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S. Kozlov, J. Norštejn, F. Yarbusova – Il Riccio nella nebbia

È uscito anche in Italia il libro Il Riccio nella nebbia (Ёжик в тумане), favola moderna basata sul film di animazione del regista Jurij Norštejn e sulla sceneggiatura di Sergej Kozlov, uscito in Unione Sovietica nel 1975. Le bellissime illustrazioni sono di Francesca Yarbusova. In Unione Sovietica questa storia era famosissima e lo è tuttora in Russia. La favola racconta la storia di un Riccio e del suo amico Orso. Nella narrazione s’intersecano le vite di altri animali, come un Cavallo, un Gufo, un Cane, delle Falene e uno strano Qualcuno che salverà il povero Riccio dall’affogare nel fiume. Mentre Riccio e Orso s’incontrano di notte per contare e ammirare le stelle, Gufo, che in realtà ci vede benissimo di notte, è completamente incapace di vedere la bellezza che lo circonda, concentrato, com’è, al mero e sterile appagamento di sé e del proprio ego. Riccio riesce a vedere una stella riflessa in una pozzanghera ed è felice di quella visione, mentre anche Gufo guarda nella stessa pozzanghera ma vede solo la sua immagine riflessa e nient’altro.

Kozlov, Sergej, Norštejn, Jurij, Yarbusova, Francesca, Il Riccio nella nebbia, Milano, Adelphi Edizioni, 2019. 

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Sergej M. Ejzenštein – Charlie Chaplin

Questo libro riporta tre articoli scritti dal grande regista russo Sergej Ejzenštein su Charlie Chaplin e una breve biografia su Chaplin scritta da Sergio Pomati. Alla fine del libro è riportata l’intera opera filmica di Chaplin e una corposa bibliografia dedicata al regista inglese (pensate che fino al 1955 erano già stati scritti oltre mille libri su di lui).

Fa un certo effetto leggere degli scritti di uno dei più grandi registi di ogni epoca, come Ejzenštein, dedicati a un altro mostro sacro del cinema mondiale di ogni tempo, come Chaplin. Il regista russo ebbe sempre una grande ammirazione per Chaplin, che conobbe di persona quando andò nel 1930 negli Stati Uniti, nel quale avrebbe dovuto girare un film (che poi non si fece). Per sei mesi frequentò la casa di Chaplin a Hollywood ed ebbe modo di conoscerlo e di apprezzarlo in tutti i suoi aspetti. Giocarono a tennis, sport del quale Chaplin aveva una grande passione, passeggiarono per i parchi cittadini, camminarono per strada e fecero svariate crociere con lo yacht. Proprio in quel periodo Chaplin girò Luci della città. 12705522_10207033304049004_2011826281509500610_n

Ejzenštein nel suo articolo Charlie the Kid fa una disamina approfondita del modo di lavorare di Chaplin. Descrive la comicità chapliniana come un procedimento infantile in cui la particolarità di Chaplin è questa: nonostante i suoi capelli bianchi, ha conservato uno “sguardo di bambino” e la capacità di considerare al primo livello il minimo avvenimento. Continuando ad analizzare i film di Chaplin, il regista russo allarga lo sguardo alla politica e non manca di criticare il sistema capitalistico occidentale contrapposto al migliore e più umano sistema sovietico. Certo, non bisogna dimenticare che egli scrisse questi articoli dopo il 1937 e a Mosca in quegli anni governava un certo Stalin. E più avanti scrive non quello che ha capito mi interessa. Mi interessa quello che ha sentito, in che modo lo ha sentito. Come ha guardato e come ha visto, e in quale momento si è calato nell'”ispirazione”. E ancora il segreto dei suoi occhi, del suo sguardo. È in questo la sua grandezza. Vedere gli eventi più terribili con gli occhi di un bambino che ride. L’articolo prosegue con la descrizione di altri aspetti scenici e delle mimiche e sensazioni che gli ispirava l’attore-regista inglese. L’ultimo articolo di Ejzenštein, di poche pagine, riguarda solo un film, Il grande dittatore.

Ho trovato molto interessanti ed esaurienti i due articoli scritti da Sergio Pomati e inseriti nel libro dopo quelli scritti dal regista russo. Il primo riguarda il rapporto tra Chaplin ed Ejzenštein e la loro frequentazione, come sopra ricordato, per sei mesi a Hollywood, e il secondo è incentrato sulla vita tumultuosa di Charlie Chaplin. Sono scritti molto bene, con abbandonati riferimenti biografici e autobiografici di Chaplin. Infine, dopo la Filmografia e Bibliografia trovate uno stupendo corredo fotografico composto da una quarantina di foto in bianco e nero in cui, oltre a Chaplin, sono ritratti tanti altri personaggi famosi con cui egli lavorò o semplicemente incontrò durante la sua lunga vita.

Beh, questo libro è una perla rara.

Ejzenštein, Sergej Michajlovič, Charlie Chaplin, Milano, SE, 2005, pp. 132.

 

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Sergio del Molino – La Spagna vuota

Leggere questo libro è stata un’immersione in scoperte e sorprese continue, perché in Italia non ci sono molti libri sulla situazione politica, sociale e demografica della Spagna. Bisogna riconoscere che si pubblica poca letteratura e pochi saggi su questo Paese in Italia. Negli ultimi anni si è parlato molto della questione catalana e negli anni scorsi il terrorismo basco era al centro dell’attenzione mediatica. Quando la Spagna è al centro dell’attenzione è quasi sempre per motivi di secessionismo più o meno violento da parte di regioni con forti identità storiche e linguistiche. La nostra attenzione è quasi sempre rivolta alla Germania, alla Francia e alla Gran Bretagna, per quanto riguarda l’Europa. La Spagna è relegata ai margini del nostro interesse politico ed economico. Se ne parla, certamente, ma quando andiamo a visitarla, per turismo. Ecco, questo saggio che è una via di mezzo tra antropologia e storia, tra demografia e geografia, tra letteratura e poesia, colma questo vuoto. È un libro notevole per la mole di informazioni, per la profondità di sguardo e la capacità di raccontare dei fatti, anche dolorosi, come le iniziative prese sotto la dittatura di Franco, senza mai scadere in un linguaggio farcito di odio e rivendicazioni arrabbiate, ma con la consapevolezza che raccontare dei fatti implica mettere insieme una serie di azioni che varie generazioni di uomini hanno aiutato a modellare e incidere.

