Categorie
Antropologia Curiosità varie Libri Politica Società Storia

Paolo Cochi – Mostro di Firenze

Ho finito di leggere il corposo e molto approfondito Mostro di Firenze. Al di là di ogni ragionevole dubbio dello scrittore e reporter Paolo Cochi. Dirò subito che questo è il libro più esaustivo e completo sull’intera vicenda del mostro che io abbia mai letto (e ne ho letti molti). Mi ricorda, per completezza e attenzione ai dettagli, il grande libro Storia delle merende infami dell’avvocato e scrittore Nino Filastò, ma con la differenza che Cochi si rifà solo ed esclusivamente agli atti dei processi (1994, processo a Pietro Pacciani e 1997-1998, processo ai compagni di merende); alle testimonianze raccolte nel corso degli anni e riportate come testimoni nei processi; al profilo geografico in cui avvennero gli omicidi; alle perizie degli esperti sulla pistola usata; alle intercettazioni telefoniche delle persone coinvolte e alle deposizioni dei testi chiamati a deporre. Insomma, nulla viene concesso alla fantasia o alle ipotesi più fantasiose (certo non mi riferisco a Nino Filastò ma alle tesi strampalate che girano su internet). Quindi niente Zodiac, mandanti degli omicidi, due o più serial killer, sette sataniche nascoste dietro ai feticci, strane riunioni notturne in qualche villa del Mugello o altro ancora. Solo carte e fatti. Così l’autore del libro smonta passo passo tutta la teoria costruita ad arte dei compagni di merende e tutte le bugie e farneticazioni di Giancarlo Lotti e Fernando Pucci. Quest’ultimo era considerato addirittura oligofrenico e invalido al cento per cento e come ciò non sia stato preso in considerazione dai giudici è ancora un mistero.FB383139-3F15-4163-B34E-D94D1B5AC0D8

Adesso prendiamo un personaggio come Lotti, oligofrenico conclamato, il grullo del paese, preso in giro da tutti, quasi sempre nullafacente, povero, disperato, e improvvisamente mettiamolo al centro dell’attenzione di magistrati, persone importanti, sotto protezione, nascosto e protetto in località segrete, con una casa sicura (che non ha mai avuto), con uno stipendio mensile da parte dello Stato, finalmente importante e considerato qualcuno, cosa ci aspetteremmo che dicesse? Naturalmente tutto ciò che faceva comodo a chi gli permetteva un tenore di vita di quel tipo. Già l’avvocato Nino Filastò, difensore di Mario Vanni, denunciò a suo tempo il trattamento estremamente di favore con cui veniva trattato il Lotti, come per esempio: i ristoranti scelti da lui per andare a pranzare e cenare, naturalmente a spese dei contribuenti; l’impossibilità per chiunque di entrare in contatto con lui, perché -come scritto sopra-, tenuto nascosto da tutto e tutti. Trattato come una star, come il verbo dalle cui labbra pendere. La cosa grave è che Lotti e Pucci -nonostante le incongruenze e le distorsioni-, sono stati presi sul serio; invece di, come aveva chiesto il Procuratore Generale Daniele Propato, essere incriminati per calunnia e, nel caso di Lotti, addirittura di autocalunnia. Lo stesso Propato chiese nel contempo di assolvere Mario Vanni, vera vittima di questo ingranaggio infernale che è stato il processo ai presunti complici di Pietro Pacciani.

Non voglio svelare troppo del libro e spingermi troppo in oltre, perché non vorrei togliere la sorpresa per chi lo leggerà, ma posso dire che alla fine anche Paolo Cochi si è fatto un’idea di chi possa essere questo mostro e di certo non è tra le persone processate, condannate e indagate direttamente nella vicenda. L’ipotesi di Cochi si base sulle  ricerche, riscontri testimoniali e al furto di quattro Beretta calibro .22 l.r. in un’armeria di Borgo San Lorenzo, avvenuto nel 1965, di cui tre pistole ritrovate successivamente, che detto per inciso è lo stesso modello di pistola con cui vennero eseguiti tutti gli omicidi dell’assassino seriale. In poche parole, la Beretta .22 l.r. rubata nel 1965 e non più ritrovata potrebbe essere quella del mostro e forse rimasta sempre nel Mugello. Anche quella di Cochi è un’ipotesi, certamente, ma ad oggi nessuno conosce la verità, se non vogliamo attenerci alle sentenze del processo Pacciani, condannato in primo grado all’ergastolo per quattordici dei sedici delitti (escluso il duplice omicidio di Signa nel 1968) e poi assolto in secondo grado, e a Lotti e Vanni, condannati rispettivamente a 30 anni e all’ergastolo per gli ultimi quattro duplici delitti (1982 Baccaiano, 1983 Giogoli, 1984 Vicchio e 1985 Scopeti). E gli altri quattro duplici omicidi precedenti a Baccaiano chi li fece? Secondo la giustizia, nessuno. È una vicenda spaventosa ed enigmatica e purtroppo ancora non risolta. La speranza dell’autore del libro, così come la mia, è che si possa arrivare un giorno almeno alla verità storica della vicenda e dare una parvenza di giustizia alle vittime e alle loro famiglie. Perché solo verità storica? Perché con ogni probabilità il mostro è già deceduto. Dall’ultimo duplice omicidio sono passati trentacinque anni e molti familiari delle vittime in questi anni ci hanno lasciato senza sapere chi fosse l’assassino che ha trucidato senza alcun motivo i loro figli. Chissà, forse da questo libro potrebbe nascere un nuovo filone di indagini che potrebbe portare a scrivere la parola fine a questa triste e spaventosa vicenda.

 

Cochi, Paolo, Mostro di Firenze. Al di là di ogni ragionevole dubbio, s.l., Runa Editrice, pp. 532. 

Categorie
Antropologia Curiosità varie Economia Geopolitica Libri Politica Società Storia

Massimo D’Angelillo – La Germania e la crisi europea

Il libro di Massimo D’Angelillo, economista, è una lettura molto indicata visto il momento storico che stiamo vivendo in Italia e in Europa con il problema del MES e con l’opposizione, senza remore, della Germania e dei suoi Paesi satelliti contro l’idea dei coronabond o degli eurobond avanzata dall’Italia (e appoggiata da molti Stati europei). Dirò subito che nonostante i numerosi errori di stampa questo è un libro molto illuminante e ben scritto, su un argomento per nulla facile da comprendere, per chi, come me, non capisce molto di economia e soprattutto di finanza. Sarò un po’ prolisso, ma il libro e il tema meritano tanta attenzione.

