Le origini storiche della geopolitica russa

 L’inizio della diatriba: occidentalisti e slavofili

              Fin dall’inizio dell’Ottocento, in Russia nacque una divisione interna fra gli intellettuali. Da una parte vi erano gli occidentalisti, cappeggiati dal filosofo Pëtr J. Čaadaev e dall’altra gli slavofili, guidati dalle idee del filosofo e letterato Ivan V. Kireeskij. Anche all’interno del movimento decabrista, che nel 1825 cercò di rovesciare lo zar, vi era un gruppo di slavofili chiamati Società degli slavi uniti1. Questa divisione, in seno alla società russa, condizionerà fino ai nostri giorni i rapporti con l’Occidente. Čaadaev pensava che la Russia dovesse seguire le orme dell’Occidente, liberandosi dei retaggi asiatici della propria cultura. Nelle sue Lettere sulla filosofia della storia, pubblicate nel 1836 e di chiara derivazione hegeliana2, propose di proseguire le riforme di Pietro il Grande e di aderire al cattolicesimo. In alcune carte, ritrovate da Geršenzon, molto eloquenti a proposito, possiamo leggere questa quartina:

 

Come è dolce odiare la patria

e con ansia attenderne l’annientamento!

E nella distruzione della patria

Scorgere l’alba della resurrezione universale!3

 

Čaadaev pose delle domande che ancora oggi fanno riflettere i pensatori russi: qual è il rapporto della Russia con la cultura occidentale? Qual è il suo posto nella storia universale? Ha senso il destino della Russia4? La censura russa vietò alcune sue lettere e cercò di screditarlo in tutti i modi, fino a dichiararlo pazzo5, ma lui non si piegò e per risposta pubblicò l’Apologia di un folle. In questo libro spiegò che tutte le disgrazie della Russia derivano dall’aver accolto il cristianesimo dalla miserabile Bisanzio6, invece del vero nucleo della cristianità, cioè della Chiesa di Roma. Quindi la Russia si trovò ai margini della Storia e delle correnti filosofiche e artistiche sviluppatesi in Europa Occidentale.

Le domande e le provocazioni di Čaadaev non caddero nel vuoto, ma anzi provocarono subito un dibattito e una risposta da parte degli slavofili. Quest’ultimi, infatti, assegnarono alla Russia il compito di salvare il mondo cristiano, ovviamente ortodosso, dalla decadenza e dal materialismo occidentale. Si sforzarono, in completa antitesi rispetto a Čaadaev, di recuperare la riflessione teologica e filosofica dell’Oriente Cristiano, esprimendo delle forti critiche verso la borghesia europea7.

Gli slavofili misero in risalto la specificità della storia e della cultura russa, contrapponendola a quella europea. Queste idee furono spiegate bene in Del carattere della civiltà europea e del suo rapporto con la civiltà russa di Ivan Kireevskij, pubblicato nel 1852. Il pensiero di Kireevskij è ben restituito da queste parole di Aldo Ferrari:

 

…il carattere razionalista ed individualista della civiltà europea, (è) determinato a suo giudizio dall’intersecarsi in essa dei principi latini e germanici. Il suo punto di partenza era la critica delle confessioni cristiane occidentali, del cattolicesimo (“unità senza libertà”) e del protestantesimo (“libertà senza unità”). L’armonia di libertà e unità, perdutasi in Occidente, è invece ancora viva nella Chiesa ortodossa, rimasta fedele alla tradizione cristiana dei primi secoli […]8.

 

Insomma, l’Occidente romano-germanico non può in nessun modo portare la fiaccola del cristianesimo, per come i russi l’intendevano. Era troppo corrotto, l’Occidente, troppo individualista ed egoista, preoccupato soprattutto degli aspetti economici per curarsi di quelli spirituali.

 

 L’idea di Eurasia

              Negli anni Venti del Novecento, tra gli studiosi russi espatriati all’estero, nacque il movimento denominato eurasismo. I suoi due massimi esponenti, almeno iniziali, furono il linguista Nikolaj Trubeckoj e il geografo Pëtr Savickij. Tra il 1921 e il 1923 vennero pubblicati tre volumi miscellanei Esodo verso Oriente, Sulla via e La Russia e la latinità,in cui si affermava l’esistenza di una civiltà russa distinta da Europa e Asia e in cui si rivendicava l’appartenenza al cristianesimo ortodosso, oltre a una condanna abbastanza netta contro il comunismo che dominava in Russia9.