Tra le molte cose, quella che mi ha colpito di più, è il collegamento diretto che l’autore fa tra l’ideologia del movimento carlista, nato nella prima metà dell’Ottocento, a seguito degli intrighi di corte scaturiti quando il re Ferdinando VII di Borbone fece regina sua figlia Isabella a discapito del fratello minore Carlos, che sarebbe stato il pretendente secondo la Lex Salica, e i movimenti secessionisti nati nei Paesi Baschi e in Catalogna alla fine dell’Ottocento. Cosa c’entravano degli ultraconservatori, difensori del cattolicesimo, anti illuministi, che disprezzavano le città e il liberalismo con la nascita del secessionismo moderno? Semplicemente questo, e qui c’è il fulcro del libro a mio avviso, il disprezzo dei cittadini spagnoli delle grandi città come Madrid, Barcellona e Bilbao, verso i provinciali, verso i paesi dell’entroterra, poveri e abitati da ignoranti e bifolchi, isolati e malati cronici, che nonostante tutto, seppur attenuato, perdura ancora oggi. Il movimento carlista difendeva invece la vita contadina, la religiosità delle persone semplici e per avvicinarsi ad essi, già alla fine dell’Ottocento, iniziò a stampare dei giornali nelle varie lingue locali e i preti presero a dire messa nelle stesse lingue, per farsi capire dalle persone che non parlavano il castigliano. Così, secondo l’autore, ha preso piede il nazionalismo in Spagna (per nazionalismo in Spagna s’intende il secessionismo catalano, basco e galiziano). La cosa interessante è il perdurare dell’ideologia carlista in Spagna durante tutto il Novecento, infatti ha avuto un forte ruolo nell’appoggiare Franco durante la guerra civile spagnola e anche dopo la sua presa del potere ne ha influenzato le scelte e le politiche. Ancora oggi il movimento carlista non è del tutto scomparso e rende la Spagna da questo punto di vista un unicum nel continente europeo.

Quindi la dualità e contrapposizione tra città e campagna, presente in tutti gli Stati europei, in Spagna assume un contorno molto più marcato e divisorio e affonda le sue radici all’epoca della reconquista contro gli arabi. Nella meseta madrilena, in Castiglia, si possono percorrere anche cinquanta chilometri senza incontrare un paese, in un ambiente brullo e spopolato. La Spagna interna muore lentamente e il problema non è di certo recente. Fin dall’Ottocento le masse di contadini si spostano dalle campagne alle grandi città, soprattutto Madrid e Barcellona, e dopo il 1950 il problema si fa più pressante e drammatico. Interi villaggi si spopolano e in altri restano solo anziani e persone troppo povere per spostarsi. Il Grande Trauma ha coinvolto e coinvolge milioni di spagnoli sradicati dalle loro terre d’origine e immersi in una realtà da cui spesso si sentivano respinti, andando a gonfiare a dismisura le periferie di Madrid e Barcellona. Nella Spagna vuota, cioè in quella macro regione che Molina individua nelle regioni (comarche) di Extremadura, Castiglia-La Mancia, Aragona e Castiglia-Leon, si possono contare paesi con tre soli abitanti e altri completamenti spopolati. Un deserto nel cuore della Spagna. I soldi dell’Unione Europea hanno in parte migliorato la situazione di alcune realtà, soprattutto di quelle realtà legate al turismo, ma il documentario del 1932 di Luis Buñuel, chiamato Tierra sin pan (Las Hurdes), è ancora lì a testimoniare l’estrema povertà e l’isolamento dei villaggi interni di un’epoca ancora viva e non del tutto superata. Non siamo ancora in grado di dire se la Spagna vincerà la lunga battaglia contro la tierra sin pan, ma sicuramente, almeno in alcuni comuni e con alcune persone battagliere, ci stanno provando.

 

Molino, Sergio del, La Spagna vuota, Palermo, Sellerio, 2019, pp. 393.

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Stefano Giani – Dittatori al cinema. I totalitarismi europei sul grande schermo

 

Introduzione

 

La scrittura del libro è serrata, veloce, con frasi brevi e ritmiche. Non si perde mai il filo della trama. Centocinquanta pagine che ti tengono incollato alle dinamiche e alle costruzioni dei film descritti, dove l’autore non si limita mai a una sterile e fredda descrizione, ma si prodiga in approfondimenti storici e curiosità da cinefili. Mi sono divertito a leggerlo e così non posso che consigliarlo, a quanti, come me, abbiano voglia e il piacere di approfondire un argomento a dir poco scottante e triste; perché di morte, torture e violenza qui si tratta, ma anche di speranza, solidarietà e amore. Amore nel senso lato del termine. Amore per la verità. Amore per la giustizia. Amore per la dignità dell’uomo.

Bando alle ciance e mettiamoci all’opera.

