Diario di un fallito socialmente utile

Maggio, un lurido e derelitto mese di maggio. A cosa servono i mesi, le stagioni, gli anni se non cambia mai nulla nella mia vita? Come posso eludere la mia impazienza e depressione? Ogni cosa intorno a me è decadente e pure la gente continua ad essere così cieca della propria decadenza e falsità. Si può crollare ed è essere felici? Evidentemente sì, guardando la felice autodistruzione in cui sfracellano tante persone. Mattina dopo mattina il mio impegno è scosso e urtato dall’imperizia meschina dei miei pensieri. Il pomeriggio non migliora la situazione, ma mi fa cadere in uno stato di prostrazione e alienazione primigenia, nuova, eppure non confuse con idee di autocastrazione. I libri guariranno in parte la mia sventura. La parte rimanente sarà data in pasto ai pensieri, pericolosi e per nulla consolatori. Ma dopo tutto a cosa serve la consolazione, se non a consolare animi deboli e sfatti. Non mi reputo un debole e nel mio fallimento personale non voglio trascinare ognuno di voi, assolutamente non voglio farlo. Voglio, o forse vorrei, essere imparziale e conscio che il mondo può essere annullato, ribaltato e rifatto. Dopo la vita non c’è nulla, di questo sono sicuro e mi dà la tranquillità necessaria per affrontare le ore e i minuti come se fossero eterni, finiti nell’eterno divenire, nell’incommensurabile nulla della morte.

Le piante si piegano al sole, cercano ardentemente i raggi solari, si nutrono di ciò e crescono prosperose, ignorando la presenza umana. Il problema è che noi non ignoriamo la nostra, di presenza. Umani indaffarati a farsi le scarpe a vicenda, persone che lucrano uccidendo altre persone, sotto la luce del sole e pienamente protetti dalla legge. Sì, le leggi che i ricchi hanno fatto per proteggere se stessi dagli altri, dal popolino, dal rozzo e pericoloso popolo. Come non restare esterrefatti di fronte a tanta brutalità così ben studiata e giustificata. Io cosa c’entro con tutto ciò? Qual è la mia parte di guadagno?

La società, gli altri, sempre qualcun altro è responsabile delle nostre sventure, quasi nessuno è capace di assumersi le proprie responsabilità e di auto condannarsi. Costa troppa fatica. Eppure il fallimento, qualsiasi fallimento, ha una buona dose di cercate sventure, di sbagli grossolani, di imperizia e di mancanza di sufficienti conoscenze acquisite. Forse nemmeno acquistando le giuste conoscenze si possono evitare i tracolli. L’uomo è un tracollo. L’insita natura umana è soggetta al deperimento fisico e spesso mentale. L’ignoranza fa il resto.

I limoni crescono prosperosi sull’albero, le rondini descrivono scie nell’aria, il gatto gioca spensierato, ma l’uomo soffre, pensa e si cruccia che le cose non siano andate in un certo verso rispetto ad un altro. Io non faccio eccezione. Mi sono spesso azzoppato da solo, senza la cattiveria di qualche barbaro crudele. All’età di otto anni, o giù di lì, non ho voluto più iscrivermi alla squadra di calcio perché spossato dall’attesa che qualcuno mi iscrivesse a tale società calcistica. Attenzione: di questo abbiamo bisogno nella vita. Quando manca anche tutto il resto scema, si perde l’interesse e l’entusiasmo per le cose e le persone. Quanti bambini sono stati stroncati dai maestri e dai professori, così come dai genitori?

Il denaro non dà sollievo, ma un motivo in più per temere il prossimo, il nemico negli occhi del vicino. Il vicino polemico e rancoroso che peggiora il mio stato d’animo: fa trasalire in me istinti pensati sopiti, seppelliti per sempre. E non sono istinti positivi. La modernità ci richiede una buona dose di astuzia e cinismo, di progresso nell’istinto edonista del singolo, tralasciando gli ammalati, veri o immaginari. Generose donne prosperose, specialmente americane, attraevano Céline, perché vedeva in loro la ricchezza e la gioia di vivere di una società benestante e sviluppata; io, invece, non vedo niente altro che libidine e purulente piaghe nascoste, ben nascoste negli anfratti delle periferie del mondo, nel servilismo della domestica, nell’accozzaglia degli intellettuali che scrivono sui giornali, nell’immondo dimenare degli arrivisti di tutte le specie e di tutte le risme. A loro mi appello e a loro chiedo che si facciano da parte, che lascino il campo libero a chi è davvero meritevole, a chi ha sacrificato la propria esistenza in opere degne e giuste. Da chi sarebbe impalato oggi Gesù, se mai tornasse sulla Terra? Dagli stessi che lo fecero due mila anni fa. Nessuno si faccia illusioni. Chi sta in alto tende a conservare ciò che ha conquistato, soprattutto se conquistato con la violenza e la falsità. Io, povero derelitto umano, mi pongo nell’estremo opposto, nel gorgo inspirituale dove cadono gli esclusi, i finiti, i disprezzati anonimi che io stesso disprezzo. Il cappone colpisce l’altro cappone di sventura, non solidarizza con lui, ma lo colpisce con rabbia e odio. Ecco, così sono molti uomini. Il fallimento del singolo viene vomitato sulla collettività: se io sono perduto anche voi lo sarete; che seppelliscano gli schiavi con il re!

