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Milano – Targa commemorativa dove nacque Carlo Emilio Gadda

A Milano, per chi sa guardare, si può incontrare la targa commemorativa per ricordare il luogo in cui nacque il grande scrittore Carlo Emilio Gadda.  L’autore de “L’Adalgisa”, de “Quer pasticciaccio brutto de via Merulana” e de “La cognizione del dolore”, nacque a un tiro di schioppo dalla casa di Alessandro Manzoni, che egli amava profondamente. Come riporta Pietro Citati nella prefazione de “Quer pasticciaccio”, sembra che Gadda avesse letto “I promessi sposi” per ben dieci volte, tra i nove e i sedici anni. Lo stesso Citati, allora giovane letterato, frequentò Gadda, nella sua casa di Roma, negli ultimi anni della sua vita. Negli ultimi tempi, Gadda amava che gli si leggesse “I promessi sposi”. Molto malato, bloccato ormai a letto, Citati e altre due persone si alternavano al suo capezzale per leggergli il suo amato libro. E quella fu anche l’ultima volta in cui lo si vide ridere, il giorno prima che ci lasciasse: “Allora pensai che la letteratura è davvero una cosa bellissima, se conserva la vita come la vita non riesce a conservarsi, e se fa ridere di gioia in punto di morte”, come scrive Pietro Citati.  

 

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Elisabetta Bini – La potente benzina italiana

Guerra fredda e consumi di massa tra Italia, Stati Uniti e Terzo Mondo (1945-1973)

Rigorosa ricostruzione storica degli avvenimenti che portarono alla nascita dell’ENI, nel 1953, e dei rapporti di forza che s’instaurarono tra l’Italia e gli Usa, da un lato, e i produttori di petrolio e gas, dall’altro. Elisabetta Bini segue passo passo le azioni di Enrico Mattei, prima come liquidatore dell’Agip (che non liquidò affatto) e poi come fondatore e deus ex machina dell’intero comparto energetico italiano fino alla sua morte, avvenuta, come sappiamo, per un attentato nel 1962, quando l’aereo su cui viaggiava cadde a Bascapè, alle porte di Milano. La presenza di Mattei, come è naturale che sia, è fortemente presente per quasi tutto il libro: come fondatore dell’ENI, come manager capace di stringere rapporti proficui e duraturi con i Paesi produttori di petrolio (soprattutto Iran, URSS, Marocco, Libia, Algeria), come patriota e convinto assertore dell’indipendenza energetica dell’Italia rispetto agli Usa, come uomo capace di ricontrattare i trattati, a vantaggio dei Paesi produttori, e di portare nelle loro casse il 75% dei profitti invece del 50%, come invece fino ad allora il mercato petrolifero internazionale concedeva nei loro accordi; e infine come ideatore della rivista interna chiamata Il Gatto selvatico (1955-1965), a cui collaborarono scrittori e poeti del calibro di Eugenio Montale, Carlo Emilio Gadda, Giuseppe Ungaretti, Natalia Ginzburg, ecc. Anche nel campo della cinematografia l’azienda non si fece mancare nulla. Infatti in quegli anni, per realizzare i svariati documentari dell’operato dell’ENI, soprattutto nel Mezzogiorno, ma anche in Africa e in Medio Oriente, furono chiamati registi come Giuseppe Bertolucci, Gilbert Bovay, Paolo e Vittorio Taviani. 4132A020-5DE2-4342-8E18-0A02E2C0D9A0

