L’odiatore della barba – Giuliano l’Apostata

Nel 362 d.C. l’imperatore Giuliano si trovò ad Antiochia per prepararsi a combattere contro i Parti. Vi restò quasi un anno, un lustro difficile e pieno di delusioni per il giovane imperatore. Gli antiocheni non l’amavano e non fecero nulla per nasconderglielo. Fu deriso e molti libelli satirici furono posti contro di lui nell’agorà e in giro per la città. Lui rispose con questo libello satirico, filosofico, religioso e biografico. Un vero gioiello, in cui lo scontro tra religiosità e mondanità è più che mai vivo.

A chi l’insultava, nella città di Antiochia, l’imperatore romano Giuliano rispose con questo scritto. Pagano tra cristiani, o presunti tali, Giuliano volle restaurare il paganesimo distrutto dall’Editto dell’imperatore Costantino, di cui lui era discendente. Nella sua breve e travagliata vita fece in tempo a vedere l’intera famiglia massacrata, il fratello superstite decapitato e lui stesso rischiò più volte la stessa fine. I massacri non furono compiuti da pagani brutali, ma da cristiani e per giunta voluti da un parente stretto di Giuliano: Costanzo II, suo cugino. Come stupirsi del fatto che una volta cresciuto rigettò completamente il cristianesimo, da lui conosciuto come brutale, assassino e barbaro, per convergere completamente nel culto degli antenati, quegli stessi antenati rigettati da un cristanesimo di facciata che dura fino ad oggi? Il suo precettore Mardonio gli insegnò il pensiero di Platone, Aristotele e Socrate, si giustifica l’imperatore in una pungente e dissacrante parodia satirica, piena di spunti religiosi, filosofici e umani da sotterrare un pseudo cristiano, non solo di allora ma anche nostrano. Ciò che scrisse vale ancora oggi.

Cosa gli imputavano gli abitanti di Antiochia, così attaccati al teatro, alle feste, alle gozzoviglie; sempre in ordine e pronti a mostrare il lusso in cui prosperavano, all’imperatore Giuliano? Non era forse troppo serio, troppo dedito ai culti, alla filosofia, al perseguimento della vita come capolavoro, al raggiungimento di una pace sociale, per quanto possibile, difendendo i poveri dall’arroganza della classe egemone? Esattamente questo gli imputavano. Giuliano rispose punto su punto, facendo appendere L’odiatore della barba nell’agorà della città siriana. Sì, perché anche la sua barba fu oggetto di scherno e derisione. Nulla gli fu risparmiato, in quella città. Eppure per lui la barba rappresentava ogni virtù, ogni fatica provata nello studio dei grandi ingegni, ogni sofferenza sentita e superata. Potevano pur deriderlo, loro così materialisti e succubi dell’intemperanza e della mancanza di rispetto vero le autorità imperiali. Lui non si sarebbe comunque piegato ai loro vizi acquisiti, alle loro promiscuità tanto orgogliose e ostentate. Forse il disseppellimento del santo San Babila, considerato profanatore del nuovo tempio augurato ad Apollo, non gli accattivò molte simpatie; ma ciò non giustifica la mancanza di spiritualità assoluta e la dissolutezza fine a se stessa dimostrata dalla maggioranza della popolazione di Antiochia. Anche per questo Giuliano l’Apostata fu odiato, perché rappresentava esattamente l’opposto.

Giuliano eletto imperatore nel 360 d.C. dalle truppe imperiali di Lutezia (odierna Parigi), restò in carica appena tre anni. Nel 363, a soli 32 anni, trovò la morte nella guerra contro gli ostici e forti Parti. In questo seguì l’esempio di Marco Aurelio, l’altro imperatore filosofo morto in battaglia contro i barbari. Non si tirò mai indietro, fino a morire in battaglia come solo i grandi uomini sanno fare.

Giuliano morì il 26 giugno del 363 d.C., trafitto da un giavellotto.

Giuliano l’Apostata, L’Odiatore della barba, Archinto (2008, presumibilmente scritto nei primi mesi del 363 d.C.)

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