 

 

 

Hitler e la Germania

 

Il libro si apre con la descrizione cinematografica della Germania nazista. L’Autore fa un breve excursus del cinema tedesco prima del 1933 e del conseguente avvento al potere di Adolf Hitler. Si cita Beg, l’uomo di argilla (Golemin tedesco) del regista Henrik Galeen (1915), mentre Hitler serviva nell’esercito del Secondo Reich, durante la Prima guerra mondiale, come semplice soldato. Il Golem, creato in laboratorio dal rabbino Loew e ridotto alla fine a una statua di argilla in frantumi, sembra prevedere la disastrosa fine della Germania. Ma non quella del 1918 bensì quella del 1945, in cui il prepotente e onnipotente Hitler si dissolverà, e con lui l’intera Germania, schiacciato tra l’Esercito Rosso e gli Alleati occidentali. Da questo film, ne nasceranno altri con la stessa tematica, come Homunculus (1917) di Otto Ripert; e dopo la Prima guerra mondiale ilGabinetto del dottor Caligari (1920), inizialmente proposto a Frizt Lang e infine girato da Robert Wiene e Nosferatu (1922) di F.W. Murnau. Sempre nel 1922 esce il film che continua il percorso del dottor Caligari, girato questa volta da Frizt Lang in versione muto e chiamatoIl dottor Mabuse. Un terzo film della serie, Il testamento del dottor Mabuse, viene girato nel 1932, sempre da Friz Lang, ma con il sonoro.

La Germania sconfitta del dopo 1918 vive un periodo terribile, fatto di povertà, di disoccupazione, di svalutazione perenne del marco, di forte incertezza per il futuro e tutto ciò si riflette nel cinema e nelle sue rappresentazioni. I suoi personaggi sono negativi, nichilisti, mostri costruiti in laboratorio, ambigui, folli e infine prepotenti e avidi di potere.

L’ombra del Terzo Reich incombe e il cielo si fa grigio. I mostri demonizzati sotto la Repubblica di Weimar escono dal laboratorio, lobotomizzati, e in fila come piccole formichine conquistano il Reichstag. È il 30 gennaio 1933.

I nazisti impongono fin da subito forti limitazioni al cinema e alla libertà di fare arte. Il contenuto dei film cambia repentinamente: è finito il tempo di rappresentare sullo schermo prostitute, ubriaconi, personaggi dissoluti e corrotti. Adesso l’imperativo categorico sono i nobili sentimenti, l’amore romantico e personaggi edificanti e positivi. Il film Un grande amore (1942) di Rolf Hansen ne è il paradigma.

I nazisti sono attenti anche al messaggio politico del cinema e per questo assoldano la regista Leni Riefenstahl. Lei contribuisce in modo precipuo all’immagine che di sé darà il regime nazista ai suoi stessi occhi e a quelli del mondo intero. In ordine di tempo vengono girati: La vittoria della fede (1933), Il trionfo della volontà (1934) e Olympia (1938).

Nel primo documentario, La vittoria della fede, la Riefenstahl riprende il primo congresso nazista a Norimberga. Vi compare anche il capo delle SA Ernst Röhm, assassinato nel 1934 durante la Notte dei lunghi coltelli. Per questo motivo Hitler decide di non pubblicizzarlo troppo. Tuttavia il documentario è importante per l’innovativo montaggio e per le qualità artistiche.

L’anno successivo viene girato Il trionfo della volontà (1934). Lo stesso Führer si prende il tempo per aiutare la regista in vari sopralluoghi. L’evento è il secondo raduno a Norimberga dopo la presa del potere. Leni Riefenstahl si ritrova un bugdet molto ampio da cui attingere. Il regime vuole dare una potente immagine di sé stesso e il prodotto finale, suggestivo e grandioso, sarà un successo clamoroso. Una vera apoteosi del regime. Strutturato in dodici grandi blocchi, la regista non si fa scappare nulla: dalle riprese in aereo, con cui Hitler sta per arrivare a Norimberga; al viaggio in auto fino al centro della città (che viene ripreso in soggettiva, come se noi guardassimo ciò che guarda Hitler); alle tende in cui sono accampati soldati e militanti; al congresso vero e proprio in cui si danno il cambio oratori del calibro di Rudolf Hesse, Julius Streicher, Joseph Goebbels e infine Hitler; fino allo svolgimento dell’intero raduno.

Infine, Hitler chiede alla Riefenstahl di fare un documentario sulle Olimpiadi di Berlino del 1936. Il documentario uscirà due anni dopo con il titolo di Olympia. Anche in questo caso la regista sarà attentissima ai dettagli, riuscendo a creare un’analogia tra l’antico atleta greco e il perfetto uomo ariano tedesco.

La guerra è finita. La Germania è sconfitta, divisa e annientata. Gli anni trascorrono lentamente e in America viene girato Vincitori e vinti , di Stanley Kramer. È il 1961. Girato in bianco e nero, racconta la storia di un processo intentato dagli americani contro quattro giudici nazisti. Vengono tutti condannati all’ergastolo. Al film partecipa Marlene Dietrich, nel ruolo della moglie del generale Bertholt, condannato precedentemente a morte da un giudice. Il giudice supremo dirà: “La vera parte lesa in questo processo è la civiltà”.  Non è solo un giudizio sugli imputati, ma sull’intero periodo storico trascorso sotto il regime nazista.

Una ricostruzione storica sugli ultimi giorni di Hitler, vissuti nel sottosuolo del bunker, è fatta da Oliver Hirschbiegel, con il film La caduta (2004). Hitler si sente abbandonato, solo, non si fida più di nessuno. I russi sono alle porte di Berlino. Si combatte strada per strada. Alcuni soldati preferiscono suicidarsi, così come alcuni cittadini. E la stessa sorte seguiranno Goebbles, sua moglie e le loro sette figlie. Quest’ultime sacrificate dai genitori a un dio che è morto, cioè Hitler. Tutta la tragedia e la bestialità della guerra traspare da questo film. L’uomo è carne da cannone, sempre e comunque sacrificabile. Non più donna né bambino da rispettare: la morte domina sovrana.

 

 

Stalin e l’Unione Sovietica

 

 

La cinematografia sovietica ha molti punti di contatto con quella nazista: la glorificazione dell’ideologia, l’esaltazione del presente a detrimento del passato e la presunzione di detenere la verità assoluta.

