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Sergej M. Ejzenštein – Charlie Chaplin

Questo libro riporta tre articoli scritti dal grande regista russo Sergej Ejzenštein su Charlie Chaplin e una breve biografia su Chaplin scritta da Sergio Pomati. Alla fine del libro è riportata l’intera opera filmica di Chaplin e una corposa bibliografia dedicata al regista inglese (pensate che fino al 1955 erano già stati scritti oltre mille libri su di lui).

Fa un certo effetto leggere degli scritti di uno dei più grandi registi di ogni epoca, come Ejzenštein, dedicati a un altro mostro sacro del cinema mondiale di ogni tempo, come Chaplin. Il regista russo ebbe sempre una grande ammirazione per Chaplin, che conobbe di persona quando andò nel 1930 negli Stati Uniti, nel quale avrebbe dovuto girare un film (che poi non si fece). Per sei mesi frequentò la casa di Chaplin a Hollywood ed ebbe modo di conoscerlo e di apprezzarlo in tutti i suoi aspetti. Giocarono a tennis, sport del quale Chaplin aveva una grande passione, passeggiarono per i parchi cittadini, camminarono per strada e fecero svariate crociere con lo yacht. Proprio in quel periodo Chaplin girò Luci della città. 12705522_10207033304049004_2011826281509500610_n

Ejzenštein nel suo articolo Charlie the Kid fa una disamina approfondita del modo di lavorare di Chaplin. Descrive la comicità chapliniana come un procedimento infantile in cui la particolarità di Chaplin è questa: nonostante i suoi capelli bianchi, ha conservato uno “sguardo di bambino” e la capacità di considerare al primo livello il minimo avvenimento. Continuando ad analizzare i film di Chaplin, il regista russo allarga lo sguardo alla politica e non manca di criticare il sistema capitalistico occidentale contrapposto al migliore e più umano sistema sovietico. Certo, non bisogna dimenticare che egli scrisse questi articoli dopo il 1937 e a Mosca in quegli anni governava un certo Stalin. E più avanti scrive non quello che ha capito mi interessa. Mi interessa quello che ha sentito, in che modo lo ha sentito. Come ha guardato e come ha visto, e in quale momento si è calato nell'”ispirazione”. E ancora il segreto dei suoi occhi, del suo sguardo. È in questo la sua grandezza. Vedere gli eventi più terribili con gli occhi di un bambino che ride. L’articolo prosegue con la descrizione di altri aspetti scenici e delle mimiche e sensazioni che gli ispirava l’attore-regista inglese. L’ultimo articolo di Ejzenštein, di poche pagine, riguarda solo un film, Il grande dittatore.

Ho trovato molto interessanti ed esaurienti i due articoli scritti da Sergio Pomati e inseriti nel libro dopo quelli scritti dal regista russo. Il primo riguarda il rapporto tra Chaplin ed Ejzenštein e la loro frequentazione, come sopra ricordato, per sei mesi a Hollywood, e il secondo è incentrato sulla vita tumultuosa di Charlie Chaplin. Sono scritti molto bene, con abbandonati riferimenti biografici e autobiografici di Chaplin. Infine, dopo la Filmografia e Bibliografia trovate uno stupendo corredo fotografico composto da una quarantina di foto in bianco e nero in cui, oltre a Chaplin, sono ritratti tanti altri personaggi famosi con cui egli lavorò o semplicemente incontrò durante la sua lunga vita.

Beh, questo libro è una perla rara.

Ejzenštein, Sergej Michajlovič, Charlie Chaplin, Milano, SE, 2005, pp. 132.

 

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Piero Tony – Io non posso tacere. Confessioni di un giudice di sinistra

