunista dell’Est (la Ostpolitik), riallacciando scambi commerciali e soprattutto politici. La Repubblica Federale Tedesca nel corso di tutti gli anni Settanta e Ottanta si rafforza sempre di più, divenendo una potenza economica di livello mondiale. La quota di Pil esportato continua a salire: nel 1950 era dell’8,6 per cento, nel 1960 raggiunge il 15,8 per cento, nel 1980 tocca il 23,7 per cento e nel 2014 addirittura il 45,7 per cento. Contemporaneamente dal 1970 al 1980 sale la spesa pubblica dal 39,1 al 47,6 per cento, ma cala il prelievo fiscale dal 28,0 al 24,6 per cento. Nel 1972 nasce lo SME (il cosiddetto Serpente monetario europeo), per volontà del presidente francese Georges Pompidou e del Cancelliere tedesco Willy Brandt. Lo SME sarebbe servito a coordinare la gestione dei cambi e a dare stabilità al commercio europeo. Nel giro di due anni dalla creazione di questo meccanismo, però, l’Irlanda, il Regno Unito, l’Italia e la Francia ne uscirono, perché i problemi economici per mantenere il cambio stabile erano troppi, con la conseguente perdita di competitività nell’export. Lo SME si rivelò un fallimento per molti Stati. Nel 1979, con la seconda crisi petrolifera, il cancellierato di Schmidt entra in crisi. I cittadini tedeschi gli imputano scarsa attenzione verso i disoccupati e l’ambiente, tema che in Germania occidentale comincia a farsi sentire. Al suo posto, nel 1982, viene eletto Cancelliere Helmut Kohl. 9FC74FF0-407C-4310-B44F-4E4E38AF770C

I conservatori della CDU riprendono il potere, perso nel lontano 1969 con il cancellierato  di Willy Brandt. Come Capo della Cancelleria compare un nome molto noto ai nostri giorni, in Grecia ancora più tristemente popolare, niente poco di meno che Wolfang Schäuble, allora giovane giurista, ordoliberista tra i più spietati e direi arretrati. Kohl sostanzialmente prosegue la politica sociale del SPD, apre a qualche timida privatizzazione e rompe con il passato per quanto riguarda l’Ostpolitik, seguendo le orme di Ronald Reagan e permettendo alla NATO di installare sul suolo tedesco missili nucleari. Questo crea dei forti malumori nei Paesi del blocco comunista e anche in patria. Tuttavia il capolavoro di Kohl, se così si può chiamare, arriva con l’unificazione tedesca nel 1990. La Repubblica Democratica Tedesca, cioè la DDR, viene annessa alla Repubblica Federale e le viene imposta, fin dall’inizio, e senza riguardo alcuno per la sua storia, le regole e le consuetudini occidentali. Come scrive D’Angelillo

le proprietà dello Stato dell’Est vengono trasferite a un ente chiamato Treuhand Anstalt e poi rapidamente privatizzate; la classe dirigente della DDR viene del tutto esautorata; i valori monetari dei due Stati convertiti mediante un cambio monetario 1:1 tra il DM occidentale e il Marco della DDR.

Insomma, per farla breve, è a tutti gli effetti una vera e propria colonizzazione della Germania occidentale verso quella orientale, che va punita e rieducata secondo i canoni dell’ordoliberalismo più spietato che ancora oggi domina in Germania e in Europa, con i danni che noi tutti possiamo constatare soprattutto nell’Europa del Sud (che, come i tedeschi orientali prima, vanno rieducati con fermezza). Gli effetti di questa politica sono disastrosi per l’ex DDR, che in pochissimo tempo vede svanire la propria industria e decadere la propria economia, portando la disoccupazione (e anche l’immigrazione) a livelli mai visti prima: 2,4 milioni di persone restano disoccupate e altre 2 milioni migrano nella Germania occidentale a fronte di una popolazione di 16 milioni di abitanti. Addirittura il novantadue per cento dei beni privatizzati va nelle mani di investitori occidentali. Uno shock senza precedenti. Passando alla politica internazionale, Kohl ha molte responsabilità politiche per lo scoppio della guerra civile nell’ex Jugoslavia. Infatti senza l’immediato riconoscimento tedesco dell’indipendenza di Slovenia e Croazia, nel 1991, probabilmente non ci sarebbe stata l’escalation militare e la conseguente lunga guerra etnica. La Germania di Kohl non volle ascoltare ragioni, nonostante fosse stata sconsigliata dagli Stati Uniti e da altri Paesi europei di non influenzare la destabilizzazione della Jugoslavia. Con questo ultimo atto da parte della Germania il passo è ormai compiuto per ricreare una super potenza mitteleuropea nel centro dell’Europa. Il cancellierato di Kohl si conclude nel 1998, con una Germania con molti problemi interni, dovuti soprattutto all’annessione della ex DDR, ma molto rafforzata in ambito europeo e mondiale. Nel 1998 inizia l’era di Gerhard Schröder e dell’SPD di nuovo al comando.