Lenin stesso dà molta importanza al cinema, soprattutto per veicolare il messaggio comunista tra le masse.  Negli anni Venti un grande regista sovietico, Sergej Ejzenštein, farà scuola. È del 1924 Sciopero, a cui seguiranno La corazzata Potëmkin (1925), Ottobre (1928), La linea generale (1929), Il disertore (1933) e infine con film storici quali Aleksandr Nevskij (1938) e Ivan il Terribile (1944), quest’ultimo sviluppato in una trilogia non terminata.

Un film importante è Un frammento di impero (1929) di Friedrich Ermler. La trama del film è incentrata su un soldato che – ritrovata la memoria, persa a causa di un trauma di guerra – torna a San Pietroburgo, sua città natale, dal fronte della Prima guerra mondiale. Ma adesso la situazione è profondamente cambiata: la città che lui aveva lasciato si chiama Leningrado e scopre che sua moglie nel frattempo si è risposata. È perso, non riconosce più il suo mondo, la sua città, i suoi vecchi affetti. Tutto è mutato, il governo, le donne, le idee. È un film psicologico, senza sonoro e girato in bianco e nero.

In pieno periodo staliniano, in cui le purghe a seguito dell’omicidio di Kirov, nel 1934, erano in piena attività, esce Il circo (1936) di Grigorji Vasil’evic Aleksandrov. È una pellicola musicale, nella tradizione slapstick,cioè un tipo di commedia molto fisica, in cui la comicità scaturisce da avvenimenti e non da battute. I film è incentrato sulla figura di una cantante americana che si innamora di un cittadino sovietico. Lei è madre di un bambino mulatto e quindi attira su di sé le ire dei razzisti e capitalisti americani. Ma l’Unione Sovietica la accoglie a braccia aperte e in una scena il bambino mulatto viene cullato e coccolato dai rappresentanti delle repubbliche che formano l’URSS. Il bene sovietico trionfa contro il male capitalista.

Nel 1940 Aleksandrov gira un altro film. Si chiama Radioso cammino ed è la storia di una serva di campagna che grazie al lavoro e all’impegno riesce a scalare tutti i gradini della scala sociale, fino a diventare deputata del Soviet Supremo. Questo film mi ricorda, anche se con un profilo più basso, la storia di Katja descritta nel film Mosca non crede alle lacrime (1980) di Vladimir Menšov (titolo russo: Москваслезам не верит, Moskva slezam ne verit). Anche in questo caso, la protagonista Katja riesce, partendo da operaia e studiando la notte, a diventare la direttrice della fabbrica per cui lavorava. Tornando al film di Aleksandrov, si può dire che solo tramite il lavoro una persona può giungere all’amore e non viceversa. Nella patria del comunismo il lavoro è tutto e chi non lavora non è degno di fare parte del consesso comunitario. Tramite il lavoro, una donna può emanciparsi e diventare quello che desidera, perché la società in cui vive è giusta, umana e inclusiva.

Altri film – sulla stessa falsa riga – usciranno in Unione Sovietica, in cui le tematiche principali saranno sempre rappresentate dal lavoro, dall’amore, dalla concordia e dalla bonomia che tutti dimostrano verso il prossimo. Insomma, un cristianesimo senza Dio. Per aspettare qualcosa di diverso – e un punto di vista più critico verso il proprio passato – bisogna attendere il 1957, con il film Quando volano le cicogne di Michail Kalatozov. Stalin è morto nel 1953 e ora l’URSS è guidata da Nikita Chruščëv. Il film è tratto dalla commedia Eternamente vivi di Viktor Rozov e racconta la storia di Veronica e del suo fidanzato Boris che, volontario, parte per il fronte dopo il 1941 in seguito all’attacco tedesco. Veronica, dopo la distruzione della casa in cui vive, a seguito di un bombardamento aereo, si trasferisce a vivere dai suoceri. Qui è costretta a subire le violenze di Marco, cugino di Boris. Diventa la sua donna, ma continua ad amare Boris e vive nella speranza di rivederlo. Mentre grazie al suocero riesce a liberarsi di Marco, lei trova un orfano e le dà il nome del suo amato Boris. Lei ancora non sa che Boris è già morto al fronte. La Guerra Patriottica termina e Veronica cerca Boris, tra i reduci che festeggiano la vittoria. Cerca, invano, fino a trovare la sua consolazione nell’osservare le gru che volano libere in cielo. Quindi gli uccelli non sono cicogne, come recita il titolo italiano, ma gru (in russo:журавль, žurabl’). Ecco affiorare, per la prima volta, il dolore, lo spaesamento, gli intrighi, la violenza di un uomo contro una donna sola e il tema scottante degli imboscati, come Marco ben rappresenta.

 

 

In Italia

 

In Italia Mussolini dà molta importanza al cinema e ne coglie tutte le potenzialità insite. A un anno dalla presa del potere, nel 1923, Mussolini crea l’Unione cinematografica educativa (Luce) con lo scopo di coordinare l’informazione e come strumento di propaganda per il regime.

Alessandro Blasetti, un regista molto vicino al fascismo, nel 1929 gira Sole. Il film è una descrizione delle bonifiche pontine portate a termine dal Duce in quegli anni. L’influsso sovietico sull’opera è chiaro, soprattutto per quanto riguarda il montaggio e le immagini in soggettiva.

Durante il Ventennio escono molti film, come Camicia nera (1934) di Gioacchino Forzano, Mille lire al mese (1939) di Max Neufeld, Scipione l’Africano (1937) di Carmine Gallone – film fortemente voluto da Mussolini dopo la conquista dell’Etiopia dell’anno prima – Luciano Serra pilota (1938) di Goffredo Alessandrini e Aeroporto (1944) di Piero Costa, nel pieno periodo della Repubblica di Salò. Dopo il 25 luglio del 1943 il regime fascista crolla, Mussolini viene arrestato e da lì a qualche mese la nuova capitale del cinema italiano sarà Venezia. Con la liberazione del Duce e la proclamazione della Repubblica Sociale Italiana nel centro-nord, a Venezia si trasferiscono le strutture, i componenti materiali, i registi e gli attori, tra cui Osvaldo Valenti e Luisa Ferida, attori molto conosciuti durante il Ventennio.