D’Angelillo nel libro segue passo passo la crescita economica della Germania occidentale dopo il 1949, quando la stessa divenne indipendente dall’amministrazione diretta degli Alleati, e in particolar modo dopo il 1971 e la fine del Dollar Exchange Standard, decretata dal presidente americano Richard Nixon. Con Willy Brandt, nel 1969, i socialdemocratici tedeschi (SPD) per la prima volta conquistano il cancellierato da soli. Da questa svolta inizia una politica tedesca volta a unire sviluppo economico, competitività e stabilità monetaria che perdura ancora oggi. Il Marco si rafforza sempre di più grazie alle esportazioni dei prodotti tedeschi e alle innovazioni in campo industriale e dei servizi. Vengono fatti molti investimenti nel campo dell’istruzione e della ricerca. La forte moneta tedesca permette all’industria di acquistare materie prime a prezzi ribassati e consente ai cittadini di fare altrettanto con i prodotti agricoli, manufatti e servizi e nel contempo permette alla Germania di tenere bassa l’inflazione. Sempre negli anni Settanta, Willy Brand e poi il suo successore Helmut Schmidt portano avanti l’apertura dei rapporti con il blocco comunista dell’Est (la Ostpolitik), riallacciando scambi commerciali e soprattutto politici. La Repubblica Federale Tedesca nel corso di tutti gli anni Settanta e Ottanta si rafforza sempre di più, divenendo una potenza economica di livello mondiale. La quota di Pil esportato continua a salire: nel 1950 era dell’8,6 per cento, nel 1960 raggiunge il 15,8 per cento, nel 1980 tocca il 23,7 per cento e nel 2014 addirittura il 45,7 per cento. Contemporaneamente dal 1970 al 1980 sale la spesa pubblica dal 39,1 al 47,6 per cento, ma cala il prelievo fiscale dal 28,0 al 24,6 per cento. Nel 1972 nasce lo SME (il cosiddetto Serpente monetario europeo), per volontà del presidente francese Georges Pompidou e del Cancelliere tedesco Willy Brandt. Lo SME sarebbe servito a coordinare la gestione dei cambi e a dare stabilità al commercio europeo. Nel giro di due anni dalla creazione di questo meccanismo, però, l’Irlanda, il Regno Unito, l’Italia e la Francia ne uscirono, perché i problemi economici per mantenere il cambio stabile erano troppi, con la conseguente perdita di competitività nell’export. Lo SME si rivelò un fallimento per molti Stati. Nel 1979, con la seconda crisi petrolifera, il cancellierato di Schmidt entra in crisi. I cittadini tedeschi gli imputano scarsa attenzione verso i disoccupati e l’ambiente, tema che in Germania occidentale comincia a farsi sentire. Al suo posto, nel 1982, viene eletto Cancelliere Helmut Kohl. 9FC74FF0-407C-4310-B44F-4E4E38AF770C

I conservatori della CDU riprendono il potere, perso nel lontano 1969 con il cancellierato  di Willy Brandt. Come Capo della Cancelleria compare un nome molto noto ai nostri giorni, in Grecia ancora più tristemente popolare, niente poco di meno che Wolfang Schäuble, allora giovane giurista, ordoliberista tra i più spietati e direi arretrati. Kohl sostanzialmente prosegue la politica sociale del SPD, apre a qualche timida privatizzazione e rompe con il passato per quanto riguarda l’Ostpolitik, seguendo le orme di Ronald Reagan e permettendo alla NATO di installare sul suolo tedesco missili nucleari. Questo crea dei forti malumori nei Paesi del blocco comunista e anche in patria. Tuttavia il capolavoro di Kohl, se così si può chiamare, arriva con l’unificazione tedesca nel 1990. La Repubblica Democratica Tedesca, cioè la DDR, viene annessa alla Repubblica Federale e le viene imposta, fin dall’inizio, e senza riguardo alcuno per la sua storia, le regole e le consuetudini occidentali. Come scrive D’Angelillo

le proprietà dello Stato dell’Est vengono trasferite a un ente chiamato Treuhand Anstalt e poi rapidamente privatizzate; la classe dirigente della DDR viene del tutto esautorata; i valori monetari dei due Stati convertiti mediante un cambio monetario 1:1 tra il DM occidentale e il Marco della DDR.

Insomma, per farla breve, è a tutti gli effetti una vera e propria colonizzazione della Germania occidentale verso quella orientale, che va punita e rieducata secondo i canoni dell’ordoliberalismo più spietato che ancora oggi domina in Germania e in Europa, con i danni che noi tutti possiamo constatare soprattutto nell’Europa del Sud (che, come i tedeschi orientali prima, vanno rieducati con fermezza). Gli effetti di questa politica sono disastrosi per l’ex DDR, che in pochissimo tempo vede svanire la propria industria e decadere la propria economia, portando la disoccupazione (e anche l’immigrazione) a livelli mai visti prima: 2,4 milioni di persone restano disoccupate e altre 2 milioni migrano nella Germania occidentale a fronte di una popolazione di 16 milioni di abitanti. Addirittura il novantadue per cento dei beni privatizzati va nelle mani di investitori occidentali. Uno shock senza precedenti. Passando alla politica internazionale, Kohl ha molte responsabilità politiche per lo scoppio della guerra civile nell’ex Jugoslavia. Infatti senza l’immediato riconoscimento tedesco dell’indipendenza di Slovenia e Croazia, nel 1991, probabilmente non ci sarebbe stata l’escalation militare e la conseguente lunga guerra etnica. La Germania di Kohl non volle ascoltare ragioni, nonostante fosse stata sconsigliata dagli Stati Uniti e da altri Paesi europei di non influenzare la destabilizzazione della Jugoslavia. Con questo ultimo atto da parte della Germania il passo è ormai compiuto per ricreare una super potenza mitteleuropea nel centro dell’Europa. Il cancellierato di Kohl si conclude nel 1998, con una Germania con molti problemi interni, dovuti soprattutto all’annessione della ex DDR, ma molto rafforzata in ambito europeo e mondiale. Nel 1998 inizia l’era di Gerhard Schröder e dell’SPD di nuovo al comando.