Molto suggestivo e approfondito è il capitolo dedicato alla guerra e all’evoluzione delle locandine pubblicitarie, prima prendendo in esame quelle dell’Agip (azienda statale nata nel 1926) fino al 1945, e poi dell’ENI e il confronto di significati e prospettive con la pubblicità del più agguerrito e diretto competitore dell’ESSO in Italia. Così come ampio spazio viene dato alla raffineria petrolchimica costruita a Gela (1960) dall’ENI e ai rapporti tra gli abitanti e i politici del luogo, che speravano in una crescita esponenziale dell’occupazione, e i dirigenti dell’azienda energetica. Il rapporto fu costellato da conflitti e incomprensioni, ma anche da piccoli spiragli di luce e di occupazione. Molta importanza ebbe la scuola interna, si potrebbe oggi chiamare un master post universitario, che l’ENI istituì nel 1957 e che chiamò Scuola di studi superiori sugli idrocarburi. La scuola fu voluta fortemente dal vicepresidente dell’ENI Marcello Boldrini (vicepresidente fino al 1962 e poi presidente fino al 1967), economista e accademico di fama mondiale. La scuola ebbe un’importanza strategica per formare le classi dirigenti dei paesi con i quali l’ENI firmava accordi, per riportare le testuali parole dell’autrice. L’idea di fondo fu quella di legare i giovani di quei Paesi con l’ENI e di conseguenza con l’Italia. Furono chiamati a insegnare professori stranieri di fama mondiale, furono invitati intellettuali e poeti nei dibattiti sulla modernizzazione, permettendo alla scuola di divenire uno strumento di diplomazia culturale nei confronti del Terzo mondo. Questa politica sul lungo termine ha pagato. Se l’Italia è riuscita a mantenere degli ottimi rapporti con alcuni Paesi, come per esempio l’Iran e l’Algeria, nonostante gli stravolgimenti politici avvenuti in questi Stati, lo si deve a questa lungimirante politica di collaborazione culturale e scientifica. L’ENI si premurò di preparare giovani ingegneri, economisti, tecnici e geologi capaci di rendere la loro Patria di provenienza indipendente dal punto di vista tecnico dalle aziende occidentali da cui dipendevano i loro introiti economici. Forse oggi ci sarebbe qualcosa da imparare da questo modello. Infine Boldrini diede molta importanza alla cultura umanistica, oltre a quella scientifica. Fu contrario a un’iperspecializzazione in campo tecnico e propose corsi di studi di cultura generale, a completa scelta dello studente, per preparare meglio i giovani a capire il mondo in cui vivevano. Inoltre gli esami formali furono aboliti nella sua scuola, promuovendo la discussione tra insegnanti, allievi e assistenti. Insomma, a dire poco una scuola completamente rivoluzionaria per i suoi tempi e anche per i nostri.

Enrico Mattei, e di conseguenza anche l’ENI, fu un convinto assertore della modernizzazione dell’Italia, avviandola e accompagnandola nella società dei consumi. Cercò in tutti i modi di dare all’Italia un volto nuovo, moderno, al passo con i tempi, con una politica indipendente e forte, con partner stranieri su cui contare e con cui collaborare a lungo termine. Nel fare ciò pestò troppi piedi ben piantati per terra e questo gli fu fatale. Forse fu anche un corruttore come scrisse il giornalista Indro Montanelli, ma lo fu per il bene della sua Patria e del benessere comune, anche di quello dei Paesi poveri da cui comprava il petrolio. Purtroppo non si può dire la stessa cosa di Montanelli, visto le frequentazioni fin troppo assidue con l’ambasciata americana e da lì si spiega la sua brutale campagna di demonizzazione che portò avanti contro Mattei. Il giornalista non difese certo gli interessi italiani, a differenza di Mattei e dell’ENI.

Bini, Elisabetta, La potente benzina italiana. Guerra fredda e consumi di massa tra Italia, Stati Uniti e Terzo mondo (1945-1973), Roma, Carocci Editore, 2013, pp. 271. 

 

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Massimo Centini – Il linguaggio esoterico di Hieronymus Bosch

Il Trittico delle delizie tra iconologia e mistero

Cosa sapete del Trittico delle delizie? L’avete mai visto? Se sì, cosa ne pensate? Ebbene, l’opera si trova al Museo del Prado di Madrid ed è uno dei quadri più indecifrabili ed enigmatici dell’intera storia dell’arte europea. In questo lavoro, Massimo Centini, antropologo culturale e autore di numerosi lavori, soprattutto incentrati sulla religione, storia ed esoterismo, cerca di svelare l’enigma di questo dipinto e del perché Hieronymus Bosch l’abbia fatto. Il dipinto, chiamato Il Trittico delle delizie (indicato da Centini dipinto tra il 1503-1504), è diviso in tre parti e misura 220 cm per 195. Il dipinto è considerato una delle maggiori opere del periodo maturo dell’artista.

