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Il nuovo ponte di Genova

In soli 13 mesi è stato completato il varo del ponte di Genova, entro i costi e i tempi previsti. Non era per nulla scontato. Questo dimostra che quando si fa sinergia tra politica nazionale e locale sane, grandi aziende italiane di respiro mondiale, come la Salini Impregilo, che si occupa della costruzione del ponte, grandi architetti come Renzo Piano e le varie componenti della società, tutto diventa possibile, anche quello che all’inizio sembrava impensabile. Un grande applauso va a tutte le persone coinvolte in questa grande opera, che non vorrei nemmeno chiamarla di rinascita, perché Genova e l’Italia in realtà non sono mai morte, ma di forza di abnegazione per ricostruire quello che è andato perduto nella tragedia dell’agosto del 2018, che è costata la vita a 43 persone. Il ponte andrebbe dedicato a loro, ai feriti e alle famiglie della spaventosa tragedia (per cui spero che qualcuno prima o poi paghi). Comunque, grandi! 

Qui il video di Salini Impregilo sul varo del ponte avvenuto ieri.

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Massimo D’Angelillo – La Germania e la crisi europea

Il libro di Massimo D’Angelillo, economista, è una lettura molto indicata visto il momento storico che stiamo vivendo in Italia e in Europa con il problema del MES e con l’opposizione, senza remore, della Germania e dei suoi Paesi satelliti contro l’idea dei coronabond o degli eurobond avanzata dall’Italia (e appoggiata da molti Stati europei). Dirò subito che nonostante i numerosi errori di stampa questo è un libro molto illuminante e ben scritto, su un argomento per nulla facile da comprendere, per chi, come me, non capisce molto di economia e soprattutto di finanza. Sarò un po’ prolisso, ma il libro e il tema meritano tanta attenzione.

D’Angelillo nel libro segue passo passo la crescita economica della Germania occidentale dopo il 1949, quando la stessa divenne indipendente dall’amministrazione diretta degli Alleati, e in particolar modo dopo il 1971 e la fine del Dollar Exchange Standard, decretata dal presidente americano Richard Nixon. Con Willy Brandt, nel 1969, i socialdemocratici tedeschi (SPD) per la prima volta conquistano il cancellierato da soli. Da questa svolta inizia una politica tedesca volta a unire sviluppo economico, competitività e stabilità monetaria che perdura ancora oggi. Il Marco si rafforza sempre di più grazie alle esportazioni dei prodotti tedeschi e alle innovazioni in campo industriale e dei servizi. Vengono fatti molti investimenti nel campo dell’istruzione e della ricerca. La forte moneta tedesca permette all’industria di acquistare materie prime a prezzi ribassati e consente ai cittadini di fare altrettanto con i prodotti agricoli, manufatti e servizi e nel contempo permette alla Germania di tenere bassa l’inflazione. Sempre negli anni Settanta, Willy Brand e poi il suo successore Helmut Schmidt portano avanti l’apertura dei rapporti con il blocco comunista dell’Est (la Ostpolitik), riallacciando scambi commerciali e soprattutto politici. La Repubblica Federale Tedesca nel corso di tutti gli anni Settanta e Ottanta si rafforza sempre di più, divenendo una potenza economica di livello mondiale. La quota di Pil esportato continua a salire: nel 1950 era dell’8,6 per cento, nel 1960 raggiunge il 15,8 per cento, nel 1980 tocca il 23,7 per cento e nel 2014 addirittura il 45,7 per cento. Contemporaneamente dal 1970 al 1980 sale la spesa pubblica dal 39,1 al 47,6 per cento, ma cala il prelievo fiscale dal 28,0 al 24,6 per cento. Nel 1972 nasce lo SME (il cosiddetto Serpente monetario europeo), per volontà del presidente francese Georges Pompidou e del Cancelliere tedesco Willy Brandt. Lo SME sarebbe servito a coordinare la gestione dei cambi e a dare stabilità al commercio europeo. Nel giro di due anni dalla creazione di questo meccanismo, però, l’Irlanda, il Regno Unito, l’Italia e la Francia ne uscirono, perché i problemi economici per mantenere il cambio stabile erano troppi, con la conseguente perdita di competitività nell’export. Lo SME si rivelò un fallimento per molti Stati. Nel 1979, con la seconda crisi petrolifera, il cancellierato di Schmidt entra in crisi. I cittadini tedeschi gli imputano scarsa attenzione verso i disoccupati e l’ambiente, tema che in Germania occidentale comincia a farsi sentire. Al suo posto, nel 1982, viene eletto Cancelliere Helmut Kohl. 9FC74FF0-407C-4310-B44F-4E4E38AF770C