Gerhard Schröder come primo passo capisce che la Germania ha bisogno di legarsi alle Nazioni emergenti che stanno crescendo nel mondo, in particolar modo alla Cina, ma anche ai Paesi del BRIC (oltre alla stessa Cina già citata, Brasile, Russia e India). Punta tutto sulle esportazioni e sul modo di farle crescere, competendo con le Nazioni che hanno un costo del lavoro molto più basso e sottopagato. Inventa i Minijob per permettere alla Germania di competere a tutti i costi e su tutti i fronti. I Minijob sono caratterizzati da un basso salario, che non supera i 450 euro al mese, da pochi contributi sociali e detassazione dei salari. I risultati di questa riforma del lavoro saranno raccolti dal cancellierato di Angela Merkel (2005- ad oggi), quando la Germania nel 2006 diventerà il primo esportatore mondiale (in seguito superata dalla Cina). Ma torniamo un attimo indietro. I Minijob creano in Germania una nuova classe di lavoratori poveri, sottopagati, precari, per due terzi donne e in maggioranza giovani. Si calcola che nel 2014 il 18,9 per cento dei lavoratori rientrano nei Minijob. Nonostante questa riforma per dare ampio respiro alle esportazioni, la Germania di Schröder per ben due anni, nel 2003 e 2004, insieme alla Francia, sfora il rapporto deficit/Pil posto al 3 per cento. Nel 2003 arriva al 4,2 per cento e nel 2004 al 3,9 per cento (più o meno sugli stessi valori la Francia di Jaques Chirac). La cosa abbastanza sorprendente è che sia la Francia che la Germania non pagarono nessuna procedura d’infrazione, nonostante le regole punissero e puniscano i trasgressori, grazie al veto di Silvio Berlusconi per l’Italia e di Tony Blair per il Regno Unito. La memoria della Germania attuale anche in questo caso è corta, molto corta. Il Cancelliere nel 2005 indice nuove elezioni, che vengono vinte – a causa del tradimento della socialdemocrazia verso i lavoratori e la propria storia sociale – abbastanza agevolmente dalla CDU di Angela Merkel.

La Merkel, donna della Germania orientale e laureata in fisica, riesce a raccogliere tutti i frutti dolci delle passate stagioni. Raccoglie l’entrata nell’Unione Europea di ben sette Paesi dell’Est, fortemente voluta dalla Germania, nel 2004: nell’ordine Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria e Slovenia e nel 2007 si conclude l’opera con l’entrata di Bulgaria e Romania. Finalmente la Germania ha il suo enorme bacino di manodopera specializzata a basso costo e infinite occasioni di penetrare altri mercati, vendendo ed espandendo i prodotti made in Germany. La maglia geopolitica tedesca si espande sempre di più nell’Europa orientale, declassando la storica alleanza con la Francia come secondaria ed emarginando l’altra grande economia in crisi d’Europa, cioè l’Italia. I Paesi del Sud vengono sempre di più visti come zavorre, spendaccioni e pochi produttivi. Il canone ordoliberista che tanti danni ha fatto e sta continuando a fare all’Europa intera, compresa a una buona fetta di cittadini tedeschi impoveriti, è la strada maestra che segue la signora Merkel e il suo ex ministro delle Finanze Schäuble (2009-2017), più sopra già citato.

Ma cos’è in due parole l’Ordoliberalismo? È quell’idea, come riporta D’Angelillo, riprendendo le parole di Hans-Werner Sinn, forse il più influente economista tedesco, che non esiste alcuna autoregolazione dei mercati, solo un’autogestione all’interno di una cornice di regole fissata per legge dallo Stato. Da qui si spiegano tutti i lacci soffocanti che la Germania ha imposto all’Europa per non indebolire l’euro e quindi per non permettere a Paesi come l’Italia di fare concorrenza ai suoi prodotti, come avveniva con la svalutazione della vecchia lira. Questo pensiero da un lato va contro l’anarchia liberista del mondo anglosassone, che tanti danni ha recato all’economia, e dall’altro contro l’Europa del Sud, che deve continuamente adeguarsi ai canoni dell’economia tedesca (i famosi compiti a casa). In questo modo è stata instaurata una vera e propria dittatura economica e finanziaria che sta portando al collasso l’intera Europa. C’è anche un altro fatto poco noto che l’autore del libro spiega bene ed è il modo in cui la Germania utilizza le sue risorse finanziare (dovute all’enorme surplus commerciale). I surplus finanziari, che non possono essere rinvestiti in Germania in quanto il mercato è saturo, vengono rinvestiti comprando i titoli del debito dei Paesi dell’eurozona. Più lo spread è alto e più gli investitori guadagnano denaro, più è basso e meno guadagnano. È un sistema evidentemente perverso che va a tutto vantaggio della Germania. Quindi quest’ultima ha tutto l’interesse che i Paesi indebitati continuino ad esserlo perché il meccanismo si riveli un ottimo affare. L’importante è che non falliscano. Questo no. Finché le regole dell’eurozona resteranno queste, questo sporco gioco al massacro contro i Paesi più deboli continuerà indisturbato, arricchendo sempre di più la Germania e indebolendo sempre di più i Paesi già deboli. Il keynesismo dell’export, come lo chiama D’Angelillo, è stato criticato fortemente dagli Stati Uniti e da altri Paesi, ma non è servito a niente. La Germania non ha alcuna intenzione di fare autocritica e di tornare sui propri passi. L’euro è stato costruito a tutto vantaggio della Germania, perché riesce a ingabbiare l’Italia, suo diretto competitore, che non può più svalutare la lira, come avveniva prima; perché tiene bassa la disoccupazione nel proprio Paese; perché ottiene denaro in prestito a tassi di interesse bassissimi; perché continua a crescere il proprio surplus commerciale (danneggiando gli altri Paesi europei, in quanto tenendo gli stipendi bassi non permette ai propri cittadini di consumare di più e quindi di espandere l’offerta e la domanda); ecc.