È proprio di questi giorni la notizia secondo la quale il proiettile ritrovato nel 1992 nell’orto di Pietro Pacciani fu in realtà manipolato. A dirlo è una recente perizia balistica del perito della Procura di Firenze svolta da Paride Minervini. Perché scrivo questo appunto? Perché Piero Tony fu il procuratore generale che nel 1996 chiese l’assoluzione in appello di Pacciani e perché più volte egli parlò della quasi inesistenza di prove contro di lui e parlò, anche recentemente, di una possibile manipolazione della prova del proiettile (rifacendosi alla sentenza di assoluzione del processo). La sua requisitoria durò cinque ore, divise in due udienze. Il procuratore generale Tony ebbe l’ardire, cosa rarissima se non unica in Italia, di dire che Pacciani andava assolto perché le prove a suo carico erano debolissime e che non bisognasse per forza trovare un colpevole per accontentare l’opinione pubblica e le famiglie delle vittime. Insomma, non si può condannare una persona per una sensazione del magistrato (e qui mi vengono in mente le parole del procuratore di Firenze dell’epoca Pier Luigi Vigna, che disse, quando incrociò la storia di Pacciani tra i possibili papabili ad essere il mostro, di avere avuto una scossa). Ci vogliono prove, prove certe e circostanziate, perché nessuno si può permettere di giocare con la vita delle persone, per quanto ripugnanti e riprovevoli possano essere le loro azioni. Un curriculum da criminale non può improvvisamente trasformare un uomo nel mostro di Firenze o in quello di Udine. Per quella requisitoria, il giorno dopo, il procuratore Tony ebbe il plauso di Indro Montanelli sulla prima pagina del Corriere della Sera.

Ho fatto questa introduzione al libro per dare l’idea di chi sia questo magistrato. Un uomo che è andato in pensione due anni prima per scrivere liberamente dei mali che attanagliano la magistratura odierna. Un magistrato con quarantacinque anni di lavoro alle spalle, divise tra Milano, Venezia, Firenze e Prato. Un uomo che ha deciso di dire basta, di dire che avanti così non si può andare. Troppi processi mediatici, troppi magistrati invischiati nella politica attiva, troppi magistrati passati in politica con nonchalance, troppe correnti all’interno della magistratura, troppi processi pilotati e sospetti e infine, in taluni casi, troppa voglia di ribalta mediatica di alcuni magistrati. La magistratura, continua il magistrato Piero Tony, mette bocca su tutto, decide con superficialità su qualsiasi tema, spesso facendosi trasportare dagli umori dell’opinione pubblica, spesso strizzando l’occhio a una parte politica ben precisa, spesso cadendo nella propria autoreferenzialità. E questo succede soprattutto tra i magistrati di sinistra, da cui lui stesso proviene. La magistratura ha svolto e sta svolgendo un ruolo di supplenza rispetto alla politica, a volte confondendosi con essa e altre volte persino scavalcandola. Non ha più limiti né recinti. Tutto le è lecito e quasi nessuno si permette di contestarle questo potere, di cui si è autoarrogata. I politici di sinistra non fanno nulla per cambiare questo paradigma, anzi rinforzano questo potere identificandosi totalmente con esso. Forse, aggiungo io, questa alleanza si è stretta ancor più con l’avvento di Silvio Berlusconi sulla scena politica italiana. I continui attacchi di Berlusconi alla magistratura, che lo stesso Piero Tony riconosce essere stato particolarmente bersagliato,  hanno stretto in una morsa di ferro la sinistra con l’apparato giudiziario. Sorvolo su tutti quei casi di magistrati – che Tony non nomina mai per nome, ma che risulta molto facile individuare – che, tolta la toga, sono entrati in politica, in partiti quasi esclusivamente di sinistra, e in taluni casi hanno fondato dei partiti politici autonomi (i nomi li faccio io: Antonio Di Pietro e Antonio Ingroia). Per non parlare della lentenza snervante e assurda dei processi in Italia, della mancanza di sanzioni per un magistrato che commette un grave errore giudiziario (a cui la magistratura si oppone strenuamente), dello smisurato potere del pm, della contiguità troppo stretta tra lo stesso pm e il giudice che dovrebbe giudicare un imputato; della facilità con cui un magistrato può distruggere, o minare seriamente, la vita e la reputazione di un cittadino con un semplice avviso di garanzia, delle intercettazioni selvagge e fuori tema rispetto all’indagine svolta, le quali vengono poi divulgate e pubblicate sui giornali, soprattutto se la persona è ricca e famosa, della connivenza troppo stretta tra alcuni giornalisti e magistrati, delle carceri italiane sovrappopolate (sono oltre sessantacinquemila i detenuti a fronte di una capacità di ospitarli che non va oltre le quarantamila e di cui un terzo in attesa di giudizio), e così di seguito. Gli argomenti e le critiche che il magistrato Tony fa alla magistratura sono concise e innumerevoli.

