Capo Horn – Francisco Coloane

Coloane è stato definito il Jack London dell’emisfero meridionale americano e non si può non essere d’accordo. Lo scrittore cileno ti conduce – come fece Virgilio con Dante nell’Inferno – a esplorare la vita degli allevatori, dei mandriani, dei ricercati, dei cacciatori (anche di indios) e degli animali; nelle bellissime e selvagge Patagonia e Terra del Fuoco. Si rimane affascinati dalla vita di quegli uomini forti e duri, coraggiosi e in molti casi violenti, che vissero e morirono in quelle terre, così lontane e pure così presenti nell’immaginario collettivo. Terre, preda della furia degli elementi, che non perdonavano chiunque non sapesse sopravvivere ai duri canoni della desolazione e della solitudine. Coloane descrive eventi verificatesi prima del 1940, anni in cui lo stesso scrittore fece varie esperienze: visse come lavoratore in un allevamento di bestiame nella Terra del Fuoco, fece il pastore e infine si imbarcò in una baleniera (vi restò alcuni anni) prima di diventare scrittore. Tutti i suoi libri – tra cui Terra del Fuoco, I balenieri di Quintay, Il mozzo della Baquedano ecc. -, descrivono le sue esperienze di quel periodo: dense, amare, violente e uniche in un ambiente incontaminato, dove i pochi indios rimasti cercarono invano di resistere e sopravvivere all’invasione bianca. Gli ultimi yahgan scomparirono proprio allora (vi erano presenti altre tribù: gli ona, gli alakaluf e gli haush). Solo la loro lingua è arrivata fino a noi, grazie al lavoro inestimabile e minuzioso del reverendo protestante Thomas Bridges. Quest’ultimo sbarcò nel 1871 a Ushuaia e vi rimase fino alla morte, avvenuta nel 1898. Egli compilò un vocabolario inglese-yahgan basato sul sistema fonetico di Ellis. Era il popolo più meridionale della Terra e la loro vita si svolgeva quasi esclusivamente sulle canoe.  Gli yahgan furono visti nel 1520 da Magellano, durante la prima circumnavigazione del globo: furono proprio i fuochi che loro accendevano sulle canoe che diedero il nome alla Terra del Fuoco.

Comunque per chiunque ami le terre estreme e i luoghi selvaggi e incontaminati (dove la natura bellissima  e inclemente – la matrigna di Leopardi – non perdona i poveri uomini, in questo caso insignificanti di fronte ad essa, che si trovano a combattere con gli elementi più estremi su questa Terra) questo libro – ma soprattutto questo autore – fa per lui.

Francisco Coloane, Capo Horn, Guanda (1941); E. Lucas Bridges, Ultimo confine del mondo, Einaudi (1948)

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Curioso delle cose del mondo e dell'universo.
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