Diario di un dolore – C.S. Lewis

L’autore, probabilmente più conosciuto per le Cronache di Narnia, scrisse questo libro due anni prima di morire e lo pubblicò sotto pseudonimo. La perdita di H., così viene chiamata la moglie scomparsa, fu molto dolorosa per Lewis, che ricordandola si chiede molte cose, si fa molte domande sulla perdita dell’amata. Di una donna che mai tornerà. Cerca di andare avanti, di continuare a vivere, magari illudendosi che il tempo possa attenuare il dolore o magari scansarlo solo per un pochino. Ma improvvisamente un ricordo riaffiora, riportando immediatamente lo strazio e il senso di perdita incolmabile. Mi viene in mente ciò che lessi una volta in un libro di Richard Feymann, il grande fisico americano del secolo scorso. Lui perse la prima moglie appena due anni dopo il matrimonio. Morì di tubercolosi. Feymann alla sua morte e anche dopo non cadde in uno stato di depressione e non versò una lacrima. Qualche anno dopo, passeggiando in un viale e guardando delle vetrine di negozi, si imbatté nella vista di un vestito femminile. La vista di quel vestito lo fece trasalire: scoppiò, in mezzo alla strada, in un pianto a dirotto. Solo allora prese coscienza della perdita della moglie.

Lo scrittore scandaglia tutte le varie ipotesi religiose del cristianesimo, riguardo la morte di H. Dov’è adesso? Cosa gli accadrà? Era un essere meraviglioso, certo, ma non era neppure una santa. La morte non lava qualsiasi cosa. Esistono macchie da grattare via. Il dialogo prosegue, e il fulcro si sposta lentamente dalla sua condizione di uomo sofferente a Dio. Si rivolge direttamente a Lui, cercando risposte o forse solo speranze a cui aggrapparsi.

“Quando la fine fu vicina, le dissi: Se puoi… se è permesso… vieni da me quando sarò anch’io sul letto di morte. Se è permesso, rispose. Il Cielo avrebbe un bel daffare a trattenermi. Quanto all’inferno, lo ridurrei in briciole.

C.S. Lewis, Diario di un dolore, Adelphi (1961)

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Curioso delle cose del mondo e dell'universo.
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