 

Tony, Piero, Io non posso tacere. Confessioni di un giudice di sinistra, Torino, Einaudi, 2015, pp. 125.

 

 

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Milano – Anfiteatro romano

Oggi resta solo questo dell’Anfiteatro romano. Costruito nel I secolo d.C. restò in funzione fino all’inizio del V secolo. Fu tra gli ultimi, se non proprio l’ultimo, a chiudere. Era alto circa 40 metri, con l’asse maggiore di 155 metri e l’asse minore di 125. Nel V secolo, dopo la chiusura dell’Anfiteatro, le pietre furono riutilizzate per costruire le abitazioni e le fondamenta della Basilica di San Lorenzo. Adesso ci sono dei lavori in corso per trasformare il perimetro dell’Anfiteatro in un parco archeologico alberato.

Se tutto andrà bene, dovrebbe essere finito per il 2022.

 

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Henrik Stangerup – L’uomo che voleva essere colpevole

Un mondo utopico può trasformarsi in distopico? Una società nella quale non esiste più il concetto di colpa, e nella quale le parole vengono modificate e alterate in funzione del potere e di un’ideologia unica e metafisica a cui tutti, come automi, devono ubbidire senza il diritto di criticarla, può essere considerata una società migliore?

Il protagonista del libro Torben, scrittore, non può essere incolpato della morte della moglie, che lui ha ucciso con le sue stesse mani, perché il concetto di colpa non esiste più, è stato eliminato dal linguaggio ufficiale. Sono stati gli eventi, le condizioni psico-sociali, a portarlo all’esasperazione e quindi all’omicidio. Non basta ed è inutile che Torben cerchi in tutti i modi di farsi riconoscere come un assassino, come un violento e un reietto, no, per loro egli è semplicemente un uomo senza macchia e per confortare la loro tesi sono pronti a mentire e a modificare la dinamica degli eventi. Questa società utopica-distopica si trova in Danimarca, si trova in quella Scandinavia in cui tutto funziona e nella quale le differenze, di qualsiasi tipo, sono state annullate, rendendo le persone tutte uguali e con le stesse motivazioni e pensieri. Tutto sembra armonioso e la stessa lingua, purificata dai termini sgradevoli, abbraccia l’eufemismo come prova certa di progresso e giustizia. L’individuo è schiacciato e il libero arbitrio distrutto: come può esserci la scelta individuale se il concetto di colpa è stato abolito? Se qualsiasi cosa tu faccia verrà sempre giustificato e minimizzato, fino a sparire? Se l’individuo è diventato semplicemente un numero che ripete le stesse identiche azioni di altre milioni di persone?

L’individuo è morto, schiacciato e assorbito dalla massa uniforme e automatizzata. Come scrive Anthony Burgess nella postfazione, Torben vuole semplicemente essere un uomo.

 

Stangerup, Henrik, L’uomo che voleva essere colpevole, Milano, Iperborea, 2017, pp.176.

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Pier Luigi Vercesi – Fiume. L’avventura che cambiò l’Italia

Oggi ricorre il Centenario dell’impresa di Fiume da parte di Gabriele D’Annunzio. Questo libro dà una succinta ed esauriente descrizione di ciò che l’impresa di Fiume fu nel suo complesso. Fu una vera e propria avventura, che culminò nella avanzatissima e utopica, per i tempi e forse anche per oggi, Carta del Carnaro.

 

D’Annunzio a Fiume

 

Il Vate a Fiume è andatoIMG_8625

E dietro una banda s’è portato.

Conquista, pensa, e dice:

per il mar bisogna andare,

e la Dalmazia conquistare.

Fiume è una baraonda,

quasi esplode tra l’onda.

Democratici, soldati,

poeti e reazionari,

Tutti assieme a tramare.

Repubblica! Urlano i legionari.

No, Reggenza, risponde il Poeta:

è più facile da sopportare.

 

Vercesi, Pier Luigi, Fiume. L’avventura che cambiò l’Italia, Vicenza, Neri Pozza, 2017, pp. 158.