Gerhard Schröder come primo passo capisce che la Germania ha bisogno di legarsi alle Nazioni emergenti che stanno crescendo nel mondo, in particolar modo alla Cina, ma anche ai Paesi del BRIC (oltre alla stessa Cina già citata, Brasile, Russia e India). Punta tutto sulle esportazioni e sul modo di farle crescere, competendo con le Nazioni che hanno un costo del lavoro molto più basso e sottopagato. Inventa i Minijob per permettere alla Germania di competere a tutti i costi e su tutti i fronti. I Minijob sono caratterizzati da un basso salario, che non supera i 450 euro al mese, da pochi contributi sociali e detassazione dei salari. I risultati di questa riforma del lavoro saranno raccolti dal cancellierato di Angela Merkel (2005- ad oggi), quando la Germania nel 2006 diventerà il primo esportatore mondiale (in seguito superata dalla Cina). Ma torniamo un attimo indietro. I Minijob creano in Germania una nuova classe di lavoratori poveri, sottopagati, precari, per due terzi donne e in maggioranza giovani. Si calcola che nel 2014 il 18,9 per cento dei lavoratori rientrano nei Minijob. Nonostante questa riforma per dare ampio respiro alle esportazioni, la Germania di Schröder per ben due anni, nel 2003 e 2004, insieme alla Francia, sfora il rapporto deficit/Pil posto al 3 per cento. Nel 2003 arriva al 4,2 per cento e nel 2004 al 3,9 per cento (più o meno sugli stessi valori la Francia di Jaques Chirac). La cosa abbastanza sorprendente è che sia la Francia che la Germania non pagarono nessuna procedura d’infrazione, nonostante le regole punissero e puniscano i trasgressori, grazie al veto di Silvio Berlusconi per l’Italia e di Tony Blair per il Regno Unito. La memoria della Germania attuale anche in questo caso è corta, molto corta. Il Cancelliere nel 2005 indice nuove elezioni, che vengono vinte – a causa del tradimento della socialdemocrazia verso i lavoratori e la propria storia sociale – abbastanza agevolmente dalla CDU di Angela Merkel.

La Merkel, donna della Germania orientale e laureata in fisica, riesce a raccogliere tutti i frutti dolci delle passate stagioni. Raccoglie l’entrata nell’Unione Europea di ben sette Paesi dell’Est, fortemente voluta dalla Germania, nel 2004: nell’ordine Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria e Slovenia e nel 2007 si conclude l’opera con l’entrata di Bulgaria e Romania. Finalmente la Germania ha il suo enorme bacino di manodopera specializzata a basso costo e infinite occasioni di penetrare altri mercati, vendendo ed espandendo i prodotti made in Germany. La maglia geopolitica tedesca si espande sempre di più nell’Europa orientale, declassando la storica alleanza con la Francia come secondaria ed emarginando l’altra grande economia in crisi d’Europa, cioè l’Italia. I Paesi del Sud vengono sempre di più visti come zavorre, spendaccioni e pochi produttivi. Il canone ordoliberista che tanti danni ha fatto e sta continuando a fare all’Europa intera, compresa a una buona fetta di cittadini tedeschi impoveriti, è la strada maestra che segue la signora Merkel e il suo ex ministro delle Finanze Schäuble (2009-2017), più sopra già citato.

Ma cos’è in due parole l’Ordoliberalismo? È quell’idea, come riporta D’Angelillo, riprendendo le parole di Hans-Werner Sinn, forse il più influente economista tedesco, che non esiste alcuna autoregolazione dei mercati, solo un’autogestione all’interno di una cornice di regole fissata per legge dallo Stato. Da qui si spiegano tutti i lacci soffocanti che la Germania ha imposto all’Europa per non indebolire l’euro e quindi per non permettere a Paesi come l’Italia di fare concorrenza ai suoi prodotti, come avveniva con la svalutazione della vecchia lira. Questo pensiero da un lato va contro l’anarchia liberista del mondo anglosassone, che tanti danni ha recato all’economia, e dall’altro contro l’Europa del Sud, che deve continuamente adeguarsi ai canoni dell’economia tedesca (i famosi compiti a casa). In questo modo è stata instaurata una vera e propria dittatura economica e finanziaria che sta portando al collasso l’intera Europa. C’è anche un altro fatto poco noto che l’autore del libro spiega bene ed è il modo in cui la Germania utilizza le sue risorse finanziare (dovute all’enorme surplus commerciale). I surplus finanziari, che non possono essere rinvestiti in Germania in quanto il mercato è saturo, vengono rinvestiti comprando i titoli del debito dei Paesi dell’eurozona. Più lo spread è alto e più gli investitori guadagnano denaro, più è basso e meno guadagnano. È un sistema evidentemente perverso che va a tutto vantaggio della Germania. Quindi quest’ultima ha tutto l’interesse che i Paesi indebitati continuino ad esserlo perché il meccanismo si riveli un ottimo affare. L’importante è che non falliscano. Questo no. Finché le regole dell’eurozona resteranno queste, questo sporco gioco al massacro contro i Paesi più deboli continuerà indisturbato, arricchendo sempre di più la Germania e indebolendo sempre di più i Paesi già deboli. Il keynesismo dell’export, come lo chiama D’Angelillo, è stato criticato fortemente dagli Stati Uniti e da altri Paesi, ma non è servito a niente. La Germania non ha alcuna intenzione di fare autocritica e di tornare sui propri passi. L’euro è stato costruito a tutto vantaggio della Germania, perché riesce a ingabbiare l’Italia, suo diretto competitore, che non può più svalutare la lira, come avveniva prima; perché tiene bassa la disoccupazione nel proprio Paese; perché ottiene denaro in prestito a tassi di interesse bassissimi; perché continua a crescere il proprio surplus commerciale (danneggiando gli altri Paesi europei, in quanto tenendo gli stipendi bassi non permette ai propri cittadini di consumare di più e quindi di espandere l’offerta e la domanda); ecc.