Nipote, figlio e fratello di pittori, Bosch iniziò l’apprendistato fin dalla più tenera età nella bottega di famiglia. Nacque in Olanda, nella regione del Brabante, nel 1453. Dopo la morte del padre, avvenuta nel 1478, Bosch continuò il suo lavoro, dipingendo le pale incompiute del padre. Prima del 1480 si sposò con una donna benestante che gli portò una cospicua dote matrimoniale. Bisogna considerare, per inquadrare bene il periodo storico, che Bosch operò nell’epoca in cui uscì il Malleus maleficarum – scritto da due domenicani tedeschi, Jakob Sprenger e Heinrich Institor – che presto divenne la bibbia degli inquisitori contro le streghe. Bosch prima di arrivare a dipingere il Trittico dipinse opere  come La nave dei folli (1494, ispirato dall’omonimo libro satirico di Sebastian Brant), Estrazione della pietra della follia (1494, qui Bosch sembra volesse ironizzare sulla scienza medica del suo tempo) e il Prestigiatore (1502). Nel 1503-1504, ma sulla data esatta esistono delle discordanza tra gli studiosi, Bosch dipinse il Trittico. ED9E4AC3-FBB1-4D8E-87B9-C60D31F2016E

Su questo dipinto è stato scritto di tutto: opera satanica, esoterica, moralizzatrice, perversa, ermetica, altamente simbolica e con riferimenti cristiani, pedagogica, con riferimenti proveniente dall’alchimia, ecc. Spesso, come spiega bene Contini nel libro, si fa una grande confusione quando si parla di esoterismo. Infatti molte persone confondono esoterismo con satanismo, spiritismo e magia. In verità esoterismo significa che c’è un significato più profondo e nascosto nella realtà che ci circonda e questa realtà può essere racchiusa all’interno di un quadro, di un libro o in qualsiasi simbolo usato dagli uomini. Esoterismo è da sempre legato alla religione, ma anche alla quotidianità in cui viviamo. In antico greco esoterikós significa intimo, interno. Quindi nel Trittico, continua Contini, esiste certamente un linguaggio esoterico e questo è evidente dalla scelta degli oggetti ritratti. Per esempio l’utilizzo dei grilli è emblematico a proposito. I grilli, usati fin dall’antichità, indicavano deformazioni fisiche e aspetti mostruosi nei soggetti disegnati e venivano ritratti, molto spesso ma non sempre, con molteplici teste in corpi deformi o minuscoli. Erano un indice di mostruosità. Un altro oggetto usato è l’uovo, che può essere espressione positiva del dominio armonico del corpo, o luogo di rifugio primordiale dimostra la possibilità di racchiudere in un solo involucro, il pensiero e la materia, l’alfa e l’omega, per dirla con le parole di Centini. La fragolaaltro elemento usato da Bosch, indica invece la cupidigia e il peccato (così come la mora e la ciliegia). La civetta rappresenta la morte; i vetri invece sono un chiaro riferimento al mondo dell’alchimia, dove tutto si trasforma e si muta, in un continuo divenire.

Per concludere, perché non voglio svelarvi troppo il contenuto del libro, sull’opera di Bosch permangono molti dubbi e ipotesi, spesso contrastanti tra loro. Forse, ma non c’è nessuna sicurezza in merito, l’artista olandese appartenne a una setta protestante chiamata degli Adamiti, che propugnava una vita sessuale sfrenata, perché solo così, cioè attraverso il peccato, ci si poteva avvicinare a Dio. (Questa setta mi ricorda da vicino quella russa dei Chlysty, di cui faceva parte Grigorij Rasputin). O forse, più semplicemente, fu un’opera che condannava il peccato degli uomini e la loro cupidigia sessuale e la ricerca smodata di piaceri terreni. Se volete saperne di più, leggetevi il libro di Massimo Centini.

Centini, Massimo, Il linguaggio esoterico di Hieronymus Bosch. Il “Trittico delle delizie” tra iconologia e mistero, Catania, Gruppo Editoriale Bonanno, 2014, pp. 128. 

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Aleksandr Blok – Taccuini

In ogni opera d’arte (anche in una breve poesia) c’è più non-arte che arte. L’arte è simile al radio (quantità infinitesimali). È capace di rendere radioattiva qualsiasi cosa: la materia più pesante, la più rozza, la più naturale: le idee, le tendenze, le “esperienze”, i sentimenti, la vita quotidiana. Proprio ciò che è vivo e di conseguenza rozzo si presta a ricevere radiazioni, ciò che è morto invece non si può illuminare.

