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Markijan Kamyš – Una passeggiata nella zona

Passereste i vostri fine settimana o addirittura alcune settimane nella zona di Černobyl’ (in ucraino Čornobyl’)? Vi portereste dietro solo un piccolo zaino, con pochissimo cibo e molta vodka? Andreste in pieno inverno, a meno venti gradi sotto zero, a dormire nelle case abbandonate di Prypjat’ o in qualche casolare sperduto della foresta radioattiva? Probabilmente no, ma per Markijan Kamyš questa vita è stata ed è tuttora routine. Lui e gli abitanti del luogo la chiamano la zona, quel lembo di territorio presidiato dai militari e vietato agli umani dopo il disastro alla centrale nucleare di Černobyl’, del 1986. Oggi la zona è un luogo ambito da turisti proveniente da tutto il mondo, da hipster, come li chiama Kamyš nel libro. Giovani ricchi in cerca di avventure forti e accessibili a pochi. Per Kamyš sono più che altro una seccatura, anche se sono una fonte di denaro, visto che l’autore del libro si presta a fare da guida a questi giovani benestanti. Ma la zona non è solo un posto ambito dai ricchi e annoiati turisti: la zona è un luogo nel quale s’incontrano tossici, delinquenti, persone che sfuggono alla vita asfissiante contemporanea, persone del luogo che si sono rifiutate di andare via, di anziani che vogliono morire dove sono nate, di avventurieri e di persone che sfidano se stesse. La zona è per prima cosa una sfida che l’uomo lancia a se stesso. Questa è la zona per Kamyš. È la solitudine della foresta deserta di uomini, ma ripopolata da lupi, cinghiali, volpi, orsi; è la percezione dei suoni uditi nella foresta, dei lupi che ti seguono, delle case radioattive di Prypjat’, ormai spogliate di tutto da cercatori di souvenir, pronti a rivendere i pochi oggetti in qualche mercato. È solitudine e paura, perdizione e morte, isolamento e rinascita, ricerca e attaccamento, fuga e casa.

Ho sentito lontani echi di Jack London, di Francisco Coloane, di Herman Melville (soprattutto del libro Taipi) in questo disperato libro. La fuga si tramuta in stanzialità, in cui trovare una casa e la casa di per sé si trasforma in una fuga.

Kamyš, Markijan, Una passeggiata nella zona, Rovereto, Keller Editore, 2019, pp. 157.

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Carmelo Bene, Gilles Deleuze – Sovrapposizioni

Nel libro edito da Quodlibet si ritrovano un saggio del filosofo francese Gilles Deleuze sul teatro di Carmelo Bene, la risposta di Carmelo Bene a Deleuze, il testo di Riccardo III di Carmelo Bene e infine le foto di Carmelo Bene e dei suoi attori e attrici al Teatro Bonci di Cesena scattate nel dicembre del 1977. Qui voglio concentrarmi quasi esclusivamente sul saggio di Deleuze, che ritengo più illuminante sul lavoro di Bene.

Cosa dice di interessante, a mio avviso, Gilles Deleuze sul teatro di Carmelo Bene? Nel saggio Un manifesto di meno scrive che il suo teatro è un teatro della sottrazione, è un qualcosa che amputa, taglia, sottrae, come fa CB (cioè Carmelo Bene) nell’opera Un Amleto di meno. Nel riprendere Riccardo III Deleuze fa notare che Bene amputa tutto il sistema regale e principesco e lascia intatto solo Riccardo III e le donne. Le donne che hanno rapporti di guerra in proprio, come scrive Deleuze. Lo stesso continua con

Quando sceglie di amputare gli elementi del potere, egli cambia non soltanto la materia teatrale, ma anche la forma del teatro, che cessa d’essere “rappresentazione”, mentre l’attore cessa d’essere attore. Dà libero corso a un’altra materia e a un’altra forma teatrale, che non sarebbero state possibili senza questa sottrazione.

Secondo Deleuze Carmelo Bene appartiene agli autori minori perché si pone fuori da tempo, perché non rappresenta il proprio periodo storico, come invece faceva Wolfang Goethe ai suoi tempi: Goethe era un tutt’uno con il suo periodo. Bene no. Egli è senz’avvenire e senza passato, ha solo un divenire, un mezzo, attraverso cui comunica con altri tempi, altri spazi. 