Il concetto di Eurasia superò il concetto di Russia europea e Russia asiatica, divisa geograficamente dagli Urali, e mise l’accento sul fatto che lo Stato russo fosse bicontinentale e in tempi passati anche tricontinentale, quando l’Alaska apparteneva alla Russia10. Quindi alla base fu posta la geografia e da qui partirono altre ramificazioni che sfociarono nella geocultura e nella affermazione che la Russia fosse una cultura particolare, contrapposta all’Europa che pretendeva di essere universale. Nel libro L’Europa e l’umanità (Evropa i čelovečestvo) Trubesckoj teorizzò che le civiltà non potessero essere divise tra civiltà superiori e inferiori, ma che bisognasse invece eliminare ogni visione eurocentrica e stabilire dei rapporti di compresenza paritaria tra civiltà diverse11.

Degli slavofili rifiutarono la fiducia nella slavità, ponendo i russi tra i popoli turanici, cioè tra gli uralo-altaici. Savickij rimarcò che i popoli slavi come i polacchi e i cechi non potessero essere inclusi tra i popoli affini ai russi, nonostante la stessa origine slava, perché culturalmente appartenevano alla cultura europeo-occidentale. Infatti, scrisse: l’originalità storica della Russia non può essere determinata non dico esclusivamente, ma neppure in modo preminente dalla sua appartenenza al mondo slavo12.

Lo storico Georgij Vernadskij, un altro importante esponente della corrente eurasista, sottolineò la diversità etnico culturale tra la vecchia Rus’ di Kiev e l’Eurasia contemporanea:

 

l’Eurasia attuale, da un punto di vista etnico, è una convivenza di varie popolazioni: russa, mongolica, turca, finnica, mancese e molte altre dotate di un ruolo minore. Gli elementi etnici principali dell’Eurasia sono attualmente quello russo, da una parte, e quello mongolo-turco, dall’altra13.

 

Anche l’apporto mongolo sulla cultura russa fu rivalutato e valorizzato. Nei loro scritti, gli eurasisti non parlarono più del giogo tataro-mongolico in termini negativi e il periodo in cui la Russia fu soggiogata all’Orda d’Oro (dalla prima metà del XIII secolo e fino alla fine del XV secolo) venne rivalutato sia dal punto di vista storico che statuale. La Russia fu addirittura additata come erede di Gengis Khan14.

Nel 1929 -nel movimento eurasista- avvenne uno scisma, con la conseguente divisione tra eurasisti di sinistra e eurasisti di destra. Questo si verificò in Francia tra gli espatriati del movimento.

Si può affermare che questo fu l’inizio della fine per il movimento, in quanto esso si sfaldò e non trovò più la sua unità ideologica e culturale di riferimento.

 

Lev Gumilëv e l’eurasismo sovietico

Lev Nikolaevic Gumilëv nacque vicino a Mosca nel 1912, figlio di due poeti, Nikolaj Gumilëv e Anna Achmatova. Durante il periodo staliniano fu più volte internato e visse molti anni nei gulag. Nonostante ciò, riuscì a studiare e nel 1949 ottenne il dottorato in Studi Orientali. Scrisse molti libri incentrati sui rapporti tra la Russia e i popoli asiatici, soprattutto nomadi. Morì nel 1992 a San Pietroburgo.

Con la figura di Gumilëv ritornò in auge l’idea di Eurasia. Riprendendo i lavori di Trubeckoj e di altri eurasisti degli anni Venti, Gumilëv formulò l’idea di una affinità tra russi e popoli turchi in quanto popoli giovani, vitalie passionali15. Quindi questi popoli erano in grado, secondo Gumilëv, di superare la confusione e le trasformazioni storiche grazie al loro impulso creativo. Il suo sguardo rivalutò soprattutto i popoli orientali e nomadi dell’Asia, con cui storicamente i russi entrarono in contatto e arrivò a paragonare la Russia al mitico regno del Prete Gianni, cioè a quel regno ai confini del mondo da cui gli europei speravano di essere aiutati contro l’incombenza del pericolo musulmano16. Anche il giogo mongolo non fu poi così pesante, ma rientrò semplicemente in una normale dialettica di potere. Si chiede Gumilëv, cosa avrebbero fatto gli occidentali se avessero conquistato la Russia? È sotto gli occhi di tutti, prosegue Gumilëv, il trattamento che fu riservato alla Russia all’epoca dei cavalieri teutonici, poi dei polacchi, degli svedesi e infine dei francesi di Napoleone e dei tedeschi di Hitler. La Russia, se vuole sopravvivere, deve mantenere la sua specificità:

 

L’esperienza storica mostra che sinché ogni popolo ha conservato il diritto a restare se stesso, l’Eurasia unita ha resistito agli assalti dell’Europa occidentale, della Cina e dei mussulmani. Purtroppo nel XX secolo abbiamo rinunciato a questa ragionevole e tradizionale politica del nostro paese,iniziando a farci guidare dai principi europei e cercando di rendere tutti uniformi. Ma chi vuole assomigliare ad un altro17?