Aleksandr Blok

 

Il presente libro raccoglie parte dei taccuini che Aleksandr Blok, grande poeta e scrittore, tenne nel periodo che va dal 1901 al 1920. Bisogna subito dire che molte parti dei taccuini sono stati epurati nell’edizione sovietica del 1965, edizione da cui si rifà il presente lavoro. A sua volta i curatori del presente lavoro hanno eliminato parti delle note di Blok non ritenute necessarie alla comprensione e alla leggibilità del testo. Di conseguenza i Taccuini non rappresentano le intere note dell’autore, ma solo una parte, indirizzata e circoscritta. Mi sembrava doveroso fare questo breve preambolo. Andiamo al contenuto. 2C100546-7FE7-4A79-83E0-106EFCF58A4F

Nelle note riportate nel libro Blok cita molto spesso il suo grande e tormentato amore per Ljubov’ Dmitrievna Mendeleeva, figlia dell’inventore della tavola periodica Dmitrij Mendeleev. Conosciuta nella tenuta dei Mendeleev qualche anno prima, la sposò nel 1903, quando Blok aveva solo 23 anni e la Mendeleeva 22. È un amore burrascoso e costellato da tradimenti che nessuno dei due, a quanto pare, si risparmiò. A un certo punto sua moglie mise al mondo un figlio frutto di un’altra relazione, ma sopravvisse solo pochi giorni. Nonostante ciò il loro matrimonio durò l’intera e breve esistenza di Blok, fino al 1921 (morì a soli 41 anni). Comunque questo genere di rapporti tra marito e moglie fu piuttosto diffuso nell’intelligencija russa di quel periodo. Basti pensare ad Aleksandr Herzen, a Sergej Esenin, a Vladimir Majakovskij, ecc. Vite tormentate, creative e quasi sempre brevi.

Le note sono costellate di piccoli episodi quotidiani, di piccole e grandi ansie per il lavoro, i soldi, le donne incontrate, le critiche agli altri poeti e intellettuali della sua cerchia a San Pietroburgo, gli attacchi subiti sulle riviste di cultura, ai rapporti con la madre, isterica, oltre alla già citata Ljubov’. Non mancano le descrizioni dei vari viaggi che Blok fece in Italia, Germania, Francia e Spagna. Dalle sue parole non traspare un grande entusiasmo, ma piuttosto noia, insofferenza, e talora aperto disprezzo. L’aspetto depressivo delle note risalta in tutta la sua forza e ripetitività, ma qui e là, per chi sa vedere, si scorgono delle vere e proprie perle di poesia, delle metafore meravigliose, delle frasi illuminanti e fulminanti, delle profonde intuizioni sulla vita, sulla religione, sulla politica, sull’arte e la poesia. Solo per questo vale leggere il libro, stando ben attenti a scorgere e trovare queste perle disseminate tra i righi e talvolta dietro le stesse parole.

Concludo questa breve recensione parlando dell’esperienza che Blok ebbe nel maggio 1917, dopo la rivoluzione borghese del febbraio, nella quale venne nominato redattore capo dei verbali della Commissione straordinaria d’inchiesta sui crimini dei ministri e funzionari zaristi. Ebbe modo di interrogare molti ex funzionari, spie, agenti dei servizi segreti e politici collusi con il passato sistema zarista. Vide una società in disfacimento crollare, persone una volta potenti tremare di fronte agli interrogatori, ex spie balbettare parole senza senso, politici allontanare da sé qualsiasi responsabilità: uomini diventati relitti, ombre di quello che furono in poche settimane, se non addirittura giorni. E Blok di fronte a tutto quello sfacelo si ripeteva continuamente ricorda che non si deve giudicare nessuno. L’uomo è quell’essere presuntuoso e pieno di sé nei momenti di gloria, ma debole e fragile nei momenti bui. Aguzzino e vittima nello stesso tempo: di sé stesso, dei suoi tempi, della sua cultura.

Blok, Aleksandr, Taccuini, Milano, SE, 2014, pp. 199.

 

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Milano – Torre Unipol in costruzione

Avanzamenti dei lavori dal cantiere della Torre Unipol, in Porta Nuova.