Giugno, finalmente inizia l’estate. Mi chiedo che tipo di estate sarà la mia. Dolore e rabbia non mi abbandonano, mi lasciano con l’amaro in bocca, mi avvelenano la vita e in compenso mi danno la possibilità di trovare una via di uscita, consona o non consona, ma chi se ne importa. Pensieri corrono veloci nel mio cervello, cerco di pensare ai problemi del mondo e delle altre persone. Tutto pur di evitare di pensare alla mia gogna. Vorrei essere un gatto, tranquillo e giocherellone, astuto e bonario, dormiglione e iperattivo, invece sono semplicemente una larva, neanche di insetto ma di natura umana, la peggiore, la più vomitevole di tutte. Un altro giorno è passato invano, alla ricerca di un lavoro che nessuno vuole darmi (chissà, forse per fortuna). C’è la crisi, certo, ma anche la mia personale sventura non mi abbandona, mai. Nei lunghi anni della mia adolescenza – infiniti e scombussolati – non pensai alla vita come conquista famelica e non ebbi l’impressione che tutto fosse così terribilmente difficile e competitivo. Anzi, ero felice e soddisfatto perché vivevo nell’ignoranza più vera e assoluta. Ignoranza nel senso non culturale del termine, ma della vita non ancora assaporata e capita. La cultura non sempre accorre a salvare le persone, spesso è un fardello da portare, pesante e ingombrante come solo alcune cose sanno esserlo. Chi crede di essere troppo intelligente spesso impazzisce o si uccide, mentre i mediocri continuano a vivere le loro scialbe vite, immuni da deliri di onnipotenza. Cosa è meglio essere?

Bella la società civile che ci siamo costruiti, come è facile illudere le persone di essere libere ed emancipate. Poveri stolti. Sono convinti di trovarsi nel migliore dei mondi possibili, mentre non capiscono che la puzza e la sporcizia vengono nascoste bene nei depuratori delle fogne, lontani dalla vista dei cittadini, troppo sensibili e civili per sopportare la vista dei propri escrementi, del proprio lezzo. L’importante è non portare alla luce, nascondere, fare finta che il problema non esista purché si continui a dire che non si era al corrente del problema. Cari, carissimi signori, non coprirete con la vostra biliosa ironia di ridicolo e disprezzo tutto ciò che c’è di buono su questa Terra. Una risata non seppellirà proprio un bel niente. Il vostro disprezzo sarà rivolto verso le vostre squallide persone e il pubblico ludibrio si ritorcerà contro di voi.

Luglio è un mese di attesa, di sognate vacanze aspettate tutte un anno. A me cosa importa dato che non farò né vacanze né nulla di nulla? Niente. Starò a casa e nel frattempo cerco di mantenere la calma, sì, quella calma necessaria e benefica ai miei strapazzati nervi. Ho messo a dura prova le mie sinapsi e tutti i miei neuroni non se la passano meglio. Quanti ne ho bruciati in anni di bevute e falsi divertimenti, in quelle ore chiamate svago: tempo libero buttato al macero, stessa fine dei quotidiani stampati. I quotidiani escono ogni santo giorno, ma perché devono farlo? Perché devono scrivere cose che non hanno attinenza con la realtà, perché devono informare i fatti e non sui fatti? Carmelo Bene insegna. Riprendiamo la nostra lugubre cronaca di vita. Ho l’impressione di vivere in mezzo a una società frantumata in spasmi concentrici, ma non riesco a trovare il punto d’interconnessione. Frantumato in tanti atomi bolliti non riesco a separarmi dal centro che pure non individuo. Torno al punto di partenza senza accorgermi che il tempo non lascia tregua, non perdona e non rimargina niente. Annoiato e fiaccato lancio piccoli segni di sfida alla vita, alla società, all’universo, però rimango ignorato. Forse il destino di un fallito è proprio questo, restare ignorato e invisibile ai più, come se non bastasse già l’umiliazione di dover vivere con niente, senza risorse proprie e in balia dei marosi abbastanza potenti da sballottarti da una parte e l’altra. Resisti, resisti ai marosi e al benessere cieco e opulento che ignora gli individui come te. Non essere fiacco e non dargliela vinta. Questo è quello che vogliono, loro, quelli là fuori.

E’ caldo e non faccio che sudare, i giorni di luglio sono terrificanti nella Pianura Padana. Zanzare ronzano intorno ai miei piedi mentre dormo e non mi lasciano riposare di quel riposo di cui tanto avrei bisogno. La mattina è uno shock alzarsi dal letto. La stanchezza prende i muscoli e non li molla un secondo. Mi fa male tutto il corpo e ho l’impressione che da questa stanza non riuscirò mai a uscire.

Continua...

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Curioso delle cose del mondo e dell'universo.
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