L’incapacità e l’arroganza di Angela Merkel degli ultimi quindici anni (in realtà il libro si spinge fino alla fine del 2015), da quando è diventata Cancelliere, sta portando l’Europa alla deriva e con grossissimi problemi di instabilità interna in molti Paesi. La Germania ha dimostrato di non poter guidare in alcun modo l’Europa, che non ne ha la capacità strategica e a lungo termine. È troppo autoreferenziale, egoista, tronfia e senza memoria storica, come sta dimostrando ancora in questi giorni drammatici per l’Europa e il mondo intero. Ha distrutto la Grecia senza alcuna pietà e forse adesso spera di fare altrettanto con l’Italia, imponendole il MES. La classe dirigente tedesca espressa negli ultimi quindici anni si è rivelata fallimentare, ottusa e pericolosa per l’intera Europa. La mania, quasi malattia compulsiva dei tedeschi per la stabilità finanziaria ha ridotto a deserti intere aree dell’Unione Europea, a partire proprio dall’ex DDR, primo paradigma di questa volontà malata di desertificazione.

D’Angelillo, Massimo, La Germania e la crisi europea, Verona, Ombre Corte, 2016, pp.222. 

 

Categorie
Ambiente Antropologia Curiosità varie Economia Geopolitica Libri Politica Società Storia

Alessandro Coppola – Apocalypce Town

Raramente s’incontrano libri così interessanti e approfonditi sulla società americana e sulle perversioni sociali che lì si ritrovano. Alessandro Coppola, professore di architettura e pianificazione al Politecnico di Milano, ha scritto questo libro sulla decadenza di quella fascia di territorio e di città che viene oggi chiamata Rust Belt, cioè cintura di ruggine. La fascia della Rust Belt parte da Milwaukee, ad ovest, fino ad arrivare, passando da Detroit, Flint, Buffalo, Baltimore, Cleveland, Youngstown, a Pittsburg, in Pennsylvania. Attraversa gli Stati dei Grandi Laghi nel Nord-Est degli Stati Uniti. Una volta questo territorio e queste città erano il grande motore dell’economia industriale degli Stati Uniti. Qui si produceva acciaio, auto, si estraeva carbone, ferro, calcare, si costruivano grattacieli in stile déco, milioni di immigrati – prima di origine europea, e poi afroamericana (soprattutto dopo la Seconda guerra mondiale) – venivano attratti dal lavoro abbondante e dagli alti stipendi (tanto che gli operai di questi Stati erano i più pagati al mondo). Poi piano piano tutto di spense e svanì come un sogno. Un sogno durato decenni e nato già nel corso dell’Ottocento ed esploso letteralmente nella prima metà del Novecento. Gli operai bianchi arricchiti lentamente si spostavano nel suburbio, andando ad affiancare le classi medie e lasciando libere le vecchie abitazioni alla nuova immigrazione afroamericana. La transizione razziale acuì le differenze e le spaccature in seno alla società; ma nel frattempo le città crebbero ancora e i primi centri commerciali fecero la loro comparsa, insieme alle grandi infrastrutture autostradali, appena terminate, che permisero finalmente a milioni di americani di spostarsi tranquillamente in auto. Questa ricchezza così diffusa e quasi alla portata di tutti lentamente si sgretolò di fronte alla concorrenza nel campo dell’acciaio, da cui traevano la maggior parte dei profitti, da parte di Paesi aggressivi quali la Germania, Giappone e Brasile e nel campo dell’automobile avvenne lo stesso iter, confermando negli anni Settanta il declino industriale, conclamato dalla fuga di migliaia di abitanti dalle città (il caso di Detroit è quello più eclatante). Tensioni razziali, concorrenza industriale, chiusura delle acciaierie e povertà diffusa, spinsero milioni di bianchi ad abbandonare le proprie case, per recarsi negli Stati del Sud, primo fra tutti il Texas e dell’Ovest, la California. Le case abbandonate vennero e vengono tuttora date alle fiamme. Città come Youngstown, Buffalo, Detroit e altre ancora, divennero preda della delinquenza e gli Stati delle rispettive città risposero costruendo carceri in grado di accogliere l’aumento esponenziale dei crimini. img_1835

Il saggio non trascura di descrivere la vita nei ghetti abitati prevalentemente dai neri e delle difficoltà di ogni tipo che devono affrontare per vivere. Per esempio il prezzo delle polizze di assicurazione delle case che si trovano nei ghetti è molto più alto rispetto alle case dei suburbi ricchi della medio-alta borghesia. Questo non è l’unico parametro ad essere più costoso per un abitante del ghetto urbano. Lo stesso vale per il riscaldamento, perché essendo le case molto spesso più vecchie hanno anche una dispersione termica più elevata e quindi un maggiore consumo rispetto a una casa nuova. È paradossale, ma è così. Nello stesso modo nei ghetti mancano i centri commerciali, che si spostano seguendo i ricchi, mancano le scuole, che chiudono in centro spostandosi nei quartieri residenziali in prevalenza bianchi, mancano tutti i servizi essenziali per una vita normale, obbligando le persone del ghetto a spostarsi per chilometri solo per fare la spesa e obbligando i loro figli a frequentare scuole di infima qualità (quelle poche che restano nel ghetto, che a volte si trovano nel centro città). Senza parlare del cibo mangiato nel ghetto, quasi sempre di infima qualità e strapieno di zuccheri e grassi, che comporta un aumento dell’obesità tra gli afroamericani del 38%, contro il 23% dei bianchi. In città come Baltimore e Detroit la percentuale di omicidi è più alta rispetto a qualsiasi altra città degli Stati Uniti.

Per concludere, perché altrimenti vi svelo tutto il libro e non mi sembra il caso, Coppola prosegue parlando della decostruzione in atto in quelle città. Ossia di ditte specializzate che recuperano tutto ciò che si può da una casa abbandonata prima della demolizione. In questo modo si evita di mandare in discarica, normalmente, fino al 50% dei materiali di demolizione e in taluni casi questa percentuale arriva fino all’87%. Le demolizioni sono necessarie in quei territori perché le case abbandonate sono migliaia e i comuni hanno bisogno di evitare che diventino dei ritrovi per drogati e spacciatori e anche per evitare che vengano incendiate, come spesso succedeva e succede tutt’oggi. È un grande problema di ordine pubblico e di controllo del territorio. Un altro aspetto positivo riportato nel libro è quello della nascita degli orti in città, anche se la città presa a modello è quella di New York.

