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Il senso dei luoghi

Sono stanco di decantare monumenti e bellezze nobiliari,

ora rivolgo il mio sguardo a decrepite case un tempo abitate e oggi abbandonate. Il senso dei luoghi anche qui trova il suo ristoro e le sue memorie perdute, forse di povera gente, chi mai le racconterà?

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Enrico Mattei – Il complesso di inferiorità

Ce ne fossero oggi di Enrico Mattei in Italia. Un uomo che ha pagato con la vita l’indipendenza energetica dell’Italia contro le 7 sorelle, come lo stesso Mattei ebbe a chiamare il cartello petrolifero di stampo anglo-americano. Osò dove altri volevano demolire, sfidò dove altri volevano abbassare il capo, combatté contro i pregiudizi negativi e anche positivi sugli italiani (“noi siamo degli italiani che non sanno cantare”, come disse una volta a degli stranieri offesi e increduli che volevano costringere il suo gruppo a cantare).

Nel 1961 a San Donato Milanese disse: “[…] perché la cosa più importante per un paese, e cioè l’indipendenza politica, non ha valore, non ha peso, se non c’è l’indipendenza economica.” Oggi probabilmente sarebbe accusato di “sovranismo”. Questo è il paradosso che viviamo oggi in Italia. Dobbiamo sempre a Enrico Mattei e all’ENI se l’Italia ha tuttora dei rapporti buonissimi con molti Stati arabi e con l’Iran (che non è un Paese arabo, come molti pensano). Infatti fu lui a stabilire la formula dell’associazione al cinquanta per cento con i Paesi produttori di petrolio, mentre le altre compagnie petrolifere anglo-americane davano al massimo il venticinque per cento. Cinquanta per cento nei consigli di amministrazione, nella distribuzione degli incarichi tecnici e naturalmente negli introiti.

Rileggere le sue dichiarazioni e i suoi interventi oggi sono un toccasana rispetto alle piccole baruffe idiote del presente italiano (basti pensare alle polemiche sul fascismo a 74 anni dalla fine del regime). Enrico Mattei aveva una visione a lungo termine, un sogno che non si estinse con la sua morte, ma che prosegue ancora oggi con l’ENI, nonostante gli interventi statali per spezzettarla e demolirla. Visione, esattamente quella che manca oggi alla nostra politica e società. A Bascapè, nel 1962, Enrico Mattei fu ucciso, ma la sua opera e i suoi valori sono ancora vivi e presenti tra noi.

Mattei, Enrico, Il complesso di inferiorità, s.l., Comunità Editrice, 2018, pp. 55.

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Politica Società Storia

Due parole su “Mussolini ha fatto anche cose buone” di Francesco Filippi

Cosa dire di questo libro? È un libro politico e assolutamente di parte che con la Storia, quella seria e documentata, ha poco da spartire. Francesco Filippi dice in sostanza, nel migliore dei casi, che il fascismo e Mussolini non hanno fatto altro che copiare e riprendere cose iniziate da altri, come se questo di per sé fosse un demerito. Ma iniziamo a scandagliare alcuni aspetti del libro in questione.

Le pensioni? Inventate dal governo Crispi nel 1895. Sì, ma Filippi si dimentica di scrivere che il fascismo le ampliò e le estese a tutti, che introdusse gli assegni familiari per ogni figlio che nasceva, che abbassò l’età pensionabile a 60 anni per gli uomini e a 55 per le donne (mentre prima era a 65 anni per entrambi) e che venne istituita la pensione di reversibilità; che fondò le colonie per i bambini e grazie a questo, e alla successiva costruzione di colonie, la riviera romagnola, e non solo, ebbe un grande e rafforzato impulso turistico (basti farsi un giro per la riviera romagnola per constatare le decine di edifici colonici abbandonati del Ventennio).

Filippi poi critica gli assunti all’INFPS (8000 nel 1941), che secondo lo storico furono un bacino di consenso per il regime. Non mi pare che 8000 persone potessero spostare alcunché allora e nonostante tutto nemmeno oggi, visto che tolta la F oggigiorno il sistema previdenziale si chiama INPS e ha la bellezza di 25000 dipendenti (che compongono lo zoccolo duro degli iscritti alla CGIL, tanto per restare in tema di privilegiati e di consenso). Il libro prosegue con il constatare che il diritto di sciopero fu vietato con l’articolo 18 della legge 563 del 3 aprile 1926. In sintesi termina il capitolo scrivendo che l’azione del governo in ambito previdenziale ebbe sempre un intento politico. Mi chiedo: quale altro intento avrebbe dovuto avere? Quale governo, di qualsiasi colore e latitudine, non persegue un intento politico?