 

 

Nel 1960 pubblicò Gli Xiongnu (in russo Chunnu. Sredinaja Azija v drevnie vremena), che in Italia, secondo Dario Citati, venne erroneamente tradotto, forse per questioni commerciali, in Gli Unni: Un impero di nomadi antagonisti dell’antica Cina (Einaudi, 1972)18. Il popolo degli Xiongnu difatti non erano gli Unni, ma molto probabilmente i progenitori di quest’ultimi. Gli Unni comparvero nel IV secolo d.C., mentre gli Xiongnu comparvero nelle prime attestazioni cinesi già nel III secolo a.C.19. Si scrive questo perché le popolazioni mongole e turche ebbero un’importanza centrale nel pensiero degli eurasisti sovietici.

In questo libro, Gumilëv descrisse molto bene l’evolversi dei popoli nomadi della steppa, e in particolare degli Xiongnu, nello spazio geografico dell’Eurasia e del loro grande adattamento all’ambiente circostante. Per scrivere questo libro, Gumilëv fece un grande ricorso ai ritrovamenti archeologici, visto che le uniche scarne informazioni poteva ricavarle da testi cinesi, in cui senza troppi giri di parole, i popoli della steppa, venivano definiti barbari20.

Gumilëv cercò di uscire da questa mentalità sinocentrica per dare una visione più equilibrata degli Xiongnu21. Essi costituirono un impero molto vasto a nord della Cina, che comprese all’epoca del sovrano Xiongnu Shanyu Modun (III-II secolo a. C.) l’odierna Mongolia, parti dell’Asia centrale e parti della Russia siberiana22. Questo libro di Gumilëv fu molto importante perché aprì una finestra molto ampia su popoli fino ad allora bistrattati23e permise agli studiosi che vennero dopo di lui di seguire quelle orme ormai ben visibili e conosciute. Lo studioso russo proseguì il suo lavoro sui Popoli della steppa con altri due volumi.

Qui a noi non interessa spiegare l’intero pensiero di Gumilëv, ma fare intendere che la rivalutazione dei popoli della steppa fu in realtà una rivalutazione della storia e della civiltà russa in chiave anti-occidentale, da un lato, e anti-cinese, dall’altro. E questo ebbe, e ha tuttora, un’importanza geopolitica enorme, perché condiziona in parte ancora oggi la politica estera russa. Il pensiero di Gumilëv fu poi ripreso da Alexander Dugin (di cui parleremo brevemente dopo), dal segretario del Partito Comunista Russo, Gennady Zjuganov24e non da ultimo dallo stesso Vladimir Putin.

 

Il neo-eurasismo: Alexander Dugin

              Aleksandr Gel’evič Dugin, filosofo e politologo, nacque a Mosca nel 1962. Diventò l’esponente più importante della nuova corrente eurasista, denominata neo-eurasismo. All’inizio degli anni Novanta, in cui la Russia viveva un periodo di forte crisi politico-economica e in cui il ricordo della potenza dell’Unione Sovietica era fortissimo, apparvero nuovi partiti politici di opposizione a El’cin e nuove idee geopolitiche. Uno dei partiti di opposizione più importanti fu il Fronte di Salvezza Nazionale, nato nel 1993 e di tendenza nazional-comunista, in cui confluirono idee eurasiste25. Vi aderì anche lo scrittore Aleksandr Prochanov, direttore di Den, un settimanale politico di spalla al partito, nel quale venivano sovente pubblicati scritti dedicati al neo-eurasismo26. Queste idee, pur partendo dalle basi storico-culturali degli eurasisti degli anni Venti-Trenta, vi si discostavano su molti punti. Qui il neo-eurasismo rientrò in un quadro ideologico nel quale ripensare la continuità imperiale della Russia, senza accantonare il periodo comunista e nel contempo aprendosi a nuove idee e ispirazioni provenienti dall’Occidente, soprattutto dalla destra radicale, come il francese Alain de Benoist27. Tra i membri della redazione del settimanale Den vi era proprio Dugin.

Dugin fondò, nel 1992, la rivista Elementy,distaccandosi in modo più marcato dagli eurasisti degli anni Venti-Trenta e riprendendo connotati geopolitici e culturali della geopolitica classica. Scritti di autori come Karl Haushofer, importante geopolitico tedesco, Carl Schmitt, filosofo e studioso di diritto, Ernest Jünger, scrittore ed entomologo e Halford John Mackinder, importante geopolitico inglese, e di altri furono ripresi a piene mani, così come non mancarono apporti della destra radicale europea, come più sopra ricordato28. Le linee guida di Elementy, e del pensiero ideologico che vi sta dietro, furono di forte contrapposizione all’Occidente.

Quest’ultimo, inteso come anglo-americano, è definito incompatibile con la piattaforma euroasiatica che va da Dublino a Vladivostok29 e alla dicotomia tra potenze continentali e marittime (idea ripresa dalla geopolitica classica occidentale) e infine all’inserimento del pensiero esoterico di Julius Evola e René Guénon30.