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Il cane a sei zampe dell’Eni

Il cane a sei zampe fu ideato nel 1952 dall’artista Luigi Broggini e fu scelto da una giuria di importanti giornalisti, artisti e grafici di quegli anni. Tra gli altri c’erano Gio Ponti, Mario Sironi e Mino Maccari. Nel 1952 fu scelto come logo dell’Agip e dopo il 1953 divenne il marchio di riconoscimento dell’allora appena nata Eni. La scelta di creare un marchio per l’Agip fu del suo presidente, Enrico Mattei, deus ex machina dell’intero comparto energetico italiano di allora.

C098CBA8-7789-462B-9CC1-0E3984FBD531_1_201_aSono state fatte molte congetture sul vero significato del cane a sei zampe e forse quella più vicina alla realtà è stata fatta dalla stessa Eni. Infatti l’Eni rivelò che le sei zampe rappresentavano le quattro ruote della macchina e le due gambe del guidatore. Vero o meno non lo sapremo mai, ma il marchio è diventato il riconoscibilissimo simbolo dell’Eni in Italia e nel mondo. 

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Gianluca Marletta – La guerra del Tempio

In questo breve ma conciso libro viene spiegato, fin dalle sue origini storiche, religiose e politiche, il confitto mediorientale che contrappone gli ebrei agli arabi. Gianluca Marletta inizia il saggio dall’Antico Testamento e dalle interpretazioni che gli antichi e i contemporanei ebrei ne hanno fatto e ne fanno tutt’oggi. Il saggio prosegue descrivendo i rapporti conflittuali che gli ebrei ebbero con gli antichi romani, fino a portare alla distruzione del secondo Tempio e di Gerusalemme nel 70 d.C., l’impatto che il Cristianesimo ha avuto nel cattolicesimo e nel modo in cui quest’ultimi hanno giudicato gli ebrei, l’influenza della diaspora nella religione e cultura ebraica, la nascita dei vari falsi messia ebraici in Europa e infine la nascita dello Stato ebraico moderno. Marletta non tralascia le relazioni strettissime tra gli evangelici americani – influenzati dal Sionismo cristiano sviluppatosi nell’Inghilterra protestante già a partire dalla fine del XVI secolo – e gli ebrei di oggi. I protestanti, molto più legati all’Antico Testamento, vedevano e vedono nella religione ebraica un’alleata per accelerare la venuta del Messia, che può avvenire solo con il rafforzamento dello Stato ebraico, e con la conseguente distruzione degli arabi musulmani, e con la forte volontà di molti ebrei di ricostruire il terzo Tempio (da alcuni religiosi vista come una propria e vera eresia, perché solo Dio può ricostruire il Tempio), sul Monte del Tempio o Spianata delle Moschee a Gerusalemme, in cui si trovano le moschee di Al-Aqsa e la cupola della Roccia. IMG_0840

Gli ebrei religiosi aspettano ancora il Messia che venga a liberarli dai loro nemici e venga a restaurare il predominio del popolo ebraico, mentre i cristiani, sia protestanti che cattolici, aspettano la seconda venuta del Messia e la guerra di Armageddon tra le forze del bene e del male, ma prima dovrà comparire l’Anticristo. Per alcuni teologi e studiosi il Messia aspettato dagli ebrei non è altro che l’Anticristo, in quanto gli ebrei non hanno riconosciuto Gesù e quindi, in quanto abbandonati da Dio, sono il popolo della perdizione e da loro probabilmente uscirà l’Anticristo (dalla tribù di Dan).

Concludo dicendo che quasi sempre nei libri di geopolitica e di storia viene trascurata l’influenza escatologica nei rapporti tra gli ebrei e gli arabi. Viene messo l’accento sui rapporti economici, energetici, etnici e religiosi, che pur sono molto importanti, ma si trascurano gli aspetti teleologici ed escatologici della religione ebraica e degli evangelici soprattutto americani. Ecco, Gianluca Marletta in questo libro indaga proprio questi aspetti. Alla fine del saggio le idee sulla questione Mediorientale e sulle cause del caos odierno sono molto più chiare e comprensibili.

Marletta, Gianluca, La guerra del Tempio. Escatologia e storia del conflitto mediorientale, San Demetrio Corone (CS), Irfan Edizioni, 2018, pp.132. 