L’incapacità e l’arroganza di Angela Merkel degli ultimi quindici anni (in realtà il libro si spinge fino alla fine del 2015), da quando è diventata Cancelliere, sta portando l’Europa alla deriva e con grossissimi problemi di instabilità interna in molti Paesi. La Germania ha dimostrato di non poter guidare in alcun modo l’Europa, che non ne ha la capacità strategica e a lungo termine. È troppo autoreferenziale, egoista, tronfia e senza memoria storica, come sta dimostrando ancora in questi giorni drammatici per l’Europa e il mondo intero. Ha distrutto la Grecia senza alcuna pietà e forse adesso spera di fare altrettanto con l’Italia, imponendole il MES. La classe dirigente tedesca espressa negli ultimi quindici anni si è rivelata fallimentare, ottusa e pericolosa per l’intera Europa. La mania, quasi malattia compulsiva dei tedeschi per la stabilità finanziaria ha ridotto a deserti intere aree dell’Unione Europea, a partire proprio dall’ex DDR, primo paradigma di questa volontà malata di desertificazione.

D’Angelillo, Massimo, La Germania e la crisi europea, Verona, Ombre Corte, 2016, pp.222. 

 

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Alessandro Coppola – Apocalypce Town

Raramente s’incontrano libri così interessanti e approfonditi sulla società americana e sulle perversioni sociali che lì si ritrovano. Alessandro Coppola, professore di architettura e pianificazione al Politecnico di Milano, ha scritto questo libro sulla decadenza di quella fascia di territorio e di città che viene oggi chiamata Rust Belt, cioè cintura di ruggine. La fascia della Rust Belt parte da Milwaukee, ad ovest, fino ad arrivare, passando da Detroit, Flint, Buffalo, Baltimore, Cleveland, Youngstown, a Pittsburg, in Pennsylvania. Attraversa gli Stati dei Grandi Laghi nel Nord-Est degli Stati Uniti. Una volta questo territorio e queste città erano il grande motore dell’economia industriale degli Stati Uniti. Qui si produceva acciaio, auto, si estraeva carbone, ferro, calcare, si costruivano grattacieli in stile déco, milioni di immigrati – prima di origine europea, e poi afroamericana (soprattutto dopo la Seconda guerra mondiale) – venivano attratti dal lavoro abbondante e dagli alti stipendi (tanto che gli operai di questi Stati erano i più pagati al mondo). Poi piano piano tutto di spense e svanì come un sogno. Un sogno durato decenni e nato già nel corso dell’Ottocento ed esploso letteralmente nella prima metà del Novecento. Gli operai bianchi arricchiti lentamente si spostavano nel suburbio, andando ad affiancare le classi medie e lasciando libere le vecchie abitazioni alla nuova immigrazione afroamericana. La transizione razziale acuì le differenze e le spaccature in seno alla società; ma nel frattempo le città crebbero ancora e i primi centri commerciali fecero la loro comparsa, insieme alle grandi infrastrutture autostradali, appena terminate, che permisero finalmente a milioni di americani di spostarsi tranquillamente in auto. Questa ricchezza così diffusa e quasi alla portata di tutti lentamente si sgretolò di fronte alla concorrenza nel campo dell’acciaio, da cui traevano la maggior parte dei profitti, da parte di Paesi aggressivi quali la Germania, Giappone e Brasile e nel campo dell’automobile avvenne lo stesso iter, confermando negli anni Settanta il declino industriale, conclamato dalla fuga di migliaia di abitanti dalle città (il caso di Detroit è quello più eclatante). Tensioni razziali, concorrenza industriale, chiusura delle acciaierie e povertà diffusa, spinsero milioni di bianchi ad abbandonare le proprie case, per recarsi negli Stati del Sud, primo fra tutti il Texas e dell’Ovest, la California. Le case abbandonate vennero e vengono tuttora date alle fiamme. Città come Youngstown, Buffalo, Detroit e altre ancora, divennero preda della delinquenza e gli Stati delle rispettive città risposero costruendo carceri in grado di accogliere l’aumento esponenziale dei crimini. img_1835

Il saggio non trascura di descrivere la vita nei ghetti abitati prevalentemente dai neri e delle difficoltà di ogni tipo che devono affrontare per vivere. Per esempio il prezzo delle polizze di assicurazione delle case che si trovano nei ghetti è molto più alto rispetto alle case dei suburbi ricchi della medio-alta borghesia. Questo non è l’unico parametro ad essere più costoso per un abitante del ghetto urbano. Lo stesso vale per il riscaldamento, perché essendo le case molto spesso più vecchie hanno anche una dispersione termica più elevata e quindi un maggiore consumo rispetto a una casa nuova. È paradossale, ma è così. Nello stesso modo nei ghetti mancano i centri commerciali, che si spostano seguendo i ricchi, mancano le scuole, che chiudono in centro spostandosi nei quartieri residenziali in prevalenza bianchi, mancano tutti i servizi essenziali per una vita normale, obbligando le persone del ghetto a spostarsi per chilometri solo per fare la spesa e obbligando i loro figli a frequentare scuole di infima qualità (quelle poche che restano nel ghetto, che a volte si trovano nel centro città). Senza parlare del cibo mangiato nel ghetto, quasi sempre di infima qualità e strapieno di zuccheri e grassi, che comporta un aumento dell’obesità tra gli afroamericani del 38%, contro il 23% dei bianchi. In città come Baltimore e Detroit la percentuale di omicidi è più alta rispetto a qualsiasi altra città degli Stati Uniti.