Lo reputo un libro importante per capire meglio la mentalità americana nel suo complesso, le sue disfunzioni sociali, le sue divisioni interne e il modo di agire dei cittadini. Forse anche la pesante situazione attuale del coronavirus che sembra essere fuori controllo negli Usa, può essere illuminata da questo libro.

 

Coppola, Alessandro, Apocalypse Town. Cronache dalla fine della civiltà urbana, 2012, Roma-Bari, Editori Laterza, pp. 236. 

 

 

Categorie
Antropologia Curiosità varie Economia Geopolitica Libri Politica Società Storia

Adolf Hitler – Il mio testamento politico

Trapianta un tedesco a Kiev, e rimarrà un tedesco perfetto. Ma trapiantalo a Miami e farete di lui un degenerato… in altre parole, un americano.

Adolf Hilter

In questo libro troverete gli ultimi pensieri di Adolf Hitler prima del tracollo finale. Con la prefazione del professore Giorgio Galli, che bene inquadra gli anni del nazismo e del suo rapporto con l’esoterismo, il libro raccoglie i pensieri di Hitler dal febbraio all’aprile del 1945. In tutto si tratta di XVIII note. Le note furono trascritte da Martin Bormann all’interno del bunker in cui si trovavano, chiusi nei mesi finali del Terzo Reich. Bormann in quel periodo venne nominato da Hitler come suo successore a capo del partito e suo esecutore testamentario. Veniamo al contenuto. Cosa disse Hitler? Quali pensieri espresse prima del crollo? 9400F955-DEC7-4604-9D37-932BE1DE8CB4

Fin dalla prima nota, del 4 febbraio 1945 (l’ultima sarà del 2 aprile), Hitler si scaglia contro Winston Churchill e gli ebrei che, secondo lui, lo dominano completamente, non permettendo alla Gran Bretagna di scendere a patti con la Germania, creando in questo modo quella agognata alleanza nordica che avrebbe dominato l’Europa e il mondo; costituendo inoltre un forte baluardo in chiave anti sovietica. Sempre nella stessa nota, Hitler fa un excursus storico sulla situazione inglese all’epoca di Napoleone, facendo i dovuti distinguo tra il risoluto Pitt, contro Napoleone, e l’ubriacone mezzo-americano Churchill. Imputa al debole Primo ministro inglese di aver girato le spalle alla Germania, tradendo in questo modo il vincolo di sangue nordico, alleandosi con la debole Francia, nazione latina che come l’Italia erano state sconfitte dalla Germania e dalla stessa Inghilterra. In questo i popoli latini avevano dimostrato ai suoi occhi di essere deboli e quindi non meritevoli di cotanto rispetto.

Nelle altre note alcuni temi si ripetono e sono spesso ricorrenti: la debolezza delle nazioni latine, il tradimento degli italiani e la loro impreparazione militare, la fiducia mal riposta nell’alleato italiano che ha solo danneggiato la Germania e soprattutto l’operazione Barbarossa, cioè l’attacco contro l’Unione Sovietica, che a detta di Hitler fu rimandata di oltre un mese per salvare gli italiani dall’assurda avventura greca, voluta da Mussolini per rincorrere l’alleato germanico; la mancanza di fiducia totale e disprezzo verso la Francia (già espresso nel Mein Kampf  e che mai ritrarrà), che reputa infida, piena di odio contro la Germania, pericolosa e completamente inaffidabile per i tedeschi, le recriminazioni contro la Spagna per non avere permesso alle truppe germaniche di attaccare la britannica Gibilterra e la politica suicida di Franco contro il suo stesso popolo, l’orgoglio di razza e la Germania come baluardo dell’Europa intera, unita e solidale sotto un unico governo, il disprezzo verso Franklin Delano Roosevelt e la sua cricca ebraica, l’odio contro gli ebrei, i comunisti e gli slavi e infine il concetto geopolitico del lebensruam, cioè del sacrosanto e fondamentale diritto dei tedeschi di avere il proprio spazio vitale ad Est, conquistando e colonizzando di tedeschi le terre fino agli Urali. Bisogna infine dire che verso Benito Mussolini esprime sempre parole di affetto e gratitudine, nonostante le scelte sciagurate da lui intraprese senza il suo consenso (Hitler avrebbe voluto che l’Italia restasse fuori dalla guerra e neutrale), considerandolo l’ultimo degli antichi romani e in definitiva esprime anche un certo affetto verso l’Italia. Egli la chiama la sua debolezza e si rammarica di non essere stato sufficientemente duro, quando avrebbe dovuto, con gli italiani. In conclusione, e non sarebbe stato difficile prevederlo, preconizza l’ascesa mondiale degli USA e dell’URSS nei decenni a venire.

Hilter, Adolf, Il mio testamento politico, s.l., BUR Rizzoli, 2016, pp. 151.

Categorie
Antropologia Filosofia Libri Politica Società Storia

Anonimo – Storia della tiara bianca

Come fece la tiara bianca ad arrivare da Roma fino a Novgorod, in Russia, passando da Costantinopoli? Ecco, in questo libro, scritto presumibilmente tra la fine del Quattrocento e l’inizio del Cinquecento, così come viene spiegato nell’introduzione di Alda Giambelluca Kossova, e a cui furono aggiunte delle parti nei decenni successivi, viene narrata l’origine della tiara bianca e la sua importanza per l’ortodossia russa e soprattutto per la città di Novgorod. Dopo Kiev, con cui aveva rivaleggiato per lungo tempo, fu la città più importante della vecchia Rus’ (prima dell’ascesa di Mosca). Infatti Mosca, fino al 1478, anno della conquista di Novgorod, restava ancora poco più di un grosso villaggio, costruito in legno, un borgo di commercianti e cacciatori e non poteva certo vantare l’antica storia della città appena conquistata. La Grande Novgorod, già Repubblica indipendente, privilegio che conserverà anche sotto la dominazione mongola dietro il pagamento di un tributo, era il vero cuore pulsante dell’ortodossia russa, almeno fino alla già citata conquista da parte di Mosca. Comunque qui non ci interessa tanto la storia della città, ma il racconto della tiara bianca. Di cosa si tratta?BA786A92-4627-4DEA-8301-366647B96CAA_1_201_a