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Guido Santulli – Il mare d’Italia

In questa Italia disfattista, decadente e quasi priva di speranza, è ancora possibile trovare libri come questo. Il libro di Guido Santulli è un inno d’amore verso l’Italia, quell’Italia che fu prima forgiata dalla grandezza della Roma imperiale e poi dall’ecumenismo della Roma dei papi, per poi passare attraverso le Repubbliche marinare e la riunificazione con Garibaldi e Cavour. È un libro in controtendenza rispetto alla vulgata dominante e denigratoria, della maggior parte degli intellettuali italiani, verso il popolo italiano e il suo passato. Qui l’Italia non si denigra, ma si esalta nelle sue componenti. Il Giano Bifronte, dio prettamente romano e italico, nell’ottica dell’autore rappresenta quella peculiarità tutta italiana che ha fatto grande il nostro Paese nel mondo. Un’Italia civilizzatrice e portatrice di un messaggio universale, Paese guida in Europa, con Roma al centro del pensiero politico e religioso dei grandi poeti e dotti che che hanno reso l’Italia grande, a partire da Ovidio, Cicerone, Dante Alighieri, Francesco Petrarca, Machiavelli e fino ad arrivare a Gabriele D’Annunzio, Giuseppe Mazzini e Giovanni Pascoli.

Alla fine il viaggio di Santulli, partito in barca a vela da Pescara, è arrivato fino a Fiume, approdo ideale per ricordare l’Impresa di Fiume di D’Annunzio e dei suoi legionari e degli italiani dalmati e istriani dimenticati dall’Italia. Fiume come specchio dell’indolenza dell’Italia odierna, incapace di difendere i propri interessi all’estero, la Libia è di fronte ai nostri occhi, rispetto ai legionari partiti da tutta l’Italia per difendere l’italianità di Fiume e di quelle terre, prima romane, e poi veneziane, un secolo fa.

 

Santulli, Guido, Il mare d’Italia. Piccolo elogio di un popolo di navigatori e avventurieri, s.l., Passaggio al Bosco, 2018, pp. 90.

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Ettore Lo Gatto – Il mito di Pietroburgo

Ettore Lo Gatto è stato un grande studioso della cultura russa. Egli ha scritto molti libri sul teatro, letteratura e storia russa. Questo libro in particolare tratta del mito di San Pietroburgo in Russia e in Europa, ma Lo Gatto non si limita a parlare solo di questa città, perché la sua indagine parte da lontano, comprendendo il mito della Mosca terza Roma ai tempi di Ivan IV il Terribile (XVI secolo). Il mito affievolitesi già da molto tempo all’epoca di Pietro I, verrà sostituito con l’apertura all’Occidente e con la famosa Pietroburgo finestra sull’Europa, con cui Francesco Algarotti descrisse la funzione di Pietroburgo nella società russa. fullsizeoutput_2695

In conclusione posso dire che il libro, oltre ad essere molto approfondito e ben documentato, è scritto molto bene, cosa piuttosto rara tra gli storici italiani dell’epoca.

 

Этторе Ло Гатто был великим учёным русской культуры. Он написал много книг о русском театре, литературе, истории. Эта книга о мифе Санкт-Петербурга в России и в Европе, о его истории, легенде и поэзии. Книга очень хорошо написана, что очень редко для итальянского историка.

 

Lo Gatto, Ettore, Il mito di Pietroburgo. Storia, leggenda, poesia, Milano, Feltrinelli, 2019, pp. 285.

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Bernard Lebrun e Michel Lefebvre – Robert Capa. Tracce di una leggenda

fullsizeoutput_1fb6Il libro di Bernard Lebrun e Michel Lefebvre è un libro molto bello e ricchissimo di foto del grande fotografo Robert Capa, a cui il libro è dedicato. Questa opera si potrebbe chiamare una biografia fotografica, perché praticamente su tutte le pagine scritte c’è almeno una fotografia scattata da Capa.