Per concludere, perché altrimenti vi svelo tutto il libro e non mi sembra il caso, Coppola prosegue parlando della decostruzione in atto in quelle città. Ossia di ditte specializzate che recuperano tutto ciò che si può da una casa abbandonata prima della demolizione. In questo modo si evita di mandare in discarica, normalmente, fino al 50% dei materiali di demolizione e in taluni casi questa percentuale arriva fino all’87%. Le demolizioni sono necessarie in quei territori perché le case abbandonate sono migliaia e i comuni hanno bisogno di evitare che diventino dei ritrovi per drogati e spacciatori e anche per evitare che vengano incendiate, come spesso succedeva e succede tutt’oggi. È un grande problema di ordine pubblico e di controllo del territorio. Un altro aspetto positivo riportato nel libro è quello della nascita degli orti in città, anche se la città presa a modello è quella di New York.

Lo reputo un libro importante per capire meglio la mentalità americana nel suo complesso, le sue disfunzioni sociali, le sue divisioni interne e il modo di agire dei cittadini. Forse anche la pesante situazione attuale del coronavirus che sembra essere fuori controllo negli Usa, può essere illuminata da questo libro.

 

Coppola, Alessandro, Apocalypse Town. Cronache dalla fine della civiltà urbana, 2012, Roma-Bari, Editori Laterza, pp. 236. 

 

 

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Adolf Hitler – Il mio testamento politico

Trapianta un tedesco a Kiev, e rimarrà un tedesco perfetto. Ma trapiantalo a Miami e farete di lui un degenerato… in altre parole, un americano.

Adolf Hilter

In questo libro troverete gli ultimi pensieri di Adolf Hitler prima del tracollo finale. Con la prefazione del professore Giorgio Galli, che bene inquadra gli anni del nazismo e del suo rapporto con l’esoterismo, il libro raccoglie i pensieri di Hitler dal febbraio all’aprile del 1945. In tutto si tratta di XVIII note. Le note furono trascritte da Martin Bormann all’interno del bunker in cui si trovavano, chiusi nei mesi finali del Terzo Reich. Bormann in quel periodo venne nominato da Hitler come suo successore a capo del partito e suo esecutore testamentario. Veniamo al contenuto. Cosa disse Hitler? Quali pensieri espresse prima del crollo? 9400F955-DEC7-4604-9D37-932BE1DE8CB4

Fin dalla prima nota, del 4 febbraio 1945 (l’ultima sarà del 2 aprile), Hitler si scaglia contro Winston Churchill e gli ebrei che, secondo lui, lo dominano completamente, non permettendo alla Gran Bretagna di scendere a patti con la Germania, creando in questo modo quella agognata alleanza nordica che avrebbe dominato l’Europa e il mondo; costituendo inoltre un forte baluardo in chiave anti sovietica. Sempre nella stessa nota, Hitler fa un excursus storico sulla situazione inglese all’epoca di Napoleone, facendo i dovuti distinguo tra il risoluto Pitt, contro Napoleone, e l’ubriacone mezzo-americano Churchill. Imputa al debole Primo ministro inglese di aver girato le spalle alla Germania, tradendo in questo modo il vincolo di sangue nordico, alleandosi con la debole Francia, nazione latina che come l’Italia erano state sconfitte dalla Germania e dalla stessa Inghilterra. In questo i popoli latini avevano dimostrato ai suoi occhi di essere deboli e quindi non meritevoli di cotanto rispetto.

Nelle altre note alcuni temi si ripetono e sono spesso ricorrenti: la debolezza delle nazioni latine, il tradimento degli italiani e la loro impreparazione militare, la fiducia mal riposta nell’alleato italiano che ha solo danneggiato la Germania e soprattutto l’operazione Barbarossa, cioè l’attacco contro l’Unione Sovietica, che a detta di Hitler fu rimandata di oltre un mese per salvare gli italiani dall’assurda avventura greca, voluta da Mussolini per rincorrere l’alleato germanico; la mancanza di fiducia totale e disprezzo verso la Francia (già espresso nel Mein Kampf  e che mai ritrarrà), che reputa infida, piena di odio contro la Germania, pericolosa e completamente inaffidabile per i tedeschi, le recriminazioni contro la Spagna per non avere permesso alle truppe germaniche di attaccare la britannica Gibilterra e la politica suicida di Franco contro il suo stesso popolo, l’orgoglio di razza e la Germania come baluardo dell’Europa intera, unita e solidale sotto un unico governo, il disprezzo verso Franklin Delano Roosevelt e la sua cricca ebraica, l’odio contro gli ebrei, i comunisti e gli slavi e infine il concetto geopolitico del lebensruam, cioè del sacrosanto e fondamentale diritto dei tedeschi di avere il proprio spazio vitale ad Est, conquistando e colonizzando di tedeschi le terre fino agli Urali. Bisogna infine dire che verso Benito Mussolini esprime sempre parole di affetto e gratitudine, nonostante le scelte sciagurate da lui intraprese senza il suo consenso (Hitler avrebbe voluto che l’Italia restasse fuori dalla guerra e neutrale), considerandolo l’ultimo degli antichi romani e in definitiva esprime anche un certo affetto verso l’Italia. Egli la chiama la sua debolezza e si rammarica di non essere stato sufficientemente duro, quando avrebbe dovuto, con gli italiani. In conclusione, e non sarebbe stato difficile prevederlo, preconizza l’ascesa mondiale degli USA e dell’URSS nei decenni a venire.

