Scritti corsari – Pier Paolo Pasolini

Breve biografia 

Pier Paolo Pasolini nasce a Bologna nel 1922. Figlio di un ufficiale di fanteria si sposta da una città all’altra del nord Italia. Nel 1942, in piena Seconda guerra mondiale, si rifugia a Casarsa, in Friuli, paese natale della madre.

In questo stesso anno pubblica le su prime poesie. Pubblicherà, tra le altre cose La meglio gioventù (1954), Le ceneri di Gramsci (1957), Poesie in forma di rosa (1964) ecc. Nel 1955 esordisce nella narrativa con Ragazzi di vita. In seguito scriverà Una vita violenta (1959) e Petrolio, pubblicato postumo nel 1922. Contemporaneamente collabora con Fellini e Bolognini in ambito cinematografico, fino a dirigere il suo primo film nel 1961 dal titolo Accattone. Seguiranno: Mamma Rosa (1962), Il Vangelo secondo Matteo (1964), Uccellacci e uccellini (1966), Medea (1969) e infine Salò, Le 120 giornate di Sodoma (1975) e ecc.

Nel 1973 inizia la collaborazione con il Corriere della Sera, giornale borghese, padronale e anti-operaio, allora diretto dall’innovatore Piero Ottone. Da questa collaborazione, durata due anni, saranno pubblicati gli Scritti corsari (1975) e le Lettere luterane, pubblicato postumo nel 1976. Pasolini muore assassinato il 2 novembre 1975, all’Idroscalo di Ostia, vicino a Roma.

Scritti corsari 

Pasolini diventa comunista, come lui stesso scrive nell’articolo Cani (1975), in Friuli fra il 1942-43. La vita contadina e le lotte politiche dei braccianti contro il latifondo, che Pasolini ha la possibilità di vedere in Casarsa, lo spingono verso il comunismo. Sempre in Friuli legge Marx e Gramsci.

Pasolini non si tira mai indietro di fronte alla verità, anche a costo di essere denunciato, vilipeso e attaccato dai suoi stessi amici o presunti tali. Lui è un borghese, ma nonostante ciò attacca l’ignoranza, l’ipocrisia e la tracotanza della sua stessa classe sociale. Non risparmia critiche, anche molto aspre, al P.C.I., partito a cui fu iscritto e a cui si sentiva più vicino e legato. Pasolini, inoltre, è un profondo conoscitore della Chiesa cattolica e un attentissimo analista, anche in senso artistico, della società contemporanea dei suoi tempi. Il Nostro guarda con terrore gli stravolgimenti vissuti dalla società italiana nei primi anni Settanta. In questo periodo infatti nasce la cosiddetta società dei consumi.

In Acculturazione e acculturazione, del 9 dicembre 1973, Pasolini scrive:

Nessun centralismo fascista è riuscito a fare ciò che ha fatto il centralismo della società dei consumi e ancora: Le varie culture particolari (contadine, sottoproletarie, operaie) continuavano imperturbabili a uniformarsi ai loro antichi modelli: la repressione si limitava ad ottenere la loro adesione a parole. Oggi, al contrario, l’adesione ai modelli imposti dal Centro, è totale e incondizionata. L’abiura è compiuta.

 L’articolo prosegue con la descrizione minuziosa (già negli anni Settanta!) dell’influenza devastante della televisione sulle culture italiane: una politica dei consumi aggressiva, anti-cattolica e anti-religiosa, pronta a omologare tutto e tutti in consumatori ciechi e assetati di cose. Subentra, per Pasolini, l’edonismo di massa che crea frustrazione e tristezza.

Nell’articolo Il vero fascismo e quindi il vero antifascismo il poeta scrive che tutti scadiamo in una sotto-cultura in cui:

Dunque: decidere di farsi crescere i capelli fin sulle spalle, oppure tagliarsi i capelli e farsi crescere i baffi; decidere di mettersi una benda in testa oppure di calarsi una scopoletta sugli occhi; decidere se sognare una Ferrari o una Porsche; seguire attentamente i programmi televisivi; conoscere i titoli di qualche best-seller; vestirsi con pantaloni e magliette prepotentemente alla moda; avere rapporti ossessivi con ragazze tenute accanto esornativamente, ma, nel tempo stesso, con la pretesa che siano “libere” ecc. ecc. ecc.: tutti questi sono atti culturali. 

Nello stesso articolo Pasolini critica gli intellettuali che non capiscono che la cultura non è una sola, cioè quella delle classi colte e borghesi o la cultura delle classi dominanti, ma l’insieme de tutte le culture delle varie classi sociali; compresa quella degli operai e dei contadini.

L’8 luglio 1974 in Lettera aperta a Italo Calvino: Pasolini: quello che rimpiango, articolo apparso su Paese sera, Pasolini risponde a Italo Calvino che l’aveva precedentemente accusato di rimpiangere l’Italietta. Il Nostro gli ricorda:

Nel vivere questa vita, devo rompere le barriere naturali (e innocenti) di classe. Sfondare le pareti dell’Italietta, e sospingermi quindi in un altro mondo: il mondo contadino, il mondo sottoproletario e il mondo operaio.

