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È legittima la pluralità di pensiero in Italia?

‪Ieri sono stato in una libreria della Feltrinelli a Milano e tra le novità dei saggi ho visto questi libri: Lilli Gruber, Luciano Canfora, Ezio Mauro, una biografia su Eugenio Scalfari e infine Andrea Scanzi. Tutti autori di sinistra. Tutti libri schierati politicamente e tutti contro un avversario politico ben preciso. Si illudono in questo modo, senza fare nessun tipo di autocritica, di contrastare l’onda “fascista”. Invece, secondo me, ottengono esattamente l’effetto contrario. Dimostrano, a vario titolo e con varie sfumature, il disprezzo che provano per il “popolo”, proprio quello, in quanto si ritengono di sinistra (Canfora è comunista, se non addirittura stalinista), che pretendono di rappresentare e difendere.

È possibile che in un Paese democratico non ci siano pari opportunità anche per idee e libri di centro e di destra? È possibile che ci sia questo schiacciamento culturale verso una sola idea di società? Non è anche questo un tipo di fascismo soft, ma molto più potente in quanto mascherato dalla cultura e appoggiato dai media principali?

Vado alla Feltrinelli da anni (e anche in altre librerie) e devo constatare un decadimento dell’offerta libraria negli ultimi anni, sempre più commerciale e schierata politicamente, a discapito di una pluralità di offerta di alto livello. Qualche mese fa è capitata la stessa cosa con una sfilza di libri tutti a favore dell’Unione Europea. Non c’era un solo libro alla Feltrinelli critico verso le politiche comunitarie. È democratico? I libri non dovrebbero aiutarci a ragionare e a riflettere, magari andando contro le proprie convinzioni? La democrazia non presuppone una pluralità di idee e il confronto quotidiano tra esse? È possibile che gli autori di sinistra si arroghino ancora il diritto di non riconoscere pari dignità alle idee che contrastano con le loro? Non si rendono conto che è proprio questo il motivo per il quale perdono sempre di più il contatto con le persone normali, che poi votano per Matteo Salvini?

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Nathaniel Rich – Perdere la Terra. Una storia recente

Volete sapere come sono andate le cose per quanto riguarda il clima negli Stati Uniti? Volete sapere come mai il presidente democratico Jimmy Carter installò dei pannelli fotovoltaici sul tetto della Casa Bianca, già alla fine degli anni Settanta, e per quale motivo il successivo presidente repubblicano Ronald Reagan li tolse? Volete sapere come la pensavano i colossi del petrolio, come per esempio la Exxon, e i ripensamenti che hanno avuto successivamente?

Se volete soddisfare tutte queste domande, allora leggete questo libro. Non è una storia IMG_9062del cambiamento climatico, ma del modo in cui è stato affrontato negli Usa da scienziati, politici e colossi del petrolio tra il 1979 e il 1989 e di come questo approccio abbia e continui tutt’ora a influenzare il dibattito sui cambiamenti climatici. Scoprirete molte cose interessanti, come per esempio la conoscenza che già avevano negli anni Cinquanta i colossi del petrolio sul surriscaldamento climatico e sui pericoli di un’eccessiva immissione di anidride carbonica e metano in atmosfera. Inizialmente erano sinceramente preoccupati e cercarono di collaborare con i politici e gli scienziati, ma poi, quando capirono che ci avrebbero rimesso una parte degli introiti, cambiarono immediatamente idea e cominciarono a finanziare dei contro studi per affermare che la temperatura stava aumentando indipendentemente dalle azioni degli uomini, o comunque che la responsabilità umana fosse in realtà minima. Da qui si spiegano molte cose e per quale motivo siamo arrivati all’incertezza riguardo al clima. Oggi questo fronte è più forte che mai.

Per restare in Italia, fisici, geofisici e chimici come Franco Prodi, Antonino Zichichi e Franco Battaglia hanno recentemente firmato una petizione (qui), insieme ad altri duecento studiosi, per negare che ci sia in atto un’emergenza climatica. Questi studiosi dicono che sì, la temperatura media mondiale sta leggermente salendo, ma non come veniva indicato dai grafici catastrofisti della maggior parte degli scienziati. Continuano scrivendo che il clima sulla Terra è sempre cambiato e di conseguenza questo piccolo riscaldamento rientra nella normalità del nostro pianeta. L’aspetto che mi lascia esterrefatto dell’appello è la conclusione. Riporto le testuali parole, in grassetto nel testo originale:

In conclusione, posta la cruciale importanza che hanno i combustibili fossili per l’approvvigionamento energetico dell’umanità, suggeriamo che non si aderisca a politiche di riduzione acritica della immissione di anidride carbonica in atmosfera con l’illusoria pretesa di governare il clima.

Penso che il dibattito scientifico debba essere libero e penso che sia giusto che ci siano scienziati che cercano con il loro lavoro di approfondire i fenomeni del nostro pianeta, anche andando contro scorrente se necessario, però qui, come in altri casi simili negli Usa, siamo di fronte a persone molto interessate se non addirittura in piena collaborazione con i produttori di petrolio. Altrimenti mi sembra inspiegabile la conclusione pro combustili fossili con cui si conclude la petizione. Che bisogno c’era di scriverlo così apertamente? E poi, anche se la temperatura media mondiale non aumentasse per cause umane, questi scienziati non si rendono conto che l’aria di molte città, per non dire di intere regioni e Nazioni, è ormai da tempo irrespirabile a causa del nostro modello di sviluppo basato sui combustibili fossili? Non si rendono conto che milioni di persone muoiono e si ammalano ogni anno ai quattro angoli della Terra a causa dell’inquinamento atmosferico? Trovo questa conclusione irresponsabile, ottusa e miope. Questo atteggiamento è l’esatto opposto che mi aspetterei da parte di scienziati seri e responsabili.