E proprio a loro è dedicato il film Sanguepazzo (2008) di Marco Tullio Giordana. Il film racconta la tragica fine della coppia alla fine della guerra. In quanto attori molto celebri e apprezzati, e quindi di conseguenza conosciuti da molte persone, vengono ingiustamente accusati di fare parte della banda di Pietro Koch. Probabilmente la diceria è nata perché il Valenti, noto cocainomane, si riforniva di cocaina da Koch, che poteva usufruirne a volontà. Per prenderla il Valenti si recava a Villa Triste a Milano, dove si trovava la residenza dei noti torturatori della banda. Il capitano Giuseppe Marozin, detto Vero”, è il partigiano che scorrazza per il capoluogo lombardo a caccia di fascisti o presunti tali. Nell’aprile del 1945 arresta Valenti e la sua compagna Ferida. Ha l’ordine tassativo di fucilarli da parte di un membro importante del Clnai (Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia), Sandro Pertini. Marozin non perde tempo e il 30 aprile li fucila entrambi. Giordana edulcora la posizione del capo partigiano, alleggerendo la sua responsabilità e facendolo passare per una persona mite e lento all’ira. In realtà, come concordano Giorgio Pisanò, fascista, e Giorgio Bocca, Marozin fu solo un delinquente patentato. Un pericoloso assassino lasciato libero (dalla contingenza del momento) di brutalizzare e rubare a proprio piacimento, senza il pericolo di pagarne le conseguenze.  La fine di questi due attori rappresenta una brutta pagina della resistenza italiana.

Nel 2000 viene girato il Partigiano Johnny di Guido Chiesa. Il film è tratto dal romanzo incompiuto di Beppe Fenoglio. Il protagonista del film, Johnny, è studente universitario, appassionato della cultura e lingua inglese ed è disertore dell’esercito fascista. Si arruola inizialmente tra i partigiani comunisti per poi passare a quelli cattolici. I partigiani fuggono continuamente tra le foreste e le montagne, fuggono la morte e la fame, l’ansia per i propri cari rimasti a casa e la cattura. C’è sofferenza, agitazione, inquietudine. I dialoghi sono essenziali e i significati scaturiscono dalle immagini, dai segni, dai tre gradi diversi di comunicazione: il dialetto piemontese per i più umili, l’italiano per i più istruiti e infine l’inglese come lingua franca e utile per comunicare con gli Alleati. È un film in cui la semiotica e la lettura dei simboli è dominante. Non si celebra nessuno e non si fanno prediche. Non spetta al cinema, asserisce Chiesa, fare la storia, perché non esiste una sola e condivisa verità.

 

 

In Francia

 

Anche la Francia subisce una dittatura, o forse sarebbe meglio chiamarlo un governo fantoccio sotto guida nazista. Non occupa tutta la Francia, ma solo la parte centro meridionale. La capitale è il centro termale di Vichy e il capo di governo il maresciallo Philippe Pétaine, già eroe della Prima guerra mondiale. Il regime di Vichy dura dal 1940 al 1944. In soli quattro anni il regime sarà capace di distinguersi come fedele e succube alleato di Hitler e zelante persecutore di ebrei, massoni e stranieri. La Francia sotto la sua giurisdizione è privata di libertà di stampa e associazione.  Il milieuculturale è appiattito e univoco.

Solo dopo molti decenni il cinema francese prenderà atto di quello che è avvenuto sotto il regime di Vichy. Vento di primavera (2010) di Rose Bosch affronta per la prima volta la retata del Vélodrome d’Hiver (Velodromo d’Inverno), avvenuta il 16 luglio 1942. In quella data migliaia di ebrei, per la precisione 13.152, furono prelevati dalle loro case e portati al Velodromo, in attesa di essere spediti nei campi di concentramento tedeschi. A guerra finita, ne sopravvivranno solo 800. Il titolo del film riprende il nome dato dai carnefici all’operazione di rastrellamento e concentramento degli ebrei, appunto Vento di primavera. Il film è fedele alla storia avvenuta, in quanto la regista ha ripreso le testimonianze dirette dei sopravvissuti al tragico evento. La pellicola si può dividere in tre parti: la prima riguarda la vita quotidiana degli ebrei francesi prima della retata; la seconda, che è la fase centrale del film, si concentra sul prelievo e la successiva cattività all’interno del Velodromo; la terza ed ultima parte è un susseguirsi di confronti tra le vittime e i carnefici, ma anche tra le stesse vittime. Il dottore, il professore e l’affermato imprenditore, si rendono conto di non rappresentare più nulla, di essere esattamente uguali agli altri, anche loro succubi e vittime al tempo stesso di voleri altrui, di decisioni prese da qualcun altro. Le differenze sociali e culturali si azzerano, anche all’inferno.

La chiave di Sara (2010) di Giles Paquet-Brenner è la continuazione ideale di Vento di primavera. In questo caso gli accenti vengono posti più sull’aspetto psicologico e morale dei sopravvissuti rispetto alla descrizione degli eventi storici. Nello specifico si traccia la vita di una sopravvissuta ai campi di concentramento, Sara e della giornalista Julia, cui viene chiesto di scrivere un articolo sui fatti del Vélodrome. Sara, fuggita negli Stati Uniti, cerca faticosamente di ricostruirsi una vita, ma i fantasmi terribili del passato incombono sempre su di lei e non le permettono di vivere serenamente. Non riesce a dimenticare, a trasformare in qualcosa di positivo il male vissuto e vede di fronte a sé solo la morte, solo lei può consolarla e darle la libertà dalle terrene sofferenze. Così, sopraffatta, si uccide.

