La fuga di Tolstoj – Alberto Cavallari

Il libro ricostruisce gli ultimi giorni di vita del grande scrittore russo. In fuga dalla moglie Sof’ja e dall’ambiente ormai divenuto insopportabile di Jasnaja Poljana, Tolstoj assieme al medico personale, al segretario e a vari servi, fugge la sera del 27 ottobre 1910 verso una destinazione a sud, forse verso la Bessarabia e la Romania dove era stato da ragazzo o meglio ancora, verso il Caucaso, la frontiera russa dove vi passò anche il grande Puskin. Dei cinque figli solo l’ultima ed amata figlia, Sasa, sapeva dell’imminente fuga, di notte e all’insaputa di tutti. Prendono il treno e passano per Gorbacevo, un paese a sud, dopo ore di viaggio estenuante, soprattutto per una persona sofferente di 82 anni. Arrivati a Gorbacevo cambiano treno per Kozel’sk. L’andamento del treno peggiora, così come la salute dello scrittore. Sul treno viene riconosciuto e trattato con deferenza e rispetto. Di fronte a Tolstoj con estrema lentezza appare il paesaggio dell’ambiente russo, costituito da foreste sempre verdi, la magica tajga, e da vallate scavate dai fiumi, inframmezzate da campi coltivati a grano. Arrivati a destinazione, dopo 17 ore di viaggio, prendono la carrozza verso l’eremo di Optino dove viene accolto dai monaci. Finalmente può riposare. Tiene un diario su cui continua ad annotare incontri e pensieri. Ha la possibilità di incontrare la sorella a cui è molto affezionata, suora Màrija. a quest’ultima racconta ogni cosa, della vita ormai insostenibile con Sof’ja e di tutti i malintesi e ripicche reciproche nel corso degli anni. Voleva vivere nella povertà, ma era ricco; voleva vivere senza figli e moglie, ma aveva entrambe le cose; voleva una vita umile, solitaria, ma era circondato dal lusso e da moltissime persone. Bisogni mai soddisfatti. A Samordino, dove incontra la sorella, viene raggiunto dalla figlia Sasa, che le porta le lettere degli altri figli e gli racconta che la madre, scoperta la fuga del marito, si è buttata nello stagno dando in escandescenze e pensando al suicidio. Lo scrittore scrive una lettera alla moglie dove la prega di non seguirlo e conclude:

Addio cara Sonja. Dio ti aiuti. La vita non è uno scherzo, e non abbiamo diritto di abbandonarla così. E’ anche irragionevole misurarla secondo la durata del tempo, forse i mesi che ci rimangono da vivere sono i più importanti di tutti gli anni vissuti: bisogna viverli bene. L. T.

Sono passati tre giorni dalla sua fuga. Il 31 notte, preso il calesse della figlia, fugge verso la stazione di Kozel’sk. Con il medico e altre persone del seguito, prende il treno per il suo amato Caucaso, terra di ricordi di gioventù, di bevute, di paesaggi mozzafiato, di cosacchi e di avventure. Il treno ricorda allo scrittore la fine di Anna Karenina… Infine, dopo vari cambi di treni giungono ad Astàpovo, dove Tolstoj è costretto a fermarsi ormai distrutto e febbricitante. Il sogno del Caucaso svanisce e subentra l’agonia della morte in una piccola stanza di una sperduta stazioncina di un minuscolo paese russo. Nevica nell’autunno russo, Tolstoj è sorretto fino alla camera della casa del capostazione, dove viene ospitato. Riconosciuto, centinaia di persone vanno a visitarlo. Per sei giorni resta in agonia nella piccola stazione. Il 7 novembre, alle sette del mattino, Tolstoj muore. Alla moglie, accorsa lì, come altre centinaia di persone, gli viene consentito di vederlo solo due ore prima della morte, quando ormai è in coma.

Così si chiude la parabola di uno dei più grandi scrittori che l’umanità abbia mai avuto.

Alberto Cavallari, La fuga di Tolstoj, Skira – ebook

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