Il libro narra la nascita e il viaggio avventuroso che ebbe il prezioso oggetto. La tiara bianca fu donata dall’imperatore Costantino, a seguito di una visione avuta da Dio, al papa Silvestro I, prima che l’imperatore stesso andasse a fondare la nuova città di Costantinopoli. Fu una specie di passaggio di consegne del potere temporale e una conferma dell’approvazione divina verso il papa. Riallacciandosi alla Donatio Constantini, sconfessata da Lorenzo Valla nel 1440, il racconto reinterpreta in chiave russa il privilegio, voluto da Dio, di considerare la città di Novgorod come il nuovo centro spirituale del mondo ortodosso russo. I papi venuti dopo Silvestro I, prosegue il racconto, erano ormai deviati e corrotti, guidati da Satana, e non più degni di possedere la tiara bianca come simbolo di potere e religiosità. I papi cercarono di distruggerla in tutti i modi ma Dio non lo permise e infatti fece approdare la tiara a Costantinopoli, per sottrarla ai deviati latini. Tuttavia anche questa città si fece corrompere dal maligno e venne punita con la conquista agarena (cioè saracena). Quindi Dio volle che l’oggetto tanto prezioso arrivasse a Novgorod, città devota e degna di tanto onore. La città santa nel custodire la tiara bianca lo faceva a nome di tutto il popolo russo, contrapponendosi dal punto di vista delle idee alle mire egemoniche di Mosca. Questa è in estrema sintesi il succo della storia.

È interessante sottolineare che i vescovi di Novgorod indossavano un copricapo candido, gli unici a farlo in Russia. Quindi, probabilmente, la storia nacque da questo dato di fatto storico. È una storia che vuole dimostrare soprattutto tre cose: la supremazia della religione ortodossa rispetto alla corrotta e deviata religione cattolica; la preminenza religiosa e storica di Novgorod rispetto a Mosca e a qualsiasi altra città russa; e infine la fiera indipendenza della città contro le mire assolutiste di Mosca. Purtroppo questa idea di indipendenza fu pagata a caro prezzo. Infatti nel 1570 Ivan IV il Terribile massacrò una parte della popolazione e il restante fu schiavizzata e resa inerte.

Anonimo, Storia della tiara bianca, Palermo, Sellerio Editore, 2000, pp. 85. 

Categorie
Antropologia Curiosità varie Natura Poesia Politica Società Storia Uncategorized

Raffaele Nigro, Giuseppe Lupo – Civiltà Appennino

Il libro scritto da Raffaele Nigro e Giuseppe Lupo ha uno sguardo antropologico, letterario e geografico sull’Appennino. I due studiosi sono entrambi lucani e mentre Nigro si concentra maggiormente sull’aspetto etnografico e agricolo dell’Appennino, con una particolare attenzione alla Basilicata e Calabria, Lupo, invece, apre squarci di luce sulla geografia e sulla letteratura che hanno contraddistinto questa catena montuosa. Leggendo il libro si scopre, per esempio, che il fenomeno del brigantaggio (o banditismo), storicamente, non ha riguardato solo il Sud, come la storiografia ufficiale continua a ripetere, ma ha toccato anche il Nord, nel caso specifico il Piemonte, durante l’occupazione napoleonica. Si scopre che esistono ancora delle comunità di lingua albanese nel massiccio del Pollino, tra la Basilicata e la Calabria. Queste comunità sono immigrate in Italia tra il XV e il XVI secolo, in fuga dai turchi, e hanno conservato a tutt’oggi la cultura arbëreschë, cioè albanese. Ci sono piccole comunità albanesi, oltre alle regioni già citate più sopra, in Sicilia, Puglia, Abruzzo, Lazio, Molise e in passato addirittura in Emilia Romagna, nel paese Pievetta Bosco Tosca, in provincia di Piacenza (ma cultura ed etnia oggi del tutto scomparse, ne rimane memoria solo negli archivi). E, addirittura, in alcuni borghi del foggiano si parla ancora il franco-provenzale, come nei paesi di Celle di San Vito e Faeto. Purtroppo, devo constatare, il libro dedica solo pochi righi alla comunità franco-provenzale. FC805270-EB02-49BC-B2E1-4C79C215B9DB_1_201_a

L’Appennino è un punto di incontro tra l’Ovest e l’Est, tra il Nord e il Sud, tra dialetti diversi, tra colture agricole millenarie, in cui gli scambi continui di merci e persone non si sono mai fermati. Ma è anche un luogo di fuga, dai nemici arabi e turchi del passato, dal consumismo e dall’inquinamento del presente e forse dalla crisi economica e ambientale del futuro. È una terra inquieta, come scrive Lupo, che attraversa tutta l’Italia da Nord a Sud e taglia in due la penisola tra Ovest ed Est. Non mancano nel libro le citazioni dei narratori dell’Appennino, come Gianni Celati, Sebastiano Vassalli e Franco Cassano. Mi fermo qui. È un piccolo ma grande libro.

 

Nigro, Raffaele, Lupo, Giuseppe, Civiltà Appennino. L’Italia in verticale tra identità e rappresentazioni, Roma, Donzelli Editore, 2020, pp. 140. 

Categorie
Antropologia Arte Economia Filosofia Libri Politica Società Storia Uncategorized

Gianluca Marletta – La guerra del Tempio

In questo breve ma conciso libro viene spiegato, fin dalle sue origini storiche, religiose e politiche, il confitto mediorientale che contrappone gli ebrei agli arabi. Gianluca Marletta inizia il saggio dall’Antico Testamento e dalle interpretazioni che gli antichi e i contemporanei ebrei ne hanno fatto e ne fanno tutt’oggi. Il saggio prosegue descrivendo i rapporti conflittuali che gli ebrei ebbero con gli antichi romani, fino a portare alla distruzione del secondo Tempio e di Gerusalemme nel 70 d.C., l’impatto che il Cristianesimo ha avuto nel cattolicesimo e nel modo in cui quest’ultimi hanno giudicato gli ebrei, l’influenza della diaspora nella religione e cultura ebraica, la nascita dei vari falsi messia ebraici in Europa e infine la nascita dello Stato ebraico moderno. Marletta non tralascia le relazioni strettissime tra gli evangelici americani – influenzati dal Sionismo cristiano sviluppatosi nell’Inghilterra protestante già a partire dalla fine del XVI secolo – e gli ebrei di oggi. I protestanti, molto più legati all’Antico Testamento, vedevano e vedono nella religione ebraica un’alleata per accelerare la venuta del Messia, che può avvenire solo con il rafforzamento dello Stato ebraico, e con la conseguente distruzione degli arabi musulmani, e con la forte volontà di molti ebrei di ricostruire il terzo Tempio (da alcuni religiosi vista come una propria e vera eresia, perché solo Dio può ricostruire il Tempio), sul Monte del Tempio o Spianata delle Moschee a Gerusalemme, in cui si trovano le moschee di Al-Aqsa e la cupola della Roccia. IMG_0840