Altri film escono in ambito francese riguardo la Seconda guerra mondiale, i collaborazionisti di Vichy e i partigiani: Cognome e nome: Lacombe Lucien (1974) di Louis Malle, L’ultimo metrò (1980) di François Truffalt, La signora è di passaggio (1982) di Jaques Rouffio, L’armée du crime (2009) di Robert Guediguian, ecc.

 

 

In Spagna

 

In Spagna la morte del Caudillo (cioè il generale Franco) nel novembre del 1975 dà il là al processo di democratizzazione del Paese e alla restaurazione della monarchia (dopo 44 anni): nello stesso novembre 1975 Juan Carlos viene proclamato re di Spagna. Si comincia a riflettere sulla dolorosa guerra civile avvenuta tra il 1936 e il 1939, tra i militari di destra guidati dal generale Franco e i partiti di sinistra, che lasciò sul terreno migliaia di morti e risentimenti non del tutto sopiti.

Se ne occupano Terra e libertà (1995) di Ken Loach ed Encontraras dragones (2011) di Roland Joffé. Il primo film tratta di un ragazzo inglese comunista, Dave Carr, che parte volontario per la Spagna per combattere contro Franco. Serve prima nel Poum (Partito operaio di unificazione marxista) e poi nelle Brigate internazionali. Assiste all’uccisione della fidanzata Blanca e agli errori dei comunisti e si rende conto che dall’altra parte della barricata ci sono degli stranieri come lui che – come un inglese di Manchester, che lui ha la ventura di conoscere – credono in un altro ideale. Torna a casa affranto e disilluso.

Il secondo film narra invece la gioventù di san Josemaría Escrivá de Balaguer, il fondatore dell’Opus Dei. Un giornalista spagnolo, Robert, è incaricato di scrivere un libro sulla sua vita. Sa che suo padre fu un amico di infanzia di Josemaría Escrivía. Il padre, autoritario con cui non va d’accordo, gli racconta le vicende vissute durante la guerra civile spagnola con il fondatore dell’Opus Dei. Il giornalista Robert scopre che il padre abbandonò l’amico quando la ditta della famiglia Escrivía fallì. l’amico prese i voti ed entrò in clandestinità, mentre suo padre divenne un republicano. Nella pellicola si scontrano due mondi diversi e in contrasto: spiritualità e materialismo, amore e odio, perdono e rancore, bene e male.

In italiano il film è tradotto con il titolo di Un santo nella tempesta.

            Altre pellicole sul tema sono Le 13 rose (2007) di Emilio Martínez Lázaro, Ogro (1979) di Gillo Pontecorvo (basato sul terrorismo basco contro il regime di Franco), Il labirinto del fauno (2006) di Guillermo del Toro (in cui Storia e Mito si amalgamano creando un quadro complesso ed eterogeneo di significati).

 

 

Portogallo e Ungheria

 

In Portogallo esce Sostiene Pereira (1995) di Roberto Faenza, tratto dall’omonimo romanzo di Antonio Tabucchi. Come sappiamo, anche il Portogallo ha vissuto un lungo periodo di governo autoritario, prima con Salazar (1932-1968) e infine con Marcelo Caetano (1968 – 1974), a cui la Rivoluzione dei Garofani mise fine. Nel film di Faenza, in cui il protagonista è Marcello Mastroianni nella veste di Pereira, il problema della censura è in primo piano. Nella Lisbona di Fernando Pessoa, Pereira –giornalista-, prende piano piano coscienza del ruolo che ricopre, con l’obbligo di raccontare, tramite i fatti e la ricerca della verità, quello che accade intorno a lui. Le manganellate viste dare dai poliziotti ai cittadini per strada lo renderanno consapevole del suo ruolo, fino allora imbalsamato. Lui stesso diviene oggetto di attenzioni da parte della polizia. Subisce persecuzioni, pressioni psicologiche, spiate telefoniche, purché torni a essere il buon giornalista ligio al potere. In fondo, quello che è sempre stato.

Problema quanto mai attuale quello della censura e della libertà di raccontare i fatti, che (se pur hanno sempre una valenza soggettiva) non può venire meno la correttezza e l’onestà della persona che scrive. Scrivere è una responsabilità, e chi lo fa dettato da qualcun altro – in primis – umilia se stesso e poi la comunità in cui vive e lavora.

 

In Ungheria il regista Lajos Koltai gira Senza destino (2005). Il tema del film, tratto dal romanzo autobiografico Essere senza destino di Imre Kertész, è l’Olocausto. Il film racconta la storia di Gyuri, un ragazzo ebreo figlio di genitori separati. Finito in mani naziste viene condotto in pochissimo tempo ad Auschwitz, Buchenwald e infine a Zeitz. Nel lager trova l’aiuto di un prigioniero ebreo ungherese e, grazie a lui, riesce a trovare il coraggio per andare avanti e affrontare il dolore e la malattia. Infine il lager viene liberato dagli americani.

Dopo la liberazione, Gyuri torna a Budapest e scopre che le persone che conosceva un tempo gli sono ora ostili. Si sente solo, spaesato e comincia a rimpiangere la solidarietà dei compagni all’interno del lager. Il padre è morto, la madre ha un nuovo compagno, l’amica ebrea con cui giocava ora gli dimostra freddezza e distacco. È di troppo. Solo. Quando gli chiedono qualcosa si attendono che gli si risponda con storie drammatiche, intrise di violenza ed orrore. Ma Gyuri non è dell’orrore che vuole parlare, ma della felicità dei campi di concentramento. Sì, della felicità, del calore umano disinteressato, senza falsità e sovrastrutture.

 

 

In Argentina

 

 

L’Argentina ha vissuto una dittatura militare brutale e subdola. Perché subdola? Perché le persone sparivano nel nulla, specialmente di notte, rapite da individui incappucciati che non erano facilmente identificabili. Una volta sparite e dopo avere subito delle torture, spesso finivano nell’Oceano, a volte ancora vive, lanciate da un aeroplano. Ufficialmente la polizia asseriva di non sapere, così come la Chiesa argentina.