I conservatori della CDU riprendono il potere, perso nel lontano 1969 con il cancellierato  di Willy Brandt. Come Capo della Cancelleria compare un nome molto noto ai nostri giorni, in Grecia ancora più tristemente popolare, niente poco di meno che Wolfang Schäuble, allora giovane giurista, ordoliberista tra i più spietati e direi arretrati. Kohl sostanzialmente prosegue la politica sociale del SPD, apre a qualche timida privatizzazione e rompe con il passato per quanto riguarda l’Ostpolitik, seguendo le orme di Ronald Reagan e permettendo alla NATO di installare sul suolo tedesco missili nucleari. Questo crea dei forti malumori nei Paesi del blocco comunista e anche in patria. Tuttavia il capolavoro di Kohl, se così si può chiamare, arriva con l’unificazione tedesca nel 1990. La Repubblica Democratica Tedesca, cioè la DDR, viene annessa alla Repubblica Federale e le viene imposta, fin dall’inizio, e senza riguardo alcuno per la sua storia, le regole e le consuetudini occidentali. Come scrive D’Angelillo

le proprietà dello Stato dell’Est vengono trasferite a un ente chiamato Treuhand Anstalt e poi rapidamente privatizzate; la classe dirigente della DDR viene del tutto esautorata; i valori monetari dei due Stati convertiti mediante un cambio monetario 1:1 tra il DM occidentale e il Marco della DDR.

Insomma, per farla breve, è a tutti gli effetti una vera e propria colonizzazione della Germania occidentale verso quella orientale, che va punita e rieducata secondo i canoni dell’ordoliberalismo più spietato che ancora oggi domina in Germania e in Europa, con i danni che noi tutti possiamo constatare soprattutto nell’Europa del Sud (che, come i tedeschi orientali prima, vanno rieducati con fermezza). Gli effetti di questa politica sono disastrosi per l’ex DDR, che in pochissimo tempo vede svanire la propria industria e decadere la propria economia, portando la disoccupazione (e anche l’immigrazione) a livelli mai visti prima: 2,4 milioni di persone restano disoccupate e altre 2 milioni migrano nella Germania occidentale a fronte di una popolazione di 16 milioni di abitanti. Addirittura il novantadue per cento dei beni privatizzati va nelle mani di investitori occidentali. Uno shock senza precedenti. Passando alla politica internazionale, Kohl ha molte responsabilità politiche per lo scoppio della guerra civile nell’ex Jugoslavia. Infatti senza l’immediato riconoscimento tedesco dell’indipendenza di Slovenia e Croazia, nel 1991, probabilmente non ci sarebbe stata l’escalation militare e la conseguente lunga guerra etnica. La Germania di Kohl non volle ascoltare ragioni, nonostante fosse stata sconsigliata dagli Stati Uniti e da altri Paesi europei di non influenzare la destabilizzazione della Jugoslavia. Con questo ultimo atto da parte della Germania il passo è ormai compiuto per ricreare una super potenza mitteleuropea nel centro dell’Europa. Il cancellierato di Kohl si conclude nel 1998, con una Germania con molti problemi interni, dovuti soprattutto all’annessione della ex DDR, ma molto rafforzata in ambito europeo e mondiale. Nel 1998 inizia l’era di Gerhard Schröder e dell’SPD di nuovo al comando.