Gli ebrei religiosi aspettano ancora il Messia che venga a liberarli dai loro nemici e venga a restaurare il predominio del popolo ebraico, mentre i cristiani, sia protestanti che cattolici, aspettano la seconda venuta del Messia e la guerra di Armageddon tra le forze del bene e del male, ma prima dovrà comparire l’Anticristo. Per alcuni teologi e studiosi il Messia aspettato dagli ebrei non è altro che l’Anticristo, in quanto gli ebrei non hanno riconosciuto Gesù e quindi, in quanto abbandonati da Dio, sono il popolo della perdizione e da loro probabilmente uscirà l’Anticristo (dalla tribù di Dan).

Concludo dicendo che quasi sempre nei libri di geopolitica e di storia viene trascurata l’influenza escatologica nei rapporti tra gli ebrei e gli arabi. Viene messo l’accento sui rapporti economici, energetici, etnici e religiosi, che pur sono molto importanti, ma si trascurano gli aspetti teleologici ed escatologici della religione ebraica e degli evangelici soprattutto americani. Ecco, Gianluca Marletta in questo libro indaga proprio questi aspetti. Alla fine del saggio le idee sulla questione Mediorientale e sulle cause del caos odierno sono molto più chiare e comprensibili.

Marletta, Gianluca, La guerra del Tempio. Escatologia e storia del conflitto mediorientale, San Demetrio Corone (CS), Irfan Edizioni, 2018, pp.132. 

Categorie
Ambiente Animali Antropologia Curiosità varie Natura Società Viaggi

Gianluca Pardelli – Russia sconosciuta: dal grande padre Volga, alla Siberia, la terra che non dorme

Nel mese di marzo ho assistito al Mudec di Milano all’incontro con il giornalista e fotografo Gianluca Pardelli sulla Russia sconosciuta, cioè su quella Russia che difficilmente appare sulle riviste di turismo e in televisione. L’incontro è durato circa un’ora in cui Pardelli ci ha elencato la ricca e variegata diversità di popolazioni all’interno della Russia. Infatti la Russia ha al suo interno 186 nazionalità differenti e popoli di religione musulmana, buddista, animista oltre alla religione maggioritaria cristiana ortodossa. Dal punto di vista amministrativo la Russia ha istituito 15 repubbliche autonome (esclusa la Crimea, che non viene riconosciuta a livello internazionale) che permette ai suoi abitanti di studiare la propria lingua nazionale a scuola, oltre che al russo, di avere una serie di sgravi fiscali e una certa libertà in ambito amministrativo.

Dal racconto del giornalista scopriamo popoli come i Mari, popolo finnico che vive sulle rive del fiume Volga, che ancora oggi pratica l’animismo, unico popolo in Europa a farlo; il popolo dei  Calmucchi, di origine turco-mongola, che professa il buddismo e che si sente religiosamente legato al Tibet (il Dalai Lama si è recato due volte nella loro capitale Êlista); del popolo dei Tartari, di religione musulmana e di nazionalità turca, che vive nel Tartastan e nella cui capitale Kazan convivono moschee islamiche affianco a chiese ortodosse e nei cui mercati si trovano prodotti che si troverebbero in qualsiasi mercato di Bagdad, Istanbul o Teheran. Faccio notare che questi popoli, ma altri ne sono stati citati, vivono nella parte europea della Russia. Nella parte orientale della Russia, nella sconfinata Siberia, vivono tantissimi altri popoli diversi per origine e religione. Pardelli ha anche illustrato la ricchissima fauna della natura russa. Le foto eloquenti delle foche del lago Bajkal, il più grande e profondo del mondo (arriva a 1600 metri di profondità), sono una dimostrazione di questa eccezionalità. In Russia vivono tre specie di foche di acqua dolce dislocate, oltre al già citato lago Bajkal, anche nel lago Lagoda nella Repubblica di Carelia, dove da poco è stato istituito un Parco Nazionale per preservare le foche, ormai in pericolo di estinzione, e altre specie autoctone. È stata citata la Saiga tatarica, un’antilope con una speciale struttura nasale che ricorda una piccola proboscide abbozzata. Anch’essa è a rischio di estinzione e attualmente vive nella Repubblica di Calmucchia, in Kazakistan e in Mongolia.

Concludo questa breve nota con il dire che Gianluca Pardelli, insieme all’associazione Kel 12, organizzano viaggi in Russia, in cui anche egli fa da guida, alla scoperta di città, luoghi e popoli per lo più sconosciuti o poco conosciuti al grande pubblico.

Categorie
Antropologia Curiosità varie Filosofia Libri Politica Società

Henrik Stangerup – L’uomo che voleva essere colpevole

Un mondo utopico può trasformarsi in distopico? Una società nella quale non esiste più il concetto di colpa, e nella quale le parole vengono modificate e alterate in funzione del potere e di un’ideologia unica e metafisica a cui tutti, come automi, devono ubbidire senza il diritto di criticarla, può essere considerata una società migliore?

Il protagonista del libro Torben, scrittore, non può essere incolpato della morte della moglie, che lui ha ucciso con le sue stesse mani, perché il concetto di colpa non esiste più, è stato eliminato dal linguaggio ufficiale. Sono stati gli eventi, le condizioni psico-sociali, a portarlo all’esasperazione e quindi all’omicidio. Non basta ed è inutile che Torben cerchi in tutti i modi di farsi riconoscere come un assassino, come un violento e un reietto, no, per loro egli è semplicemente un uomo senza macchia e per confortare la loro tesi sono pronti a mentire e a modificare la dinamica degli eventi. Questa società utopica-distopica si trova in Danimarca, si trova in quella Scandinavia in cui tutto funziona e nella quale le differenze, di qualsiasi tipo, sono state annullate, rendendo le persone tutte uguali e con le stesse motivazioni e pensieri. Tutto sembra armonioso e la stessa lingua, purificata dai termini sgradevoli, abbraccia l’eufemismo come prova certa di progresso e giustizia. L’individuo è schiacciato e il libero arbitrio distrutto: come può esserci la scelta individuale se il concetto di colpa è stato abolito? Se qualsiasi cosa tu faccia verrà sempre giustificato e minimizzato, fino a sparire? Se l’individuo è diventato semplicemente un numero che ripete le stesse identiche azioni di altre milioni di persone?

