Enzo Forcella e l’asservimento dei giornalisti

Enzo Forcella era un giornalista de La Stampa che nel 1959 ebbe il coraggio e l’onesta intellettuale di licenziarsi dal giornale per cui lavorava perché gli negarono la pubblicazione di quattro articoli politici riguardanti il Congresso del PSI (Partito Socialista Italiano) a Napoli. Era l’epoca della crisi centrista e il PSI si stava allontanando dal PCI (Partito Comunista Italiano), con cui aveva instaurato un sodalizio politico nel dopo guerra, avvicinandosi alla DC (Democrazia Cristiana) per formare un governo di centro-sinistra. I proprietari del giornale, ovvero la famiglia Agnelli, erano contrari a qualsiasi accordo tra il PSI e la DC perché volevano fare apparire i primi incapaci di governare e infine troppo legati al PCI. Insomma, non volevano la sinistra al potere.

Forcella, in seguito a questa esperienza, pubblica un libro intitolato Millecinquecento lettori: confessioni di un giornalista politico. In questo libro, il giornalista denuncia la promiscuità dei giornalisti politici con il potere. Un rapporto molto stretto e fatto da molti regali che i politici fanno recapitare alle case dei suddetti giornalisti. Formano un tutt’uno quasi indistinguibile ed entrambi ci guadagnano. Già il titolo è emblematico: millecinquecento lettori sono quelli che in realtà si occupano e leggono gli articoli politici (in prevalenza ministri, parlamentari, sindacalisti e alcuni industriali) in cui un linguaggio allusivo e oscuro ai più aiuta le due categorie a scambiarsi battute e vicendevoli carezze.

Il rapporto dei millecinquecento lettori con il giornalista è molto stretto, in un certo senso si può dire che giunge fino alla identificazione: ogni mattina essi fanno colazione con lui (…), spesso lo invitano a pranzo e gli fanno pervenire attraverso colleghi o amici comuni i sensi della loro considerazione. A Natale, e quando è molto importante anche a Pasqua, il giornalista politico riceve dai suoi estimatori molte cassette di liquori. E’ invitato a tutti i ricevimenti. Ha onorificenze (…). Le mogli hanno sufficienti motivi per essere soddisfatte (…).  Questi sono i piaceri del giornalista politico. Se ne deve dedurre che egli è ammesso a godere, di riflesso, i vantaggi del potere? O non è lui stesso un elemento del potere, e proprio in tale certezza trova il suo maggiore e impagabile piacere, il piacere della potenza?

E’ inutile aggiungere che oggi la situazione è peggiorata, e di molto. Allora viene spontanea una domanda: perché l’Italia ancora oggi è l’unico Paese democratico in cui persiste un Ordine dei giornalisti? L’Ordine dei giornalisti è nato nel 1925, in epoca fascista, e mantenuto tale da una legge emanata nel 1963. Il sindacato dei giornalisti difende il diritto di appartenere a un Ordine. Le testate giornalistiche ricevono sussidi statali e la loro sopravvivenza non è più dettata dalle vendite del quotidiano. Sono più i giornali che finiscono al macero rispetto a quelli venduti. E’ questa la triste realtà. Il giornalismo oggi, a parte qualche eccezione, è ridotto al servilismo a questo o quel partito; a volte influenza la condotta del governo e spesso prende posizioni acquiescenti in politica interna ed estera. (Per fare un esempio, basta leggere cosa scrivono e hanno scritto in questi ultimi giorni e mesi quotidiani importanti come Repubblica e il Corriere della Sera sulla situazione egiziana e siriana: sembrano articoli usciti direttamente dall’Ufficio stampa della Casa Bianca). Prendono posizione per partito preso, senza nessuna verifica dei fatti. Gli inviati dalle zone di guerra passano più tempo chiusi negli alberghi a ricevere indicazioni dai bollettini ufficiali dei militari o delle varie organizzazioni ribelli invece di accertarsi di persona quello che sta realmente succedendo. Certo, alcuni lo fanno e anche a rischio della vita, ma sono eccezioni.

In Italia abbiamo il diritto del giornalista ad informare, nei Paesi anglosassoni invece è il cittadino che ha il diritto di essere informato. Gran bella differenza.

Enzo Forcella, Millecinquento lettori: confessioni di un giornalista politico, Donzelli (1959)

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