Gerhard Schröder come primo passo capisce che la Germania ha bisogno di legarsi alle Nazioni emergenti che stanno crescendo nel mondo, in particolar modo alla Cina, ma anche ai Paesi del BRIC (oltre alla stessa Cina già citata, Brasile, Russia e India). Punta tutto sulle esportazioni e sul modo di farle crescere, competendo con le Nazioni che hanno un costo del lavoro molto più basso e sottopagato. Inventa i Minijob per permettere alla Germania di competere a tutti i costi e su tutti i fronti. I Minijob sono caratterizzati da un basso salario, che non supera i 450 euro al mese, da pochi contributi sociali e detassazione dei salari. I risultati di questa riforma del lavoro saranno raccolti dal cancellierato di Angela Merkel (2005- ad oggi), quando la Germania nel 2006 diventerà il primo esportatore mondiale (in seguito superata dalla Cina). Ma torniamo un attimo indietro. I Minijob creano in Germania una nuova classe di lavoratori poveri, sottopagati, precari, per due terzi donne e in maggioranza giovani. Si calcola che nel 2014 il 18,9 per cento dei lavoratori rientrano nei Minijob. Nonostante questa riforma per dare ampio respiro alle esportazioni, la Germania di Schröder per ben due anni, nel 2003 e 2004, insieme alla Francia, sfora il rapporto deficit/Pil posto al 3 per cento. Nel 2003 arriva al 4,2 per cento e nel 2004 al 3,9 per cento (più o meno sugli stessi valori la Francia di Jaques Chirac). La cosa abbastanza sorprendente è che sia la Francia che la Germania non pagarono nessuna procedura d’infrazione, nonostante le regole punissero e puniscano i trasgressori, grazie al veto di Silvio Berlusconi per l’Italia e di Tony Blair per il Regno Unito. La memoria della Germania attuale anche in questo caso è corta, molto corta. Il Cancelliere nel 2005 indice nuove elezioni, che vengono vinte – a causa del tradimento della socialdemocrazia verso i lavoratori e la propria storia sociale – abbastanza agevolmente dalla CDU di Angela Merkel.

La Merkel, donna della Germania orientale e laureata in fisica, riesce a raccogliere tutti i frutti dolci delle passate stagioni. Raccoglie l’entrata nell’Unione Europea di ben sette Paesi dell’Est, fortemente voluta dalla Germania, nel 2004: nell’ordine Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria e Slovenia e nel 2007 si conclude l’opera con l’entrata di Bulgaria e Romania. Finalmente la Germania ha il suo enorme bacino di manodopera specializzata a basso costo e infinite occasioni di penetrare altri mercati, vendendo ed espandendo i prodotti made in Germany. La maglia geopolitica tedesca si espande sempre di più nell’Europa orientale, declassando la storica alleanza con la Francia come secondaria ed emarginando l’altra grande economia in crisi d’Europa, cioè l’Italia. I Paesi del Sud vengono sempre di più visti come zavorre, spendaccioni e pochi produttivi. Il canone ordoliberista che tanti danni ha fatto e sta continuando a fare all’Europa intera, compresa a una buona fetta di cittadini tedeschi impoveriti, è la strada maestra che segue la signora Merkel e il suo ex ministro delle Finanze Schäuble (2009-2017), più sopra già citato.