Hilter, Adolf, Il mio testamento politico, s.l., BUR Rizzoli, 2016, pp. 151.

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Gianluca Marletta – La guerra del Tempio

In questo breve ma conciso libro viene spiegato, fin dalle sue origini storiche, religiose e politiche, il confitto mediorientale che contrappone gli ebrei agli arabi. Gianluca Marletta inizia il saggio dall’Antico Testamento e dalle interpretazioni che gli antichi e i contemporanei ebrei ne hanno fatto e ne fanno tutt’oggi. Il saggio prosegue descrivendo i rapporti conflittuali che gli ebrei ebbero con gli antichi romani, fino a portare alla distruzione del secondo Tempio e di Gerusalemme nel 70 d.C., l’impatto che il Cristianesimo ha avuto nel cattolicesimo e nel modo in cui quest’ultimi hanno giudicato gli ebrei, l’influenza della diaspora nella religione e cultura ebraica, la nascita dei vari falsi messia ebraici in Europa e infine la nascita dello Stato ebraico moderno. Marletta non tralascia le relazioni strettissime tra gli evangelici americani – influenzati dal Sionismo cristiano sviluppatosi nell’Inghilterra protestante già a partire dalla fine del XVI secolo – e gli ebrei di oggi. I protestanti, molto più legati all’Antico Testamento, vedevano e vedono nella religione ebraica un’alleata per accelerare la venuta del Messia, che può avvenire solo con il rafforzamento dello Stato ebraico, e con la conseguente distruzione degli arabi musulmani, e con la forte volontà di molti ebrei di ricostruire il terzo Tempio (da alcuni religiosi vista come una propria e vera eresia, perché solo Dio può ricostruire il Tempio), sul Monte del Tempio o Spianata delle Moschee a Gerusalemme, in cui si trovano le moschee di Al-Aqsa e la cupola della Roccia. IMG_0840

Gli ebrei religiosi aspettano ancora il Messia che venga a liberarli dai loro nemici e venga a restaurare il predominio del popolo ebraico, mentre i cristiani, sia protestanti che cattolici, aspettano la seconda venuta del Messia e la guerra di Armageddon tra le forze del bene e del male, ma prima dovrà comparire l’Anticristo. Per alcuni teologi e studiosi il Messia aspettato dagli ebrei non è altro che l’Anticristo, in quanto gli ebrei non hanno riconosciuto Gesù e quindi, in quanto abbandonati da Dio, sono il popolo della perdizione e da loro probabilmente uscirà l’Anticristo (dalla tribù di Dan).

Concludo dicendo che quasi sempre nei libri di geopolitica e di storia viene trascurata l’influenza escatologica nei rapporti tra gli ebrei e gli arabi. Viene messo l’accento sui rapporti economici, energetici, etnici e religiosi, che pur sono molto importanti, ma si trascurano gli aspetti teleologici ed escatologici della religione ebraica e degli evangelici soprattutto americani. Ecco, Gianluca Marletta in questo libro indaga proprio questi aspetti. Alla fine del saggio le idee sulla questione Mediorientale e sulle cause del caos odierno sono molto più chiare e comprensibili.

Marletta, Gianluca, La guerra del Tempio. Escatologia e storia del conflitto mediorientale, San Demetrio Corone (CS), Irfan Edizioni, 2018, pp.132. 

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Bruno Amoroso – Federico Caffè. Le riflessioni della stanza rossa.

Oggi voglio riprendere la lettura di questo libro, scritto da un grande economista come Bruno Amoroso per il suo, e anche per molti altri economisti italiani (uno su tutti: Mario Draghi), maestro. La persona in questione è Federico Caffè, che fu per anni professore di economia all’Università la Sapienza di Roma. Un bel giorno Caffè, come Ettore Majorana prima di lui, sparì dalla circolazione. Di lui non si seppe e non si sa più nulla. Ma nelle prime pagine del libro Amoroso dice di averlo incontrato dopo la sua sparizione. Dove, come, in quale periodo e per quanto tempo non è dato sapere. Nel frattempo anche Amoroso se n’è andato, portato via da un male incurabile a 81 anni. IMG_9443

Federico Caffè fu uno strenuo difensore dello stato sociale e del pensiero di John Maynard Keynes. Fu attento alla vita quotidiana delle persone comuni, comportamento piuttosto raro nell’ambito accademico. Caffè vide già nei primi  anni Ottanta la pericolosa deriva che stava per imboccare l’Italia e l’Europa occidentale verso un liberalismo sfrenato e senza regole. Nel suo insegnamento propugnava ai suoi allievi un’economia fondata sui principi di giustizia e di etica e in cui l’economia fosse guidata dalla politica e non viceversa, come accade oggi. Forse, in questo marasma economico, politico e sociale che stiamo vivendo, parlare di Federico Caffè e del suo lascito sarebbe un bene per gli economisti e soprattutto per la nostra politica, prigioniera di interessi finanziari che nulla hanno a che vedere con il benessere dei cittadini. 