Che dire delle bonifiche delle paludi? Anche qui le prime bonifiche iniziarono nel 1878 e proseguirono anche dopo, fino ad arrivare al 1905 e all’approvazione della legislazione speciale per le zone malariche. Quindi, secondo lo storico, anche qui Benito Mussolini non iniziò nulla di propria mano. Per farla breve, Filippi scrive che degli otto milioni di ettari che il fascismo si era imposto di bonificare in realtà ne furono bonificati solo cinquecento mila, poco più del 6%. Insomma, fu un fiasco su tutta la linea. Passando a parlare della malaria lo storico dice che nel 1939 il numero dei malati diminuì fino a toccare 55.000 malati, rispetto ai 222.171 del 1934 e l’effetto positivo fu dovuto, sostanzialmente, alla diminuzione delle zone malariche. Insomma, una contraddizione in termini. Prima scrive che il fascismo bonificò solo il 6% delle terre e poi che il numero dei malati di malaria crollò in seguito alla diminuzione delle terre bonificate. Chi ha letto Canale Mussolini di Antonio Pennacchi sa che fu proprio il fascismo a dare le terre ai contadini veneti ed emiliani, che il regime portò nell’Agro Pontino appena bonificato. Fece quello che la sinistra sempre promise ai contadini. E fu proprio il fascismo a estinguere quasi del tutto la malaria dall’Italia. Lo storico, invece, scrive che la malaria retrocedette grazie alla profilassi. E la profilassi chi la fece? Il governo liberale inglese? O forse quello francese? Passiamo oltre.

Il libro prosegue parlando di case date agli italiani, del duce della legalità, della presunta guerra vinta contro la mafia, delle donne, dell’economia sotto il fascismo, ecc. Per criticare e inficiare negativamente tutto l’operato di Mussolini Filippi cita spesso il Diario di Galeazzo Ciano, che in una recente biografia chiamata appunto Ciano, lo storico Eugenio Di Rienzo critica fortemente definendolo del tutto inattendibile, in quanto Ciano, in previsione di un probabile crollo del regime, modificò fino all’ultimo il proprio Diario per dare di sé un’immagine pulita e immacolata, falsificando la verità storica e scaricando la responsabilità di tutte le malefatte sul suocero Mussolini. Insomma, il Diario di Ciano è del tutto inattendibile.

La cosa che lascia esterrefatti di questo lavoro è la partigianeria totale che in uno storico serio e preparato, alla ricerca della verità, certo non dovrebbe esserci. Lo posso capire da parte di un politico, ma non di uno storico degno di questo nome. Nel libro non si fa minimamente menzione della fondazione dell’Enciclopedia Treccani (1925), che diede per la prima volta all’Italia un’enciclopedia nazionale. Così come non si menziona l’AGIP (1926), che ripresa nel dopoguerra da Enrico Mattei diventerà l’ENI. È interessante sapere che Mattei, ex partigiano e democristiano, fu mandato a liquidare l’AGIP e lui invece di liquidarla la salvò e rafforzò e per giunta tenne le stesse persone a lavorarci, ben consapevole che erano rimasti dei fascisti. Perché lo fece? Perché Mattei capii che erano persone che amavano l’Italia e che ci tenevano all’onore e al prestigio della propria nazione. Erano persone da cui ripartire per costruire qualcosa di forte e duraturo. Sempre il fascismo ebbe il più grande filosofo italiano del Novecento, cioè Giovanni Gentile e il più grande gruppo di fisici della nostra storia, capeggiati da Enrico Fermi (certo scappò negli USA nel 1938 per mettere al sicuro la moglie di origini ebraiche, in seguito all’approvazione delle leggi razziali). Qui non si vogliono nascondere le nefandezze e i crimini commessi dal regime fascista e da Benito Mussolini, però non si vuole nemmeno mandare al macero ventitré anni della nostra storia bollandola in toto come criminale e ogni azione del governo di quel periodo come sconsiderata e in malafede. Ammettere che il fascismo ha fatto delle cose positive per la nostra nazione non significa essere fascisti o ciechi di fronte ai lati oscuri dello stesso regime, ma significa semplicemente non disperdere e non cancellare ciò che di buono è stato fatto e conservarlo anche per le generazioni contemporanee e future. Qualsiasi azione umana produce effetti negativi e positivi (lo vediamo molto bene oggi con la democrazia) ed è giusto e corretto criticare gli aspetti negativi conservando e ampliando quelli positivi.

Tutto questo parlare di fascismo degli ultimi mesi, con una profusione di testi anti fascisti pubblicati, sembra una grande manovra di distrazione di massa, un falso problema tirato fuori ad arte per non farci ragionare sui problemi enormi e concreti della nostra società. Ed è anche il classico modo con cui gli antifascisti militanti (gli antifascisti fascisti di Pasolini) cercano di denigrare, riducendoli al silenzio, tutti coloro che hanno un’idea diversa dalla loro in fatto di immigrazione, diritti omosessuali, visione della società, ecc.

Per concludere, abbiamo avuto per cinquant’anni in Parlamento gli esponenti diretti del fascismo (cioè l’MSI) eppure questa isteria intellettualoide non c’era. Oggi, che di fascisti in Parlamento non ce n’è nemmeno uno, ci bombardano mediaticamente ogni giorno con il pericolo imminente di una presa del potere da parte di fantomatici fascisti, che vanno ridotti al silenzio con le buone o con le cattive. Ecco, questo per me è vero e proprio fascismo: cioè mettere a tacere chiunque osi contestare la vulgata imposta dall’alto da politici e intellettuali legati a doppio filo con i grandi potentati economici che governano il mondo. Mi sembra che questo libro vada in quella direzione.