Evidentemente Calvino, abituato a frequentazioni intellettuali e borghesi, non è capace di fare e quindi nemmeno di capire. Infine, sempre in risposta all’articolo di Calvino, Pasolini gli fa notare un’uscita infelice. Si tratta della frase: I giovani fascisti di oggi non li conosco e spero di non avere occasione di conoscerli. Il regista gli fa constatare che se lui dovesse incontrare dei fascisti non li riconoscerebbe, e infine chiosa che in realtà loro dovrebbero fare di tutto per individuarli e per incontrarli:

Essi non sono i fatali e predestinati rappresentanti del Male: non sono nati per essere fascisti. Nessuno – quando sono diventati adolescenti e sono stati in grado di scegliere, secondo chissà quali ragioni e necessità – ha posto loro razzisticamente il marchio di fascisti. E’ un atroce forma di disperazione e nevrosi che spinge un giovane ad una simile scelta; e forse sarebbe bastata una sola piccola diversa esperienza nella sua vita, un solo semplice incontro, perché il suo destino fosse diverso. 

Come non essere d’accordo con lui. Sono spesso gli episodi della vita, o l’ambiente in cui si nasce e si vive, a farci intraprendere una strada piuttosto che un’altra.

Il poeta scrive un altro drammatico e spaventoso articolo: Il romanzo delle stragi del 14 novembre 1974. Pasolini conosce i nomi di chi ha compiuto la strage di Milano del 12 dicembre 1969, come le stragi di Brescia e di Bologna dei primi mesi del 1974, Sa che dietro le stragi c’è la CIA e ci sono apparati deviati dei servizi segreti italiani e del governo. Lui potrebbe, come qualsiasi intellettuale attento, fare quei nomi, ma egli non ha le prove né gli indizi. Eppure lo scrittore si chiede:

Ora, perché neanche gli uomini politici dell’opposizione, se hanno – come probabilmente hanno – prove o almeno indizi, non fanno i nomi dei responsabili reali, cioè politici, dei comici golpes e delle spaventose stragi di questi anni? 

E si risponde:

E’ semplice: essi non li fanno nella misura in cui distinguono –  a differenza di quanto farebbe un intellettuale – verità politica da  pratica politica. 

Analisi perfetta, lucida e nello stesso tempo terribile.

Degli otto referendum del partito radicale, Pasolini si schiera contro la legalizzazione dell’aborto nell’articolo Il coito, l’aborto, la falsa tolleranza del potere, il conformismo dei progressisti del 19 gennaio 1975, uscito sul Corriere della Sera. Qui egli considera l’aborto un omicidio, che sarebbe assurdo legalizzare: la vita è sacra ed è un principio ancora più forte rispetto ad ogni altro principio della democrazia. Prosegue, la legalizzazione dell’aborto fa comodo a molti; anche perché renderebbe ancora più facile il coito, il consumo smodato e spesso senza amore dell’atto sessuale. Un altro tipi di consumismo, questa volta carnale. Scrive:

Risultato di una libertà sessuale “regalata” dal potere è una vera e propria generale nevrosi, e ancora: Il coito è politico. Dunque non si può parlare in concreto dell’aborto, senza considerare come politico il coito.

Il Nostro propone, giustamente, di fare informazione in televisione e sui giornali per diffondere una serie di reali liberalizzazioni come gli anticoncezionali, pillole, tecniche amatorie diverse ecc., ecc.

Dopo questo ultimo articolo si dovrà difendere da attacchi assurdi, banali, conformisti e totalmente fuori luogo, di intellettuali del calibro come: Umberto Eco, Giorgio Bocca e Alberto Moravia; anche Italo Calvino scriverà una critica, ma molto più profonda ed intelligente.

Concludo con l’articolo Cuore del 1 marzo 1975. Pasolini continua a difendere il suo punto di vista, – anche sentimentale – sull’aborto, da tutti gli attacchi ricevuti. Parla di caccia alle streghe per chi, come lui, non si conforma al pensiero della maggioranza. In una società edonista e consumista tutto è permesso, tutto è lecito: Compreso l’aborto. Bisogna eliminare qualsiasi ostacolo alla nostra presunta felicità e libertà. Il poeta scrive:

Ho detto che l’essere incondizionatamente abortisti garantisce a chi lo è una patente di razionalità, illuminismo, modernità ecc. Garantisce, un certa “superiore” mancanza di sentimento: cosa che riempie di gioia gli intellettuali (chiamiamoli così) pseudo-progressisti ( non certo i comunisti seri o i radicali). 

E infine:

Che cos’è infatti che rende attuabili – in concreto, nei gesti, nelle esecuzioni – le stragi politiche dopo che sono stat concepite? La mancanza del senso della sacralità della vita degli altri, e la fine di ogni sentimento nella propria. 

Appunto come nell’aborto.

Sottoscrivo, condividendone in pieno i contenuti, ciò che Pasolini esprime in tutti questi articoli. Ritengo che tali scritti diano un’idea di cosa lui pensava e credeva della società in toto, in cui è vissuto e cresciuto. Un uomo, ma soprattutto un intellettuale, non dovrebbe mai – in nessuna occasione – perdere l’umanità e la ricerca della verità: anche a costo di pagarne un prezzo altissimo. Questo è stato, secondo me, l’eredità e l’insegnamento di Pasolini. Una figura che giganteggia di fronte a tutti gli intellettuali italiani del suo tempo e soprattutto anche del nostro.

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