Amoroso, Bruno, Federico Caffè. La riflessioni della stanza rossa, Roma, Castelvecchi, pp. 169.

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Nathaniel Rich – Perdere la Terra. Una storia recente

Volete sapere come sono andate le cose per quanto riguarda il clima negli Stati Uniti? Volete sapere come mai il presidente democratico Jimmy Carter installò dei pannelli fotovoltaici sul tetto della Casa Bianca, già alla fine degli anni Settanta, e per quale motivo il successivo presidente repubblicano Ronald Reagan li tolse? Volete sapere come la pensavano i colossi del petrolio, come per esempio la Exxon, e i ripensamenti che hanno avuto successivamente?

Se volete soddisfare tutte queste domande, allora leggete questo libro. Non è una storia IMG_9062del cambiamento climatico, ma del modo in cui è stato affrontato negli Usa da scienziati, politici e colossi del petrolio tra il 1979 e il 1989 e di come questo approccio abbia e continui tutt’ora a influenzare il dibattito sui cambiamenti climatici. Scoprirete molte cose interessanti, come per esempio la conoscenza che già avevano negli anni Cinquanta i colossi del petrolio sul surriscaldamento climatico e sui pericoli di un’eccessiva immissione di anidride carbonica e metano in atmosfera. Inizialmente erano sinceramente preoccupati e cercarono di collaborare con i politici e gli scienziati, ma poi, quando capirono che ci avrebbero rimesso una parte degli introiti, cambiarono immediatamente idea e cominciarono a finanziare dei contro studi per affermare che la temperatura stava aumentando indipendentemente dalle azioni degli uomini, o comunque che la responsabilità umana fosse in realtà minima. Da qui si spiegano molte cose e per quale motivo siamo arrivati all’incertezza riguardo al clima. Oggi questo fronte è più forte che mai.

Per restare in Italia, fisici, geofisici e chimici come Franco Prodi, Antonino Zichichi e Franco Battaglia hanno recentemente firmato una petizione (qui), insieme ad altri duecento studiosi, per negare che ci sia in atto un’emergenza climatica. Questi studiosi dicono che sì, la temperatura media mondiale sta leggermente salendo, ma non come veniva indicato dai grafici catastrofisti della maggior parte degli scienziati. Continuano scrivendo che il clima sulla Terra è sempre cambiato e di conseguenza questo piccolo riscaldamento rientra nella normalità del nostro pianeta. L’aspetto che mi lascia esterrefatto dell’appello è la conclusione. Riporto le testuali parole, in grassetto nel testo originale:

In conclusione, posta la cruciale importanza che hanno i combustibili fossili per l’approvvigionamento energetico dell’umanità, suggeriamo che non si aderisca a politiche di riduzione acritica della immissione di anidride carbonica in atmosfera con l’illusoria pretesa di governare il clima.

Penso che il dibattito scientifico debba essere libero e penso che sia giusto che ci siano scienziati che cercano con il loro lavoro di approfondire i fenomeni del nostro pianeta, anche andando contro scorrente se necessario, però qui, come in altri casi simili negli Usa, siamo di fronte a persone molto interessate se non addirittura in piena collaborazione con i produttori di petrolio. Altrimenti mi sembra inspiegabile la conclusione pro combustili fossili con cui si conclude la petizione. Che bisogno c’era di scriverlo così apertamente? E poi, anche se la temperatura media mondiale non aumentasse per cause umane, questi scienziati non si rendono conto che l’aria di molte città, per non dire di intere regioni e Nazioni, è ormai da tempo irrespirabile a causa del nostro modello di sviluppo basato sui combustibili fossili? Non si rendono conto che milioni di persone muoiono e si ammalano ogni anno ai quattro angoli della Terra a causa dell’inquinamento atmosferico? Trovo questa conclusione irresponsabile, ottusa e miope. Questo atteggiamento è l’esatto opposto che mi aspetterei da parte di scienziati seri e responsabili.

Rich, Nathaniel, Perdere la Terra, Una storia recente, Milano, Mondadori, 2019, pp. 176.