Rich, Nathaniel, Perdere la Terra, Una storia recente, Milano, Mondadori, 2019, pp. 176.

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Natura Poesia

Morte le foglie

Sono morte le foglie

Da tanti calpestate,

Ciechi non si raccoglie

Il ricordo dell’estate. 

Ingialliscono come

Le piante sanno fare,

Ritornano alla terra

Senza velo tremare. 

Odi e amori segreti

Custodiscono con sé,

Armi e nascosti greti 

Coprono sotto di te. 

 

 

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Arte Curiosità varie Libri Politica Società

Bernard Lebrun e Michel Lefebvre – Robert Capa. Tracce di una leggenda

fullsizeoutput_1fb6Il libro di Bernard Lebrun e Michel Lefebvre è un libro molto bello e ricchissimo di foto del grande fotografo Robert Capa, a cui il libro è dedicato. Questa opera si potrebbe chiamare una biografia fotografica, perché praticamente su tutte le pagine scritte c’è almeno una fotografia scattata da Capa.

Nel libro viene raccontata tutta la sua vicenda privata, dalla natia Ungheria alla sua fuga in Germania e poi, dal 1933, con la presa del potere da parte dei nazisti, dalla Germania a Parigi, città in cui Capa si rifugia, e infine da Parigi a New York. Queste due città sono i luoghi in cui Capa è cresciuto come uomo e professionista. A Parigi si è formato e a New York ha ottenuto la sua vera e propria consacrazione e popolarità. Il vero nome di Capa (sembra che abbia scelto il nome Capa in assonanza al cognome del regista italo-americano Frank Capra) era Endre Enree Friedmann e aveva origini ebraiche, da qui si capiscono le sue continue fughe dai governi di destra ed estrema destra sorti prima in Ungheria e poi in Germania. Diventa famoso grazie alle foto scattate nella guerra civile spagnola (1936-1939). Una, in particolare, colpisce l’immaginario collettivo. È la foto che Capa scatta a un miliziano repubblicano mentre viene colpito da una pallottola. La foto è chiamata Il miliziano colpito a morte (Falling Soldier, in inglese) o La morte di un miliziano. Ancora oggi si discute sulla veridicità della foto in questione, perché alcuni studiosi e fotografi pensavano e pensavo che sia in realtà artefatta se non addirittura concordata con il soldato ritratto. A gettare ulteriori ombre sulla foto è il fatto che, nonostante le numerose ricerche condotte, il negativo non è stato a tutt’oggi trovato. Comunque, il fatto che la maggior parte dei detrattori abbiano aspettato la morte di Capa per gettare ombre e dubbi sulla foto non va certo a loro favore. Perché non l’hanno fatto mentre Capa era ancora in vita e quindi poteva difendersi? Tuttavia la maggior parte degli studiosi è oggi concorde nel ritenerla genuina. Andiamo oltre. Sempre nella guerra di Spagna Capa perde la sua compagna di vita e fotografa Gerda Taro, rimasta schiacciata da un carro armato repubblicano. Una perdita molto dura per lui, anche se fin da subito tante altre donne entreranno nella sua vita. Dopo l’esperienza spagnola Capa torna negli Stati Uniti, Paese in cui si era stabilito dal 1937, e di lì a qualche anno decide di seguire la Seconda guerra mondiale, che nel frattempo era scoppiata. Nel 1942 lo troviamo in Nord Africa per la rivista americana Collier’s Weelky e per il giornale inglese The Illustrated. L’anno dopo si trova in Tunisia e segue la campagna del II Corpo d’armata del generale Patton e in seguito, dopo il 1943, seguirà le campagne di Sicilia e d’Italia, diventando amico del generale Theodore Roosevelt Jr., figlio dell’ex presidente. La rivista Life, per la quale ormai Capa lavora, lo manda nel giugno 1944 a documentare lo sbarco in Normandia. Capa è presente il 6 giugno 1944 allo sbarco in Normandia delle truppe anglo-americane, nella spiaggia di Omaha: scatta undici foto che gli americani chiamano le Magnificent Eleven, le “magnifiche undici”. Foto che vengono pubblicate su Life il 19 giugno 1944. Capa segue tutto il fronte della Normandia fino alla liberazione di Parigi, ritornando così nella sua amata città da cui tutto partì.

Dopo la Seconda guerra mondiale Capa inizia a lavorare per il cinema, fotografando le star sul set cinematografico. Nel 1947 segue lo scrittore John Steinbeck in Unione Sovietica, da cui uscirà un libro chiamato A Russian Journal (recentemente pubblicato in Italia da Bompiani, con il titolo di Diario russo). Capa vuole essere presente alla nascita dello Stato di Israele e così nel 1948 lo troviamo a Tel-Aviv. Dopo il 1948, e fino a poco tempo prima della sua morte, Capa si divide tra Parigi e New York, la bella vita, le feste, la moda e le donne. Alla fine, per un caso quasi fortuito, Capa decide di seguire la guerra d’Indocina, dove i francesi combattono una guerra disperata contro i patrioti vietnamiti. Questo è il suo ultimo reportage. Il 25 maggio 1954, a 90 chilometri da Hanoi, Capa decide di scendere dal camion di soldati francesi con cui si accompagnava per scattare delle foto vicino a una risaia. Di colpo si sente un boato. Un suo compagno accorre e trova Capa gravemente ferito. È saltato su una mina. Muove impercettibilmente le labbra e poco dopo spira.

Con lui, dicono in molti, se ne è andato il primo e il più grande fotoreporter di guerra.

Lebrun, Bernard, Lefebvre, Michel, Robert Capa. Tracce di una leggenda, Roma, Contrasto, 2012, pp. 239.