Dugin, inoltre, pensava che in Russia non potesse esistere un particolarismo etnico, in quanto i russi hanno avuto nel corso della storia apporti etnici ugro-finnici, mongolici e turchi31.

Le idee di Dugin non incontrarono mai una vasta eco tra le masse, ma scatenarono vivaci dibattiti tra gli intellettuali occidentalisti e nazionalisti russi. Le tesi geopolitiche di Dugin, condensate nel libro Le basi della geopolitica. Il futuro geopolitico della Russia, 1997, sembrarono avere un certo ascendente sulle linee guida della politica estera russa32, soprattutto fino al 2008, quando finì il secondo mandato presidenziale di Putin. Il presidente russo, dal canto suo, ebbe più volte modo di citare frasi di Gumilëv, riprendendo il concetto gumiliano di pasionarnost, cioè la capacità di andare avanti contro le avversità accettando il cambiamento33.

Oggi questo concetto lo chiameremmo resilienza.

 

 

Note

 

1Marcello Garzaniti, Gli slavi. Storia, culture e lingue dalle origini ai nostri giorni, Roma, Carocci editore, 2014, pp. 380-381.

 

2Armando Torno, La filosofia in Russia, Milano, Book Time, 2013, pp. 28-29. Torno scrive che fu soprattutto Hegel a incontrare il favore degli intellettuali russi, dopo che i suoi scritti ebbero una certa diffusione in Russia (soprattutto dopo il 1840). Fu tra i prìncipi Vladimir Odoevskij e Nikolaj Stankovič che Hegel trovò maggior favore. Da questo circolo aristocratico le idee di Hegel si estesero ad altri membri del circolo, come Michail Bakunin, fondatore dell’anarchismo, e Ivan Turgenev, l’autore di Padri e figli, romanzo in cui per la prima volta viene usato il termine nichilismo. Quindi, secondo Torno, il primo pensiero autonomo russo fu fondato sul pensiero di Hegel e tra i primi pensatori della nuova corrente vi fu proprio Čaadaev.

3Aldo Ferrari, Il grande Paese, Milano – Udine, Mimesis, 2012, p. 43.

4Ivi, p. 27.

5Torno, ibidem.

6Ferrari, ivi, p. 40.

7Garzaniti, ibidem.

8Aldo Ferrari, La foresta e la steppa, Milano – Udine, Mimesis, 2012, p. 38.

9Dario Citati, La passione dell’Eurasia, Milano – Udine, Mimesis, 2015, pp. 45-46.

10Vittorio Strada, Europe, Venezia, Marsilio, 2014, p. 46.

11ibidem.

12Ivi, p. 48.

13Ivi, p. 49.

14Ibidem.

15Ferrari, Il grande paese, p. 137.

16 Ibidem.

17Ivi, p. 138.

18Citati, ivi, p. 127.

19Ivi, pp.128-129.

20Ivi, p. 129.

21Sempre nel libro di Citati è possibile leggere: “La narrazione gumilëviana costituisce perciò un tentativo dichiarato di controbilanciare quel sinocentrismo che emerge non solo dalle fonti primarie dell’antichità, ma anche da una storiografia moderna che in larga parte aveva fatto propria tale rappresentazione del mondo delle steppe come selvaggio e arretrato”. Pag. 129.

22E’ possibile osservare la grandezza dell’impero sulla cartina posta a pag. 145 dell’opera di Citati, già ripetutamente citata.

23Ivi, pp. 129-130. Riprendendo il pensiero di Sergej Lavrov, secondo Citati gli Xiongnu vengono studiati come gli iniziatori, i fondatori di un tipo specifico di civiltà – il nomadismo centroasiatico – che sarà perpetuata poi dai Kök Türk, dai Mongoli e da altri popoli e gruppi etnici. In questo modo Gumilëv diede dignità e storicità a un popolo fino ad allora disprezzato dalle fonti cinesi.

24Ferrari, Il grande paese, p. 140.

25Ferrari, La foresta e la steppa, p. 271.

26ibidem.

27Ibidem.

28Ibidem.

29Ivi, p. 272. Dugin propone una forte alleanza dell’Eurasia con la Cina, l’India, i Paesi islamici e l’Iran.

30Ibidem. Cfr. anche Giovanni Sessa, “Evola: pensatore della tradizione. Il Barone e la politica”, Milano, la Biblioteca di via Senato,ottobre 2018, p. 26.

31Alan Ingram,“Alexander Dugin: geopolitics and neo-fascism in post-Soviet Russia”, Political Geography, November 2001, p. 1033.

32Ibidem.

33 Sergio Romano, Putin, Milano, Longanesi, 2016, p. 81.

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