Il teatro di Bene è in definitiva umile, senza fronzoli per la testa, non si dà arie e non pretende di fare la rivoluzione; non è certo il teatro a cambiare il mondo, scrive sempre Deleuze. A Bene non interessa la rappresentazione dei conflitti, ma la presenza della variazione, come elemento più attivo, più aggressivo. Per Bene i ricchi e i poveri sono la medesima cosa: sono entrambi schiavi e l’artista non è altro che lo schiavo intellettuale. Qui mi sovviene in mente l’accusa rivolta da Julien Benda – nel suo libro La trahison des clercs (Il tradimento dei chierici), scritto nel 1927 – agli intellettuali, ormai venduti alla politica e alla propria nazione, invece che alla verità e allo spirito. Insomma l’intellettuale contemporaneo non è nient’altro che un dominato della classe dominante. Lo stesso si può dire dell’artista, dei ricchi e dei poveri. La schiavitù ci accumuna tutti, nessuno escluso. Non è la storia né tantomeno il fantomatico popolo a farci varcare la frontiera, perché è il popolo che manca, come scrive Deleuze riprendendo la frase di CB.

 

Bene, Carmelo, Gilles, Deleuze, Sovrapposizioni, Macerata, Quodlibet, 2016, pp.126.

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Gianluca Pardelli – Russia sconosciuta: dal grande padre Volga, alla Siberia, la terra che non dorme

Nel mese di marzo ho assistito al Mudec di Milano all’incontro con il giornalista e fotografo Gianluca Pardelli sulla Russia sconosciuta, cioè su quella Russia che difficilmente appare sulle riviste di turismo e in televisione. L’incontro è durato circa un’ora in cui Pardelli ci ha elencato la ricca e variegata diversità di popolazioni all’interno della Russia. Infatti la Russia ha al suo interno 186 nazionalità differenti e popoli di religione musulmana, buddista, animista oltre alla religione maggioritaria cristiana ortodossa. Dal punto di vista amministrativo la Russia ha istituito 15 repubbliche autonome (esclusa la Crimea, che non viene riconosciuta a livello internazionale) che permette ai suoi abitanti di studiare la propria lingua nazionale a scuola, oltre che al russo, di avere una serie di sgravi fiscali e una certa libertà in ambito amministrativo.

Dal racconto del giornalista scopriamo popoli come i Mari, popolo finnico che vive sulle rive del fiume Volga, che ancora oggi pratica l’animismo, unico popolo in Europa a farlo; il popolo dei  Calmucchi, di origine turco-mongola, che professa il buddismo e che si sente religiosamente legato al Tibet (il Dalai Lama si è recato due volte nella loro capitale Êlista); del popolo dei Tartari, di religione musulmana e di nazionalità turca, che vive nel Tartastan e nella cui capitale Kazan convivono moschee islamiche affianco a chiese ortodosse e nei cui mercati si trovano prodotti che si troverebbero in qualsiasi mercato di Bagdad, Istanbul o Teheran. Faccio notare che questi popoli, ma altri ne sono stati citati, vivono nella parte europea della Russia. Nella parte orientale della Russia, nella sconfinata Siberia, vivono tantissimi altri popoli diversi per origine e religione. Pardelli ha anche illustrato la ricchissima fauna della natura russa. Le foto eloquenti delle foche del lago Bajkal, il più grande e profondo del mondo (arriva a 1600 metri di profondità), sono una dimostrazione di questa eccezionalità. In Russia vivono tre specie di foche di acqua dolce dislocate, oltre al già citato lago Bajkal, anche nel lago Lagoda nella Repubblica di Carelia, dove da poco è stato istituito un Parco Nazionale per preservare le foche, ormai in pericolo di estinzione, e altre specie autoctone. È stata citata la Saiga tatarica, un’antilope con una speciale struttura nasale che ricorda una piccola proboscide abbozzata. Anch’essa è a rischio di estinzione e attualmente vive nella Repubblica di Calmucchia, in Kazakistan e in Mongolia.

Concludo questa breve nota con il dire che Gianluca Pardelli, insieme all’associazione Kel 12, organizzano viaggi in Russia, in cui anche egli fa da guida, alla scoperta di città, luoghi e popoli per lo più sconosciuti o poco conosciuti al grande pubblico.

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Guido Salvini con Andrea Sceresini – La maledizione di piazza Fontana