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Sergio del Molino – La Spagna vuota

Leggere questo libro è stata un’immersione in scoperte e sorprese continue, perché in Italia non ci sono molti libri sulla situazione politica, sociale e demografica della Spagna. Bisogna riconoscere che si pubblica poca letteratura e pochi saggi su questo Paese in Italia. Negli ultimi anni si è parlato molto della questione catalana e negli anni scorsi il terrorismo basco era al centro dell’attenzione mediatica. Quando la Spagna è al centro dell’attenzione è quasi sempre per motivi di secessionismo più o meno violento da parte di regioni con forti identità storiche e linguistiche. La nostra attenzione è quasi sempre rivolta alla Germania, alla Francia e alla Gran Bretagna, per quanto riguarda l’Europa. La Spagna è relegata ai margini del nostro interesse politico ed economico. Se ne parla, certamente, ma quando andiamo a visitarla, per turismo. Ecco, questo saggio che è una via di mezzo tra antropologia e storia, tra demografia e geografia, tra letteratura e poesia, colma questo vuoto. È un libro notevole per la mole di informazioni, per la profondità di sguardo e la capacità di raccontare dei fatti, anche dolorosi, come le iniziative prese sotto la dittatura di Franco, senza mai scadere in un linguaggio farcito di odio e rivendicazioni arrabbiate, ma con la consapevolezza che raccontare dei fatti implica mettere insieme una serie di azioni che varie generazioni di uomini hanno aiutato a modellare e incidere.

Tra le molte cose, quella che mi ha colpito di più, è il collegamento diretto che l’autore fa tra l’ideologia del movimento carlista, nato nella prima metà dell’Ottocento, a seguito degli intrighi di corte scaturiti quando il re Ferdinando VII di Borbone fece regina sua figlia Isabella a discapito del fratello minore Carlos, che sarebbe stato il pretendente secondo la Lex Salica, e i movimenti secessionisti nati nei Paesi Baschi e in Catalogna alla fine dell’Ottocento. Cosa c’entravano degli ultraconservatori, difensori del cattolicesimo, anti illuministi, che disprezzavano le città e il liberalismo con la nascita del secessionismo moderno? Semplicemente questo, e qui c’è il fulcro del libro a mio avviso, il disprezzo dei cittadini spagnoli delle grandi città come Madrid, Barcellona e Bilbao, verso i provinciali, verso i paesi dell’entroterra, poveri e abitati da ignoranti e bifolchi, isolati e malati cronici, che nonostante tutto, seppur attenuato, perdura ancora oggi. Il movimento carlista difendeva invece la vita contadina, la religiosità delle persone semplici e per avvicinarsi ad essi, già alla fine dell’Ottocento, iniziò a stampare dei giornali nelle varie lingue locali e i preti presero a dire messa nelle stesse lingue, per farsi capire dalle persone che non parlavano il castigliano. Così, secondo l’autore, ha preso piede il nazionalismo in Spagna (per nazionalismo in Spagna s’intende il secessionismo catalano, basco e galiziano). La cosa interessante è il perdurare dell’ideologia carlista in Spagna durante tutto il Novecento, infatti ha avuto un forte ruolo nell’appoggiare Franco durante la guerra civile spagnola e anche dopo la sua presa del potere ne ha influenzato le scelte e le politiche. Ancora oggi il movimento carlista non è del tutto scomparso e rende la Spagna da questo punto di vista un unicum nel continente europeo.

Quindi la dualità e contrapposizione tra città e campagna, presente in tutti gli Stati europei, in Spagna assume un contorno molto più marcato e divisorio e affonda le sue radici all’epoca della reconquista contro gli arabi. Nella meseta madrilena, in Castiglia, si possono percorrere anche cinquanta chilometri senza incontrare un paese, in un ambiente brullo e spopolato. La Spagna interna muore lentamente e il problema non è di certo recente. Fin dall’Ottocento le masse di contadini si spostano dalle campagne alle grandi città, soprattutto Madrid e Barcellona, e dopo il 1950 il problema si fa più pressante e drammatico. Interi villaggi si spopolano e in altri restano solo anziani e persone troppo povere per spostarsi. Il Grande Trauma ha coinvolto e coinvolge milioni di spagnoli sradicati dalle loro terre d’origine e immersi in una realtà da cui spesso si sentivano respinti, andando a gonfiare a dismisura le periferie di Madrid e Barcellona. Nella Spagna vuota, cioè in quella macro regione che Molina individua nelle regioni (comarche) di Extremadura, Castiglia-La Mancia, Aragona e Castiglia-Leon, si possono contare paesi con tre soli abitanti e altri completamenti spopolati. Un deserto nel cuore della Spagna. I soldi dell’Unione Europea hanno in parte migliorato la situazione di alcune realtà, soprattutto di quelle realtà legate al turismo, ma il documentario del 1932 di Luis Buñuel, chiamato Tierra sin pan (Las Hurdes), è ancora lì a testimoniare l’estrema povertà e l’isolamento dei villaggi interni di un’epoca ancora viva e non del tutto superata. Non siamo ancora in grado di dire se la Spagna vincerà la lunga battaglia contro la tierra sin pan, ma sicuramente, almeno in alcuni comuni e con alcune persone battagliere, ci stanno provando.

 

Molino, Sergio del, La Spagna vuota, Palermo, Sellerio, 2019, pp. 393.

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Francesco De Leo – L’ultimo scià d’Iran

Questo libro è incentrato sulla figura dell’ultimo scià d’Iran Muhammad Reza Pahlavi. Il primo capitolo è un’intervista immaginaria allo stesso scià, ma riprendendo le sue risposte rigorosamente dalle sue memorie e dai suoi vari scritti, lasciati nel corso della sua vita. Gli altri capitoli sono interviste a persone iraniane che hanno dovuto lasciare l’Iran dopo la presa al potere del clero sciita nel 1979, a storici iraniani e israeliani, architetti, musicisti, professori, ambasciatori italiani degli ultimi anni di potere dello scià e infine all’imperatrice, in esilio in Francia, Fahar Diba Pahlavi, moglie di Muhammad Reza.