I responsabili di questi crimini presero il potere con un colpo di Stato nel 1976, durante un periodo confuso e violento, in cui gruppi di estrema sinistra e di estrema destra si ammazzavano a vicenda. A capo di esso si creò una tetrarchia, composta da Jorge Rafael Videla (inter pares), Leopoldo Galtieri, Orlando Rámon Agosti ed Emilio Eduardo Massera. Nel 1983, anche a seguito della disastrosa guerra delle Falkland (per gli argentini Malvinas), dell’anno precedente, la giunta militare crolla su se stessa. Sette anni di giunta e più di trenta mila persone uccise e sparite nel nulla, per la maggior parte di età compresa tra i 16 e i 25 anni. Un’intera generazione. Finalmente, dopo sette lunghi anni di dittatura, per l’Argentina è un ritorno lento alla democrazia (dopo l’ultima elezione democratica di Juan Domingo Perón avvenuta nel 1973).  Carlos Menem viene eletto il nuovo presidente nel 1989.

Nel 1986 viene girato il film La Noche de los Lapicesdi Ector Olivera. La pellicola racconta la storia di un gruppo di studenti che cerca di ottenere la tessera estudiantil,che permetterebbe loro di avere degli sconti sui libri e sui mezzi pubblici. Studiano insieme e sempre insieme si svagano, parlano di politica, di amore e dei problemi che hanno i ragazzi di 16, 17, 18, 19 anni. Una sera, il 16 settembre 1976, subiscono una retata e tutti i ragazzi vengono arrestati senza un mandato e senza un motivo particolare. Vengono portati al Pozo de Banfielde lì rinchiusi. Tutti subiscono torture e umiliazioni pesanti e alle ragazze non risparmiano molestie sessuali.

Diventeranno tutti desaparecidos, tranne uno: Pablo Díaz. Egli Riesce a salvarsi perché la sua colpa è stata ritenuta minore, in quanto arrestato per volantinaggio politico (di sinistra). Grazie a lui e al suo racconto l’opinione pubblica argentina è venuta a conoscenza di questa storia.

Un altro film molto importante è Historia oficial (1985) diretto da Luis Puenzo. Il film è ambientato nei primi anni Ottanta. La pellicola è la storia di un’insegnante di storia al liceo, Alicia, che è sposata con un ricco imprenditore legato al regime argentino. La coppia qualche tempo prima aveva adottato illegalmente una bambina. Alicia incontra una vecchia amica di liceo che le racconta le violenze subite durante la detenzione. Dopo l’incontro con l’amica, comincia a sospettare che la figlia possa essere stata tolta illegalmente a qualche donna in detenzione. I suoi dubbi diventeranno certezza quando durante una manifestazione delle nonne di Plaza de Mayo conosce una signora, Sara, che le racconta della figlia desaparecida e della nipote, anche lei introvabile. Alicia invita a casa sua la donna e si confronta duramente con il marito. Il marito, perso il controllo, la picchia selvaggiamente. Alicia nel frattempo aveva già consegnato la bambina alla donna (che si scopre nel frattempo essere sua nonna), la signora Sara.

 

Questo film è uno spaccato terrificante della violenza espressa dal regime militare contro persone inermi e prive di difese. Forse, una riflessione ulteriore, potrebbe essere quella che il regime abbia goduto di un certo consenso tra la popolazione, anche popolare, perché altrimenti risulterebbe inspiegabile la libertà con cui ha agito a danno di migliaia di cittadini. Ricordiamo che le violenze furono rivolte soprattutto contro gruppi politici di sinistra e contro tutti gli oppositori del regime. Quindi, di conseguenza, ha avuto forti connotazioni politiche e chi era di destra o anche di centro si è sentito in dovere di lasciare correre, di chiudere prima un occhio e poi l’altro. Meglio l’ordine e lo status quo vigenti, all’anarchia e alle espropriazioni di beni e a un nuovo ordine di valori.

 

 

 

Conclusioni

 

Nello scrivere questa relazione mi sono concentrato maggiormente sui film che mi hanno colpito e interessato di più e non dimeno sui film che non conoscevo o conoscevo poco. So benissimo che è un punto di vista assolutamente parziale e soggettivo. Ringrazio l’Autore del libro perché mi ha dato la possibilità di conoscere ed apprezzare, se pur in un contesto violento e terribile, film e storie che ignoravo. Sarà per me un piacere approfondire oggi e in futuro la conoscenza diretta di molti dei film citati nel libro.

 

Vorrei fare una puntualizzazione riguardo soprattutto l’esclusione di due film dalla relazione: Schindler’s List e La vita è bella. Ho visto entrambi i film e ora ne parlerò brevemente.

 

Ho evitato di parlare del film Schindler’s List (1993) di Steven Spielberg, nonostante lo consideri uno dei migliori film sul tema dell’Olocausto, perché è un film fin troppo celebrato e conosciuto. Non avrei potuto aggiungere nulla. Lo stesso posso dire del film La vita è bella (1997) di Roberto Benigni.

 

Giani, Stefano, Dittatori al cinema. I totalitarismi europei sul grande schermo, Gremese, 2014, Roma, pp. 155.

 

 

 

 

 

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E’ morto Bud Spencer

Sono commosso e addolorato dalla sua scomparsa. Credo di avere visto e rivisto tutti i suoi film. E il suo ricordo è legato alla mia infanzia, a quell’infanzia ingenua e curiosa che mi porto ancora dentro, come una leggera zavorra che mi permette di non perdere il baricentro della nave. Nei suoi film lui esprimeva anche queste caratteristiche. Gli dedico con calore queste poche parole e una frase, guarda caso di un autore russo, che penso lo possa rappresentare, perché lui continuerà a vivere dentro di noi che abbiamo amato i suoi film e i suoi personaggi.

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“Gli altri muoiono; ma io sono un altro; dunque non morirò”.