 

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Placido scorre il Naviglio

Placido scorre il Naviglio,

quasi a sfidare il dinamico e vitale impulso di Milano.

La sua flemma contrasta con il veloce scorrere del tempo che qui si comprime,

accorciando le giornate meneghine.

Qui abitava la Merini, dove ogni mattina si specchiava e nel popolare e malfamato

quartiere

non c’era anima viva di turista,

ma forse solo di contrabbandiere.

Questi erano i Navigli,

oggi persi nel lusso dei caffè e dei tavoli apparecchiati lungo le sue sponde,

pronti a divorare il malcapitato forestiero

in cerca di pace e refrigerio.

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Filosofia Libri Politica Società Storia

Hannah Arendt – La lingua materna

Hannah Arendt non si sentiva una filosofa, ma una teorica studiosa di politica. Invece  credo, come Günter Gaus che la intervistava in televisione, che lei fu una grande filosofa e studiosa di politica. La banalità del male e soprattutto Le origini del totalitarismo (oltre a Vita activa, ecc.) sono opere, seppur scomode a qualcuno per il contenuto, di una grande studiosa e filosofa.

Il libro contiene la conversazione televisiva rilasciata dalla Arendt a Günter Gaus nel 1964 e il suo intervento nella conferenza Concern with Politics in Recent European Philosophical Thought del 1954. I temi trattati dalla filosofa vanno dal nichilismo moderno europeo, in cui alcuni filosofi vedono le difficoltà del mondo attuale, alla rivoluzione, vista da alcuni come paragonabile alla vita eterna e di conseguenza chi la fa viene salvato; al disgusto verso l’esistenza, che può scomparire quando l’individuo, attraverso il proprio impegno, decida di divenire quello che sceglie di essere, all’emancipazione femminile, in cui la Arendt, andando contro corrente rispetto ai suoi tempi e ai nostri, diceva:

ho sempre pensato che esistano delle attività determinate che non si addicono alle donne, che non vanno bene per loro […] Che una donna dia degli ordini non mi sembra una cosa opportuna. Le donne devono evitare di trovarsi in tale posizione, se vogliono mantenere le loro qualità femminili. 

Degli intellettuali amici degli anni Trenta, al tempo della presa del potere da parte di Adolf Hitler, vivida restava in lei il ricordo della facilità con cui si allinearono al nuovo regime:

io vivevo in un ‘milieu’ di intellettuali, ma conoscevo anche altre persone, e potevo constatare che tra gli intellettuali allinearsi era la regola, mentre non avveniva in altri ambienti. E non l’ho mai dimenticato […] Mai più mi farò toccare dalle storie degli intellettuali! 

Il resto leggetelo voi.

 

Arendt, Hannah, La lingua materna, Udine-Milano, Mimesis, 2019, pp. 112.

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La Russia e l’Artico (o forse tra poco il Mar Glaciale Artico)

Nell’Artico, negli ultimi anni, a seguito dell’effetto serra e del surriscaldamento del pianeta (il pack si è ridotto dagli oltre 8 milioni di km quadrati del 1970 agli appena 3,4 milioni del 2012 e si prevede che tra non molto tempo il mare sarà completamente sgombro dai ghiacci), Putin sta rafforzando la presenza russa, dove già nel periodo sovietico era massiccia. Forte di 6000 km di coste nel Mar Glaciale Artico, e dalla mancanza di ghiacci degli ultimi anni, la Russia vuole farne un Mare Nostrum del Nord. Si stima che vi sia il 40% delle riserve combustibili fossili del mondo nell’area dell’Artico1; inoltre, dato da non sottovalutare, vi è un enorme deposito di proteine, sotto forma di banchi di pesce, ancora da sfruttare. Le intenzioni russe sull’Artico si sono viste platealmente nel 2007 con l’installazione, tramite un sommergibile telecomandato, di una bandiera di titanio sul fondo del mare nel punto esatto in cui converge il Polo Nord2. La Russia intende inoltre rivendicare la continuità della piattaforma continentale russa fino al Polo Nord, in cui sembra che vi sia il più grande giacimento di petrolio dell’Artico3. Se questo principio fosse confermato, la Russia non si limiterebbe allo sfruttamento economico esclusivo entro le proprie 200 miglia nautiche, come prevede il diritto del mare, ma si assicurerebbe dal punto di vista geopolitico l’80% delle riserve fossili artiche, inglobando un’area di 1,2 milioni di km quadrati in più4. Si aspetta, su tutta la questione Polo Nord, il pronunciamento dell’Onu che dovrebbe avvenire tra il 2023 e il 20255.