Ma cos’è in due parole l’Ordoliberalismo? È quell’idea, come riporta D’Angelillo, riprendendo le parole di Hans-Werner Sinn, forse il più influente economista tedesco, che non esiste alcuna autoregolazione dei mercati, solo un’autogestione all’interno di una cornice di regole fissata per legge dallo Stato. Da qui si spiegano tutti i lacci soffocanti che la Germania ha imposto all’Europa per non indebolire l’euro e quindi per non permettere a Paesi come l’Italia di fare concorrenza ai suoi prodotti, come avveniva con la svalutazione della vecchia lira. Questo pensiero da un lato va contro l’anarchia liberista del mondo anglosassone, che tanti danni ha recato all’economia, e dall’altro contro l’Europa del Sud, che deve continuamente adeguarsi ai canoni dell’economia tedesca (i famosi compiti a casa). In questo modo è stata instaurata una vera e propria dittatura economica e finanziaria che sta portando al collasso l’intera Europa. C’è anche un altro fatto poco noto che l’autore del libro spiega bene ed è il modo in cui la Germania utilizza le sue risorse finanziare (dovute all’enorme surplus commerciale). I surplus finanziari, che non possono essere rinvestiti in Germania in quanto il mercato è saturo, vengono rinvestiti comprando i titoli del debito dei Paesi dell’eurozona. Più lo spread è alto e più gli investitori guadagnano denaro, più è basso e meno guadagnano. È un sistema evidentemente perverso che va a tutto vantaggio della Germania. Quindi quest’ultima ha tutto l’interesse che i Paesi indebitati continuino ad esserlo perché il meccanismo si riveli un ottimo affare. L’importante è che non falliscano. Questo no. Finché le regole dell’eurozona resteranno queste, questo sporco gioco al massacro contro i Paesi più deboli continuerà indisturbato, arricchendo sempre di più la Germania e indebolendo sempre di più i Paesi già deboli. Il keynesismo dell’export, come lo chiama D’Angelillo, è stato criticato fortemente dagli Stati Uniti e da altri Paesi, ma non è servito a niente. La Germania non ha alcuna intenzione di fare autocritica e di tornare sui propri passi. L’euro è stato costruito a tutto vantaggio della Germania, perché riesce a ingabbiare l’Italia, suo diretto competitore, che non può più svalutare la lira, come avveniva prima; perché tiene bassa la disoccupazione nel proprio Paese; perché ottiene denaro in prestito a tassi di interesse bassissimi; perché continua a crescere il proprio surplus commerciale (danneggiando gli altri Paesi europei, in quanto tenendo gli stipendi bassi non permette ai propri cittadini di consumare di più e quindi di espandere l’offerta e la domanda); ecc.

L’incapacità e l’arroganza di Angela Merkel degli ultimi quindici anni (in realtà il libro si spinge fino alla fine del 2015), da quando è diventata Cancelliere, sta portando l’Europa alla deriva e con grossissimi problemi di instabilità interna in molti Paesi. La Germania ha dimostrato di non poter guidare in alcun modo l’Europa, che non ne ha la capacità strategica e a lungo termine. È troppo autoreferenziale, egoista, tronfia e senza memoria storica, come sta dimostrando ancora in questi giorni drammatici per l’Europa e il mondo intero. Ha distrutto la Grecia senza alcuna pietà e forse adesso spera di fare altrettanto con l’Italia, imponendole il MES. La classe dirigente tedesca espressa negli ultimi quindici anni si è rivelata fallimentare, ottusa e pericolosa per l’intera Europa. La mania, quasi malattia compulsiva dei tedeschi per la stabilità finanziaria ha ridotto a deserti intere aree dell’Unione Europea, a partire proprio dall’ex DDR, primo paradigma di questa volontà malata di desertificazione.

D’Angelillo, Massimo, La Germania e la crisi europea, Verona, Ombre Corte, 2016, pp.222. 

 

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Alessandro Coppola – Apocalypce Town

Raramente s’incontrano libri così interessanti e approfonditi sulla società americana e sulle perversioni sociali che lì si ritrovano. Alessandro Coppola, professore di architettura e pianificazione al Politecnico di Milano, ha scritto questo libro sulla decadenza di quella fascia di territorio e di città che viene oggi chiamata Rust Belt, cioè cintura di ruggine. La fascia della Rust Belt parte da Milwaukee, ad ovest, fino ad arrivare, passando da Detroit, Flint, Buffalo, Baltimore, Cleveland, Youngstown, a Pittsburg, in Pennsylvania. Attraversa gli Stati dei Grandi Laghi nel Nord-Est degli Stati Uniti. Una volta questo territorio e queste città erano il grande motore dell’economia industriale degli Stati Uniti. Qui si produceva acciaio, auto, si estraeva carbone, ferro, calcare, si costruivano grattacieli in stile déco, milioni di immigrati – prima di origine europea, e poi afroamericana (soprattutto dopo la Seconda guerra mondiale) – venivano attratti dal lavoro abbondante e dagli alti stipendi (tanto che gli operai di questi Stati erano i più pagati al mondo). Poi piano piano tutto di spense e svanì come un sogno. Un sogno durato decenni e nato già nel corso dell’Ottocento ed esploso letteralmente nella prima metà del Novecento. Gli operai bianchi arricchiti lentamente si spostavano nel suburbio, andando ad affiancare le classi medie e lasciando libere le vecchie abitazioni alla nuova immigrazione afroamericana. La transizione razziale acuì le differenze e le spaccature in seno alla società; ma nel frattempo le città crebbero ancora e i primi centri commerciali fecero la loro comparsa, insieme alle grandi infrastrutture autostradali, appena terminate, che permisero finalmente a milioni di americani di spostarsi tranquillamente in auto. Questa ricchezza così diffusa e quasi alla portata di tutti lentamente si sgretolò di fronte alla concorrenza nel campo dell’acciaio, da cui traevano la maggior parte dei profitti, da parte di Paesi aggressivi quali la Germania, Giappone e Brasile e nel campo dell’automobile avvenne lo stesso iter, confermando negli anni Settanta il declino industriale, conclamato dalla fuga di migliaia di abitanti dalle città (il caso di Detroit è quello più eclatante). Tensioni razziali, concorrenza industriale, chiusura delle acciaierie e povertà diffusa, spinsero milioni di bianchi ad abbandonare le proprie case, per recarsi negli Stati del Sud, primo fra tutti il Texas e dell’Ovest, la California. Le case abbandonate vennero e vengono tuttora date alle fiamme. Città come Youngstown, Buffalo, Detroit e altre ancora, divennero preda della delinquenza e gli Stati delle rispettive città risposero costruendo carceri in grado di accogliere l’aumento esponenziale dei crimini. img_1835