Vladimir Nabokov

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Сергей Эйзенштейн – Александр Невский (1938)

Я видел этот фильм в Милане.
Мне понравился фильм.
К сожалению, Фестиваль уже прошел.
Мне очень жаль.

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L’Inferno (1911)

Questo film, del 1911, rappresenta la più antica trasposizione cinematografica della Divina Commedia di Dante arrivata fino ai nostri giorni. In realtà esisteva un film precedente, del 1906, che purtroppo è andato perduto.

“L’Inferno” – film diretto da Bertolini, De Liguoro e Padovan – è stato ritrovato qualche anno fa a Boston nella versione americana. La musica, invece, è stata introdotta nel 2012. Il film è stato interamente girato sul lago di Como e sulla Grigna, un monte che si trova tra il lago di Como e la Valsassina. Gli autori sono stati molto influenzati dalle tavole di Gustave Doré, che tra il 1861 e il 1868 illustrò la Divina Commedia. Per l’epoca fu un film all’avanguardia, soprattutto per l’uso dei primi effetti speciali nel cinema, ripresi dal regista francese Georges Méliès. Le seguenti versioni americane, del 1924 (Dante’s Inferno) e del 1935 (Dante’s Inferno, con Spencer Tracy) hanno ripreso molti spunti innovativi da questo film italiano, anche se il contenuto dei film è differente, soprattutto per quanto riguarda la versione del 1935.
Beh, gustatevelo, perché è una vera chicca!

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Festival del Cinema Russo a Milano (29 settembre – 3 ottobre)

Al cinema Apollo di Milano è in corso il Festival del Cinema Russo e durerà fino a domani (3 ottobre). Questo è l’ottavo anno consecutivo in cui si svolge la manifestazione. L’ingresso è libero fino a esaurimento posti.

Sono molto felice di avere assistito alla proiezione di Dersu Uzala, film del grande regista giapponese Akira Kurosawa, in lingua originale (cioè in russo con sottotitoli in italiano). E’ stata un’esperienza fantastica e il film non poteva essere dei migliori! Un film poetico, antropologico, commovente e incentrato sull’incontro e l’amicizia tra Dersu Uzala, un abitante della taiga dell’Ussuri e il capitano Vladimir Arsenyev, un esploratore dell’esercito russo dei primi anni del Novecento. Il film è stato ispirato dal libro dello stesso capitano Arsenyev, intitolato appunto Dersu Uzala. Purtroppo la vita di Dersu Uzala termina nella maniera più tragica e triste.

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Werner Herzog – Il Paese del silenzio e dell’oscurità (documentario)

Il Paese del silenzio e dell’oscurità è un documentario realizzato dal regista tedesco Werner Herzog nel 1971. Il documentario descrive alcune fasi della vita di Fini Straubinger, una donna sordo cieca di 56 anni. La Straubinger non è nata sordo cieca, ma lo è divenuta durante l’adolescenza. Nel documentario la vita della Straubinger si intreccia con quella di altre persone sordo cieche e con alcuni bambini ridotti in questo stato fin dalla nascita. Per quegli anni, e forse anche per i nostri, il documentario fu una novità e fece vedere per la prima volta al grande pubblico le problematiche e l’isolamento che subivano le persone con problemi di cecità, sordità e con problemi connessi al linguaggio e alla comunicazione. Fu trasmesso dalla televisione tedesca due anni dopo.

Herzog come spiega lui stesso nel suo libro – intervista, Incontri alla fine del mondo, appena ristampato dall’editore Minimum fax,  fu attaccato e accusato pesantemente di essersi approfittato di queste persone svantaggiate per farsi pubblicità. Le accuse più pesanti gli provenivano dalla Germania, ma non solo. In sua difesa, tra gli altri, si schierò il famoso neurologo e scrittore Oliver Sacks. Quest’ultimo non nascose mai l’apprezzamento e la stima per il documentario di Herzog. Il regista tedesco divenne un amico intimo di Fini Straubinger e la loro amicizia continuò fino alla sua morte, avvenuta cinque anni dopo il documentario. Straubinger entrò in confidenza anche con la madre e i figli di Herzog.

Herzog, Werner, Incontri alla fine del mondo. Conversazioni tra cinema e vita, Roma, Minimum fax, 2002.

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Vita di Carmelo Bene – Giancarlo Dotto, Carmelo Bene

In questo libro intervista, pubblicato nel 1997, Carmelo Bene ripercorre 60 anni di vita vissuta senza limiti e freni. Nulla ha fermato il genio di CB: alcol, droghe, infarti, operazioni, ernie, donne, figli. Nulla. Sempre avanti, alla ricerca di un teatro nuovo, sperimentale e in perenne divenire. Dal “Laboratorio” di Trastevere degli anni ’60 al trasferimento a Mosca nel 1990, Bene non ha mai rinunciato a cercare nuove vie all’approccio di “attore”, regista, fonico e scrittore. Molto severo con gli altri non perdonava nulla a se stesso. Poneva l’asticella sempre un po’ più  in alto. Stimato da Pasolini, Flaiano, Deleuze, Foucault e Pertini, CB ha avuto rapporti con tutta la comunità intellettuale che contava, italiana e successivamente francese, per almeno tre decenni. Deleuze, in particolare, ha scritto vari libri sulla macchina attoriale e sul modo di muoversi in scena di Bene.

Geniale e scandaloso, chiaro e confuso, apollineo e dionisiaco, umano nella sua solitudine e disumano in tutto il resto. Tanti significanti in una sola persona. Carmelo Bene ha vissuto pericolosamente, bruciando, senza mai fermarsi, l’inesauribile energia che risiedeva nel suo intelletto.

Bene ha imparato di più in due settimane al manicomio che in 60 anni in mezzo agli “zombi”, come li chiamava lui.

È morto nel 2002 all’età di 65 anni (e ancora oggi il vuoto lasciato dalla sua morte non è stato colmato da nessuno).

Carmelo Bene, Giancarlo Dotto, Vita di Carmelo Bene, Bompiani (1997)