 

Gli Stati Uniti sembrano essere molto in ritardo rispetto alla questione Artico e alla spartizione delle sue risorse. Difatti posseggono solo tre (di cui due fuori uso) rompighiaccio nucleari, contro i quaranta russi, di cui dieci a propulsione nucleare, i sette della Finlandia e della Svezia6ciascuno, i sei del Canada, i quattro della Danimarca e i tre della Cina (con quattro in costruzione)7. L’ammiraglio Paul Zukunft, a capo della Guardia costiera della Marina militare americana, ha esposto a chiare lettere al presidente Trump che gli Stati Uniti hanno la necessità assoluta di costruire in breve tempo almeno quattro rompighiaccio nucleari in grado di combattere8. Nel frattempo, nonostante questo ritardo, gli Usa hanno dislocato 330 marines in Norvegia, 1200 in Polonia e altri 1200 nei Paesi Baltici. Anche la Germania è presente in Lituania con 500 soldati e 30 tanks9.

 

Insomma, non solo l’effetto serra sta surriscaldando l’aria e i mari dell’Artico, ma anche la situazione politica ed economica, dove gli Stati si scontrano per spartirsi le risorse petrolifere e ittiche, comincia ogni giorno di più a farsi incandescente e pericolosa. Tutti i Paesi in campo si armano e si spiano a vicenda in ogni modo possibile. Per la Russia l’Artico rappresenta il presente e potrebbe rappresentare in futuro una rinascita spirituale e geopolitica, per riprendere il pensiero di Alexander Dugin10. Forse in un futuro non troppo lontano, come prospettato da alcuni accademici russi11, il Mar Glaciale Artico si chiamerà Mar Glaciale Russo.

 

 

Note

1Marzio G. Mian, Artico. La battaglia per il Grande Nord, Vicenza, Neri Pozza, 2018, p. 106.

2Ivi, pp. 102-103. È da notare il commento del ministro degli Esteri canadese Peter MacKay, che commentò l’episodio così: “Questo non è il quindicesimo secolo, non funziona più che vai in giro per il mondo, pianti una bandiera e dici ‘è roba mia’”.

3Ibidem.

4Ivi, p. 106. L’Artico è l’area del pianeta che cresce più velocemente, l’11 % all’anno, in un’area abitata solo da quattro milioni di abitanti. Quindi anche per questo motivo il Canada e la Danimarca hanno presentato i propri dossier all’Onu, basati su studi geologici indipendenti. Cfr lo stesso autore a p. 179.

5Ivi, p. 179.

6Magnus Christiansson, “La Svezia ha paura della Russia ma non entra nella Nato”, Limes, La febbre dell’Artico, gennaio 2019, pp. 239-245. L’autore spiega molto bene l’equilibrismo politico che la Svezia, nonostante la crescente paura verso la Russia, deve sostenere nel cosiddetto equilibrio nordico. Da una parte vorrebbe avvicinarsi alla Nato, di cui non fa parte, ma dall’altra non vorrebbe provocare la reazione imprevedibile della Russia.

7Mian, p. 104.

8Ivi, pp. 105-106.

9Ibidem. Cfr. anche In risposta, ma forse anche prima – visto che già nel 2008 il presidente russo Medvedev aveva spostato alcune testate nucleari a Kaliningrad – i militari russi hanno spostato 400 missili nucleari Iskander a medio raggio nella regione di Kaliningrad (enclave russa incuneata tra la Polonia e la Lituania, ex Prussia Orientale. Territorio strappato alla Germania dopo la Seconda guerra mondiale).

10Aleksandr Sergunin, “Le anime artiche della Russia”, Limes, La febbre dell’Artico, gennaio 2019, pp. 123-131.

11Mian, p.119. L’idea è di Nikolaj Pavluk, direttore dell’Istituto nazionale russo di Valutazione dell’Università di Mosca. La tesi è stata sposata anche da altri accademici e dallo stesso Putin.