Nel libro viene raccontata tutta la sua vicenda privata, dalla natia Ungheria alla sua fuga in Germania e poi, dal 1933, con la presa del potere da parte dei nazisti, dalla Germania a Parigi, città in cui Capa si rifugia, e infine da Parigi a New York. Queste due città sono i luoghi in cui Capa è cresciuto come uomo e professionista. A Parigi si è formato e a New York ha ottenuto la sua vera e propria consacrazione e popolarità. Il vero nome di Capa (sembra che abbia scelto il nome Capa in assonanza al cognome del regista italo-americano Frank Capra) era Endre Enree Friedmann e aveva origini ebraiche, da qui si capiscono le sue continue fughe dai governi di destra ed estrema destra sorti prima in Ungheria e poi in Germania. Diventa famoso grazie alle foto scattate nella guerra civile spagnola (1936-1939). Una, in particolare, colpisce l’immaginario collettivo. È la foto che Capa scatta a un miliziano repubblicano mentre viene colpito da una pallottola. La foto è chiamata Il miliziano colpito a morte (Falling Soldier, in inglese) o La morte di un miliziano. Ancora oggi si discute sulla veridicità della foto in questione, perché alcuni studiosi e fotografi pensavano e pensavo che sia in realtà artefatta se non addirittura concordata con il soldato ritratto. A gettare ulteriori ombre sulla foto è il fatto che, nonostante le numerose ricerche condotte, il negativo non è stato a tutt’oggi trovato. Comunque, il fatto che la maggior parte dei detrattori abbiano aspettato la morte di Capa per gettare ombre e dubbi sulla foto non va certo a loro favore. Perché non l’hanno fatto mentre Capa era ancora in vita e quindi poteva difendersi? Tuttavia la maggior parte degli studiosi è oggi concorde nel ritenerla genuina. Andiamo oltre. Sempre nella guerra di Spagna Capa perde la sua compagna di vita e fotografa Gerda Taro, rimasta schiacciata da un carro armato repubblicano. Una perdita molto dura per lui, anche se fin da subito tante altre donne entreranno nella sua vita. Dopo l’esperienza spagnola Capa torna negli Stati Uniti, Paese in cui si era stabilito dal 1937, e di lì a qualche anno decide di seguire la Seconda guerra mondiale, che nel frattempo era scoppiata. Nel 1942 lo troviamo in Nord Africa per la rivista americana Collier’s Weelky e per il giornale inglese The Illustrated. L’anno dopo si trova in Tunisia e segue la campagna del II Corpo d’armata del generale Patton e in seguito, dopo il 1943, seguirà le campagne di Sicilia e d’Italia, diventando amico del generale Theodore Roosevelt Jr., figlio dell’ex presidente. La rivista Life, per la quale ormai Capa lavora, lo manda nel giugno 1944 a documentare lo sbarco in Normandia. Capa è presente il 6 giugno 1944 allo sbarco in Normandia delle truppe anglo-americane, nella spiaggia di Omaha: scatta undici foto che gli americani chiamano le Magnificent Eleven, le “magnifiche undici”. Foto che vengono pubblicate su Life il 19 giugno 1944. Capa segue tutto il fronte della Normandia fino alla liberazione di Parigi, ritornando così nella sua amata città da cui tutto partì.

Dopo la Seconda guerra mondiale Capa inizia a lavorare per il cinema, fotografando le star sul set cinematografico. Nel 1947 segue lo scrittore John Steinbeck in Unione Sovietica, da cui uscirà un libro chiamato A Russian Journal (recentemente pubblicato in Italia da Bompiani, con il titolo di Diario russo). Capa vuole essere presente alla nascita dello Stato di Israele e così nel 1948 lo troviamo a Tel-Aviv. Dopo il 1948, e fino a poco tempo prima della sua morte, Capa si divide tra Parigi e New York, la bella vita, le feste, la moda e le donne. Alla fine, per un caso quasi fortuito, Capa decide di seguire la guerra d’Indocina, dove i francesi combattono una guerra disperata contro i patrioti vietnamiti. Questo è il suo ultimo reportage. Il 25 maggio 1954, a 90 chilometri da Hanoi, Capa decide di scendere dal camion di soldati francesi con cui si accompagnava per scattare delle foto vicino a una risaia. Di colpo si sente un boato. Un suo compagno accorre e trova Capa gravemente ferito. È saltato su una mina. Muove impercettibilmente le labbra e poco dopo spira.

Con lui, dicono in molti, se ne è andato il primo e il più grande fotoreporter di guerra.

Lebrun, Bernard, Lefebvre, Michel, Robert Capa. Tracce di una leggenda, Roma, Contrasto, 2012, pp. 239.