L’individuo è morto, schiacciato e assorbito dalla massa uniforme e automatizzata. Come scrive Anthony Burgess nella postfazione, Torben vuole semplicemente essere un uomo.

 

Stangerup, Henrik, L’uomo che voleva essere colpevole, Milano, Iperborea, 2017, pp.176.

Categorie
Ambiente Antropologia Arte Cinema Curiosità varie Economia Filosofia Libri Natura Poesia Politica Società Storia

Sergio del Molino – La Spagna vuota

Leggere questo libro è stata un’immersione in scoperte e sorprese continue, perché in Italia non ci sono molti libri sulla situazione politica, sociale e demografica della Spagna. Bisogna riconoscere che si pubblica poca letteratura e pochi saggi su questo Paese in Italia. Negli ultimi anni si è parlato molto della questione catalana e negli anni scorsi il terrorismo basco era al centro dell’attenzione mediatica. Quando la Spagna è al centro dell’attenzione è quasi sempre per motivi di secessionismo più o meno violento da parte di regioni con forti identità storiche e linguistiche. La nostra attenzione è quasi sempre rivolta alla Germania, alla Francia e alla Gran Bretagna, per quanto riguarda l’Europa. La Spagna è relegata ai margini del nostro interesse politico ed economico. Se ne parla, certamente, ma quando andiamo a visitarla, per turismo. Ecco, questo saggio che è una via di mezzo tra antropologia e storia, tra demografia e geografia, tra letteratura e poesia, colma questo vuoto. È un libro notevole per la mole di informazioni, per la profondità di sguardo e la capacità di raccontare dei fatti, anche dolorosi, come le iniziative prese sotto la dittatura di Franco, senza mai scadere in un linguaggio farcito di odio e rivendicazioni arrabbiate, ma con la consapevolezza che raccontare dei fatti implica mettere insieme una serie di azioni che varie generazioni di uomini hanno aiutato a modellare e incidere.

Tra le molte cose, quella che mi ha colpito di più, è il collegamento diretto che l’autore fa tra l’ideologia del movimento carlista, nato nella prima metà dell’Ottocento, a seguito degli intrighi di corte scaturiti quando il re Ferdinando VII di Borbone fece regina sua figlia Isabella a discapito del fratello minore Carlos, che sarebbe stato il pretendente secondo la Lex Salica, e i movimenti secessionisti nati nei Paesi Baschi e in Catalogna alla fine dell’Ottocento. Cosa c’entravano degli ultraconservatori, difensori del cattolicesimo, anti illuministi, che disprezzavano le città e il liberalismo con la nascita del secessionismo moderno? Semplicemente questo, e qui c’è il fulcro del libro a mio avviso, il disprezzo dei cittadini spagnoli delle grandi città come Madrid, Barcellona e Bilbao, verso i provinciali, verso i paesi dell’entroterra, poveri e abitati da ignoranti e bifolchi, isolati e malati cronici, che nonostante tutto, seppur attenuato, perdura ancora oggi. Il movimento carlista difendeva invece la vita contadina, la religiosità delle persone semplici e per avvicinarsi ad essi, già alla fine dell’Ottocento, iniziò a stampare dei giornali nelle varie lingue locali e i preti presero a dire messa nelle stesse lingue, per farsi capire dalle persone che non parlavano il castigliano. Così, secondo l’autore, ha preso piede il nazionalismo in Spagna (per nazionalismo in Spagna s’intende il secessionismo catalano, basco e galiziano). La cosa interessante è il perdurare dell’ideologia carlista in Spagna durante tutto il Novecento, infatti ha avuto un forte ruolo nell’appoggiare Franco durante la guerra civile spagnola e anche dopo la sua presa del potere ne ha influenzato le scelte e le politiche. Ancora oggi il movimento carlista non è del tutto scomparso e rende la Spagna da questo punto di vista un unicum nel continente europeo.

Quindi la dualità e contrapposizione tra città e campagna, presente in tutti gli Stati europei, in Spagna assume un contorno molto più marcato e divisorio e affonda le sue radici all’epoca della reconquista contro gli arabi. Nella meseta madrilena, in Castiglia, si possono percorrere anche cinquanta chilometri senza incontrare un paese, in un ambiente brullo e spopolato. La Spagna interna muore lentamente e il problema non è di certo recente. Fin dall’Ottocento le masse di contadini si spostano dalle campagne alle grandi città, soprattutto Madrid e Barcellona, e dopo il 1950 il problema si fa più pressante e drammatico. Interi villaggi si spopolano e in altri restano solo anziani e persone troppo povere per spostarsi. Il Grande Trauma ha coinvolto e coinvolge milioni di spagnoli sradicati dalle loro terre d’origine e immersi in una realtà da cui spesso si sentivano respinti, andando a gonfiare a dismisura le periferie di Madrid e Barcellona. Nella Spagna vuota, cioè in quella macro regione che Molina individua nelle regioni (comarche) di Extremadura, Castiglia-La Mancia, Aragona e Castiglia-Leon, si possono contare paesi con tre soli abitanti e altri completamenti spopolati. Un deserto nel cuore della Spagna. I soldi dell’Unione Europea hanno in parte migliorato la situazione di alcune realtà, soprattutto di quelle realtà legate al turismo, ma il documentario del 1932 di Luis Buñuel, chiamato Tierra sin pan (Las Hurdes), è ancora lì a testimoniare l’estrema povertà e l’isolamento dei villaggi interni di un’epoca ancora viva e non del tutto superata. Non siamo ancora in grado di dire se la Spagna vincerà la lunga battaglia contro la tierra sin pan, ma sicuramente, almeno in alcuni comuni e con alcune persone battagliere, ci stanno provando.

 

Molino, Sergio del, La Spagna vuota, Palermo, Sellerio, 2019, pp. 393.