Sergio del Molino – La Spagna vuota

Leggere questo libro è stata un’immersione in scoperte e sorprese continue, perché in Italia non ci sono molti libri sulla situazione politica, sociale e demografica della Spagna. Bisogna riconoscere che si pubblica poca letteratura e pochi saggi su questo Paese in Italia. Negli ultimi anni si è parlato molto della questione catalana e negli anni scorsi il terrorismo basco era al centro dell’attenzione mediatica. Quando la Spagna è al centro dell’attenzione è quasi sempre per motivi di secessionismo più o meno violento da parte di regioni con forti identità storiche e linguistiche. La nostra attenzione è quasi sempre rivolta alla Germania, alla Francia e alla Gran Bretagna, per quanto riguarda l’Europa. La Spagna è relegata ai margini del nostro interesse politico ed economico. Se ne parla, certamente, ma quando andiamo a visitarla, per turismo. Ecco, questo saggio che è una via di mezzo tra antropologia e storia, tra demografia e geografia, tra letteratura e poesia, colma questo vuoto. È un libro notevole per la mole di informazioni, per la profondità di sguardo e la capacità di raccontare dei fatti, anche dolorosi, come le iniziative prese sotto la dittatura di Franco, senza mai scadere in un linguaggio farcito di odio e rivendicazioni arrabbiate, ma con la consapevolezza che raccontare dei fatti implica mettere insieme una serie di azioni che varie generazioni di uomini hanno aiutato a modellare e incidere.

Tra le molte cose, quella che mi ha colpito di più, è il collegamento diretto che l’autore fa tra l’ideologia del movimento carlista, nato nella prima metà dell’Ottocento, a seguito degli intrighi di corte scaturiti quando il re Ferdinando VII di Borbone fece regina sua figlia Isabella a discapito del fratello minore Carlos, che sarebbe stato il pretendente secondo la Lex Salica, e i movimenti secessionisti nati nei Paesi Baschi e in Catalogna alla fine dell’Ottocento. Cosa c’entravano degli ultraconservatori, difensori del cattolicesimo, anti illuministi, che disprezzavano le città e il liberalismo con la nascita del secessionismo moderno? Semplicemente questo, e qui c’è il fulcro del libro a mio avviso, il disprezzo dei cittadini spagnoli delle grandi città come Madrid, Barcellona e Bilbao, verso i provinciali, verso i paesi dell’entroterra, poveri e abitati da ignoranti e bifolchi, isolati e malati cronici, che nonostante tutto, seppur attenuato, perdura ancora oggi. Il movimento carlista difendeva invece la vita contadina, la religiosità delle persone semplici e per avvicinarsi ad essi, già alla fine dell’Ottocento, iniziò a stampare dei giornali nelle varie lingue locali e i preti presero a dire messa nelle stesse lingue, per farsi capire dalle persone che non parlavano il castigliano. Così, secondo l’autore, ha preso piede il nazionalismo in Spagna (per nazionalismo in Spagna s’intende il secessionismo catalano, basco e galiziano). La cosa interessante è il perdurare dell’ideologia carlista in Spagna durante tutto il Novecento, infatti ha avuto un forte ruolo nell’appoggiare Franco durante la guerra civile spagnola e anche dopo la sua presa del potere ne ha influenzato le scelte e le politiche. Ancora oggi il movimento carlista non è del tutto scomparso e rende la Spagna da questo punto di vista un unicum nel continente europeo.

Quindi la dualità e contrapposizione tra città e campagna, presente in tutti gli Stati europei, in Spagna assume un contorno molto più marcato e divisorio e affonda le sue radici all’epoca della reconquista contro gli arabi. Nella meseta madrilena, in Castiglia, si possono percorrere anche cinquanta chilometri senza incontrare un paese, in un ambiente brullo e spopolato. La Spagna interna muore lentamente e il problema non è di certo recente. Fin dall’Ottocento le masse di contadini si spostano dalle campagne alle grandi città, soprattutto Madrid e Barcellona, e dopo il 1950 il problema si fa più pressante e drammatico. Interi villaggi si spopolano e in altri restano solo anziani e persone troppo povere per spostarsi. Il Grande Trauma ha coinvolto e coinvolge milioni di spagnoli sradicati dalle loro terre d’origine e immersi in una realtà da cui spesso si sentivano respinti, andando a gonfiare a dismisura le periferie di Madrid e Barcellona. Nella Spagna vuota, cioè in quella macro regione che Molina individua nelle regioni (comarche) di Extremadura, Castiglia-La Mancia, Aragona e Castiglia-Leon, si possono contare paesi con tre soli abitanti e altri completamenti spopolati. Un deserto nel cuore della Spagna. I soldi dell’Unione Europea hanno in parte migliorato la situazione di alcune realtà, soprattutto di quelle realtà legate al turismo, ma il documentario del 1932 di Luis Buñuel, chiamato Tierra sin pan (Las Hurdes), è ancora lì a testimoniare l’estrema povertà e l’isolamento dei villaggi interni di un’epoca ancora viva e non del tutto superata. Non siamo ancora in grado di dire se la Spagna vincerà la lunga battaglia contro la tierra sin pan, ma sicuramente, almeno in alcuni comuni e con alcune persone battagliere, ci stanno provando.

 

Molino, Sergio del, La Spagna vuota, Palermo, Sellerio, 2019, pp. 393.

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