Il saggio non trascura di descrivere la vita nei ghetti abitati prevalentemente dai neri e delle difficoltà di ogni tipo che devono affrontare per vivere. Per esempio il prezzo delle polizze di assicurazione delle case che si trovano nei ghetti è molto più alto rispetto alle case dei suburbi ricchi della medio-alta borghesia. Questo non è l’unico parametro ad essere più costoso per un abitante del ghetto urbano. Lo stesso vale per il riscaldamento, perché essendo le case molto spesso più vecchie hanno anche una dispersione termica più elevata e quindi un maggiore consumo rispetto a una casa nuova. È paradossale, ma è così. Nello stesso modo nei ghetti mancano i centri commerciali, che si spostano seguendo i ricchi, mancano le scuole, che chiudono in centro spostandosi nei quartieri residenziali in prevalenza bianchi, mancano tutti i servizi essenziali per una vita normale, obbligando le persone del ghetto a spostarsi per chilometri solo per fare la spesa e obbligando i loro figli a frequentare scuole di infima qualità (quelle poche che restano nel ghetto, che a volte si trovano nel centro città). Senza parlare del cibo mangiato nel ghetto, quasi sempre di infima qualità e strapieno di zuccheri e grassi, che comporta un aumento dell’obesità tra gli afroamericani del 38%, contro il 23% dei bianchi. In città come Baltimore e Detroit la percentuale di omicidi è più alta rispetto a qualsiasi altra città degli Stati Uniti.

Per concludere, perché altrimenti vi svelo tutto il libro e non mi sembra il caso, Coppola prosegue parlando della decostruzione in atto in quelle città. Ossia di ditte specializzate che recuperano tutto ciò che si può da una casa abbandonata prima della demolizione. In questo modo si evita di mandare in discarica, normalmente, fino al 50% dei materiali di demolizione e in taluni casi questa percentuale arriva fino all’87%. Le demolizioni sono necessarie in quei territori perché le case abbandonate sono migliaia e i comuni hanno bisogno di evitare che diventino dei ritrovi per drogati e spacciatori e anche per evitare che vengano incendiate, come spesso succedeva e succede tutt’oggi. È un grande problema di ordine pubblico e di controllo del territorio. Un altro aspetto positivo riportato nel libro è quello della nascita degli orti in città, anche se la città presa a modello è quella di New York.

Lo reputo un libro importante per capire meglio la mentalità americana nel suo complesso, le sue disfunzioni sociali, le sue divisioni interne e il modo di agire dei cittadini. Forse anche la pesante situazione attuale del coronavirus che sembra essere fuori controllo negli Usa, può essere illuminata da questo libro.

 

Coppola, Alessandro, Apocalypse Town. Cronache dalla fine della civiltà urbana, 2012, Roma-Bari, Editori Laterza, pp. 236.