Francesco De Leo – L’ultimo scià d’Iran

Questo libro è incentrato sulla figura dell’ultimo scià d’Iran Muhammad Reza Pahlavi. Il primo capitolo è un’intervista immaginaria allo stesso scià, ma riprendendo le sue risposte rigorosamente dalle sue memorie e dai suoi vari scritti, lasciati nel corso della sua vita. Gli altri capitoli sono interviste a persone iraniane che hanno dovuto lasciare l’Iran dopo la presa al potere del clero sciita nel 1979, a storici iraniani e israeliani, architetti, musicisti, professori, ambasciatori italiani degli ultimi anni di potere dello scià e infine all’imperatrice, in esilio in Francia, Fahar Diba Pahlavi, moglie di Muhammad Reza.

Il libro dà voce agli ammiratori dello scià, alle sue ragioni politiche e umane, ai suoi successi in economia e politica, come la Rivoluzione Bianca avviata nel 1963, che ha dato modo a milioni di iraniani di uscire dalla povertà – costituendo una pur debole classe media – e a milioni di donne di partecipare attivamente alla vita politica, e a tutti coloro che ne rimpiangono la figura rispetto all’odiato governo attuale dei religiosi sciiti. Si evince che una parte degli iraniani rimpiange lo scià, come è stato anche constatato durante le proteste avvenute nel 2017 e in cui per la prima volta si è inneggiato apertamente alla sua figura, con cori e scritte sui muri. Una parte molto colta e appartenente soprattutto al ceto medio-alto disprezza l’attuale repubblica islamica, considerata retrograda e plebea, di sentimenti più arabi che iraniani di origine indoeuropea. Ricchi che nelle loro sontuose case di Teheran fanno (ma di nascosto) quello che facevano liberamente sotto l’ultimo scià Muhammad Reza, che ha governato l’Iran dal 1941 al 1979. Ricchi stufi di doversi nascondere dal potere e stanchi di non avere piena libertà sulla propria vita morale. Così come ci sono donne e ragazze stanche di doversi coprire il capo con il velo e non essere libere di scegliere. L’Iran odierno forse si trova a un capolinea, perché milioni di iraniani sono connessi a internet e ai vari social network,  conoscono il mondo circostante, subiscono influenze molto forti dal cosiddetto mondo occidentale, sono mediamente molto istruiti, vogliono un’apertura maggiore da parte della politica e vogliono che le loro istanze di libertà siano ascoltate e prese in considerazione. Molti iraniani stanno riscoprendo le proprie origini pre-islamiche, come la religione zoroastriana e le antiche casate regnanti, in una società ancora fortemente religiosa nel suo complesso. E proprio quest’ultimo dato fu fatale all’ultimo scià, perché si preoccupò troppo di combattere i comunisti interni e lasciò gli imam predicare parole di odio contro di lui nelle moschee, in quanto erroneamente considerati meno pericolosi e tutto sommato controllabili. Per assurdo si potrebbe dire che le nuove sanzioni (2018) di Donald Trump contro l’Iran stiano rafforzando l’attuale governo teocratico, in quanto il nazionalismo è molto forte in questo popolo. Molti iraniani, per difendersi contro le sanzioni ritenute ingiuste e che colpiscono quasi esclusivamente il ceto medio-basso della popolazione, sono pronti a fare quadrato intorno al governo attuale pur non condividendone necessariamente  i precetti e le politiche.

Lo scià Muhammad Reza a suo tempo accusò i servizi segreti inglesi e nel suo complesso soprattutto la Gran Bretagna di avere appoggiato l’Ayatollah Khomeini contro di lui, in quanto lo scià entrò in rotta di collusione con l’Occidente quando prese la decisione, assieme all’Opec (1973), di aumentare il prezzo del barile di petrolio da 5 a 11 dollari circa. Tutto vero, perché la BBC di lingua persiana fece una propaganda molto forte a sostegno di Khomeini e anche il presidente degli Stati Uniti Jimmy Carter cominciò a parlare di diritti umani calpestati. Ma oggi succede la stessa cosa contro il governo attuale. Allora vennero sbandierati i diritti umani contro lo scià perché ritenuto colpevole di migliaia di persone torturate e uccise (ma sembra che i numeri fossero stati gonfiati a dismisura) e oggi avviene lo stesso contro il governo teocratico al potere. I diritti umani, i diritti dei migranti, i diritti gay, ecc., vengono sovente sbandierati come clave per colpire il Paese di turno riottoso e poco malleabile agli interessi internazionali delle grandi potenze e delle grandi multinazionali. Lo scià alzò troppo il capo e il suo desiderio di divenire il Paese di riferimento geopolitico dell’intero Medio Oriente venne ostacolato e infine troncato.

Di sicuro bisogna capire che chiunque voglia governare l’Iran deve trovare il giusto equilibrio tra la religiosità molto diffusa del popolo e le giuste istanze di libertà di una parte della popolazione. L’Iran non è un Paese arabo ma non è nemmeno un Paese interamente accostabile all’Europa occidentale. È un Paese di mezzo, come può esserlo la Russia tra l’Asia e l’Europa, e in quanto tale vanno rispettate le varie sensibilità che si incistano e convivono in un Paese così ricco e variegato di storia e civiltà.

Concludendo voglio esprimere una critica al libro. In tutto il libro si cita la situazione economica e politica disastrosa dell’Iran, che certamente è vero, però non si fa mai menzione delle sanzioni che da quarant’anni colpiscono questo Paese. Non si fa mai menzione dell’accanimento politico ed economico che ha dovuto e continua a subire l’Iran. Questo mi sembra scorretto e penso che l’autore avesse potuto almeno una volta ricordarlo ai propri interlocutori, imperatrice compresa.

 

De Leo, Francesco, L’ultimo scià d’Iran, Milano, Guerini e Associati, 2019, pp. 223.

 

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