Il libro dà voce agli ammiratori dello scià, alle sue ragioni politiche e umane, ai suoi successi in economia e politica, come la Rivoluzione Bianca avviata nel 1963, che ha dato modo a milioni di iraniani di uscire dalla povertà – costituendo una pur debole classe media – e a milioni di donne di partecipare attivamente alla vita politica, e a tutti coloro che ne rimpiangono la figura rispetto all’odiato governo attuale dei religiosi sciiti. Si evince che una parte degli iraniani rimpiange lo scià, come è stato anche constatato durante le proteste avvenute nel 2017 e in cui per la prima volta si è inneggiato apertamente alla sua figura, con cori e scritte sui muri. Una parte molto colta e appartenente soprattutto al ceto medio-alto disprezza l’attuale repubblica islamica, considerata retrograda e plebea, di sentimenti più arabi che iraniani di origine indoeuropea. Ricchi che nelle loro sontuose case di Teheran fanno (ma di nascosto) quello che facevano liberamente sotto l’ultimo scià Muhammad Reza, che ha governato l’Iran dal 1941 al 1979. Ricchi stufi di doversi nascondere dal potere e stanchi di non avere piena libertà sulla propria vita morale. Così come ci sono donne e ragazze stanche di doversi coprire il capo con il velo e non essere libere di scegliere. L’Iran odierno forse si trova a un capolinea, perché milioni di iraniani sono connessi a internet e ai vari social network,  conoscono il mondo circostante, subiscono influenze molto forti dal cosiddetto mondo occidentale, sono mediamente molto istruiti, vogliono un’apertura maggiore da parte della politica e vogliono che le loro istanze di libertà siano ascoltate e prese in considerazione. Molti iraniani stanno riscoprendo le proprie origini pre-islamiche, come la religione zoroastriana e le antiche casate regnanti, in una società ancora fortemente religiosa nel suo complesso. E proprio quest’ultimo dato fu fatale all’ultimo scià, perché si preoccupò troppo di combattere i comunisti interni e lasciò gli imam predicare parole di odio contro di lui nelle moschee, in quanto erroneamente considerati meno pericolosi e tutto sommato controllabili. Per assurdo si potrebbe dire che le nuove sanzioni (2018) di Donald Trump contro l’Iran stiano rafforzando l’attuale governo teocratico, in quanto il nazionalismo è molto forte in questo popolo. Molti iraniani, per difendersi contro le sanzioni ritenute ingiuste e che colpiscono quasi esclusivamente il ceto medio-basso della popolazione, sono pronti a fare quadrato intorno al governo attuale pur non condividendone necessariamente  i precetti e le politiche.

Lo scià Muhammad Reza a suo tempo accusò i servizi segreti inglesi e nel suo complesso soprattutto la Gran Bretagna di avere appoggiato l’Ayatollah Khomeini contro di lui, in quanto lo scià entrò in rotta di collusione con l’Occidente quando prese la decisione, assieme all’Opec (1973), di aumentare il prezzo del barile di petrolio da 5 a 11 dollari circa. Tutto vero, perché la BBC di lingua persiana fece una propaganda molto forte a sostegno di Khomeini e anche il presidente degli Stati Uniti Jimmy Carter cominciò a parlare di diritti umani calpestati. Ma oggi succede la stessa cosa contro il governo attuale. Allora vennero sbandierati i diritti umani contro lo scià perché ritenuto colpevole di migliaia di persone torturate e uccise (ma sembra che i numeri fossero stati gonfiati a dismisura) e oggi avviene lo stesso contro il governo teocratico al potere. I diritti umani, i diritti dei migranti, i diritti gay, ecc., vengono sovente sbandierati come clave per colpire il Paese di turno riottoso e poco malleabile agli interessi internazionali delle grandi potenze e delle grandi multinazionali. Lo scià alzò troppo il capo e il suo desiderio di divenire il Paese di riferimento geopolitico dell’intero Medio Oriente venne ostacolato e infine troncato.

Di sicuro bisogna capire che chiunque voglia governare l’Iran deve trovare il giusto equilibrio tra la religiosità molto diffusa del popolo e le giuste istanze di libertà di una parte della popolazione. L’Iran non è un Paese arabo ma non è nemmeno un Paese interamente accostabile all’Europa occidentale. È un Paese di mezzo, come può esserlo la Russia tra l’Asia e l’Europa, e in quanto tale vanno rispettate le varie sensibilità che si incistano e convivono in un Paese così ricco e variegato di storia e civiltà.

Concludendo voglio esprimere una critica al libro. In tutto il libro si cita la situazione economica e politica disastrosa dell’Iran, che certamente è vero, però non si fa mai menzione delle sanzioni che da quarant’anni colpiscono questo Paese. Non si fa mai menzione dell’accanimento politico ed economico che ha dovuto e continua a subire l’Iran. Questo mi sembra scorretto e penso che l’autore avesse potuto almeno una volta ricordarlo ai propri interlocutori, imperatrice compresa.

 

De Leo, Francesco, L’ultimo scià d’Iran, Milano, Guerini e Associati, 2019, pp. 223.