Posso dire tranquillamente che questo libro è il più completo ed esaustivo tra quelli che ho letto sull’attentato alla Banca dell’Agricoltura di piazza Fontana. È un resoconto che parte dal 1969, anno dell’attentato, ai giorni nostri. Nulla viene lasciato al caso. Il magistrato Guido Salvini parla in prima persona delle indagini che ha portato avanti fin dagli anni Ottanta, dal Tribunale di Milano, e delle persone che ha interrogato e conosciuto in questa lunga e dolorosa vicenda. Tre persone sono particolarmente importanti in questa storia: Gianni Casalini, Carlo Digilio e Martino Siciliano, tre esponenti di Ordine Nuovo in Veneto negli anni Sessanta e Settanta. Casalini, Digilio e Siciliano hanno raccontato al magistrato milanese, nel corso degli anni e a più riprese, le connessioni, gli agganci con il Sid, le cellule ordinoviste venete divise per zone, le responsabilità di personaggi come Franco Freda, Giovanni Ventura, Delfo Zorzi, Carlo Maria Maggi, Giovanni “Ivan” Biondo e altri esponenti più o meno importanti, nell’attentato di piazza Fontana e negli attentati precedenti avvenuti al rettorato dell’Università di Padova, il 15 aprile del 1969, ai danni del rettore Enrico Opocher (responsabile Franco Freda), negli attentati del 25 aprile alla Fiera Campionaria e alla Stazione Centrale di Milano e negli attentati sui treni l’8 e il 9 agosto in tutta Italia. Tutti questi attentati sono stati preparatori a quello più devastante e criminale alla Banca dell’Agricoltura di Milano. In tutti gli altri attentati ci sono stati solo feriti, ma per fortuna nessun morto, mentre a Milano i morti sono stati 17 e i feriti 88. IMG_9655

Nel libro si parla anche degli agganci superiori al gruppo di Ordine Nuovo in Italia e all’estero. Si fa spesso il nome di Pino Rauti, fondatore del Centro Studi Ordine Nuovo nel 1956, soprattutto in connessione alla famosa riunione svoltasi il 18 aprile del 1969 a casa di Ivano Toniolo – probabilmente uno degli esecutori materiali certi della bomba di piazza Fontana – che diede il via alla scia di attentati dinamitardi che di lì a poco sconvolsero soprattutto alcune regioni italiane, con l’apice criminale del 12 dicembre a Milano. Anche il Sid (il servizio segreto italiano di allora) è stato coinvolto negli attentati. Guido Giannettini era l’agente-giornalista che manteneva i rapporti tra gli estremisti neofascisti veneti e il Sid. Così come ci sono state delle connessioni e dei rapporti non con la Cia, come comunemente si pensa, ma molto più probabilmente con il Counter Intelligence Corps (Cic). Alla fine è indubbio che c’è stata una forte e duratura complicità tra politica, servizi segreti ed estremisti di destra che ha portato alla bomba di piazza Fontana.

La seconda parte del libro descrive la guerra tra procure e tra magistrati. Felice Casson è uno dei principali protagonisti in negativo di questa triste e vergognosa vicenda. Ma anche i giudici Francesco Saverio Borrelli e Gerardo D’Ambrosio non fanno di certo una bella figura, stando alle parole di Guido Salvini. Per non parlare di Grazia Pradella. In poche parole, queste persone hanno fatto di tutto per screditare il lavoro di Salvini su piazza Fontana e hanno cercato, a vario titolo, di bloccare il suo lavoro e infine di allontanarlo dal Tribunale di Milano. È una vicenda che lascia l’amaro in bocca, perché le persone che si pensa siano preposte a indagare sui reati e quindi a collaborare tra loro per assicurare i criminali alla giustizia, si perdono invece in diatribe personali e in gelosie e odii esterni e addirittura interni alle stesse procure. Ed è per questo che il libro parla di occasioni perse dagli inquirenti per assicurare i responsabili alla giustizia, di magistrati che hanno fatto male il proprio lavoro, di inammissibili perdite di tempo, di gelosie assurde e di inerzia cronica. I neofascisti veneti hanno ringraziato e ringraziano (quelli ancora vivi) per l’aiuto non richiesto; mentre le famiglie delle vittime e i cittadini italiani non hanno invece ricevuto la giustizia che chiedevano e che si meritavano e si meritano tuttora per tutto il sangue innocente versato.

Il quadro è molto complesso e frastagliato, ma le responsabilità e la verità storica sono ormai assodate. Per concludere posso dire che l’aspetto che personalmente mi ha colpito della vicenda di Ordine Nuovo e degli attentati è che molte persone sapevano e sanno tuttora la verità, eppure in pochissimi hanno parlato. Si parla tanto dell’omertà mafiosa in Sicilia eppure nessuno si azzarda a fare altrettanto con l’omertà vergognosa di madri, padri, sorelle, fratelli, figli, amici e conoscenti in Veneto e in parte in Lombardia (soprattutto per quanto riguarda l’organizzazione La Fenice, succursale lombarda di Ordine Nuovo). Leggendo il libro si scopre che i familiari e spesso gli amici anche meno coinvolti sapevano delle responsabilità dei loro congiunti e amici, ma questo non è bastato a smuoverli dal denunciare e forse dal fermare prima gli atti criminali che poi sono stati compiuti. Purtroppo l’omertà non ha confini geografici e di latitudine.

Salvini, Guido; Sceresini, Andrea, La maledizione di piazza Fontana. L’indagine interrotta. I testimoni dimenticati. La guerra tra i magistrati, Milano, Chiarelettere, 2019, pp. 611.